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lavoro pubblicato domenica 17 maggio 2015
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 22 (ultimo)

di vecchiofrack. Letto 488 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO VENTIDUE: OGNUNO VA PER LA SUA STRADABernardo guardava perplesso le imposte della casa, sbarrate oramai da quattro giorni, aveva chiesto alla titolare della posteria accanto, e lei gli aveva confermato che Anselmo era in casa, usciva la mattin...

CAPITOLO VENTIDUE: OGNUNO VA PER LA SUA STRADA


Bernardo guardava perplesso le imposte della casa, sbarrate oramai da quattro giorni, aveva chiesto alla titolare della posteria accanto, e lei gli aveva confermato che Anselmo era in casa, usciva la mattina presto quando la piazza era ancora deserta, prendeva due panini e poco altro, poi si richiudeva in casa e non usciva più fino al mattino dopo.

Era conciato davvero male il povero Anselmo, il subbuglio interiore lo stava consumando, barba lunga e volto sfatto, trascorreva le sue giornate passando dal letto, al divano, alla cucina, con un unico punto di riferimento fisso davanti agli occhi; il display del cellulare, nella vana attesa di veder apparire sullo schermo il nome di Emanuele, aveva squillato una decina di volte da quando era tornato dal lago, e ogni volta il cuore sobbalzava; la speranza si accendeva assieme al display, per poi spegnersi immediatamente leggendo il nome: Bernardo; era sempre lui, solo lui che, come un’anima in pena, sentiva il bisogno di contattare l’amico, il quale, infastidito da quell’intrusione, immancabilmente spegneva il cellulare.

Non era tipo d’arrendersi facilmente il buon Bernardo, e ora era lì, davanti al portoncino d’ingresso, riflettendo sul da farsi, - facciamo quest’ultimo tentativo, se non mi aprirà, lo manderò al diavolo… e tanti saluti alla nostra amicizia. -, concluse prima di premere il pulsante del citofono.
L’attesa di un suono proveniente dall’apparecchio, durando più a lungo del solito, indispettì Bernardo che, avvicinando la bocca al citofono, esclamò furioso: “Va al diavolo Anselmo!”, fece per allontanarsi, poi ci ripensò: aveva qualcos’altro da dirgli.
Avvicinò nuovamente la bocca al citofono e, usando un tono più soft, concluse: “Non t’importunerò mai più… quando vorrai parlare sai dove trovarmi, il mio cellulare lo conosci… spero che lo farai… ciao testone.”.
Attese ancora qualche secondo, poi si girò per andarsene, lo scatto della serratura del portoncino fece appena in tempo ad arrivare al suo orecchio prima che fosse troppo lontano per udirlo, tornò velocemente sui suoi passi, spinse il portoncino ed entrò: “Anselmo… dove sei?”, esclamò guardando la stretta e buia rampa di scale.
“Sali, sono di sopra.”, disse una voce che sembrava provenire da chissà dove.
“Qui c’è un buio cane… apri perlomeno le imposte che danno sulla scala.”.
“A destra dell’ingresso trovi l’interruttore, se funziona, dovrebbe accendere la luce!”, fu la risposta che Bernardo non seppe se definire: ironica o surreale.
L’interruttore svolse egregiamente il suo compito, le tre plafoniere poste lungo la rampa delle scale si accesero all’unisono, illuminando il percorso.
Lo sconcertato Bernardo salì le scale, percorse il corridoio fino all’altezza del salotto, guardando all’interno vide spuntare dal divano che, dalla sua prospettiva vedeva da dietro, le spalle e la testa di Anselmo: “Ah, sei qui!”, esclamò avanzando verso di lui.
Anselmo non rispose, e nemmeno girò lo sguardo, Bernardo girò attorno al divano e quando si trovò di fronte l’amico, il suo sguardo tradì la sua apprensione: “Tu stai male!”, affermò con assoluta certezza subito dopo.
“Ho una forte influenza… ma il peggio è passato.”, lo rassicurò, con poca convinzione, Anselmo.
Bernardo si sedette sulla poltrona davanti a lui: “Balle… puoi farlo credere a un altro, non certo a me che ti conosco da una vita… secondo me c’è sotto qualcosa di molto più serio… ti va di parlarne?”, replicò con tono indagatore.
“Ora no… un giorno forse…”, rispose tentennando, lasciando la frase in sospeso, Anselmo.
“Problemi di cuore… si tratta di Giuliana!”, buttò lì convinto Bernardo, accennando un sorriso.
“Non insistere ti prego… quando il dolore si sarà sedimentato, parleremo con più serenità di tutto quanto e successo.”.
La risposta criptica di Anselmo, spaventò e allo stesso tempo stimolò ulteriormente, la curiosità di Bernardo: “Allora non è Giuliana il problema… cos’altro è successo di tanto grave dal costringerti a chiuderti al mondo esterno?”, gli chiese esternando la sua preoccupazione per la salute mentale dell’amico.
Anselmo, che fino a quel momento, con uno sforzo sovrumano, era riuscito a trattenere la commozione, stringendo il volto tra le mani si lasciò andare a un pianto dirotto.
Scioccato dalla reazione dell’amico, Bernardo rimase in silenzio, con lo sguardo immobile fisso sulle mani che coprivano il volto dolente di Anselmo attese che terminasse lo sfogo.
“Ti prego, te lo chiedo da amico… non cercare di capire, non chiedermi altro.”, disse Anselmo con voce ancora rotta.
Bernardo si adeguò e dopo una breve riflessione cambiò argomento, chiedendogli: “Quando ti potrò rivedere fuori da qui?”.
“Fra un paio di giorni partirò per un periodo di riposo, andrò in montagna, camminando in solitudine su quei sentieri rifletterò sul mio futuro… ti prometto che ci rivedremo… un giorno… quando tornerò.”, rispose sibillino Anselmo.
La risposta mise altro pepe sulle curiosità inevase nel breve periodo del loro incontro, ma Bernardo non se la sentì di insistere con altre domande: “Non mi resta che augurarti buone ferie!”, chiosò frettolosamente, alzandosi dal divano.
Anselmo lo accompagnò alla porta, poi tornò nel suo plumbeo mondo.
Bernardo non era certo il tipo che rinunciasse facilmente a esaudire le proprie curiosità, e questo al momento stupì Anselmo, fu questione di un attimo, subito dopo tornando a riflettere sulle proprie disgrazie, lasciò che tutto il resto scivolasse fuori dai suoi ben più cupi pensieri.

Infatti, Bernardo non aveva rinunciato, aveva solo messo un freno temporaneo all’impellente desiderio di sapere, uscito dalla porta della casa di Anselmo, attraversò deciso la piazza e, con altrettanta decisione s’infilò dentro il: Caffè Centrale, girando lo sguardo individuò l’angolo in cui era seduta Giuliana, lei vedendolo accennò un sorriso e un saluto, agitando la mano.
Il volto scuro di Bernardo sfilò davanti al barista appostato dietro il bancone e proseguì oltre, fino ad arrivare davanti a Giuliana: “Posso sedermi!”, esclamò grave.
“Siediti!”, rispose lei, colpita dall’atteggiamento e dal tono duro di Bernardo.
Dopo essersi seduto, raccontò a Giuliana in quali condizioni aveva trovato Anselmo, e concluse perorando un loro riavvicinamento: “Non ho ben capito quali gravi problemi lo angustiano… devono essere affari di famiglia, secondo me ha litigato di brutto con i figli… tu non né sai niente?”.
“No!”, esclamò, decisa e sintetica.
Bernardo lesse della rabbia nel secco diniego di Giuliana: “Ma si può sapere una volta per tutte, cosa cavolo è successo tra voi di tanto grave?”, sbottò usando un tono duro.
“Te l’ho già detto una volta… chiedilo al tuo amico!”, ribatté a tono Giuliana.
“Lo avrei fatto se non lo avessi trovato in condizioni pietose… Giuliana tu lo ami, è inutile che tenti di nascondere i tuoi sentimenti. Anselmo ha deciso di andarsene in montagna per un mese, o forse anche di più, a riflettere sul suo futuro… se non vuoi rischiare di perderlo, corri da lui fintanto che sei in tempo!”.
“Non lo farò mai!”, sbottò con rabbia inusitata, lasciandolo basito: “Lo vuoi capire che non lo voglio più vedere il tuo amico… sì o no!”, concluse fissandolo con occhi fiammeggianti.
“Cosa avrà mai fatto di tanto grave da scatenare l’odio nella donna che ama.”, disse sommessamente Bernardo sfuggendo lo sguardo irato di Giuliana.
“Anselmo non ama nessuno… forse avrà amato sua moglie, non lo so… quello che posso dirti è che tornando a vivere qui, ha concentrato tutte le sue forze per rivivere un’impossibile gioventù, ha provato a riunire i suoi vecchi amici per ricreare l’atmosfera magica di un tempo, in voi sperava di ritrovare i ragazzi scanzonati e spensierati, in me vedeva solo la ragazza che da giovane aveva desiderato ardentemente fare sua. E quando si rese conto che in me, in voi, il tempo non aveva inciso solo sul fisico, ma anche nella mente, comprese di aver fallito. La paura d’invecchiare fece il resto, per dimostrare al suo io di essere rimasto giovane nell’animo, doveva dimostrare a se stesso di saper circuire e farsi amare da una donna giovane… ma penso che alla fine questo gli abbia fatto più male che bene… se non è uno stupido, avrà ben compreso che non era a lui che mirava Maria, ma ai suoi soldi, ai suoi regali”, dopo il lungo e a tratti commosso sfogo, Giuliana si ammutolì.
Bernardo rimase a bocca aperta: “Questa proprio non me lo sarei aspettato… si portava a letto la cameriera e diceva d’amarti… scusami per aver dubitato di te Giuliana.”, disse con tono contrito.
“Non hai niente di cui scusarti… ma ora che conosci l’intera storia, dimmi, pensi ancora che dovrei correre da lui?”, gli chiese, mostrandosi rasserenata dopo quello sfogo.
“Non lo so, la scelta spetta a te, se ti senti in grado di perdonarlo fallo… ma se pensi che dopo averlo perdonato, non riuscirai a dimenticare quanto successo… non farlo.”.
“Ti ringrazio, seguirò il cuore, la mente e il tuo consiglio.”, chiosò, accennando finalmente un sorriso, Giuliana.
Bernardo si alzò e prima di andarsene aggiunse: “E’ vero noi siamo cambiati, invecchiati fisicamente, ma cresciuti, mentalmente e moralmente… temo che lui sia rimasto sempre lo stesso, quello che esibiva le sue conquiste come trofei di caccia. Non è un bel invecchiare il suo, no, proprio non lo è!”, e si allontanò pensando al suo povero amico, prigioniero in casa, assieme ai propri fantasmi.

Accostandosi alla finestra e guardando dall’altro lato della strada, a Giuliana prese un colpo, sul balcone della casa di Anselmo, due baldi giovanotti stavano appendendo alla ringhiera il cartello: vendesi, con il recapito di un’agenzia immobiliare ben evidenziato, - ha venduto la casa. -, pensò portandosi la mano davanti alla bocca spalancata.
Tutto l’odio che pensava di provare per Anselmo, svanì in un attimo, l’amore ostinatamente sopito la fece stramazzare piangente sul divano; fu in quel preciso momento, non prima, che realizzò la fine oramai certa del loro rapporto.

Anselmo aveva affidato a una nota agenzia immobiliare il compito di vendere la casa, poi era partito per la montagna, non intendendo rispondere al perché stesse vendendo, né agli amici e men che meno ai semplici curiosi, aveva chiesto espressamente di esporre il cartello solo quando lui sarebbe partito, e così fecero gli agenti immobiliari.

Il primo gesto che compiva Giuliana ogni mattina prima di uscire, era quello di scostare la tenda della finestra e controllare che il cartello fosse ancora esposto al balcone: “Allora te ne vai davvero.”, sospiro, vedendo la ringhiera libera dal cartello appena quindici giorni dopo che era stato esposto.
“Ti auguro di trovare quel che cerchi”, concluse, senza particolari reazioni emotive; il comportamento stranamente pacato, stava a significare che aveva oramai metabolizzato l’evento.

Anche Bernardo tutte le volte che attraversava la piazza si soffermava sul cartello, - ha già trovato l’acquirente. -, pensò, osservando deluso la ringhiera oramai spoglia, e subito dopo riprese il suo cammino, anche lui oramai convinto che l’amico avrebbe proseguito la sua vita in altro luogo.

Nel suo eremo montano, Anselmo trascorreva il tempo marciando e pensando al figlio così tragicamente perso, e all’altro che, giorno dopo giorno sentiva allontanarsi inesorabilmente.
Durante la prima settimana, provò a chiamarlo ogni giorno, nel vano tentativo di riallacciare un rapporto che, la tragedia, aveva minato forse irrimediabilmente, ma a ogni suo tentativo, la controparte reagiva spegnendo il cellulare, senza proferire parola, lasciandolo sgomento.
Alla fine vista l’inutilità di quel gesto quotidiano, comprese che se voleva mantenere almeno la speranza, doveva lasciar decantare la rabbia che, unita alla disperazione, aveva portato il figlio a odiare quel padre dal carattere forte quanto il suo; fu così che si ripromise di non chiamarlo più, - il tempo sarà galantuomo, Emanuele è intelligente e si renderà conto di aver sbagliato, allora capirà, chiamerà e ci chiariremo. -, pensava, mentre cancellava dalla rubrica del cellulare, ma non dalla mente e dal cuore, il nome e il numero del figlio.

Un mese esatto dopo essere partito per la montagna, Anselmo tornò in città, spalancò tutte le imposte e subito dopo chiamò Bernardo invitandolo a casa.
Bernardo non vedeva l’ora d’incontrare l’amico, e dopo aver pranzato con la figlia, con passo lesto sotto un sole che spaccava i sassi, s’incamminò.

“Fa un caldo bestiale!”, esclamò, seduto sul divano, togliendosi il panama dal capo, mentre con l’altra mano stringendo un fazzoletto si tergeva il sudore.
“Sono gli ultimi fuochi dell’estate.”, sentenziò Anselmo, arrivando dalla cucina tenendo in mano un bicchiere contenente del succo di pompelmo: “Tieni, questo ti rinfrescherà.”, aggiunse porgendogli il bicchiere.
Bernardo posò il panama sull’ampio bracciolo del divano, prese il bicchiere e lo svuotò in un attimo, poi posò il bicchiere sul tavolino davanti a lui.
“Allora dimmi, come sono andate le ferie?”, gli chiese subito dopo.
Anselmo si sedette accanto a lui: “Non male… quest’anno ho allargato i miei orizzonti, ho scelto una valle ancora vergine!”, rispose compiaciuto.
“Una valle abitata solo da orsi e stambecchi, dove gli uomini vivono ancora nelle grotte?” ribatté ironicamente Bernardo.
Anselmo rise di gusto: “Non proprio!”,
Poi si fece serio: “Tornare dov’ero stato gli anni scorsi, dove oramai quasi tutti mi conoscono, avrebbe significato rispondere a mille domande… così ho cercato una valle isolata, poco frequentata dai turisti… perfetta per le mie esigenze.”.
“E quali sarebbero queste esigenze?”.
“La mia esigenza è una sola… andare a vivere lontano dai luoghi che hanno certificato i miei fallimenti… devo allontanarmi il più possibile dai ricordi, dai rimpianti, se non voglio impazzire.”, rispose, fissando con sguardo cupo la parete di fronte a lui.
“Ma di quali fallimenti stai parlando! Se parli di Giuliana, sono sicuro che se solo lo vorresti lei ti perdonerebbe… l’amore supera ogni ostacolo, Maria è stato solo un breve intermezzo… chiamiamola con il suo nome, una sbandata senile.”, s’infervorò Bernardo nel tentativo di convincere l’amico della bontà del suo discernere, ma la reazione non fu quella sperata.
“L’hai saputo da lei?”, gli chiese.
“Lei chi?”.
“Giuliana e chi se no?”.
“Ho visto una donna ferita, le hai fatto molto male… e a questo devi porre rimedio!”, insistette Bernardo, cercando di spingerlo a incontrala e a chiarirsi.
Anselmo scosse il capo: “In questo mese ho tanto camminato e tanto riflettuto… la nostra occasione l’abbiamo persa molti anni fa… ora è tardi!”.
“E dopo avere passato un mese a riflettere, hai deciso di ritirarti a vivere in montagna come un eremita!”, ribatté alzando il tono, nel vano tentativo di scuoterlo, ma non ricevendo segnali dall’apatico Anselmo, concluse chiedendogli: “Se proprio hai deciso di andare via da qui, tornatene perlomeno al lago, accanto ai tuoi figli e ai tuoi nipoti ritroverai la serenità perduta.”.
Sorrise amaramente Anselmo: “Quello è il luogo del mio fallimento totale… come uomo e come padre.”, concluse abbassando il capo.
“Cosa diavolo stai dicendo! Scusa ma non riesco a seguire il tuo folle ragionamento.”.
Anselmo lo guardò con affetto: “Sei rimasto l’unico amico con cui mi sento di confidarmi… è giusto che tu sappia.”, disse con tono grave, poi improvvisamente si tacque.
Bernardo attese con curiosità e apprensione che si esprimesse, la prima frase fu subito una pugnalata: “Mio figlio Domenico è morto… e mio figlio Emanuele non mi vuole più vedere!”.
L’attonito Bernardo, guardando l’amico non vide più l’uomo brillante e giovanile, ma un vecchio curvato dal dolore, e non ebbe il coraggio di chiedergli altro.
Un silenzio cupo e assordante calò fra loro, finché Anselmo non si decise a proseguire nel racconto del suo dramma: “… E’ per questo che devo cercare di allontanarmi da tutto e tutti, lo devo fare se voglio vivere… ho acquistato una baita isolata, andrò a vivere là, in mezzo a quei monti, in compagnia di me stesso non potrò più nuocere a nessuno… e forse ritroverò quel briciolo di serenità che serve per continuare a vivere.”, con queste parole, Anselmo concluse sconfortato la narrazione del suo dramma.
Bernardo comprese che ogni ulteriore tentativo di fargli cambiare idea, dopo quello che aveva appena udito sarebbe stato vano; quali parole avrebbe potuto usare per scardinare le porte del dramma in cui era racchiusa la mente di Anselmo, nessuna, è qualcosa di troppo grande per poterlo cancellare, si può solo cercare di convivervi, ma questo era compito arduo e spettava solo ad Anselmo provarci.
Abbracciandolo commosso prima di lasciarlo, gli chiese: “Quando hai deciso di partire?”.
“Domani mattina dovrò consegnare le chiavi di casa al notaio che stipulerà il rogito… subito dopo partirò!”.
“Allora non ci rivedremo più?”.
“Penso di no… però adesso niente commozione o addii struggenti, salutiamoci come facevamo da ragazzi, come se ci dovessimo rivedere domani, al: Caffè Centrale.”, lo rimbrottò Anselmo vedendo la commozione affiorare dal suo volto.
Bernardo tentò di accennare un sorriso, ma né uscì una smorfia.
“E sorridi, che domani ritroveremo gli amici, al: Caffè Centrale!”, esclamò allegro, trascinando al sorriso l’imbronciato amico.
“E per l’ennesima volta cercheremo di strappare un appuntamento all’irraggiungibile Giuliana!”, replicò prontamente Bernardo.
“E come sempre, regalandoci un sorriso coinvolgente, respingerà ogni nostra avances.”, concluse Anselmo.
“Già!”, esclamò Bernardo, con un atteggiamento riflessivo: “Accetterei i suoi due di picche per l’eternità, pur di rivivere certi momenti.”.
“Che fai! Adesso sei tu che mi cadi in paranoia? Non ho tempo per tirarti su il morale!”, lo rimbrottò bonariamente Anselmo.
“Non temere è stato solo un flash, per un attimo ho visto tutti noi fare gli stupidi attorno al banco del caffè, per strapparle un sorriso… ma ora è meglio che vada. Il mio cellulare ce l’hai, se sentirai il bisogno di confidarti con un amico… non ci pensare, fallo e basta, io ci sarò… sempre!”, concluse abbracciandolo, Bernardo.
“Grazie Bernardo, ti lascio il compito di ringraziare gli amici per le belle giornate che mi hanno saputo regalare.”, chiosò Anselmo.
Poi si salutarono definitivamente e, mentre Bernardo scendeva le scale, la voce di Anselmo lo raggiunse per l’ultima volta: “Quando vedrai Giuliana, dille che…”, improvvisamente si tacque.
“Che cosa devo dirle?”, gli chiese Bernardo fermandosi a metà scala e girando lo sguardo all’indietro.
“Nulla… non dirle nulla… non servirebbe!”, rispose Anselmo, prima di incamminarsi lungo il corridoio.
Bernardo rimase qualche attimo a guardare in cima alla scala, sperando che tornasse sui suoi passi, poi uscì definitivamente dalla casa e dalla vita di Anselmo.

Camminava con volto scuro e pensieroso lungo la piazza, quando udì il suo nome: “Bernardo!”, riconobbe subito la voce squillante di Giuliana che, in piedi fuori dal caffè, stava aspettando che uscisse.
“Ti avevo visto entrare, così ho aspettato che uscissi… come sta?”, gli chiese dopo che si erano seduti a un tavolino all’esterno del locale.
“Sta male Giuliana… molto male, soffre maledettamente per tutto quanto è successo.”.
“Doveva pensarci prima di mettersi a fare i giochetti erotici con Maria!”, replicò acida Giuliana.
“Non essere dura con lui.”.
“Non dovrei essere dura, dopo tutte le promesse che si è rimangiato, lo dovrei anche capire?”, proseguì con rabbia Giuliana.
“Giuliana, Giuliana… se solo sapessi il tormento di quell’uomo.”, la rimproverò Bernardo.
Giuliana sembrava non voler sentir ragione e ribatté con lo stesso tono acre: “Ognuno è responsabile del proprio tormento, si è preso gioco di me, e ora è giusto che paghi.”.
“Basta!”, esclamò Bernardo alzando il tono: “Smettila di infierire, non stai parlando del ragazzo che ti faceva il filo quando lavoravi dietro quel banco!”, aggiunse, indicando con il braccio teso l’ingresso del caffè.
E dopo una breve pausa, osservando lo sguardo stranito di Giuliana, abbassando il tono, concluse: “Ma di un padre che ha perso un figlio poco più di un mese fa.”.
Giuliana guardò la casa all’altro lato della piazza: “Dio mio… povero Anselmo… perché non me lo hai detto prima?”, gli chiese visibilmente sconvolta.
“Me l’ho ha appena detto, non ne sapevo niente nemmeno io. C’è dell’altro… suo figlio Emanuele, attribuisce la colpa della morte del fratello a lui, perché quel giorno stava tornando da casa sua, per questo motivo ha chiuso ogni rapporto, non lo vuole più vedere.”.
“E’ terribile… come può un figlio ripudiare un padre… ora che farà Anselmo?”, chiese ancora, tenendo lo sguardo fisso sulla casa di là dalla piazza.
“Ha venduto la casa, domani se ne andrà per sempre… ha preso una baita isolata in montagna… non ha voluto dirmi nemmeno dove: - Non chiedermelo, ho bisogno di restare solo per riflettere. -, mi ha detto, intuendo il mio pensiero prima che avessi il tempo di esprimerlo.”.
“Gli auguro di ritrovare la serenità perduta!”, chiosò commossa Giuliana.
Bernardo sbottò: “Solo questo sai dire… solo tu lo puoi fermare, corri da lui, digli che lo hai perdonato!”.
Giuliana scosse il capo sconsolata: “Non servirebbe… ho riflettuto a lungo dopo il nostro ultimo incontro, e finalmente ho capito; quello che veramente cercava era ricreare la situazione di molti anni prima, forse gli unici anni in cui fu veramente felice. Voleva riunire la compagnia dei ragazzi del: Caffè Centrale, rivivere quei giorni. Per questo nonostante le molte volte che avrebbe potuto farlo, non mi ha mai portato a letto. Io per lui dovevo essere la Giuliana di molti anni fa, bella e irraggiungibile, se avesse ceduto ai richiami dei sensi, avrebbe rovinato il quadro che stava creando nella sua mente. L’occasione per amarci, l’abbiamo avuta e non abbiamo saputo coglierla… non ieri o un mese fa, ma molto tempo fa, quando tutti noi eravamo molto più giovani.”.
Bernardo rifletté: “Usando altre parole, alla fine Anselmo ha espresso lo stesso concetto, solo ora, ascoltandoti, riesco a dare il giusto peso alle sue esternazioni.”.
“Allora capirai anche perché sia giusto che non interferisca nelle sue scelte, spetta a lui sconfiggere i fantasmi che albergano la sua mente, nessun altro ci riuscirebbe.”, concluse Giuliana alzandosi dalla sedia, richiamata all’interno del locale dal barista.
“Lui partirà domani… non lo vuoi salutare?”, la voce di Bernardo la inseguì fino all’interno.
Giuliana si girò, fece due passi, tornò all’esterno e rispose: “E’ meglio di no!”, sorrise amara e tornò all’interno del caffè.

Anselmo caricò le valige in macchina, uscì dal garage, attese che la porta basculante si chiudesse e, dopo un’ultima occhiata alla casa, lentamente si avviò.
Giuliana, seduta fuori dal caffè dall’altro lato della piazza, assistette immobile all’operazione, quando la macchina di Anselmo stava per sfilarle davanti, si alzò e portandosi al limite del marciapiede sorrise, alzando la mano nel cenno del saluto.
Anselmo girò lo sguardo verso di lei, ricambiò il sorriso, poi accelerò e sparì lungo la discesa. Giuliana sospirò: “Addio Anselmo, saremmo stati felici insieme, ora come tanti anni fa, ma il destino ha deciso in altro modo.”, poi tornò a sedersi.

Il destino scelse strade diverse per ognuno di loro, per Marcello e Marco fu quella della morte.

Bernardo proseguì la sua vita, tra alti e bassi, a casa della figlia, riunendosi con i superstiti della compagnia per una partita a carte, un paio d’ore al giorno al bar delle ACLI; cinque anni dopo, colpito da un ictus che lo portò a sfiorare la morte, rimase infermo, riusciva ancora a muoversi a fatica, solo con l’ausilio di una sedia a rotelle.
In quel frangente drammatico della sua esistenza, sua figlia respinse con forza il consiglio di ricoverarlo in un ospizio per lungodegenti: “E’ mio padre, ed io gli voglio bene… mi prenderò cura di lui finché avrò la forza di farlo!”, rispose orgogliosa al primario della clinica, fissando con occhi persi, carichi di nostalgia, l’anziano e malandato genitore mentre lo accarezzava amorevolmente dietro la nuca, prima di portarselo a casa spingendo con attenzione e delicatezza la sedia a rotelle.
Bernardo si commosse fino alle lacrime, prima di allora non aveva ancora ben compreso quanto amore nutriva per lui quella figlia, dal carattere duro e spigoloso che, tempo addietro, lo costrinse a fare i salti mortali, fino ad arrivare a vendere la propria casa per poterla aiutare economicamente in un momento di particolare difficoltà.

Di Giacomo si persero le tracce, le ultime notizie certe, lo davano imbarcato per il sud America, se non addirittura per l’Australia.

Giuliana due anni dopo, pur non amandolo, accettò la compagnia di Gustavo, il feeling per il tango, la classe e l’educazione dell’uomo, la convinsero a capitolare, subito dopo cedette la licenza del: Caffè Centrale, e assieme a lui si trasferì in riviera per vivere serenamente l’ultima parte della vita.

I nuovi, e giovani gestori del: Caffè Centrale, decisero di sostituire le obsolete vetrine di ferro stile: Liberty, che necessitavano di una profonda e costosa manutenzione, con delle più attuali vetrine dalle linee rigorose, in alluminio verniciato; sicuramente più pratiche, ampie e luminose, ma che finirono per togliere, l’ultima patina di vissuto allo storico locale.

Anselmo trascorreva le sue giornate camminando da solo su sentieri sempre più impervi, alla ricerca della pace interiore; con sole, pioggia o neve, ogni giorno usciva dal suo eremo, zaino in spalla, e si arrampicava su per i boschi di conifere, e poi ancora più in alto, dove regnava la nuda roccia.
Ogni giorno aspettava una telefonata, un segno dal figlio, che mai arrivò, e per vincere la disperazione camminava e s’inerpicava.
E camminando rifletteva sul destino cinico e baro che lo aveva defraudato, prima dell’amore della moglie, e in seguito di quello del figlio; lasciandogli, infine, come unico sentore di sentimento, l’odio che il figlio superstite nutriva nei suoi confronti.


E camminando vide la montagna vestirsi dei colori struggenti dell’autunno, poi del candido monocolore dell’inverno, che alcuni rallegra e altri intristisce, ma i colori gioiosi della primavera, non ebbe il tempo di vederli sbocciare.
Se né andò nel giorno che scavalca l’inverno.

Cosa mai pensasse di trovare, o avesse alfine trovato, su quei sentieri da capre, se lo chiesero i ragazzi del soccorso alpino che recuperarono il corpo in fondo a un dirupo, supino, con gli occhi sbarrati a guardare il cielo e una specie di sorriso dipinto sul volto stranamente sereno.
Forse scivolò, o forse si lasciò scivolare, l’indagine dei soccorritori non riuscì a chiarire il dubbio.


In quest’effimera vita
ch’anela alla morte
si lotta
dal primo vagito
all’ultimo rantolo
per esistere
… un attimo.
FINE



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