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lavoro pubblicato domenica 17 maggio 2015
ultima lettura venerdì 7 giugno 2019

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 21

di vecchiofrack. Letto 391 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO VENTUNO: TUTTO CROLLA Anselmo trascorse il resto della giornata, e buona parte della notte, a rimuginare sugli errori commessi, cercando una soluzione che gli permettesse di recuperare il rapporto con Giuliana.Il mattino seguente, seduto ...

CAPITOLO VENTUNO: TUTTO CROLLA
Anselmo trascorse il resto della giornata, e buona parte della notte, a rimuginare sugli errori commessi, cercando una soluzione che gli permettesse di recuperare il rapporto con Giuliana.
Il mattino seguente, seduto in cucina con il volto sfatto dalla stanchezza e lo sguardo perso dentro la tazza di the posata sul tavolo, rifletteva e malediceva la sua stupidità.
Il rumore della porta che si apriva lo distolse per un attimo dai suoi pensieri: “Giuliana!”, esclamò, mentre un lampo di gioia gli illuminava lo sguardo.
Corse verso la scala e, guardando in basso, la cupezza sostituì la gioia: “Maria… vieni avanti.”, disse con un tono deluso, tornando subito dopo sui suoi passi.
Maria, che vedendolo in cima alla scala si era arrestata un attimo, riprese a salire e lo raggiunse in cucina, scostò una sedia, si sedette di fronte a lui e rimase a osservarlo per qualche istante; poi, leggendo amarezza e delusione nei suoi occhi, esordì dicendo: “Aspettavi Giuliana.”.
“Ci ho sperato… sei stata al caffè?”.
“No… ho chiuso con quel lavoro.”.
“Ti ha licenziata?”.
“Mi sono licenziata da sola… questa mattina ero indecisa sul da farsi, ma come potevo affrontarla dopo quello che è successo appena ieri? Mi vergognavo come una ladra, così non mi sono presentata al lavoro.”.
“E ora che farai?”.
“Cercherò un altro lavoro… sono venuta per chiederti se posso ancora contare sul tuo?”.
Anselmo ci pensò un attimo, cercando il modo e le parole adatte per interrompere il rapporto, lavorativo e non: “Dopo quanto successo, credo sia meglio per entrambi non incontrarci per qualche tempo.”.
Maria si ammutolì, allora Anselmo prese da un cassetto il libretto degli assegni e una penna, tornò a sedersi e proseguì: “Non ti devi preoccupare, ti darò una buona uscita!”.
Compilò l’assegno, lo stacco dalla matrice e, consegnandolo a Maria, disse: “Ecco, è una somma pari a sei mesi di stipendio, dovrebbero bastare per il tempo necessario a trovare un nuovo lavoro… in caso contrario, fatti sentire.”.
Maria, guardando l’assegno che teneva ben teso fra le mani, rispose: “Grazie Anselmo, sei un uomo d’oro, se mi chiedessi di sposarti, direi subito di sì!”.
“Diresti sì all’assegno che guardi rapita, non all’amore… voglio darti un consiglio disinteressato; sei giovane e bella, trova un giovane come te, non importa che sia ricco l’importante è che ti ami, solo così potrai trovare la felicità.”.
Maria sorrise amara: “Facile dirlo per te… ma che né sai della mia vita? Della lotta quotidiana che ho dovuto affrontare, ogni giorno sin da quando sono nata, per portare a casa qualcosa da mettere sotto i denti. Sono cresciuta in mezzo alla miseria e alla fine l’unico aiuto per guadagnare da vivere, me lo offrì il mio aspetto fisico. Sono scappata dal mio paese per non sottomettermi più alle umiliazioni, fisiche e non solo, a cui ero costretta. Arrivando qui, promisi a me stessa che non avrei mai più usato il mio corpo come strumento di lavoro… ma la vita nel paese di Bengodi, dimostrandosi molto più complicata e difficile di quanto pensassi, mi costrinse a rimangiarmi tutte le promesse e i bei principi con cui avevo intrapreso quest’avventura.”, concluse, sinceramente contrita.
La toccante disamina della sua vita, non lasciò indifferente Anselmo: “Hai ragione, non sta certo a me giudicare il tuo comportamento, se hai avuto l’impressione che lo stessi facendo, ti chiedo scusa.”.
“Non hai niente di cui scusarti, sei l’uomo migliore che abbia mai incontrato… ti auguro di ricucire il tuo rapporto con Giuliana… dalla scenata di ieri, ho compreso quanto ti ama... questa non mi serve più, la lascio sul tavolo… ciao Anselmo!”, concluse con voce increspata posando la chiave di casa, prima di uscire definitivamente dalla vita di Anselmo.
“Addio Maria.”, sospirò lui, prima di tornare a immergesi nei suoi tristi pensieri.

Nei giorni seguenti Bernardo, vedendolo perennemente imbronciato, gli chiese conto del perché di tale atteggiamento: “Sono tre giorni che non mi sento tanto bene… passerà!”, rispose lui chiudendo sul nascere l’argomento.
Non era particolarmente orgoglioso del suo comportamento nei confronti sia di Giuliana che di Maria, si vergognava a tal punto da non riuscire a confidarsi con nessuno, nemmeno con suo figlio Domenico, nonostante lui chiamasse tutti i giorni per sincerarsi delle sue condizioni fisiche e psicologiche.
L’apprensione di Domenico, era dovuto al fatto che Giuliana, il giorno che uscì disperata dalla casa di Anselmo, lo avvertì immediatamente dell’accaduto, ma da bravo figlio qual era, Domenico si guardò bene dal mettere in difficoltà il padre, affrontando per primo l’argomento.
Al quinto giorno di sofferenza interiore, la tenuta psichica di Anselmo iniziò a vacillare, - non posso continuare così, mi sto distruggendo da solo… devo assolutamente vederla, parlarle. -, rifletteva, mentre nervosamente, con mani tremanti, abbottonava la camicia.
Guardò l’orologio, - quasi le dieci, a quest’ora dovrebbe essere al caffè. -, pensò, prendendo le chiavi di casa appoggiate sopra il comò.


Uscì, attraversò la piazza e, passando davanti alle vetrine del caffè, senza farsi notare lanciò una rapida occhiata all’interno, - non c’è! -, pensò deluso, serrando le labbra.
Lentamente fece un ampio giro della piazza e, cinque minuti dopo, passò nuovamente davanti alle vetrine, lanciò un'altra rapida occhiata, ma anche questa volta le sue speranze andarono deluse; ancora non si arrese, troppo forte il desiderio d’incontrarla, non avrebbe resistito un altro giorno senza poterle parlare.
Coprì per altre quattro volte il periplo della piazza e, finalmente la vide, seduta al solito tavolo intenta a leggere il giornale.
Tirò un lungo respiro, spinse la porta ed entrò, puntando deciso in direzione di lei.

Si arrestò in piedi davanti a lei senza fiatare e, con il cuore in tumulto, attese che alzasse lo sguardo dal giornale.
“Se devi consumare, vai al banco!”, rispose sprezzante Giuliana, alzando appena le ciglia.
“Sono venuto per parlare.”, rispose sommessamente Anselmo.
A quel punto Giuliana alzò lo sguardo: “Parlare? Non abbiamo più niente da dirci… puoi andare!”, replicò mantenendo un tono distaccato.
“Non me ne andrò, se prima non mi ascolterai.”.
“Fai quello che ti pare… me ne vado io!”, tagliò corto Giuliana accennando ad alzarsi.
“Se ti alzi, mi metto a urlare… vuoi che tutti gli avventori sentano quello che ho da dirti?”, replicò iniziando ad alzare il tono Anselmo.
Giuliana comprese che se voleva evitare una sceneggiata, avrebbe dovuto ascoltarlo: “Va bene, ti starò a sentire… a un patto però… che subito dopo uscirai dalla mia vita per sempre!”, fu la dura richiesta di Giuliana.
Conscio che in quei pochi minuti si sarebbe giocato il futuro, Anselmo tentennò un attimo prima di annuire.
“Ok! Siediti!”, ordinò perentoriamente Giuliana.
Anselmo obbedì prontamente all’ordine impartitogli da Giuliana, scostò la sedia davanti a lei e si sedette; un silenzio carico di tensione calò tra i due, mentre Anselmo cercava le parole giuste per iniziare la sua perorazione.
“Avevi così tanto da dire, e ora non riesci nemmeno a trovare le parole per iniziare!”, sbottò Giuliana, concludendo acida: “Sbrigati, non ho tempo da perdere!”.
Anselmo comprese che non avrebbe atteso oltre, e partì deciso arrivando subito al punto: “Giuliana, io ti amo… sono qui per pregarti di venire a vivere con me!”.
“Ah!”, esclamò stupita: “Così, all’improvviso… e di Maria, cosa né dovremmo fare… metterla a dormire in mezzo a noi?”, gli chiese sarcastica.
“Ti prego non infierire… Maria non lavora più da me.”.
“Questo non cancella quello che c’è stato fra di voi!”.
“Lo so… ho sbagliato alla grande… ma te lo giuro sulla testa dei miei figli, non c’è stato mai amore… solo sesso, attrazione fisica e nulla più.”, replicò contrito Anselmo.
“Mi ha fatto male sapere che te la intendevi con una più giovane e bella di me… e con queste parole me ne stai facendo ancora.”.
“Dichiarandoti il mio amore ti sto facendo del male… no, scusa ma proprio non riesco a capirti.”.
“Eppure è tutto così facile, mentre dici di amarmi, aggiungi d provare un’irrefrenabile attrazione fisica per lei… allora mi chiedo; cosa vuoi veramente, una compagna per la tua vecchiaia o una donna d’amare a tutto tondo. Io non cerco un uomo con cui divedere solitudine e problemi, io mi sento ancora in grado d’amare fisicamente, come quando ero una ragazza dell’età di Maria. Tu questo hai sempre dimostrato di non capirlo, quante volte dopo un primo timido approccio ti sei allontanato da me, rimandando tutto a quando saresti venuto a vivere in città? Ed io, stupida, a crederti ancora fino a pochi giorni fa, quando finalmente, Maria mi ha aperto gli occhi.”.
“Non è come credi, se ho continuamente rinviato ogni approccio sessuale, è stato perché volevo essere sicuro del mio amore, avrei tradito me stesso, oltre alla donna amata fin da ragazzo, se dopo aver fatto del sesso ti avessi lasciato.”.
“Con Maria non hai usato questa, finezza da galantuomo.”, puntualizzò con sarcasmo Giuliana
“E’ vero, con Maria sono stato un bastardo… perché non l’amavo.”, confermò Anselmo.
“Se lo fossi stato anche con me… adesso avrei qualcosa da ricordare, invece mi hai lasciato solo illusioni e amarezza.”, rispose con velata malinconia Giuliana.
“Ci resta ancora del tempo, dammi ancora una possibilità di riscatto… una sola, ti prego.”, ribatté implorante, sfiorandole le mani.
Giuliana le ritrasse velocemente e, tornando a un tono fermo e duro, rispose: “Non posso… vattene via! E, se come dici, mi ami veramente, non mettere mai più un piede dentro il caffè… vederti mi fa star male.”.
“Giuliana…”, iniziò con voce increspata Anselmo, prontamente interrotto con fermezza da lei: “Ora basta, volevi che ti ascoltassi e l’ho fatto! Ora vattene, non abbiamo più niente da dirci!”.
Anselmo rimase a guardarla attonito, lei si alzò e, prima di andarsene, chiosò, scura in volto: “E non mettere mai più piede dentro il caffè!”.
Anselmo rimase seduto con lo sguardo perso per altri cinque minuti, prima di realizzare che non sarebbe tornata sui suoi passi, poi si alzò e uscì dal caffè che aveva frequentato fin da ragazzo, deciso ad assecondare il desiderio di Giuliana, non entrandovi mai più.
Giuliana appena raggiunse il retro del locale, perse la sua fermezza, e si lasciò andare a un pianto dirotto.

Bernardo non riusciva a capire il perché del cambio d’umore repentino dell’amico, non sapendo più a chi rivolgersi, né chiese conto a Giuliana, ricevendo una secca e sgarbata risposta: “E lo vieni a chiedere a me… fattelo dire dal tuo grande amico!”, da lì comprese che ad angustiare l’amico era un problema di cuore, ma non potendo far nulla per aiutarlo, pensò bene di lasciare che la faccenda, con il tempo, si risolvesse da sola.

Sempre più preoccupato dalle telefonate, quasi ridotte a monosillabi del padre, Domenico ne parlò con Emanuele, naturalmente, sapendo che lo avrebbe fatto imbestialire, tralasciò la storiaccia con Maria, e lo informò che il giorno seguente sarebbe andato a verificare di persona come stavano realmente le cose.
Emanuele visto il periodo, si era alla fine di luglio e l’albergo brulicava di turisti, cercò di dissuaderlo, ma Domenico non volle sentir ragione, limitandosi a promettere che sarebbe rientrato in serata; poi, a scanso di ulteriori e non gradite sorprese, avvertì il padre del suo arrivo.

“Papà! Non stai bene?”, esclamò Domenico commosso, abbracciandolo.
“E’ solo un po’ di stanchezza.”, si giustificò Anselmo.
Domenico scosse il capo poco convinto, aveva sentito una stretta al cuore trovandosi davanti ad un uomo invecchiato di almeno cinque anni rispetto all’ultima volta che lo aveva incontrato, solo poche settimane prima; il volto teso incoronato da una barba incolta e le occhiaie tipiche di un frequentatore di notti insonni, non lo potevano certo tranquillizzare.
Passando accanto alla credenza Domenico strisciò una mano sopra al piano, strofinando le dita pensò, - polvere. -, e ne approfittò per chiedere al padre che lo osservava perplesso: “Devi dire alla cameriera di spolverare il piano della credenza.”.
“Sono quasi due settimane che si è licenziata.”, rispose Anselmo.
Era quello che voleva sentirsi dire, da quando Giuliana lo aveva informato della tresca del padre, non ci dormiva la notte, ogni giorno sperava di ricevere buone notizie ma Giuliana non si era fatta più sentire; nel momento che decise di tagliare i ponti con Anselmo, lo fece anche con il resto della famiglia.
Sollevato dalla buona notizia, iniziò a chiedersi come andasse il menage fra Anselmo e Giuliana, conscio del fatto che se glielo avesse chiesto lo avrebbe messo a disagio, perché sarebbe stato come ammettere di essere al corrente della tresca con Maria, usò un escamotage: “Che né dici di andare a prenderci un caffè?”.
“Ho già fatto colazione… se proprio lo desideri, te lo posso preparare.”, rispose prontamente Anselmo, riuscendo a controllare le sue emozioni.
“Preferisco prenderlo al bar, non perché il tuo faccia schifo, ma per salutare Giuliana.”, insistette Domenico.
Anselmo s’incupì: “E’ meglio che lo prenda qui il caffè.”.
“Papà… guardami negli occhi.”, replicò con tono grave Domenico, attese che il padre alzasse lo sguardo e proseguì: “C’è qualcosa che non va fra di voi?”.
“Abbiamo litigato… ma non ti devi preoccupare le passerà.”, rispose sforzandosi di sorridere.
“Vuoi che provi a parlarle io?”, chiese usando un tono delicato Domenico.
“Non ci pensare nemmeno, non sono mica un bambino, i miei problemi me li risolvo da solo.”, esclamò piccato, scattando come una molla.
“Va bene… va bene, non ti arrabbiare!”, rispose alzando le mani Domenico.
Anselmo si calmò e tornando a un tono pacato si sfogò: “Scusa ma è un periodaccio, niente sembra andare come dovrebbe… sono tornato per rinverdire vecchie amicizie, e tre di loro li ho già persi per strada, un altro è come sotto sequestro a casa della figlia che decide quando e come concedergli la libera uscita. E per completare il quadro, ora ci si è messa pure Giuliana con la sua stupida gelosia… beh, stupida forse no, ma per Dio alla nostra età bisogna saper anche perdonare! Forse ho sbagliato tutto, mi rode dirlo, ma temo che avesse ragione tuo fratello, sarei dovuto restare accanto alla mia famiglia, non inseguire le chimere d’irripetibili amicizie giovanili. La vita ha un solo senso di marcia, è impossibile tornare indietro.”, concluse deluso.
“Perché non torni a vivere con noi, Emanuele ti accoglierebbe a braccia aperte, e i tuoi nipoti sarebbero felici di riavere il loro nonno.”, buttò lì, senza troppa enfasi, Domenico.
Un moto di riso scappò dalle labbra di Anselmo, pensando ai nipotini: “Mi mancano quelle piccole pesti.”, sospirò.
“E allora? Cosa aspetti, metti in vendita la casa e torna a vivere con noi!”, esclamò con entusiasmo Domenico.
“Calma… non correre, non è una decisione facile… lasciami un po’ di tempo per pensarci, se le cose non miglioreranno entro l’estate, prenderò in considerazione un nuovo cambiamento di rotta.”.
Sfogarsi aveva fatto bene ad Anselmo, Domenico osservava soddisfatto il suo volto finalmente rilassato. “Accetterò con serenità la tua decisione, qualunque essa sia.”, chiosò stringendo le spalle del padre.
“E’ quasi mezzogiorno, che né dici di un buon pranzo all’agriturismo?”, buttò lì Anselmo.
“Mi hai tolto le parole di bocca… andiamo!”, esclamò Domenico.

Durante il pranzo affrontarono molti argomenti, riguardanti anche gli amici di Anselmo, stando però ben attenti, entrambi, a non nominare mai né Maria né Giuliana.
Il pranzo rasserenò gli animi a tal punto che, Domenico, per far durare più a lungo la gioia letta negli occhi del padre, decise di rimanere anche per la cena.
Alle dieci di sera Domenico salutò il padre e tornò verso casa, Anselmo salendo le scale, si rammentò di non aver raccomandato, com’era solito fare, prudenza nella guida, scese di corsa le scale, aprì la porta, ma ebbe solo il tempo di vedere la macchina allontanarsi.

Una strana sensazione, come se stesse per accadere qualcosa di estremamente grave, lo accompagnò per l’intera notte, facendolo dormire poco e male.

Alle sette di mattina, in compagnia di un forte mal di testa, era già in piedi davanti ai fornelli a scaldarsi una tazza di caffè, quando udì squillare il cellulare.
“Emanuele!”, esclamò sorpreso e, allo stesso tempo, spaventato dall’inaspettata telefonata, leggendo il nome sul display.
Portò il cellulare all’orecchio: “Emanuele è successo qualcosa?!”, quasi urlò con tono concitato.
“Calmati papà.”, rispose Emanuele cercando di non spaventarlo, mantenendo un tono il più possibile tranquillo.
Conosceva fin troppo bene il figlio, per non comprendere che quel tono fuori dalle sue corde nascondeva qualcosa; ci mise poco a collegare la telefonata con la strana sensazione che lo aveva accompagnato per l’intera notte: “Si tratta di Domenico!”, affermò sicuro.
Il silenzio insistente di Emanuele, equivalse a una risposta affermativa.
Improvvisamente mille pensieri affollarono la mente di Anselmo, sentendosi mancare raggiunse la prima sedia a portata di mano e, tenendo il cellulare incollato all’orecchio, si sedette.
“Papà! Sei ancora lì?!”, esclamò spaventato Emanuele, sentendolo ansimare dentro il telefono.
“Ci sono, ci sono… dimmi tutto.”, rispose rassegnato.
“Domenico è all’ospedale… ieri notte ha avuto un incidente.”, disse alla fine Anselmo.
“Perché non mi hai chiamato subito! E lui come sta?”, urlò piangendo Anselmo.
“So bene come avresti reagito se ti avessi chiamato nel cuore della notte, saresti saltato in macchina e corso fin qui a velocità folle, con il risultato di aggiungere disgrazia a disgrazia!”.
“Domenico è mio figlio, sarei corso immediatamente da lui… è un mio diritto!”, urlò con rabbia.
“Sono anch’io tuo figlio, ed è un mio diritto non mettere in pericolo la tua vita!”, rispose a tono Emanuele.
Anselmo si calmò: “Ok, hai ragione tu… ma ora posso sapere come sta Domenico.”.
“E’ in sala operatoria da più di tre ore… fatti coraggio papà… e gravissimo.”.
“Parto immediatamente, prima di mezzogiorno sarò lì!”, replicò deciso Anselmo.
“Ti prego papà… stai calmo… “, queste furono le ultime parole che riuscì a dire, prima di accorgersi che Anselmo aveva chiuso la comunicazione, allora spense il cellulare e tornò a sedersi accanto alla moglie di Domenico, in trepidante attesa che dalla sala operatoria uscisse qualcuno a portare loro notizie confortanti.

Dieci minuti dopo, Anselmo, con la faccia stravolta, era già lanciato, a bordo della sua potente berlina, sulle strade della provincia.
Quarantacinque minuti prima di mezzogiorno, camminava a passo svelto lungo il corridoio di chirurgia.
“Papà!”, esclamò sorpreso, alzandosi dalla sedia e facendosi incontro Emanuele.
“Devi aver guidato come un pazzo per essere già qui.”, lo rimproverò parandosi davanti.
“Lascia perdere… come sta Domenico!”, rispose Anselmo, scansandolo e continuando a camminare con passo deciso in direzione della nuora.
Emanuele lo affiancò: “Non sappiamo ancora nulla.”.
“Coraggio.”, esclamò con voce increspata, abbracciando la moglie di Domenico che alzandosi dalla sedia lo aveva accolto piangendo.
Dopo un’altra mezz’ora, un dottore uscì dalla sala operatoria, I tre seduti in attesa si alzarono all’unisono e con sguardo speranzoso attesero che si pronunciasse, il volto deluso del dottore e la difficoltà nell’esprimersi, erano di per sé una risposta, l’ultima speranza svanì quando, scuotendolo, abbassò il capo.
La moglie scivolò in un pianto dirotto, il dottore tentò di consolarla in qualche modo, abbracciandola, quasi sussurrò: “Si faccia coraggio.”.
Poi, battendo la mano sulla spalla, prima di Anselmo e poi di Emanuele, ripeté: “Coraggio.”, sospirò e tornò in sala operatoria.
Dopo un’ultima visita alla salma, Emanuele accompagnò a casa la moglie di Domenico, mentre Anselmo rimase lì, accanto al figlio, fino a quando gli inservienti delle pompe funebri lo sistemarono dentro la bara e la richiusero.
Lasciò l’ospedale solo a sera, riportando a casa, assieme a Emanuele, la salma di Domenico.

“Ogni volta che tornava a casa, gli raccomandavo di andare piano… ieri sera me ne sono scordato… forse era un segno del destino, e questo mi fa sentire in colpa.”, diceva Anselmo trattenendo a stento le lacrime, mentre, seduto in macchina assieme a Emanuele, seguiva il carro funebre.
“Non ti devi sentire in colpa per questo… ma per qualcos’altro sì!”, ribatté duramente Emanuele.
Anselmo lo guardò basito: “Ma di cosa stai parlando?”, chiese, con lo sconcerto dipinto sul volto.
“E’ solo colpa tua! Se mi avessi dato retta e saresti rimasto con la tua famiglia, lui ora sarebbe ancora vivo.”, rispose, dando libero sfogo alla tensione accumulata durante l’intera giornata.
“Tu vaneggi… sarebbe potuto succedere in qualunque momento!”, lo rimbrottò Anselmo.
“Però è successo tornando da casa tua!”, esclamò fissando il padre con occhi carichi di rabbia, poi abbassando il tono concluse: “Non potrò mai perdonartelo papà.”.
Anselmo non riuscì a trattenersi e, piangendo replicò: “Ho appena perso un figlio, e l’altro mi sta dicendo che mi odia… cosa ho fatto per meritarmi questo?”.
“Sfogati, ti farà bene… tu puoi ancora farlo, ma lui… lui non potrà più abbracciare i suoi bambini… io non ti odio, non ancora, ma la rabbia è tanta, troppa, e in futuro se non riuscirò a farmene una ragione, potrebbe anche trasformarsi in odio.”.
Anselmo si ammutolì, mai avrebbe pensato di sentire quelle parole cariche di acredine uscire dalla bocca di suo figlio, un cupo silenzio calò all’interno dell’abitacolo e proseguì fino a quando, giunti a casa di Domenico, scesero per accompagnare la bara all’interno.

Vegliarono la bara fino a notte, poi la moglie di Emanuele avvicinandosi ad Anselmo, piegato dal dolore accanto alla bara, sussurrò: “Sono andati via tutti, ho preparato la camera degli ospiti, vada a riposarsi… io e d Emanuele sistemiamo i fiori, poi la seguiremo.”.
“Ti ringrazio, ma preferisco dormire in albergo!”, rispose.
E come avrebbe potuto accettare l’invito di stare sotto lo stesso tetto con chi, poco prima, aveva adombrato di poterlo perfino odiare per quella morte di cui lo riteneva, a torto, responsabile; troppo forte l’accusa per potergli passare sopra come se nulla fosse accaduto.
Emanuele non intervenne, conoscendo bene il padre sapeva che sarebbe stato inutile insistere; e poi, anche per lui era la soluzione migliore, la vicinanza invece che unirli avrebbe finito per creare ulteriori attriti.

Fu una notte lunga e difficile, una prova durissima per Anselmo che, oltre al dolore per la perdita di un figlio, dovette pure riflettere sulle presunte colpe di cui l’altro gli faceva carico.

Dopo il funerale, Anselmo rimase solo a guardare il ritratto del figlio accanto a quello della moglie: “Aspettavi me… è arrivato lui… è giusto tutto questo?”, disse piangendo, accarezzando prima il ritratto della moglie e di seguito quello del figlio.
Lasciò il cimitero e tornò all’hotel, entrò nell’ufficio di Emanuele piantandosi davanti a lui: “Io torno a casa… c’è qualcosa che mi devi dire?”, gli chiese con sguardo scuro e tono fermo, invitandolo, di fatto, a scusarsi.
Emanuele lo guardò con noncuranza: “Buon viaggio!”, esclamò con amara ironia.
“E’ no! Non puoi trattarmi come se fossi il primo che passa per strada… sono tuo padre, e non lascerò quest’ufficio se prima non ci saremo chiariti!”, replicò alterandosi Anselmo, sedendosi davanti a lui.
Per tutta risposta, Emanuele si alzò dalla poltrona e, fissandolo con occhi fiammeggianti, piantando i pugni sulla scrivania, ribatté con astio: “Resta quanto ti pare, e se proprio desideri chiarirti, fallo da solo… io ho da fare; oltre a un albergo da mandare avanti, devo passare dal commercialista, dal notaio e infine al comando di polizia per firmare una montagna di scartoffie… di tutto questo trambusto, in aggiunta al dolore che morde l’animo, devo ringraziare unicamente te! Resta pure seduto papà… resta e rifletti sul male che hai procurato alla tua famiglia, agendo e pensando solo a te stesso!”, poi lasciò l’ufficio, e lo sguardo smarrito del padre, senza aggiungere altro.
Anselmo comprese che quel figlio dal carattere troppo forte non si sarebbe mai piegato, lesse, forse sbagliando, l’odio nei suoi occhi, e con il cuore affranto lasciò l’ufficio, l’hotel e il lago, ripromettendosi che ci sarebbe tornato solo il giorno in cui suo figlio si fosse scusato.

CONTINUA...


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