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lavoro pubblicato domenica 17 maggio 2015
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 20

di vecchiofrack. Letto 417 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO VENTI: IL CREPUSCOLO DELLE ILLUSIONIUn caldo prepotente, umido e asfissiante, spinse via la primavera.Già dalla prima settimana l’estate prometteva di farsi insopportabile, in modo particolare per chi viveva nella bassa pianura so...

CAPITOLO VENTI: IL CREPUSCOLO DELLE ILLUSIONI

Un caldo prepotente, umido e asfissiante, spinse via la primavera.
Già dalla prima settimana l’estate prometteva di farsi insopportabile, in modo particolare per chi viveva nella bassa pianura soffocata dall’afa.
Sudava Anselmo camminando sui cubetti di porfido della piazza, bollente già dal primo mattino, dirigendosi al bar delle ACLI.
Mentre transitava davanti alla basilica, vide un trafelato Bernardo farsi incontro.
Non ebbe neppure il tempo di chiedergli, dove fosse diretto così di fretta, perché Bernardo, ancora prima di arrestarsi davanti a lui, ansimando lo anticipò: “Vai a prendere la macchina, dobbiamo andare all’ospedale!”.
“All’ospedale?!”, esclamò spaventato Anselmo.
“TI spiego, intanto che camminiamo.”, rispose Bernardo, indicando con l’indice la direzione opposta dalla quale era giunto Anselmo.
“Stavo leggendo il giornale seduto al bar, quando mi è squillato il cellulare. Ho guardato il display, ma quel numero non l’avevo in rubrica. Quando, portando il cellulare all’orecchio, ho ascoltato le prime parole, mi è preso un colpo: - Sono il primario del reparto di oncologia. -, così esordì, deciso e sbrigativo. Cosa diavolo vorrà mai da me, mi chiesi, e prima che avessi il tempo di chiedergliene conto, fu lui a chiedermi se conoscessi Marco. Alla mia risposta affermativa, mi relazionò sull’intera faccenda. Ieri sera, rientrando a casa, Marco si è sentito male sulle scale di casa, non riusciva a respirare, il suo vicino di casa uscendo lo sentì rantolare, guardò lungo la rampa di scale e lo vide, cianotico, con il terrore negli occhi e la bocca spalancata a cercare aria…”.
“E’ morto?!”, gli chiese, interrompendolo, Anselmo.
“No, il suo vicino caricandoselo sulle spalle lo portò fino al parcheggio, lo mise in macchina e lo portò all’ospedale, ora sembra che si sia ripreso.”, concluse Bernardo, mentre Anselmo premeva sul telecomando per aprire il garage.
“Quello che non mi spiego, è perché il primario ha chiamato te, e da chi ha avuto il tuo numero di cellulare.”, si chiese Anselmo, mente guidava in direzione dell’ospedale.
“Marco aveva il cellulare in tasca, dopo aver aspettato inutilmente fino a questa mattina che si presentasse qualche parente, il medico di turno l’ha consegnato al primario, lui ha aperto la rubrica, e il primo nome della sua sparuta lista era il mio. Vista la gravità della situazione doveva parlare urgentemente con un suo familiare, mi chiese se potevo contattare qualche parente stretto, lo informai che Marco era solo al mondo, che era un mio grande amico e avrebbe potuto dire a me. Al momento tentennò, ma poco dopo mi disse che mi avrebbe aspettato nel suo studio. Gli chiesi se potevo portare con me un altro suo grande amico, e lui disse di sì. Stavo venendoti ha chiamare, poi ti ho incontrato in piazza.”, spiegò Bernardo.
Giunti all’ospedale salirono fino al reparto oncologico, chiesero del primario, un’infermiera indicò il suo studio; dopo essersi annunciati, entrarono, il luminare li invitò ad accomodarsi, poi spiegò loro, usando termini tecnici poco comprensibili a chi non fosse del ramo, la gravità della situazione.

“In parole povere, ci sta dicendo che è giunto al capolinea!”, sbottò innervosendosi Bernardo.
Abituato alle reazioni, spesso scomposte, dei familiari quando doveva comunicare loro l’infausta prognosi, il primario non si alterò: “Purtroppo è così… mi spiace.”, rispose pacatamente.
“Era convinto di aver trovato il modo per ingannare la morte… povero Marco.”, disse fra se Anselmo.
“L’ha raccontato anche a voi.”, ribatté, accennando un compassionevole sorriso, il primario.
“Perché, anche a lei?”, chiese Bernardo.
“L’ho in cura da tre anni, due anni fa, davanti al mio stupore per la sua eccezionale resistenza, mi spiegò perché era ancora vivo. Naturalmente io non ci ho mai creduto, ma la sua caparbia convinzione di essere nel giusto gli ha allungato la vita, di un paio d’anni almeno.”, rispose, mostrandosi stupefatto per quello che, con la sola forza interiore, era riuscito a fare Marco.
“Quanto gli resta?”, chiese, mostrando nello sguardo e nel tono di temere il verdetto, Anselmo.
“E’ questione di giorni… forse anche di ore.”, rispose il primario, poi, osservando gli sguardi smarriti dei due amici, aggiunse: “Non mi stupirebbe essere contraddetto dai fatti… il vostro amico l’ha già fatto in passato. Poco fa sono passato da lui, la convinzione che l’ha assistito nella sua lunga battaglia, non l’ha ancora abbandonato.”.
“Lo possiamo vedere?”, chiese Bernardo.
“Andate pure… ultima camera a destra, in fondo al corridoio.”, chiosò il primario salutandoli.

“Vai avanti tu.”, sussurrò Anselmo, indicando la porta.
Bernardo, non rispose, abbassò il capo ed entrò, seguito da Anselmo.
Nella camera c’erano due letti, sul primo giaceva Marco, mentre l’altro era vuoto.
Provarono una stretta al cuore vedendo i tubicini dell’ossigeno uscire dalle narici dell’amico, il volto scarnito e gli occhi chiusi fecero il resto.
“Respira?”, sussurrò Anselmo all’orecchio di Bernardo.
“Sembra di sì.”, rispose lui con un filo di voce.
Le voci amiche, appena sussurrate, giunsero all’orecchio di Marco; schiuse gli occhi e, alzando a fatica un braccio, li invitò ad avvicinarsi.
“Vi avevo detto di stare lontano dai luoghi di morte, se volete vivere a lungo… ma voi, avete voluto fare di testa vostra.”, disse, non senza fatica, Marco.
I due si guardarono basiti, cercando, uno nello sguardo dell’altro, un modo, una pietosa bugia per replicare.
“Siamo venuti perché sappiamo che tu non puoi morire.”, rispose alla fine Bernardo, il più lesto a trovare le parole giuste.
Marco scosse il capo: “Infatti, non sto parlando di me…”.
Alzando nuovamente il braccio, indicò il letto accanto: “Questa mattina, all’alba… lì è morto uno… l’aria di morte aleggia ancora in questa camera… non sentite la sua presenza?”.
I due si guardarono nuovamente, questa volta, non trovando nessuno dei due le parole per ribattere, rimasero a guardare l’amico in silenzio.
Marco recuperò un po’ di forze, poi riprese il suo argomentare: “C’è un problema… se resterò un altro giorno in questa camera dove aleggia la morte, finirò per indebolire irreparabilmente le mie difese… dovete farmi uscire da qui.”.
“Non lo possiamo fare, il primario non lo permetterebbe… mi spiace.”, rispose costernato Bernardo.
Marco riprese ancora fiato, poi replicò: “Va bene… allora dite al primario di togliere quel letto da qui e di bruciarlo… solo così la camera tornerà pura.”.
Anselmo lesse lo sconcerto sulle labbra di Bernardo: “E’ impazzito.”, diceva il labiale.
“No è solo impaurito.”, rispose Anselmo, usando lo stesso metodo.
Poi virarono gli sguardi sul volto di Marco, aveva chiuso gli occhi e respirava a fatica, spaventati, allertarono l’infermiera che li rassicurò: “Si è addormentato, lasciatelo riposare.”.
“Andiamo!”, disse Bernardo, poi si rivolse all’infermiera: “Torneremo questa sera.”, lei annuì e li accompagnò con lo sguardo fuori dalla camera.

Un’atmosfera cupa aleggiava nell’abitacolo, in silenzio, persi nei loro pensieri rivolti all’amico morente, tornavano mestamente verso il centro; sorpreso dall’accenno di riso sfuggito dalle labbra di Bernardo, Anselmo ne chiese conto.
“Stavo pensando con quale ferrea certezza, nonostante le sue condizioni, propugni ancora la sua teoria… se riesce a sfangarla anche questa volta, giuro che ci crederò anch’io!”, spiegò Bernardo, guardando lontano.
Anselmo sorrise amaro: “Io l’ho già fatto!”, esclamò.
“Fatto, cosa?”, gli chiese Bernardo, virando con lo sguardo su di lui.
“Io ci ho creduto dal primo momento… mi raccontò tutto mentre mi stavo recando al cimitero a far visita ala tomba dei miei genitori. Fu così convincente che girai la macchina e tornai a casa senza mettere piede nel cimitero. E’ passato più di un anno da quel giorno; un’unica volta ho trasgredito, ma non potevo lasciare il lago senza porgere un ultimo saluto a mia moglie prima di traslocare definitivamente.”, rispose Anselmo.
“E ora, ci credi ancora?”.
“Ora, come te, resto in attesa degli eventi!”, concluse sospirando Anselmo, arrestando la macchina davanti alla porta del garage e, mentre si apriva, gli chiese: “Oggi avrei dovuto pranzare alle ACLI con Marco… non mi va di mangiare da solo, mi fai compagnia?”.
Bernardo scosse il capo sconsolato: “Resterei volentieri… ma poi chi la sente mia figlia.”.
“A questo punto sei ridotto, dopo quello che hai fatto per lei!”, lo rimbrottò deluso Anselmo.
Bernardo aprì la portiera: “Che ci vuoi fare… i figli vengono prima di tutto!”.
Scese e, prima di richiudere la portiera, abbassandosi, concluse: “Ti aspetto questa sera alle sei alle ACLI, ciao Anselmo.”.

Anselmo, dopo aver parcheggiato nel garage, salì le scale ed entrò in casa; Maria gli si fece incontro con sguardo invitante: “Ciao Anselmo…”, esordì allegra, cercando un contatto fisico.
“Lascia perdere Maria… oggi non è giornata!”, la interruppe tirandosi indietro.
“Hai uno sguardo da paura, stai bene?”, gli chiese mostrandosi preoccupata.
“Sto bene… sto bene! Poi ti spiego, ora se mi vuoi scusare…”, rispose andando a sedersi sul divano.
La risposta la tranquillizzò, ma allo stesso tempo aumentò la curiosità di sapere cosa diavolo fosse accaduto di tanto grave, ma per non irritare la sua: gallina dalle uova d’oro, decise di soprassedere e tornò alle faccende di casa.
Ma quando Anselmo prese il cellulare e chiamò Giuliana, la curiosità tornò prepotente a insidiare la mente di Maria, avvicinandosi al salotto, fingendo di spolverare la consolle alle sue spalle, allungò l’orecchio e rimase ad ascoltare.
“Ciao Giuliana!”, disse Anselmo e, dopo che lei gli chiese conto della chiamata, proseguì: “Hanno ricoverato Marco… sta male… no, questa volta non ce la farà!”.
Dopo una breve conversazione, Anselmo venne al punto: “Oggi avrei dovuto pranzare con lui, non mi va di farlo da solo… ti va di pranzare all’agriturismo?”.
Giuliana rispose che lo avrebbe gradito, ma che, purtroppo, aveva già un altro impegno: “Non ti preoccupare sarà per un’altra volta… ciao Giuliana!”, concluse Anselmo, poi spense il cellulare e lo mise in tasca.
Maria attese qualche istante, prima di autoinvitarsi: “Senti Anselmo, senza volerlo ho ascoltato la vostra conversazione, io non ho nessun impegno, se ti fa piacere, potrei pranzare con te.”.
Quello che desiderava da lei, ultimamente sempre più raramente, non era certo invitarla a pranzo e, senza troppi giri di parole, glielo disse: “Ti ringrazio ma ho deciso di mangiare a casa, da solo!”.
“Come vuoi tu.”, rispose mostrandosi offesa per lo smacco subito; gli bruciava, non tanto vedere il suo invito cassato, ma essere considerata meno di una donna, secondo lei, anziana e poco attraente.
Passandogli davanti con un muso lungo che era tutto un programma, senza degnarlo né di uno sguardo né di una parola, si recò in cucina; un atteggiamento che non colpì particolarmente Anselmo, immerso nei suoi tristi pensieri non ci fece nemmeno caso, anzi, pochi minuti dopo, senza nemmeno salutarla uscì da casa.
Solo allora Maria diede sfogo al suo nervosismo, sbattendo con forza le posate nel lavello, - ma chi credi di essere per trattarmi così, pensi di possedere un fascino irresistibile, ma non sei altro che un vecchio triste e solo, sono i tuoi soldi, i tuoi regali che ti rendono interessante. -, pensava mentre sciacquava nervosamente le posate.

La sera, dopo essere passato al bar delle ACLI, insieme a Bernardo si recò all’ospedale.
L’infermiera del reparto li fermò nel corridoio: “Il vostro amico non è più in reparto.”, disse, usando un tono mesto.
“E’ morto!”, esclamò Bernardo.
L’infermiera confermò: “La salma si trova nella camera mortuaria.”.
Bastò uno sguardo ad Anselmo, per trovarsi in sintonia con Bernardo.
“Andiamo!”, esclamò Bernardo.
“La bara non è stata chiusa, potete ancora vederlo.”, disse l’infermiera pensando di fare loro cosa gradita.
“No, l’abbiamo visto questa mattina, vivo, e questo ci basta!”, rispose Bernardo, prima di salutarla e allontanarsi assieme al suo amico.

Anselmo passò il resto della sera al: Caffè Centrale, insieme a Giuliana ricordò i bei momenti di molti anni prima quando lei, da dietro il banco, invidiava quei giovani allegri e senza problemi, mentre loro si struggevano per strappargli, se non un appuntamento, almeno un sorriso che avrebbero interpretato come un invito a riprovarci.
Rimase al caffè fino all’orario di chiusura, poi salutò Giuliana e, mestamente, attraversò la piazza e tornò a casa; passò una notte insonne, ricordando l’amico Marco, con il quale, in compagnia degli altri amici, sperava di rinverdire un tempo oramai fuggito; e il ricordo si allargò a Giacomo che era scappato lontano e a Marcello che se n’era andato ancora prima che potesse iniziare la nuova avventura.
E la costernazione, per l’inutilità dell’impegno profuso per ricreare il suo piccolo mondo perfetto, lo accompagnò fino all’alba.

Il funerale ebbe luogo due giorni dopo, di buon mattino per evitare il caldo soffocante.
Aprivano lo sparuto corteo funebre gli amici di sempre ancora in vita, il solo fuggiasco Giacomo mancava all’appello, in mezzo a loro una sola donna, colei alla quale tutti avevano un tempo, chi più chi meno, ambito, Giuliana.
Dietro di loro, compunti e sinceramente addolorati, un drappello di extracomunitari, i vicini di casa con cui tanto aveva litigato, ma anche molto legato Marco; poi, pochi altri conoscenti che seguivano il feretro più per dovere civico che per testimoniare il loro affetto, questi ultimi seguirono il corteo fino in chiesa parlando del più e del meno, facendosi gli affari loro, senza nessun ritegno o forma di rispetto nei confronti del defunto e, subito dopo la funzione, si dispersero nella piazza.
Quando il corteo funebre, sotto un sole fattosi nel frattempo cocente, giunse al cimitero, solo dodici persone, oltre all’officiante e ai dipendenti delle pompe funebri, seguiva il feretro.
Dopo aver tumulato la salma, ognuno dei presenti, disperdendosi nei vialetti che s’intersecavano fra le tombe, andò a portare un saluto ai propri cari.
Così fece anche Anselmo che, liberatosi dall’anatema di Marco, finalmente poté pregare sulla tomba dei suoi cari.

Furono giorni tristi quelli che seguirono, Una profonda apatia aveva colpito Anselmo, non riusciva a scuoterlo dal suo torpore né le grazie che Maria esponeva generosamente alla sua vista, né la vicinanza di Giuliana e dei vecchi amici.
Preoccupatissima, non riuscendo a risollevare il morale dell’amico, Giuliana pensò bene di informare il figlio Domenico.
“Lunedì dovrei farcela a venire… ma tu non dire niente a mio padre, gli farò una sorpresa.”, le disse Domenico, dopo che Giuliana gli aveva esposto la situazione.

Anche Maria, seppur per motivi diametralmente opposti, era preoccupata, così quel lunedì cercò di risollevargli il morale a modo suo.
Portando, oltre alla borsa, una busta di una nota marca di calzature alla moda, arrivò a casa di Anselmo mezz’ora prima del solito, si recò in lavanderia e iniziò a spogliarsi, completamente nuda davanti allo specchio, riunì i capelli dietro la nuca, poi trasse dalla borsetta la trousse dei trucchi, impiegò una decina di minuti ad abbellire guance occhi, e terminò rivestendo le labbra carnose di un rosso vermiglio che da solo era tutto un programma.
Indossò il camice lasciandolo sbottonato nella parte superiore fin quasi al centro dello sterno e, dopo essersi guardata allo specchio, esagerando, sbottonò anche la parte inferiore fin quasi all’inguine.
Finalmente soddisfatta, completò il tutto calzando le scarpe nere lucide dal tacco infinito che si era portata da casa, rappresentavano l’ultimo regalo che, prima di entrare in crisi, le fece Anselmo; così conciata salì al piano superiore.

Anselmo era ancora a letto, apatico con lo sguardo perso nel vuoto, lei entrò e si fermò, ritta, davanti al letto.
Il rapido sguardo privo di emozione con il quale Anselmo la gratificò, la ferì profondamente, qualsiasi altra donna di fronte a un tale affronto avrebbe girato i tacchi e se ne sarebbe andata maledicendolo, non Maria, abituata fin da piccola a lottare per ottenere ogni singola cosa, anche la più insignificante.
Al momento, non le riuscì di nascondere una smorfia di disappunto, ma subito dopo, addolcendo lo sguardo, posò un piede sopra al letto; il camice aprendosi mostrò un interno coscia da urlo, a quel punto, Anselmo avrebbe dovuto essere di sasso per non lanciare un’occhiata laggiù.
“Come mi stanno… sono quelle che mi hai regalato il mese scorso, è la prima volta che le metto.”, disse, ruotando il piede sulla punta della scarpa.
Anselmo, facendo forza con le braccia si appoggiò alla spalliera del letto e continuò a guardare un po’ più su delle scarpe, senza rispondere.
Allora Maria tolse il piede dal letto, sbottonò completamente il camice, lo lasciò cadere a terra e, girandosi mostrò le terga ad Anselmo: “Non ti sembra che diano uno slancio favoloso alla gamba?”, gli chiese girando la testa all’indietro.
“Favoloso!”, esclamò Anselmo, finalmente reattivo.
Il sorriso malizioso e soddisfatto di Maria accompagnò un’antica e sempre nuova massima, - devo battere il ferro fintanto che è caldo. -, inarcando la schiena spinse in fuori i glutei e gli chiese ancora: “Hai mai fatto caso a come il tacco riesce a valorizzare il fondoschiena?”.
“Il tuo fondoschiena era già perfetto, ti posso assicurare che non aveva bisogno di orpelli per valorizzarsi.”, rispose Anselmo, buttando le lenzuola di lato: “Vieni qua!”, concluse indicando la parte di letto alla sua destra.
L’amplesso ottenne l’effetto sperato, Anselmo in quei frangenti liberò la mente da tutto il resto; alla fine, nudo ed esausto sentì un brivido di freddo, allora s’infilò sotto le coperte, mentre Maria si alzò dal letto, prese il camice da terra e lo indossò.
Prima di abbottonarlo infilò le scarpe e mostrandole nuovamente ad Anselmo gli chiese: “Non mi hai ancora detto se ti piacciono?”.
Anselmo le guardò appena, lo sguardo attratto dal camice aperto scivolò dov’era d’uso andare in certe situazioni: “Se te le ho regalate, è perché mi sono piaciute.”, rispose, in realtà non le aveva mai viste prima dall’ora, lui si limitava a fornire il denaro a Maria, era lei che andava a comprarsi quelli che entrambi, per una sorta di repulsione, si rifiutavano di chiamare con il loro vero nome: pagamento di una prestazione sessuale o, più prosaicamente: marchetta!
“Ti sono piaciute? E quando le hai viste, è la prima volta che le metto!”, ribatté piccata Maria.
“Quando ti ho dato il denaro, mi hai spigato com’erano.” rispose prontamente Anselmo.
Maria ci pensò un attimo: “Non mi pare di avertene parlato… sei sicuro?”, insistette dubbiosa.
Anselmo sbuffò: “Certo che sono sicuro!”.
Poi stufo di rispondere a domande inutili, ribaltò la discussione, facendo lui una domanda: “Se ti piacciono così tanto, perché prima d’ora non le hai mai indossate?”.
Era lì che l’astuta Maria voleva portarlo e, prontamente, rispose: “Perché mi manca il vestito adatto per portarle… proprio ieri ho visto in una vetrina un miniabito che farebbe al caso mio.”.
Anselmo non faticò a comprendere il senso di quella risposta: “E quanto costerebbe quel favoloso miniabito?”, le chiese, per farla breve.
“Trecento euro!”, esclamò con noncuranza lei.
“Ah! Non poco.”.
“Ti assicuro che non è molto, se me lo vendessi indosso, sono sicura che saresti d’accordo con me.”, ribatté usando un tono quasi implorante, per concludere in bellezza, intristendosi, con una battuta a effetto: “Vorrei che, almeno per una volta, mi accompagnassi in boutique a provare il vestito, piacerebbe anche a me, fare come le altre signore, sfilare davanti al mio uomo e ascoltare un suo parere.”.
“Non se ne parla, mi prenderebbero per tuo padre!”, esclamò deciso Anselmo.
“Ma cosa dici! Io sarei fiera di presentarti come il mio uomo…”.
A quel punto Anselmo ne ebbe abbastanza e, senza farle terminare la frase, mise fine alla discussione: “Va bene, ti darò trecento euro, prenditi questo benedetto vestito e facciamola finita!”.
Fingendosi contrita, Maria abbassò il capo e, prima di uscire, concluse: “Come desideri.”.
Uscì dalla camera e, con un sorrisetto malizioso, mentre si abbottonava il camice si diresse verso la scala, per andare in lavanderia a cambiarsi le scarpe.

“Aaaahhhh!”, urlò appoggiandosi alla parete, trovandosi davanti Domenico che saliva le scale.
Domenico la guardò attonito, aveva il camice ancora mezzo sbottonato, stava per dire qualcosa, quando giunse dalla camera la voce di suo padre: “Che cosa è successo!”.
“C’è qui suo figlio!”, rispose Maria.
“Come fa a conoscermi, non ricordo di averla mai incontrata prima d’ora?”, le chiese, sospettando qualcosa Domenico.
“Sono la donna delle pulizie, ho visto la sua fotografia nella camera di suo padre.”, rispose Maria, poi leggendo il dubbio nel suo sguardo concluse: “Mi scusi, devo andare in lavanderia.”, e, abbassando il capo, passandogli accanto scese le scale.
Nel frattempo Anselmo ebbe il tempo d’indossare pigiama, giacca da camera e di arrivare in corridoio: “Domenico che sorpresa!”, esclamò abbracciandolo.
“Chi è quella?”, gli chiese mostrandosi perplesso Domenico.
“La donna delle pulizie!”, rispose, comprendendo di essere stato poco convincente aggiunse: “L’ha mandata Giuliana, presta servizio anche da lei.”.
“Vestita in quel modo?”, ribatté ancora meno convinto Domenico.
“Che cosa volevi che indossasse un abito da sera… il camice mi sembra l’indumento più adatto per fare le pulizie.”, replicò con una battuta Anselmo, nel tentativo di alleggerire il clima di sospetto aleggiante nell’aria.
Ma di sorridere Domenico proprio non ne aveva voglia: “Per il camice sono d’accordo, ma il trucco pesante e ancor più le scarpe con tacco da vertigine, proprio non ce li vedo indosso a una donna delle pulizie.”.
Anselmo in palese difficoltà davanti alle puntualizzazioni del figlio, sbuffò: “Che cosa vuoi che ti dica, al giorno d’oggi anche le cameriere vestono alla moda… a me interessa che sappia fare bene il suo lavoro; poi, se si dovesse presentare anche vestita da palombaro, sinceramente non me né potrebbe fregare di meno!”.
Domenico stava per ribattere, ma Anselmo trascinandolo per un braccio, proseguì: “Ora basta parlare della cameriera, andiamo in cucina, ti preparò un caffè… perché non mi hai avvertito del tuo arrivo?”.
Conversarono per un’ora buona, poi uscirono a pranzo, quindi dopo una puntata al caffè, dove non incontrarono Giuliana, si salutarono; Anselmo fece le solite raccomandazioni, lo guardò partire e se ne tornò a casa.

La visione di quella donna, discinta, incontrata a casa di suo padre continuava a turbare i pensieri di Domenico, così dopo aver salutato suo padre, invece di tornare verso casa, appena lasciata la piazza arrestò la macchina e chiamò Giuliana chiedendole se poteva incontrarla in privato.
Preoccupata dall’atteggiamento misterioso di Domenico, accettò d’incontrarlo immediatamente a casa sua, dicendogli di parcheggiare la macchina nella via dietro al caffè, in modo che Anselmo, se anche si fosse affacciato al balcone, non avrebbe potuto vederla.
Seduta sul divano accanto a Domenico attendeva, con malcelata apprensione, che si esprimesse.
“L’hai consigliata tu la donna di servizio a mio padre?”, esordì chiedendo Domenico.
“Maria? Sì, certo… perché me lo stai chiedendo?”, rispose non nascondendo una certa sorpresa Giuliana.
“La ritieni affidabile?”, insistette Domenico.
“Mi stai chiedendo se ritengo Maria affidabile? Pensi che se non fosse più che affidabile, l’avrei consigliata a tuo padre?”, ribatté piccata, ferita da quella che lei riteneva una mancanza di fiducia nei suoi confronti.
“Scusa, forse mi sono espresso male, non intendevo affidabile nel senso che intendi tu!”.
“Pensavo che, affidabile, si prestasse a un’interpretazione univoca, ma visto che riesci a leggermi nella mente… potresti spiegarmi quale sarebbe la mia personale interpretazione?”, gli chiese usando l’arma dell’ironia.
Domenico pesò bene le parole, cercando di evitare ogni enfasi negativa, prima di esprimersi: “Affidabile nel senso che se anche trovasse fra i cuscini del divano un euro, perso da mio padre, glielo restituirebbe… sono stato chiaro?”.
“Chiarissimo, temi che sia una ladra! “, buttò lì senza girare intorno all’argomento Giuliana, poi, scattando in piedi proseguì, non nascondendo un certo nervosismo: “Beh! Stai sbagliando di grosso! Conosco Maria da sei anni e, fin da subito, le ho affidato le chiavi del locale, ogni mattina si alza alle cinque entra nel caffè da sola, e per l’orario d’apertura me lo fa trovare lindo e pulito.”.
“Non volevo mettere in dubbio la tua buona fede… e ti giuro che non ho neanche mai pensato che Maria fosse una ladra…”, replicò Domenico cercando di spiegare le sue ragioni; ma Giuliana, camminando nervosamente davanti al divano, lo interruppe: “Allora spiegami, una volta per tutte, la tua interpretazione della parola: affidabile!”.
“Lo farò appena ti sarai calmata, non dirò una parola di più prima di vederti nuovamente seduta su questo divano, calma e serena.”, rispose usando un tono opportunamente pacato, adatto a farle sbollire la rabbia.
Giuliana fece altri due o tre passi, poi tornò a sedersi: “Sono calma, puoi parlare!”, ordinò con un tono, non del tutto consono a ciò che aveva appena affermato.
“E’ normale fare le pulizie di casa calzando scarpe nere lucide con tacco da dodici centimetri?”.
“Naturalmente ti stai riferendo a Maria?”.
“E a chi se no?”.
Giuliana, convinta di poter risolvere agevolmente l’arcano, sorrise: “E’ normale arrivare sul posto di lavoro indossando ciò che più l’aggrada, per poi indossare camice e scarpe da lavoro, che conserva, lindi, chiusi in un armadietto in lavanderia.”, sciorinò come se stesse declamando una poesia.
La risposta non convinse per nulla Domenico: “L’ho incontrata mentre scendeva le scale, indossava sì il camice da lavoro, ma le scarpe erano quelle che ti ho appena descritto.”.
Giuliana corrugò la fronte, un piccolo dubbio iniziò a insinuarsi nella sua mente, rifletté a lungo, mentre Domenico pendeva dalle sue labbra: “Forse si era dimenticata di calzare le scarpe e stava tornando in lavanderia per cambiarle.”, fu, alla fine, la poco convincente risposta.
“Forse?”, fu la laconica replica di Domenico.
“Sì forse… o forse no… che vuoi che ne sappia… forse le scarpe da lavoro si erano rotte… forse le ha dimenticate a casa… forse facevi bene a chiederglielo quando te la sei trovata davanti!”, elencò nervosamente in un crescendo di tono e di disagio.
Domenico preferì non infierire ulteriormente e, alzandosi dal divano, concluse: “Al momento non ci avevo pensato… riflettendo a mente fredda, mi viene da dire che se non ho sentito il bisogno di farlo, significa che non c’era nulla d’importante da chiederle… dimentichiamoci di quello che ci siamo detti… devo andare, ciao Giuliana e scusami per averti disturbata.”.
Avrebbe voluto informare Giuliana anche del modo non troppo ortodosso di abbottonare il camice, del trucco un po’ troppo pesante e di altri piccoli particolari che alimentavano la sua perplessità, ma conoscendo il sentimento che Giuliana nutriva per Anselmo, temendo di rovinare un rapporto che lui giudicava, salutare per suo padre, decise di soprassedere e, uscendo, tenne per sé il peso del dubbio.

Purtroppo il seme del dubbio, in quel breve lasso di tempo, era riuscito ad attecchire anche nei pensieri di Giuliana, così passò il resto della giornata a pensare e ripensare a ogni più piccolo particolare riguardante il rapporto lavorativo fra Maria e Anselmo che, nei mesi precedenti, avrebbe potuto insospettirla.
Se non voleva impazzire, doveva essere assolutamente certa che tra Anselmo e Maria vi fosse solamente un limpido rapporto di lavoro, alla fine riuscì a elaborare un piano, semplice ed efficace.
Dalla sua finestra riusciva a vedere, dall’altro lato della strada, la facciata della casa di Anselmo, fu così che, nei giorni in cui Maria si recava al lavoro, si mise a controllare che le imposte della camera di Anselmo fossero aperte; solitamente lo erano, e quando non lo erano, massimo dieci minuti dopo l’ingresso di Maria Anselmo le apriva, e dopo altri dieci venti minuti usciva da casa, solo allora Giuliana tirava un sospiro di sollievo e, sorridendo, esclamava: “Domenico… Domenico, mi stai facendo impazzire!”.


Per quindici giorni tutto sembrò filare liscio, tanto che Giuliana, rasserenata, stava pensando di abbandonare definitivamente il suo posto di vedetta; ma un venerdì, qualcosa mutò nel sincronismo tra l’entrata di Maria e l’uscita di Anselmo.

Ancora prima che varcasse la soglia, l’abbigliamento minimale insospettì Giuliana; indossava, Maria, un miniabito color pesca e le oramai note scarpe nere dai tacchi vertiginosi.
La mattina era calda e afosa, per cui un abbigliamento del genere indossato da una ragazza giovane ci poteva anche stare, ma poche ore prima Maria, dopo aver terminato le pulizie nel caffè ed essersi cambiato l’abito da lavoro, se n’era andata passando davanti allo sguardo indagatore di Giuliana indossando, jeans, maglietta bianca e scarpe basse bianche di tela.
Giuliana rifletté sul perché di quel cambio d’abito, concludendo che la cosa era perlomeno strana, - perché prima di recarsi al lavoro, è andata a casa a cambiarsi d’abito, sapendo che avrebbe dovuto comunque indossare il camice da lavoro? -, pensava, e non trovando una risposta adeguata, iniziò a sospettare il peggio.
Alla fine decise di restare con lo sguardo incollato alla finestra, per vedere quanto tempo sarebbe trascorso prima che Anselmo aprisse le imposte della camera.
Maria aprì la porta, entrò nella casa e la richiuse alle sue spalle, contrariamente al solito non passò dalla lavanderia per cambiarsi d’abito, ma salì direttamente al piano superiore.
Puntò decisa in direzione della camera di Anselmo, socchiuse la porta e sussurrò: “Anselmo, svegliati.”
Anselmo aprì gli occhi e la vide appoggiata, con le mani dietro la nuca, allo stipite della porta; la luce proveniente dal corridoio alle sue spalle circondava la figura di un’aura misteriosa, dopo essersi stropicciato gli occhi, si tirò su, appoggiandosi alla spalliera per godere a pieno di quella visione: “Vieni avanti.”, esclamò, invitandola con un cenno della mano.
Maria si staccò dallo stipite e avanzò lentamente, con movimenti studiati, fermandosi davanti al letto; appoggiando le mani ai lati delle cosce e spingendole verso il basso sistemò la microgonna che l’incedere ancheggiante aveva spinto all’insù, e gli chiese: “Allora… ti piace?”.
Quel microabito era l’ultimo regalo ricevuto da Anselmo, una settimana prima gli aveva allungato trecento euro e, due giorni prima, le aveva chiesto espressamente d’indossarlo la prossima volta.
E lei, pronta a soddisfare ogni suo desiderio, non se lo fece dire due volte, dopo aver lasciato il caffè corse a farsi una doccia, a truccarsi e profumarsi, prima di correre da lui.
L’agitazione cresceva in modo esponenziale allo scorrere del tempo, mentre le imposte rimanevano inesorabilmente chiuse; a dire il vero non erano passati nemmeno cinque minuti da quando Maria aveva chiuso la porta di casa alle sue spalle, ma a Giuliana parvero cinque ore, non poteva stare lì ad aspettare, pensando a quei due chiusi dentro casa da soli.
Con uno strattone deciso sistemò la tenda davanti alla finestra, aprì un cassetto della credenza, prese una chiave e, guardandola con occhi di fuoco esclamò: “E’ venuto il momento di usarla!”.
Attraversò la piazza di corsa, incrociò un paio di conoscenti e li salutò frettolosamente, inserì delicatamente la chiave nella toppa, girandola ancor più delicatamente fece scattare la serratura cercando di fare meno rumore possibile, schiuse appena la porta, lasciando un piccolo pertugio dentro il quale s’infilò di sbieco, la richiuse e, in punta di piedi, salì le scale.
A metà corridoio il cuore quasi le si fermò, udendo il dialogo fra i due.
“E l’intimo… lo indossi?”, chiese Anselmo.
Maria rise di gusto: “Il reggiseno no!”, rispose.
Poi alzò la microgonna fin sopra l’inguine: “Il perizoma sì!”, concluse, mostrando il nero triangolino dell’indumento.
Seguì un lungo silenzio che Giuliana, non potendo vedere all’interno della camera, cercò di interpretare.
Poco dopo udì la voce di Maria: “Vuoi che me lo tolga?”.
“Sì, poi girati di spalle e abbassarti, voglio vedere cosa riesce a coprire quella fascia, alta poco più di una cintura, che ti ostini a chiamare gonna.”, rispose con fare lussurioso Anselmo.
Questo era veramente troppo, Giuliana non ce la fece ad attendere oltre, precipitandosi in camera, urlò: “Vergognatevi! Fate schifo!”.
Anselmo la guardò agghiacciato, mentre Maria che stava sfilandosi il perizoma, abbassò velocemente la gonna e, subito dopo, provò a giustificarsi, usando la più scontata e improbabile delle scuse.
Guardando con occhi innocenti Giuliana, esclamò, cadendo dalle nuvole: “Guarda che non è come pensi, posso spiegarti tutto.”, ricevendo in cambio un sonoro ceffone.
Maria, mostrando uno sguardo spaventato, si portò una mano sulla guancia: “Giuliana!”, esclamò sconcertata.
“Vai fuori di qui!”, urlò Giuliana, senza lasciarle il tempo di continuare.
Maria guardò Anselmo che, annuendo confermò sommessamente: “E’ meglio che te ne vada.”.
Maria abbassò il capo e, girando al largo da Giuliana che la seguiva con uno sguardo da paura, guadagnò il corridoio, scese velocemente le scale, aprì la porta e uscì dalla casa.
“Vergognati.”, esordì Giuliana quando furono soli, piegando la bocca in un’espressione schifata: “Potrebbe essere tua figlia… ed io, stupida, che ancora aspettavo che ti dichiarassi.”, concluse con voce rotta dalla delusione, mista a rabbia.
“Scusami.”, sussurrò lui abbassando il capo: “Forse non servirà a niente, ma voglio che lo sappia; non amo Maria… il nostro è solo un rapporto di sesso.”.
“E’ ancora peggio di quanto credessi… hai illuso quella povera ragazza…”, replicò ancor più schifata Giuliana.
Anselmo reagì all’ignobile accusa, alzando il tono: “Guarda che Maria non è la ragazza innocente che stai dipingendo… vuoi sapere quando mi è costata finora in regali e regalini? Ho preferisci che ti descriva minuziosamente come si comporta a letto… quella è più esperta di una mignotta di lungo corso!”.
“Basta! Non voglio più ascoltarti! Sei un porco!”, urlò Giuliana, correndo giù per le scale e proseguendo fino all’esterno dalla casa; senza arrestarsi continuò a camminare con passo deciso, raggiunse l’ingresso del: Caffè Centrale, passando in mezzo agli avventori tenendo lo sguardo fisso in avanti e le labbra serrate, si diresse velocemente nel retro, dove poté dare libero sfogo alla cocente delusione, lasciandosi andare a un pianto isterico.

Quella mattina, Anselmo comprese che, dopo Marcello, Marco e Giacomo, stava perdendo un altro tassello del suo illusorio sogno: “No! Non posso perdere anche lei!”, sbottò, gettando con rabbia la tazza del the dentro il lavandino.

CONTINUA...


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