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lavoro pubblicato venerdì 15 maggio 2015
ultima lettura giovedì 12 dicembre 2019

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Storia incasinata di un seduttore imbranato - 3

di Legend. Letto 547 volte. Dallo scaffale Fantasia

Storia incasinata di un seduttore imbranato - 3Quello è un periodo della mia vita che non amo ricordare, fu come se di fronte a me calasse improvvisamente un sipario. Così come per i 2 700 000 americani passati attraverso il Vietnam, a di...

Storia incasinata di un seduttore imbranato - 3



Quello è un periodo della mia vita che non amo ricordare, fu come se di fronte a me calasse improvvisamente un sipario.
Così come per i 2 700 000 americani passati attraverso il Vietnam, a dispetto di tutta l'elettronica, non avevamo la stessa volontà di vincere e, soprattutto, la stessa convinzione di essere nel giusto.

Poi, così com'era calato, quel sipario si sollevò ed io riaprii gli occhi al mondo in una clinica per reduci.
Dopo oltre otto anni di prigionia in Vietnam, finalmente ero rientrato a Cleveland, spaventosamente malconcio, ma con tanta voglia di ricominciare, se me lo avessero permesso.
I miei genitori erano tornati in Italia già da qualche anno e nella nostra vecchia casa di Cleveland, era rimasta mia sorella con due figli e un marito del tipo pacifista convinto.
Quando bussai alla porta di casa fui accolto dal pianto incontrollato e commosso di mia sorella, da quattro occhi di bimbi troppo piccini perché capissero cosa stava accadendo e dallo sguardo controllato e freddo del loro padre, che mi squadrò dall'alto in basso come si può guardare un piatto sporco.
Rimasi in quella casa, che comunque non riuscii più a sentire complice, un paio di mesi. Mia sorella fu di una premura infinita, aveva ogni riguardo per me e questo mi mise non poco in imbarazzo, i miei nipoti invece non riuscii neppure a farmeli amici, non parliamo poi del pacifista, per lui ero più invisibile dell'aria. Avrei voluto ricominciare a vivere, ma come si fa a scombussolare una famiglia con la tua presenza ingombrante...e così, un giorno, dopo una scaramuccia tra mia sorella e il pacifista, proprio per evitare il nascere di polemiche discussioni quotidiane tra i due, decisi di uscire definitivamente da quella casa, non prima però di aver detto con un pugno sul naso, al pacifista, cosa ne pensavo di lui.
Le autorità militari mi avevano offerto di trascorrere un periodo di riqualificazione in una specie di casa/hangar per attrezzature scassate da riciclare, ed io accettai, (cos'altro potevo fare, noi reduci eravamo la macchia della nazione, dimenticandosi troppo presto che il settanta per cento delle truppe spedite in vietnam c'era stato scaraventato contro la loro volontà) lasciando che una schiera di cialtroni, con il pretesto di riabituarci a vivere al fianco della gente, provassero in tutti i modi a fotterci anche quell'ultima parte di cervello ancora funzionante.

Sapete cos'è la rassegnazione? Beh, io ne avevo scoperto il senso durante i lunghi anni di prigionia...È quella virtù che si acquisisce con l'accettazione della sofferenza e la maturazione dei sentimenti, soprattutto quando ti accorgi che perfino il padreterno si è dimenticato di te e che la tua vita non vale il pugno di riso che devi guadagnarti 365 giorni l'anno.
Quando giunsi in quella struttura utilizzai la mia pazienza come meglio seppi fare, ed effettivamente riuscii a rasserenare la mia coscienza, poco a poco imparai a non ricordare e i miei sogni cessarono di contenere orchi e draghi volati, ma la mattina di un giorno di pioggia, quando mi resi conto di averne gli stivali pieni, decisi che fosse giunta l'ora di riprendere il mio cammino nella vita, con o senza l'aiuto dello stato.

Non fu così difficile come mi avevano fatto credere; indossai i miei abiti, per metà civili e metà militari e sotto un'acquerugiola impertinente, mi misi in viaggio con il fermo proposito di mantenere la promessa fatta al mio compagno Finn Porter poco prima di perderci di vista; vale a dire sul confine della Cambogia, che se fossi uscito con i miei piedi da quell'inferno, avrei tentato di ritrovare suo figlio, per consegnargli ciò che era rimasto della sua vita, cioè poco meno di nulla.
Purtroppo però...ma andiamo per ordine.

Del trombone ragionier Alan Moore c'era rimasta soltanto una lapide. Scoprii che era deceduto in uno spaventoso incidente ferroviario, dal quale sua moglie Valery e il loro figlio, si erano salvati.
Feci qualche ricerca, ma nessuno seppe darmi notizie precise di come o dove fossero finiti. Deposi un mazzolino di fiori sulla sua tomba e decisi di iniziare le ricerche dal paese di nascita di Valery.
Da alcune ricerche fatte alla AM risultò, ma era una notizia non del tutto certa, che fosse nata in un piccola cittadina nel Missouri.
E dopo qualche mese, infatti, le mie ricerche mi condussero in quello Stato seguendo una lievissima traccia di Valery.

Qui il destino volle che incontrassi un vecchio albergatore con l'hobby di raccontare vecchie storie accadute a Maryville, la cittadina dove mi ero fermato e che aveva dato i natali a Valery e avendo trovato lavoro in quell'albergo per pagarmi vitto e alloggio, tra una chiacchiera e l'altra quel vecchio mi raccontò una stranissima storia che, per certi versi, sembrò avvicinarmi a Valery...
#
«Vi si raccontava di un ragazzo, Ben Hyatt, il quale aveva preso l'abitudine di recarsi in bicicletta fino al chiosco degli hamburger di Karl Potter, sulla 71^, a due miglia dal centro di Maryville e come spesso accade nella vita della gente di una piccola città di provincia, da allora, vederlo passare veloce come una freccia almeno un paio di volte al giorno, divenne una condotta del tutto normale.

Karl Potter, il viet, come ormai lo chiamavano tutti, si era dato un gran daffare a rimetter su quel piccolo chiosco non lontano dalla stazione di servizio di Lu Merrit, la dove i campi di mais cedono il posto alla prateria.

È perfettamente inutile lambiccarsi il cervello con domande del tipo, «Dove Karl avesse trovato i soldi per comprarsi quel chiosco», poiché glielo aveva ceduto l'ufficio del sindaco, il giorno in cui si erano resi conto che sarebbe caduto in pezzi se qualcuno non ci avesse messo le mani.
Probabilmente Karl doveva avere idee molto chiare su come utilizzarlo, poiché investendo in quell'operazione tutto ciò che aveva...si trovò tra le mani un buon lavoro, che tra l'altro l'indusse ad interrompere la sua vita di vagabondo.

La mamma di Ben, Valery Hyatt, lo lasciava andare da Karl tutte le volte che gli impegni con la scuola lo lasciavano libero e Ben si precipitava fuori dalla casetta di mattoni rossi, in fondo alla 71^, per fuggire, sulla sua bici, lontano dal televisore e dalla cittadina con il campanile bianco.

- Perché permetti a Ben di andare da Karl tanto spesso? - le chiedeva sistematicamente Evelyn Merrit, la moglie di Lu; un donnone dalle guance rosa e sorridente, ma sempre pronta ad affrontare qualsiasi camionista - Passa più tempo con quel matto che con te!
Valery sorrideva e con garbo rispondeva
- Che c'è di male? Karl non è più matto di te o di me. È un buon uomo. Sembra che vadano d'accordo e Ben è senza un padre. Ha bisogno dell'amicizia di un uomo adulto.

Lei, Valery, una ragazzina con troppo pepe addosso, alcuni anni prima si era trasferita nel New Jersey da sua zia Ann Hyatt dopo la morte della mamma e qualche anno più tardi si era sposata.
Era accaduto tutto talmente in fretta che forse nessuno ne comprese mai il vero motivo, eppure, improvvisamente, la piccola Valery aveva trovato il coraggio di lasciare Maryville per sfuggire alle mani di un padre ubriacone e iniziare una nuova avventura.

Inaspettatamente, alcuni anni più tardi, aveva fatto ritorno in quella cittadina assolata, non più come la splendida signora Moore, ma una donna provata dalla vita.
Nel frattempo anche suo padre era morto e di lei, in città, poiché tutti conoscevano la storia della tragica fine di suo marito, avvenuta a seguito di un incidente ferroviario.

Valery, dunque, era tornata al suo paese con l'anello al dito e con in braccio un bimbetto dai capelli neri e gli occhi azzurri.
Aveva trovato un buon impiego presso l'ospedale, ed era tornata ad abitare nella casa di mattoni rossi nella quale era nata.
«Quel ragazzo ti somiglia come una goccia d'acqua» le diceva sempre Evelyn e sebbene non fosse stato facile tirarlo su da sola facendogli da madre e da padre, con il trascorrere degli anni tutti avevano dovuto ammettere come avesse saputo trasformarsi in una buona e attenta madre.

Non c'erano mai state chiacchiere sul suo conto.
Viveva tranquilla con il figlio e nessuno aveva mai avuto nulla da dire sul diritto di dargli il suo cognome.
Il ragazzo era cresciuto come Ben Hyatt e quando Valery Hyatt diceva che non c'era nulla di male se Ben andava a far compagnia a Karl, non c'era altro da aggiungere. Tutto qui.

Del perché Karl Potter si fosse fermato a Maryville per fare il venditore di hamburger, nessuno, tranne lui ovviamente, lo sapeva.
Certo che i suoi hamburger erano stati una sorpresa per tutti e divennero talmente famosi che la gente si mostrò piacevolmente disposta a fare anche più di due miglia per andarli a comprare.
In certe sere d'estate, quando il vento della prateria rinfrescava l'aria, c'era una bella ressa davanti il chiosco e questo rendeva felice sia lui che il piccolo Ben che gli dava una mano.

Karl insaporiva la carne con erbe e aromi che raccoglieva nella prateria e la serviva con una salsa speciale, una salsa piccante di cui serbava il segreto.
- E una ricetta vietnamita - si limitava a dire con quella sua voce bassa e uniforme quando cercavano di carpirglielo
- È messicana, - ribatteva la gente sorridendo - imbroglione!
Ma lui non rispondeva. Se decideva di tacere, non c'era verso di farlo parlare. E questo, il ragazzo Ben lo sapeva.

A quell'epoca Karl Potter era un uomo alto e magro, ma dritto e piantato come una quercia. Portava i capelli, brizzolati, raccolti dietro il capo in una sottile treccia e indossava sempre giacconi e magliette militari...e per questo a volte lo prendevano in giro.
- Ehi Karl, dove sono i tuoi nastrini di guerra? - gli gridava qualche cliente dalla macchina mentre aspettava di essere servito.
Era una sorta di gioco che gli avventori ripetevano spesso.

Nel porgere i contenitori di plastica colorata con dentro gli hamburger ancora sfrigolanti nei panini, lui rispondeva con calma
- Sono un reduce, mi vesto e mi pettino come mi pare!

A volte si limitava a guardarli con noncuranza borbottando - Idioti!

La qual cosa faceva impazzire il piccolo Ben che sghignazzava dietro il banco.

A Ben piaceva dare una mano durante i weekend, quando c'era più lavoro.
A lui Karl aveva assegnato l'incarico di rigirare sulla griglia gli hamburger, che poi faceva scivolare tra le fette di pane farcendoli di salsa.

A volte invece capitava che il chiosco rimanesse chiuso per giorni interi. Di solito voleva dire che Karl era andato a Wilcox e al ritorno aveva sempre un'aria talmente stanca e triste, che la cosa migliore era di evitare di parlargli.
Tuttavia questo accadeva con gli altri, con Ben era diverso...con lui parlava e il ragazzo non esitava a tempestarlo di domande
- Cosa vai fare laggiù?
- Gioco, bevo e corteggio le ragazze
- Ti diverti?
- No
- Allora perché ci vai?
- Mi serve per dimenticare chi sono
- Perché, può capitare che succeda?

Allora lui non rispondeva, guardava il ragazzo e scuotendo la testa sorrideva allontanandosi.

Certi giorni, invece, quando il suo sguardo sembrava fissare qualcosa di molto lontano, gli si leggeva negli occhi che aveva una gran voglia di parlare e allora le storie venivano fuori da sole.
Ben aspettava quei momenti come una volpe in agguato.

Si rifugiavano nella stanzetta dietro il chiosco e dopo che Ben si era lasciato cadere sul letto e Karl sulla rumorosa e precaria sedia a dondolo, lentamente iniziava a raccontare la storia più bella...quella del West, dei cercatori d'oro, dei cacciatori di bisonti e degli indiani.

In ospedale Valery svolgeva il suo incarico con professionalità. Era una brava ragazza e le volevano tutti bene.

- Ciao mamma! - gridò forte il ragazzo entrando precipitosamente in casa
- Fai piano con quella porta! Vedrai che qualche giorno ci cadrà addosso - rispose lei - Come sta il tuo amico Viet?
- Ora è in perfetta salute! È da un po' che non va a sbronzarsi, per questa ragione sta bene. A volte, invece, quando rientrava dalle sue frequentazioni a Wilcox, sembrava più morto che vivo
- Sei tu il suo angelo custode...stagli vicino
- Sono il suo unico amico...È bravo Karl...ha un cuore d'oro
- Già - mormorò lei annuendo
- Perché tu non lo chiami con il suo nome?
- Lo chiamano tutti Viet e a lui sembra non importi. Digli di star lontano da quel maledetto paese d'ubriaconi

Il ragazzo alzò gli occhi sorpreso - Lo faccio, mamma. Davvero. Lui sa che gli fa male, ma dice che a volte ha bisogno di dimenticare certe cose
- Posso capirlo povero ragazzo...deve averne passate di tutti i colori
- Così dicono, ma perché non vieni mai al chiosco?
- A far cosa? Di brutti ceffi ne vedo fin troppi in ospedale!
- Intendevo dire a mangiare i suoi hamburger. Sono davvero buoni - borbottò Ben mentre aiutava ad preparare la tavola per la cena
- Li conosco fin troppo bene i suoi hamburger, ma è troppo fuori mano, preferisco prepararmeli in casa
- Lui ti è molto riconoscente
- Per cosa?
- Perché mi lasci andare da lui senza creare problemi
- Forse è lui che sta facendo un favore a noi. Io credo che si meriti la nostra fiducia, è un buon uomo
- Parli come se scrivessi un telegramma, mi raccomando, non sprecare troppe parole
- C'e forse qualcosa che desideri sapere?
- No, però mi piacerebbe conoscere qualcosa di quand'eri più giovane
- Hai dato della vecchia a tua madre?
- Lo sai che non è vero...sei bellissima, lo dice anche Karl!
- Karl? Oh santo cielo, non credevo avesse interessi diversi dai suoi hamburger. Ad ogni modo non vedo la ragione di raccontarti cose appartenenti ad un passato morto e sepolto

Il ragazzo si lasciò cadere sul divano e posò il capo sul grembo alla madre e lei, distrattamente, gli passò le dita sulla fronte e fra i capelli neri con la ricercata lentezza di sempre, mentre osservavano dalla finestra il giorno che si spegneva lentamente
Quel gesto apparteneva al rituale d'ogni sera prima di andare a dormire, poi, inevitabilmente, veniva la rituale domanda
- Raccontami di mio padre...dimmi com'era?
Lei rispondeva sempre con serenità, con lo sguardo lontano, come se cercasse le parole per ridar vita ai ricordi. Ne descriveva il volto, gli occhi chiari, la vivacità, il suo carattere tranquillo, la sorridente gentilezza e la felicità del breve periodo trascorso insieme.

Ma quella sera, nella sua voce, c'era qualcosa d'insolito.
Mancava di persuasione...sembrava stanca e il ragazzo lo notò.
Avrebbe voluto fare altre domande, ma sentendo aleggiare in se un senso di vuoto crescente, preferì andare a dormire.

Disteso sul letto, al buio e ad occhi aperti, pensò a come sarebbe stata la sua vita se avesse goduto della compagnia di un padre e come era solito accadere in quei momenti, percepì accanto a se il suo fantasma che l'osservava.

Il giorno dopo uscì presto di casa, raggiunse il chiosco e trovò l'amico disteso sull'erba della collinetta.
Sali fin sulla cima e in silenzio si sdraiò al suo fianco
Passarono lunghi istanti durante i quali Ben avvertì il profumo dell'erba e il suo frusciare al vento. L'uomo aveva acceso la sua pipa e senza guardarlo lo salutò con il solito
- Ciao ragazzo!
Ben osservò l'amico e pensò che se avesse potuto scegliere avrebbe voluto lui come padre.
- Cos'hai stamani? Non vai a scuola? - Chiese Karl
- Oggi è domenica, lo hai dimenticato?
Karl si voltò a guardarlo, ma non disse nulla. Distese le lunghe gambe fasciate dai jeans consunti e spense la pipa battendola in terra.
- Beh, allora cosa si fa?
- Nulla, perché non mi racconti qualcosa del Vietnam?
Karl rimase in silenzio e Ben pensò che come al solito si sarebbe rifiutato di rispondere, ma, alla fine egli rispose sottovoce
- Non t'insegnerei nulla che valga la pena conoscere
- Mia madre dice che laggiù devi averne viste di tutti i colori
Karl annuì - Meglio che tu non sappia, non servirebbe
- Perché?
- Forse perché è stata una cosa sporca, sai, di quelle di cui ci si deve soltanto vergognare. No ragazzo, finché puoi restane fuori
- Mia madre non vuole mai parlare di te, però devi essergli simpatico. Nemmeno di mio padre vuol mai parlare, credi che mi nasconda qualcosa? - Chiese ancora Ben
- Sbagli a credere che tua madre si comporti male, lei fa la cosa giusta, deve pensare a te

Karl sistemò meglio la schiena sull'erba e guardò a lungo il cielo. Poi, lentamente e con cautela chiese
- Tu cosa vorresti sapere da tua madre?
- Non lo so, ma lei si rifiuta sempre di parlarmi della sua gioventù. Nessuno vuole parlarmene. Tu l'hai conosciuta quand'era giovane?
- Ne ho conosciute tante di ragazze come tua madre, così come ho conosciuto gli indiani che soltanto pochi anni fa erano i padroni di queste terre
- Tu li hai conosciuti?
- Qualcuno, ma quando cominciai a guardarmi attorno per loro era già finita
- Com'erano? Voglio dire, erano come noi? Quelli che sono in città sono quasi tutti...beh...
- Ubriaconi? Non mettere loro la croce addosso, l'alcool glielo abbiamo fatto conoscere noi e soprattutto abbiamo tolto loro l'orgoglio. Quelli ai quali mi riferisco non erano esattamente come li vedi ora, era un popolo molto degno e in un certo senso migliore di noi, avevano scelto di vivere un mondo più antico, ma certamente più nobile. Quando qualcuno di loro voleva chiarire un mistero, risolvere un problema o semplicemente sapere come comportarsi in certe situazioni, chiedeva al Grande Spirito di mandargli una visione, non andava da un giudice
- Cosa faceva?
- Chiedeva al grande spirito come comportarsi
- Come?
- Di solito l'interessato se ne andava nella prateria, preferibilmente su di una collina. Sgombrava uno spazio da tutto quanto vi si trovava. Poi piantava nel terreno quattro paletti orientati come i quattro punti cardinali: nord, ovest, sud ed est e diceva una preghiera rivolta verso ciascuna di quelle direzioni che per lui rappresentavano l'intero universo. Poi aspettava, senza mangiare e né bere.
- Per quanto tempo?
- Finché non aveva la visione
- E quanto ci metteva ad arrivare questa visione?
- A volte due o tre giorni. A volte non arrivava affatto
- E come si manifestava?
- A volte tramite un sogno, un suono, ma ovviamente non sempre sapevano coglierne il significato, era gente semplice che viveva con la natura
- Tu come sai queste cose?
- Me ne parlava mio nonno
- Tutte fesserie, vero?
- Per niente! Accadeva davvero. Mio nonno mi raccontava della loro saggezza e di come a volte riuscissero a comprendere il cielo e la terra
- Cosa vuol dire?
- Lui affermava che loro fossero in grado di abbandonare la mente per tornare a far parte della natura
- Ti stai burlando di me, vero?
- Niente affatto, è capitato anche a me. Ci sono momenti della nostra vita che noi non riusciamo a controllare e per qualche strana ragione torniamo a riunirci all'infinito, ma è pericoloso e non vale mai la pena rischiare
- Gli si può chiedere qualsiasi cosa?
- Immagino di si e se sei degno di una risposta il grande spirito ti parla
- Tu hai mai avuto una visione? - domandò il ragazzo
- Non so se quelle che ho avuto fossero visioni...mi apparivano in sogno
- In Vietnam?
Karl annuì senza rispondere
- Ti andrebbe di raccontarmele?
- Sono storie senza senso
- Dai, mi piace quando racconti la tua vita
- ...A volte sognavo di essere nella prateria, vedevo una giovane donna correre su questa collina, venire verso di me, sentivo le sue mani sul viso, il suo calore, ma poi un grande uccello mi portava via
- E dopo?
- Dopo? Dopo mi sentivo pulito come fossi colmo di una strana luce che non riuscivo a vedere, ma sentivo. Quella donna portava con se tutte le mie inquietudini e gli incubi della guerra, ma poi mi sentivo arrabbiato.
- Perché?
- Non l'ho mai scoperto. Sai, laggiù si faceva presto ad uscire di testa».


Segue...


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