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lavoro pubblicato venerdì 15 maggio 2015
ultima lettura venerdì 29 maggio 2020

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 14

di vecchiofrack. Letto 515 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO QUATTORDICI: E VENNE SETTEMBRE   All’alba del tanto agognato, primo giorno lavorativo di settembre, Anselmo si preparò per scendere in città, l’ansia di non trovare il cantiere aperto aumentava proporzionalm...

CAPITOLO QUATTORDICI: E VENNE SETTEMBRE
All’alba del tanto agognato, primo giorno lavorativo di settembre, Anselmo si preparò per scendere in città, l’ansia di non trovare il cantiere aperto aumentava proporzionalmente all’accorciarsi del percorso per raggiungerlo, - spero tanto di sbagliarmi, ma temo di trovare tutto chiuso. -, pensava mentre attraversava la periferia della città con lo sguardo fisso in avanti.
“Maledizione! E’ tutto chiuso!”, esclamò rabbioso, battendo i pugni sul volante, mentre arrestava la macchina davanti al cantiere sbarrato.
Lanciò uno sguardo al cartello affisso alla staccionata, lesse la data scritta in fondo: “Fine lavori, trenta ottobre!”, inserì la retromarcia e se ne andò.
Parcheggiò nella piazzetta prospiciente lo studio di Giacomo, scese, schiacciò con forza il pulsante del citofono: “Apra! Devo vedere il geometra!”, rispose usando un tono duro, alla voce del collaboratore che riconoscendolo lo salutò.
Entrò nell’ufficio, il collaboratore lo salutò nuovamente, e lui, mostrando uno sguardo torvo, replicò ancora più duramente: “Devo vedere il geometra! Mi annunci!”.
Leggermente preoccupato dall’atteggiamento di Anselmo, abbozzò una risposta: “Al momento è impegnato con un cliente… ne avrà per una buona mezz’ora…”.
Anselmo non gli lasciò il tempo di finire la frase: “Aspetterò!”, esclamò laconico, andando a sedersi su una poltroncina della sala d’aspetto.
L’uomo seduto dietro la scrivania tornò al suo lavoro, ogni tanto, alzando appena lo sguardo, osservava preoccupato le gambe di Anselmo muoversi nervosamente senza arrestarsi nemmeno un attimo.
Finalmente, dopo una buona mezzora il cliente uscì dallo studio, il collaboratore lo salutò e, subito dopo, tirando un sospiro di sollievo entrò nell’ufficio di Giacomo.
Né uscì poco dopo e, sorridendo, si rivolse ad Anselmo: “Può entrare!”.
Giacomo annuì, poi, alzandosi di scatto, quasi correndo entrò nell’ufficio di Giacomo.
“Ciao Anselmo, accomodati!”, disse lui, mostrandosi serio, indicando la poltroncina davanti alla scrivania.
Anselmo non rispose al saluto, si sedette, raccolse le idee e subito dopo partì in quarta, con un tono concitato: “Il cantiere è chiuso! Mi avevi garantito che l’impresa era affidabile, ora che è fallita, trova tu il modo per risolvere la faccenda!”.
“Calmati, una soluzione si può sempre trovare…”, rispose cercando di tranquillizzarlo.
Anselmo non gli permise di continuare, alzandosi di scatto lo aggredì verbalmente: “Che diavolo stai cercando di fare! L’impresa è fallita! Lo vuoi capire o no! Ti credevo un amico, invece tu e quel capomastro pezzente, mi avete messo in mezzo!”.
A quel punto Giacomo sobbalzò: “E’ no! Non ti permetto di dubitare della mia professionalità, quello che tu chiami con disprezzo: capomastro pezzente, è un serio professionista a cui ho sempre affidato a occhi chiusi la realizzazione di lavori molto più grandi e complessi del tuo!”, urlò affrontandolo a muso duro.
L’orgogliosa reazione di Giacomo ebbe il merito di calmare l’esagitato Anselmo, che lasciandosi cadere esausto sulla poltrona, abbassando il tono si chiese: “Come posso uscire da questa situazione?”, poi si chiuse in una profonda riflessione, imitato, dall’altro lato della scrivania, da un pensieroso Giacomo.
“L’unica cosa buona, è che non è fallito!”, disse ragionando a voce alta Giacomo.
Giacomo trasalì: “Non è fallito?”.
“No, i fornitori non hanno interesse a farlo fallire, sanno che in quel caso i loro crediti sarebbero bruciati, preferiscono tenerlo in piedi e cercare di recuperare almeno una parte del dovuto.”.
“Ma allora, lavora ancora?”.
“Ha ridotto il personale, in pratica l’impresa oltre a lui conta un solo manovale. Ha lasciato perdere la realizzazione di grandi stabili, e si è concentrato sulla manutenzione di piccoli appartamenti.”.
“E riesce a tirare avanti?”.
“Sì, se la cava abbastanza bene.”.
“Pensi che se gli chiedessi di lasciare il cantiere accetterebbe?”.
Anselmo ci pensò un attimo: “Se gli offrissi una buona uscita, credo di sì”.
“Lo dovrei pagare per liberare casa mia dalla sua presenza!”, esclamò inorridito Giacomo.
“Purtroppo è l’unica maniera, se s’imputasse potrebbe tenere il cantiere chiuso per un tempo indefinito, e tu per farlo sloggiare dovresti ricorrere a un legale; che alla fine, oltre a perdere un mare di tempo, ti verrebbe a costare molto di più.”.
Stringendo il mento fra le dita, Giacomo fece una lunga riflessione: “Va bene, chiamalo!”, sbottò alla fine.
“Adesso?”.
“Adesso! Ora, subito, prima risolviamo, prima starò tranquillo… chiamalo subito!”.
Giacomo prese il cellulare e parlò con il capomastro che stava lavorando dall’altra parte della città, discusse per cinque minuti e alla fine riuscì a convincerlo a passare al più presto nel suo ufficio: “Sarà qui fra un quarto d’ora.”, disse appoggiando il cellulare sulla scrivania.
Giacomo annuì e nell’attesa gli chiese: “Ma come ha fatto a ridursi così?”.
“La crisi morde caro Giacomo… se il vento non gira, in un paio d’anni saremo tutti in mezzo alla strada.”, rispose rattristandosi Anselmo.
“Tutti?”.
“Sì, hai capito bene, tutti, e mi metto dentro anch’io… non ti dico niente di nuovo, le voci le hai sentite anche tu.”.
“Ho sperato che fossero solo chiacchiere… ma se devo essere sincero, già prima delle ferie ho temuto il peggio. Perché è potuto succedere?”.
“Non chiedermelo, non ti saprei rispondere, forse mi sono fidato delle persone sbagliate… o forse l’ambizione è stata più forte dell’abilità…”, rispose confidando all’amico tutta la sua impotenza di fronte al precipitare degli eventi.
Dopo aver svelato tutti gli affari sballati che lo avevano portato sull’orlo della bancarotta, tralasciando solo il patto scellerato con il costruttore per estorcergli cinquantamila euro extra, concluse: “Ora sai tutto…”.
Si tacque un attimo, osservando lo sguardo attonito di Anselmo gli chiese: “Stai pensando che sono un incapace, uno sciocco o cos’altro?”.
Anselmo scosse il capo: “Nulla di tutto ciò, credo che ti sia fidato delle persone sbagliate… quel Galli si è preso gioco di te, lo credevi un amico, invece lui ti ha solo usato.”.
“Già gli amici sono un’altra cosa, l’ho capito troppo tardi.”.
La narrazione dei guai di Giacomo li aveva ravvicinati, e il sentimento d’amicizia era tornato forte. Ma nell’animo di Giacomo, la ferita del tradimento perpetrato ai danni di Anselmo continuava a sanguinare, per un attimo aveva pensato di togliersi il peso, di rivelare all’amico anche quel terribile segreto, ma la paura di rovinare un’amicizia appena rinnovata, lo frenò.

L’ingresso del capomastro lo distolse definitivamente dall’idea di confessare il proprio tradimento.
“Quando intende riaprire il cantiere?”, lo apostrofò Anselmo senza salutarlo, rifiutandosi di stringere la mano timidamente tesa dall’uomo.
“Sto terminando un lavoretto in un bagno, dovrei finire in settimana, se tutto andrà come credo, la settimana prossima riaprirò il cantiere.”, rispose prontamente il capomastro, nel vano tentativo di risultare credibile agli occhi del cliente.
“Smettila di prenderci in giro!”, esclamò Giacomo intromettendosi nel dialogo.
Il capomastro gli lanciò un’occhiataccia, Giacomo comprese che era sul punto di scoppiare, e temendo che rivelasse ad Anselmo il loro patto scellerato tentò di calmarlo, chiedendogli prontamente: “Saresti disposto a lasciare il cantiere, in cambio di una congrua buonuscita?”.
“A quanto ammonterebbe; la congrua buonuscita di cui parli?”, ribatté ritrovando la calma il capomastro.
“Quindicimila euro!”.
Il capomastro fu tentato d’accettare, stava per dire di sì, sorrise, ma un attimo prima di pronunciare la fatidica parola, si fece serio e cambiò diametralmente idea: “Se accettassi, lei dovrebbe saldare gli stuccatori, oltre che pagare il lavoro ancora da eseguire dell’elettricista, dell’idraulico, dell’imbianchino, del falegname e del piastrellista. Inoltre dovrebbe affidarsi a un’altra impresa per terminare il lavoro di muratura.”, disse rivolgendosi a un attento Anselmo.
“Questo lo avevo capito… e allora?”.
“E allora ho una proposta migliore. Invece della buonuscita, affidi a me i lavori di muratura, le garantisco che alla fine pagandomi qualcosa in più di quindicimila euro, risparmierà, come minimo il valore della buonuscita.”.
Il tono e lo sguardo sembravano sinceri, Anselmo guardò Giacomo: “Tu cosa ne dici?”, gli chiese.
“Non saprei che dirti…”, rispose Giacomo, cercando di esternare i suoi dubbi.
Ma il capomastro non gli diede il tempo di proseguire, fissandolo nello sguardo lo interruppe, dicendo: “Giacomo tu mi conosci da molti anni, sono sicuro che dalle mie parole hai compreso che porterò a termine il lavoro… non ti ho mai tradito, non lo farò nemmeno questa volta.”.
Quelle parole, in special modo l’ultima frase, gli fecero balenare l’idea che, se non l’avesse supportato, il capomastro avrebbe rivelato ad Anselmo il loro patto scellerato, allora scosse il capo e, indurendo sguardo e tono, rispose: “No non mi hai mai tradito… e sono sicuro che non lo farai nemmeno questa volta!”.
Poi si rivolse all’amico: “Accetta, risparmierai ben più di quindicimila euro. Ti assicuro che non ci rimetterai un euro, perché questa volta lo pagheremo soltanto a lavoro finito!”.
Giacomo annuì, guardò il capomastro e gli chiese a bruciapelo: “Accetta le nostre condizioni?”.
“Accetto!”, esclamò prontamente lui, allungando la mano.
Questa volta Giacomo non si ritrasse e, stringendola, sospirò: “Spero di non dovermene pentire!”.
“Non se ne pentirà!”, esclamò lapidario il capomastro.
“Molto bene, preparerò un nuovo contratto in settimana, lunedì mattina ci ritroveremo qui per la firma.”, disse un rasserenato Giacomo.
“Ok! Allora ci vedremo lunedì!”, concluse Anselmo alzandosi dalla poltrona, prontamente imitato dal capomastro.
“Se puoi restare ancora un attimo, avrei un altro lavoro da proporti.”, disse Giacomo, rivolgendosi al capomastro che, dopo aver salutato Anselmo, tornò a sedersi.

Giacomo accompagnò l’amico alla porta, subito dopo rabbuiandosi tornò dietro la scrivania e chiese al capomastro: “Si può sapere perché non hai accettato la buonuscita? Avresti guadagnato molto di più che terminare il lavoro… non è che per caso hai in mente di giocare qualche altro scherzo al mio amico? Sarò più chiaro, hai intenzione di imbrogliarlo un’altra volta?”.
“Cerca di moderare i termini!”, rispose il capomastro, mostrandosi offeso, e proseguì ribaltando l’accusa: “Guarda che io non ho mai imbrogliato nessuno, sei stato tu a propormi lo scambio. Mi dovevi cinquantamila euro, cos’altro avrei potuto fare? La coscienza sporca è la tua, sei tu che hai tradito il tuo miglior amico.”.
Parole che furono peggio di una coltellata e ferirono irreversibilmente l’animo in subbuglio di Giacomo.
Non trovando le parole adatte per replicare, si sentì un verme: “Vattene… ci vedremo lunedì… per la firma del contratto!”, riuscì a balbettare, abbassando lo sguardo.
Il capomastro mostrando un ghigno soddisfatto si alzò: “La verità fa male, eh?”.
“Vattene!”, urlò Giacomo indicando la porta.
Il capomastro alzò le mani nel segno della resa: “Me ne vado!”, esclamò, prima di uscire celermente dallo studio.
Giacomo si strinse la testa fra le mani, - ha ragione lui, sono una merda d’uomo, Anselmo non meritava questo trattamento. -, pensò, picchiando con rabbia i pugni sulla scrivania.
“Va beh! Tiriamo avanti!”, esclamò, riprendendosi prontamente da un momento di sconforto, aprendo un cassetto della scrivania.
Né trasse un’agenda, l’aprì, prese una penna e scrisse; signor Raboni saldato fattura, euro cinquantamila.
Guardò all’interno del cassetto, prese l’assegno che aveva ricevuto poco prima d’incontrare Anselmo e, dopo averlo messo in tasca, girò la pagina dell’agenda e si mise a riflettere, - domani dovrei ricevere due bonifici, uno da trentamila, l’altro da quarantamila euro, in totale fa settantamila, aggiungendo l’assegno arrivo a centoventimila, tondi tondi. -.
Poi prese un’agendina dalla tasca della giacca e proseguì la riflessione, - dunque vediamo un po’, centomila li devo restituire per la caparra dell’appartamento… se non lo faccio quello mi ammazza.
Diecimila li devo versare a Marta… ci sarebbe da saldare l’affitto dell’ufficio e dell’appartamento, e sono altri settemila… totale centodiciassettemila. Sarebbe perfetto se non dovessi versare la ritenuta d’acconto sulle fatture… quasi trentamila euro. -, tamburellando con le dita sul piano della scrivania, spremendo le meningi cercò di far quadrare i conti.
Dopo aver riflettuto a lungo, giunse alla conclusione che non sarebbe stato possibile accontentare tutti, d’altronde la matematica non poteva essere un’opinione, e di ciò Giacomo ne era ben conscio, - qualcuno dovrò scontentare… certamente non quel bestione dell’appartamento e nemmeno Marta, mica posso affamare i miei figli… se non pagassi gli affitti, ben presto mi arriverebbe la lettera di sfratto… non rimane che la ritenuta d’acconto, se sono abbastanza fortunato passeranno anni prima che l’agenzia delle entrate mi richieda il dovuto, nella peggiore delle ipotesi, alcuni mesi… prima d’allora dovrei poter uscire da questa situazione e saldare il debito. -, concluse, e accennando un amaro sorriso rimise in tasca l’agendina.

Anselmo uscì abbastanza sollevato dallo studio di Giacomo, e appena giunto sulla pubblica via puntò lo sguardo sull’orologio del campanile, - le undici, faccio un salto a salutare gli amici, poi passo a prendere Giuliana. -, pensò rasserenandosi definitivamente.
Il giorno prima aveva telefonato a Giuliana invitandola a pranzo, l’appuntamento era fissato per un quarto alle dodici al: Caffè Centrale.
Con passo svelto si diresse al bar delle ACLI, all’interno trovò Bernardo, Marco e Alberto, trascorse con loro una rilassante mezz’ora parlando del più e del meno, tralasciando i suoi problemi che dava oramai per risolti al novantanove per cento.
Poi, dopo essere passato a prendere la sua ospite, si diresse all’agriturismo, dove era solito invitare a pranzo, oppure a cena, gli amici.

Un’entusiasta Giuliana sfruttò il tempo del pur breve tragitto per raccontare a un attento Anselmo le meraviglie del suo viaggio in Russia.
Una volta raggiunto il locale si sedettero al solito tavolo appartato, e lì, Giuliana, impiegò i primi dieci minuti per completare la narrazione.
Solo allora, notando un accenno di sfinimento nello sguardo di Anselmo, si rese conto che stava monopolizzando la giornata: “E tu? Come hai passato le vacanze?”, gli chiese, cercando di coinvolgerlo nel racconto.
“Non troppo bene, il pensiero di non riuscire a terminare la ristrutturazione della casa ha rovinato i dieci giorni trascorsi in montagna.”, rispose sorridendo, mostrando una tranquillità inusuale rispetto a ciò che andava affermando.
“E’ strano… lo dici con una serenità… come se la cosa non ti riguardasse.”.
“E’ vero sono sereno, questa mattina ho incontrato Giacomo e il costruttore, fortunatamente siamo riusciti a risolvere la faccenda nel modo meno traumatico possibile.”.
“Che cosa intendi per: meno traumatico possibile?”.
Anselmo sospirò: “Sistemare il tutto mi costerà qualcosa… ma non importa.”.
“E il tuo grande amico Giacomo non ha saputo, ho non ha voluto aiutarti?”, chiese con sarcasmo Giuliana.
“Non infierire su di lui, ha fatto quello che poteva… i miei problemi sono acqua minerale in confronto ai suoi.”, rispose intristendosi.
“Parlando di Giacomo, il tuo atteggiamento è cambiato, ne vuoi parlare?”.
“Giacomo è un uomo solo, non ha più amici, da quando la sua situazione finanziaria è precipitata, intorno a lui si è fatta terra bruciata.”.
“Quello che si semina, alla fine si raccoglie… si è messo nelle mani dello squalo per salire la scala sociale, e quello l’ha usato, poi l’ha ripagato con un calcio nel sedere, gettandolo nella polvere.”, sentenziò un’astiosa Giuliana.
“Non essere dura con lui, ognuno di noi può sbagliare, l’importante è trovare qualcuno che, invece di darti un calcio nel sedere, ti allunghi una mano.”, replicò aggrottando la fronte.
“Stai pensando di aiutarlo economicamente?”.
“Questo no… anche volendo non lo potrei fare, troppo grande il buco che ha creato, ma mi renderebbe felice poterlo aiutare almeno moralmente.”.
“In che modo?”.
“Facendogli sentire il calore dei vecchi amici.”.
“Sei troppo buono Anselmo.”, disse Giuliana, appoggiando una mano sulla sua, scosse il capo e proseguì: “Ti devo disilludere, non accetterà mai di passare le sue giornate assieme a dei pensionati, lui vuole altro, è schiavo del successo, proseguirà sulla sua strada tentando di risalire la china, e se non ci riuscirà, finirà molto male.”.
“Prevedi la galera per lui? Non ti pare di esagerare?”.
“Prevedo qualcosa di molto peggio!”.
“Mi metti i brividi, sai qualcosa di cui non sono al corrente?”.
“So né più né meno di quello che sai tu!”.
“Allora mi sento di dire che stai esagerando… scusa se mi sono permesso, ma ti sei espressa in un modo così tranciante.”.
Giuliana non accettò né la precisazione né le scuse: “Conosco quel genere di uomini molto meglio di te… loro respirano il successo, si nutrono del successo, non possono vivere senza! Mi spiace Anselmo, potrei anche sbagliarmi, ma non vedo futuro per Giacomo.”, concluse alterandosi.
Anselmo comprese che se non voleva rovinare la giornata a entrambi, avrebbe dovuto cambiare argomento: “Ti ho invitato a pranzo per parlare di noi, eravamo partiti alla grande con il racconto del tuo viaggio, propongo di accantonare l’argomento Giacomo e tornare all’argomento vacanze… raccontami di San Pietroburgo, è veramente splendida come dicono?”.
Giuliana non si fece pregare, e partì in quarta con il racconto dei tre giorni passati a San Pietroburgo.

Proseguirono il pranzo in allegria e, dopo un paio d’ore uscirono dall’agriturismo, Anselmo avrebbe voluto lasciare Giuliana al: Caffè Centrale, e tornare verso casa, ma lei lo convinse a salire nel suo appartamento per mostrargli le fotografie delle vacanze.
Anselmo trascorse una mezz’ora abbondante accanto a Giuliana a sfogliare l’album fotografico.
Fra le tante, dedicò una particolare attenzione alle numerose fotografie in cui Giuliana appariva in compagnia di Gustavo, ora sorridenti, ora abbracciati, affiatati come quando li vide ballare il tango.
In quei frangenti il pensiero, sempre sottotraccia, su quale sorte sarebbe toccata al suo amico Giacomo, venne momentaneamente soffocato da una punta di gelosia nei confronti di Gustavo, che cercò prontamente di nascondere virando lo sguardo e il conseguente apprezzamento sul contesto naturale, artistico o architettonico nel quale era inserito il soggetto in grado di procurargli il lieve tormento, avendo cura di non citare mai, nemmeno per sbaglio, nel commento, il di lei amico tanghero; al secolo, Gustavo.
Alla fine, prima di andarsene, completò l’opera di dissimulazione, dapprima salutandola come si fa con una grande amica; ma successivamente, abbracciandola calorosamente, sussurrandole all’orecchio: “Ti voglio bene.”, dimostrò un trasporto inusuale per una semplice, seppur grande amicizia.
Ma la mancanza del tocco finale, un bacio ardente d’amore, lasciò alla sconfortata Giuliana, oltre all’amaro in bocca, l’irrisolto quesito: sarebbe stato in grado, un giorno, di andare oltre la semplice amicizia e di amarla in modo completo?

Tornando da solo verso casa, il destino del suo amico tornò a impadronirsi dei suoi pensieri, - Devo riuscire a convincerlo a cambiare vita… appena la casa sarà pronta organizzerò una cena con gli amici, lui sarà l’ospite d’onore, la serenità e l’allegria conviviale lo convinceranno a chiudere un capitolo e aprirne un altro… meno stressante, ma sempre coinvolgente e intenso. -, rifletteva, cercando di allontanare lo sconforto dalla mente.
“Ce la farò! Se non ci riuscissi, considererei il mio ritorno un fallimento, Giacomo, Bernardo e Marco erano le colonne portanti della compagnia… ma Giacomo era il fratello che non ho mai avuto, e i fratelli non si abbandonano.”, disse fra sé, cercando di autoconvincersi, concludendo la riflessione.
Il sentimento nei confronti di Giacomo era veramente intenso, ma lui nei confronti di Anselmo provava un ugual trasporto?
Riflettendo sul trattamento che egli aveva riservato all’amico, si direbbe di no, ma chi può leggere quali sentimenti albergano realmente nel profondo dell’anima di una persona; ognuno di noi è padrone e custode dei propri sentimenti e, molte volte, quello che gli altri leggono altro non è che la maschera messa a protezione di un qualcosa che ci mostrerebbe deboli agli occhi del mondo.

CONTINUA...


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