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lavoro pubblicato martedì 12 maggio 2015
ultima lettura mercoledì 14 agosto 2019

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 7

di vecchiofrack. Letto 474 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO SETTE: LA FORZA DI MARCO I PROLEMI DI GIACOMONon aveva passato una gran nottata Marco.Non era una novità, da tempo era abituato a lottare contro le fitte lancinanti che sempre più spesso lo aggredivano, erano come delle pugnalate...

CAPITOLO SETTE: LA FORZA DI MARCO I PROLEMI DI GIACOMO

Non aveva passato una gran nottata Marco.
Non era una novità, da tempo era abituato a lottare contro le fitte lancinanti che sempre più spesso lo aggredivano, erano come delle pugnalate che trafiggendogli la schiena s’irradiavano ai polmoni e all’intera cassa toracica.
Marco aveva lottato tutta la vita per le cause più disparate e disperate, sul lavoro come sindacalista e nel sociale a favore degli emarginati; ed ora, quella forza che aveva sempre usato in favore degli altri lo stava aiutando a combattere la battaglia più dura, in favore di se stesso.

Il giorno prima, dopo essere sceso dalla macchina di Anselmo era rientrato precipitosamente in casa, le prime avvisaglie del dolore che l’avrebbe accompagnato per l’intera notte iniziavano a farsi sentire.
A fatica risalì le sei rampe di scale per arrivare al terzo piano, dove era sito il suo appartamento.
Prima di poter entrare l’attendeva una prova a cui era allenato da tempo, dirimere le sempre più frequenti liti dei due dirimpettai di pianerottolo.
Un marocchino, padre di cinque figli, accusava l’altro dirimpettaio, un indiano con quattro figli, di fare casino.
Sempre per gli stessi futili motivi, invertendo periodicamente le parti, erano soliti uscire sul pianerottolo affrontandosi a muso duro; allora Marco, stanco di sentirli urlare, metteva a frutto la sua esperienza di mediatore affinata in lunghi anni di lotte sindacali e, uscendo sul pianerottolo riusciva, mantenendo una calma olimpica, a far capire ai due contendenti che se c’era qualcuno che aveva il diritto di protestare per gli schiamazzi altrui, quello era proprio lui, dato che era la numerosa prole di entrambi a far casino: “Io mi preoccuperei di più se rimanessero seduti in un angolo, in silenzio tutto il giorno, significherebbe che qualcosa non va. Perciò, voi che siete cresciutelli e possedete l’uso della ragione, cercate di usarla; cosa preferite, vivere nel silenzio e preoccuparvi della salute dei vostri figli o sentirli urlare di gioia mentre giocano… ora datevi la mano e rientrate in casa.”, così concluse l’ultimo dei suoi innumerevoli sermoni solo quindici giorni prima.
Ma quel giorno, di rientro dal pranzo in compagnia degli amici, complice il dolore e la stanchezza fisica, oltre al vino bevuto in abbondanza, non aveva proprio voglia né di sentire urlare né di fare da giudice imparziale.
Così, quando i due urlando come ossessi cercarono di far valere le proprie ragioni, un urlo disumano li ammutolì: “Ora bastaaa!!! Ne ho piene le tasche di tutti quanti voi. Sto maleee!!! Lo volete capire, non è proprio giornata! Ora se non volete vedermi incazzato come una belva, state zitti!”.
I due non si aspettavano una reazione così violenta da un uomo sempre misurato nelle sue esternazioni, così, ammutolendosi, abbassarono il capo e rientrarono nei loro rispettivi appartamenti.
Marco guardò le due porte chiudersi sul suo sguardo e, accennando un sorriso sofferto, pensò, - devo essere stato molto convincente, se in un solo minuto li ho messi a tacere… forse se avessi usato lo stesso metodo da quando avevano iniziato la loro guerra personale, a quest’ora avrebbero già raggiunto un armistizio. -, poi aprì la porta ed entrò nel suo bilocale.
Corse in bagno, aprì lo stipetto dove teneva una siringa sempre pronta per ogni evenienza, abbassò i pantaloni e, piantandosela nella coscia con rabbia, premendo lentamente con il pollice sulla siringa fece penetrare il liquido all’interno del suo martoriato corpo.
Poi, nell’attesa che la morfina facesse effetto, si sdraiò sul divano e chiuse gli occhi, - ogni giorno la battaglia si fa sempre più dura… ma io ce la farò, devo crederci, non esiste medicina più potente della volontà umana. Ho promesso di esserci quando Anselmo tornerà a vivere qui… e ci sarò… si che ci sarò, a dispetto dei santi o dei diavoli, io ci sarò! -, pensava mentre il dolore sembrava affievolirsi.
Durò poco la tregua, un’ora più tardi le fitte tornarono a farsi sentire, - devo resistere, non posso iniettarmi nuovamente dell’altro veleno. -, pensava contorcendosi sul divano.
“Io sono più forte di te… non mi fai paura.”, diceva, cercando di farsi coraggio.
Uscì sul balcone, l’aria gelida lo investì, appoggiandosi alla parete chiuse gli occhi, alzando lo sguardo al cielo inspirò con rabbia l’aria gelida, a quel punto il dolore si fece insopportabile: “Ti fa male è… vorresti rientrare… e invece no! Devi resistere, devo essere più forte del dolore!”, si diceva digrignando i denti, cercando di autoconvincersi.
Abbassò la testa e aprì gli occhi, lo sguardo cadde su tre grandi palazzi appena costruiti all’esterno del villaggio, su un terreno precedentemente occupato da una fabbrica dismessa.
Sul grande cortile centrale, di forma ottagonale, si affacciavano i portici del piano terreno e i balconi degli appartamenti, tutti con le tapparelle abbassate; una visione desolante, il buio delle alte pareti perimetrali era rotto solo dai lampioni posti attorno al cortile e ai vialetti che correvano attorno ai palazzi.
Il rumore di una tapparella che si alzava attirò l’attenzione di Marco, la luce proveniente dal balcone bucò il buio all’altezza del terzo piano.
Marco, che sapeva essere ancora invenduti tutti e quarantotto gli appartamenti dell’intero complesso, incuriosito guardò all’interno: “Giacomo!”, esclamò sorpreso, vedendo il suo amico mostrare a dei probabili acquirenti l’appartamento; non potendo udire le parole rimase a guardare i gesti con cui magnificava l’immobile, - avrai anche un mucchio di soldi, ma non fai certo una bella vita… lo so che non te ne può fregar di meno del parere dei tuoi vecchi amici, oramai sei salito in alto… non hai più pensieri tu, la vita ti sorride. -, rifletteva amaro, mentre lo osservava impegnarsi allo spasimo con i due potenziali clienti.
Quando spostandosi in un altro ambiente scomparvero alla sua vista, rientrò in casa: “Lavori grandi, pensieri grandi. Caro Giacomo, ognuno ha i suoi fantasmi, grandi o piccoli, con cui convivere; e nonostante le apparenze non penso sia tutto oro quel luccica… mi sa che i tuoi bei problemini li hai anche tu!”, disse chiudendo la finestra, pensando al grande complesso immobiliare che in poco più di due anni aveva visto crescere davanti ai suoi occhi, e che ora, sei mesi dopo la fine dei lavori, era ancora desolatamente vuoto.
Marco non lo poteva sapere, ma il problemino di Giacomo era di ben altra dimensione.

Tutto era iniziato tre anni prima, in pieno boom immobiliare, quando i prezzi delle case aumentavano a vista d’occhio, acquistò il terreno e l’immobile della fabbrica dismessa confinante con il villaggio primavera, e quello fu il primo errore.
Il successivo fu quello, per vincere la concorrenza, di pagarlo ben più del valore di mercato.
Il terzo e decisivo, quello di prevedere la realizzazione di appartamenti signorili, da vendere a caro prezzo; d'altronde avendo pagato caro il terreno, per rientrare dall’investimento non poteva certo costruirvi appartamenti popolari.
Costruire appartamenti signorili in una zona popolare di per sé era già una scommessa, e la presenza di numerosi extracomunitari all’interno villaggio, aveva depresso ulteriormente il valore delle abitazioni del quartiere.
Il colpo definito alle speranze di Giacomo lo diede il crollo del mercato e dei prezzi immobiliari, verificatosi un anno dopo, quando lo stato d’avanzamento dei lavori era già a buon punto.
Giacomo avrebbe voluto mantenere la promessa fatta ad Anselmo, di passare almeno per una rapida visita durante il pranzo dei vecchi amici, ma dovendo cercare di risolvere i gravi problemi di liquidità non ebbe il tempo materiale per farlo.
Trascorse il lunedì mattina passando dallo studio del commercialista a quelli di tre direttori di banca; l’ultimo appuntamento lo ebbe con un direttore di filiale che conosceva da anni, da quando era ancora un semplice impiegato.
Moderatamente fiducioso di riuscire a strappare una proroga dei fidi, entrò nel suo ufficio alle dodici e trenta, sfinito dalla lunga e infruttuosa mattinata passata a genuflettersi davanti a chi, fino a poco tempo prima, era disposto ad aprirgli le porte non solo della banca ma anche della cassaforte, e che ora, scotendo il capo infastiditi, dicevano di no a ogni sua richiesta.
“Paolo, tu mi conosci praticamente da sempre, sai che ho sempre onorato ogni mio impegno… ti chiedo solo di darmi un po’ più di tempo, entro sabato dovrei chiudere cinque compromessi. Incasserò centomila euro di caparre, e lunedì mattina li verserò sul conto.”, insisteva con tono accorato da più di dieci minuti, rivolgendosi al direttore.
Picchiettando con la penna sulla scrivania, il direttore scuoteva il capo: “Sei certo di riuscirci? Fossi in te non ne sarei tanto sicuro, vendere appartamenti signorili accanto a un villaggio abitato da extracomunitari era già una scommessa quando il mercato girava a mille, farlo ora che tutto è fermo, scusa se te lo dico, mi sembra una pia illusione!”, ribatté il direttore, usando un tono partecipato, rimproverandolo per una scelta sbagliata in partenza.
Giacomo sospirò: “Cosa vuoi che ti dica… hai ragione, ma oramai la frittata è fatta. Ho ridotto il prezzo del trenta per cento, praticamente li vendo sottocosto, non posso fare altrimenti, alla fine ci rimetterò anche dei soldi ma almeno rientrerò di tutti i fidi bancari. I cinque a cui ho mostrato gli appartamenti sono rimasti a bocca aperta, non pensavano di vedere ambienti tanto grandi e luminosi. Sono anni che vendo case ma non mi era mai capitato di leggere così tanto entusiasmo nello sguardo di possibili acquirenti, per questo sono sicuro che entro sabato chiuderò con tutti e cinque.”.
“Giacomo… Giacomo, so bene che lo sai fare il tuo mestiere, ma io devo fare bene il mio, ho dei superiori a cui rendere conto. Facciamo così, io ti concedo altri sette giorni, ma tu, come garanzia, mi devi firmarmi un assegno da centomila euro… non dal conto della società immobiliare, quello lo sappiamo entrambi che non avrebbe alcun valore, ma dal tuo conto personale.”.
Giacomo s’irrigidì: “Non ti fidi!”, esclamò sconsolato, stringendo forte i braccioli della poltroncina.
“Cerca di capire, non è questione di fidarsi o meno, ci sono dei parametri che sono tenuto a rispettare… sarò chiaro; o tu in questo momento mi dai un assegno del tuo conto a garanzia, o io non posso fare niente per aiutarti… sta a te decidere cosa fare.”, replicò deciso, usando un tono non più amichevole ma professionale e distaccato.
Dopo aver discusso per altri cinque minuti, di fronte alla fermezza del direttore, Giacomo dovette capitolare, firmò l’assegno, salutò freddamente il direttore e uscì dalla banca, - da Paolo non me lo sarei mai aspettato, sono tutti uguali, peggio degli strozzini, conclusa questa storia chiuderò tutti i conti; e se mi capitasse d’incontrarlo per strada girerò lo sguardo dall’altra parte. -, pensava, serrando la mascella e camminando con passo svelto in direzione del parcheggio.
Per risolvere i problemi con le banche aveva dovuto rinunciare al pranzo, guardò l’orologio, - sono quasi le due, oggi non si mangia. -, pensò salendo in macchina, dirigendosi a gran velocità in un altro cantiere aperto da poco.

“Ciao Giuseppe, hai dato un’occhiata al capitolato?”, chiese all’impresario a cui aveva affidato la costruzione del condominio.
“Ho fatto di più, ho già preparato il preventivo... l’ho in macchina, lo prendo subito.”, rispose, indicando la vettura parcheggiata accanto a quella di Giacomo.
Giacomo dopo una rapida occhiata, arrivò velocemente al computo finale: “Duecentocinquantamila!”, esclamò sorpreso.
L’impresario tentò di giustificare il conto finale: “Devi capire che è un lavoro molto complicato, lo stabile si trova in piazza, c’è poco spazio per allestire il cantiere, è stretto in mezzo ad altri fabbricati e questo mio obbliga a muovermi con molta cautela…”.
“Va bene, va bene…”, lo interruppe Giacomo, mostrando di comprendere le ragioni dell’uomo, anche perché, al contrario di quanto capito dall’impresario, riteneva la cifra addirittura troppo bassa.
“Porto il preventivo in ufficio, tempo una settimana, quindici giorni, ti farò sapere.”, concluse avviandosi verso la macchina.
“Scusa Giacomo!”, esclamò l’impresario, richiamando la sua attenzione.
“C’è qualcos’altro che mi devi dire?”, chiese Giacomo, ritornando sui suoi passi.
L’imprenditore tentennò, poi prese coraggio: “Si tratta della fattura di fine lavori del complesso accanto al villaggio primavera. Sono passati più di sei mesi e non è stata ancora bonificata.”, rispose usando tutte le cautele del caso.
Giacomo, guardando lo scheletro del condominio in costruzione, replicò: “Hai ragione… devi avere ancora un po’ di pazienza…”.
“Non posso più aspettare, ne ho bisogno, senza quel pagamento rischio di saltare.”, lo interruppe l’impresario, prendendo coraggio.
“Non so che dirti… devi darmi ancora due o tre mesi, il tempo necessario per vendere qualche appartamento.”.
“E se non li venderai?”.
“Li venderò, non ti preoccupare!”, replicò scocciato Giacomo.
“Guarda che se dovessi saltare, sarebbero cavoli amari anche per te!”, lo minacciò alterandosi.
“Cosa intendi dire… parla chiaro!”, ribatté a muso duro Giacomo.
“In questo condominio hai già venduto cinque appartamenti, se dovessi saltare, questo cantiere verrebbe messo sotto sequestro… e chissà quanto tempo dovrà passare prima che il giudice fallimentare tolga i sigilli. Nel frattempo i tuoi clienti pretenderanno la restituzione del doppio della caparra. Ascolta Giacomo, sono molti anni che lavoro per te, e credimi, non sarei mai voluto arrivare a questo punto, ma ho un estremo bisogno di liquidi, ti prego cerca di comprendere la mia situazione.”, rispose, iniziando con un tono minaccioso e concludendo con uno implorante.
“Devi essere messo proprio male, per venirmi a raccontare i tuoi affari.”, disse Giacomo guardandolo allibito.
L’impresario confermò abbassando il capo.
Riflettendo su come trovare una via d’uscita, lo sguardo di Giacomo cadde sul capitolato che teneva ancora in mano: “Senti Giuseppe, quant’è l’importo, cinquantamila euro?”.
“Cinquantamila più l’iva… in totale fanno cinquantaduemila.”.
“Facciamo così, io ti farò prendere questo lavoro.”, disse, mostrando il capitolato che teneva fra le mani: “Non a duecentocinquantamila euro, ma a trecentodiecimila!”.
“Come farai?”.
“Non ti preoccupare, ci penserò io a sistemare il capitolato, farò in modo di aumentare i primi pagamenti dello stato d’avanzamento lavori, in modo che entro tre, massimo quattro mesi dall’inizio lavori, tu abbia recuperato almeno cinquanta dei sessantamila euro in più. Ce la puoi fare a resistere altri tre mesi?”.
“Sei sicuro che il cliente accetterà… e se sì, quando dovrei partire con i lavori?”.
“Il cliente accetterà, si fida di me… e i lavori partiranno appena firmato il contratto, massimo fra un mese. Allora, è sì?”.
L’impresario sospirò: “Cos’altro potrei fare… sono nelle tue mani, non posso che fidarmi di te!”.
“Fidati! Siamo sulla stessa barca, non posso lasciarti affondare!”, concluse con un sorriso amaro, battendogli una mano sulla spalla.
Si salutarono, l’impresario rientrò in cantiere, deluso per non essere riuscito a farsi saldare la fattura e amareggiato per essere stato costretto ad accettare l’imbroglio perpetrato da Giacomo.

Non che Giacomo stesse meglio, tornando verso il suo ufficio, il pensiero di dover tradire l’amico lo tormentava, - oggi ho toccato il fondo, dove lo troverò il coraggio di guardare in faccia Anselmo, quando, mentendo spudoratamente, gli dovrò dire che la migliore offerta, anche se non la più economica, è quella di Giuseppe perché è un’impresa solida che offre le migliori garanzie, pur sapendo che non è vero. Eppure lo dovrò fare, è vitale per la sopravvivenza della società. -, guardò l’orologio, - le due e un quarto, avrei ancora il tempo per fare un salto dagli amici… ma dopo quello che ho appena fatto, con che coraggio mi presenterei davanti ad Anselmo. -.
Arrestò la macchina, osservò il suo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore e, sbattendo i pugni sul volante, esclamò con rabbia: “Sei un uomo di merda!”.
Rimase alcuni secondi con le mani appese al volante e la fronte appoggiata alle nocche, poi si rialzò, inspirò profondamente e riprese la marcia, dirigendosi in ufficio.

CONTINUA...


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