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lavoro pubblicato martedì 12 maggio 2015
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

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La Fame Del Fango

di AlfredoSpada. Letto 739 volte. Dallo scaffale Horror

La console si accese con un bip, mentre la spia passava da un color rosso sangue a un verde fioco. Il disco cominciò a girare pigramente su se ...

La console si accese con un bip, mentre la spia passava da un color rosso sangue a un verde fioco. Il disco cominciò a girare pigramente su se stesso, mandando un ronzio ovattato dalla sua prigione di gomma e plastica.
Chuck accese il televisore e si lasciò cadere sul divano: era una sera di Ottobre e non c'era modo migliore per trascorrerla. I videogiochi erano una benedizione.
Fuori dall'appartamento all'ultimo piano, un vento troppo freddo per la metà di autunno sferzava le finestre con lunghi gemiti di frustrazione. Piccole gocce cominciarono a rigare obliquamente il vetro, prima sottili e poi sempre più grosse. Erano le otto di sera e lui si sorprese a pensare al ragazzo delle pizze che a quest'ora tagliava il buio e la pioggia per portargli la sua Gigante con peperoni. Era in ritardo e questo lo faceva arrabbiare - come al solito.
Lanciò il gioco e caricò la partita. L'interfaccia indicava il trentasei per cento di completamento e lui si chiese se non ci fosse un modo per far sparire quello stupido contatore. Era su quel livello da settimane. Non era un granché come giocatore, ne era consapevole, ma quel livello era davvero troppo difficile. Era come se il gioco stesse dicendo: Ah, ti credi in gamba, testa fina? Prova questo! Gli dava sui nervi.
Ma ora, almeno, aveva il tempo di giocare. Ora poteva fare come voleva. La baldracca se n'era andata.
Come in risposta a quel pensiero negativo, il telefono squillò. Era proprio Wendy. Lei l'avrebbe chiamato karma, se avesse intuito il dispiacere che gli dava la sua chiamata. La sua voce cominciò a martellargli sul timpano come quel cazzo di Woody Woodpecker.
"Pronto, Chuck. Chuck! CHUUUCK! So che ci sei, ti ho sentito alzare la cornetta."
"Sì, Wendy, sono qui. Se tu chiudessi la bocca ogni tanto, almeno per respirare, avrei fatto in tempo a rispondere."
"Che dolce sei. Sempre così gentile ed educato. Sappi che parto ora da casa, dovrei arrivare fra mezz'ora al massimo."
Cazzo. Si era dimenticato, si era completamente dimenticato. Quella sera doveva passare a prendere l'ultima valigia. E lui che avevo spensieratamente ordinato una pizza.
"Mezz'ora, Chuck. Capito? Mi hai sentito?"
Che rompipalle. Che. Rompi. Palle.
"Sì, Wendy. Ti aspetto con trepidazione."
E scagliò il cordless contro il muro. Rimbalzò e andò in pezzi contro il parquet. Tanto l'aveva comprato lei.
Un po' più calmo, prese in mano il controller. Aveva mezz'ora di libertà e voleva finirlo, quel livello. Forse questa era la volta buona.
Lo schermo si illuminò per un momento, caricò la partita e poi tornò scuro. Nell'ambiente buio di una vecchia casa infestata, il Chuck virtuale cominciò a muoversi come un vecchio tremolante. Faceva parte della difficoltà. Lo scopo era quello di uscire dalla magione senza morire, e ovviamente ti veniva dato un alter ego che correva più lento di un paraplegico.
Muovendosi a tentoni fra le ombre di divani vittoriani e vecchi comò impolverati, arrivò a uno stretto corridoio coi muri coperti da brandelli di carta da parati. Lo attraversò e giunse alla tromba delle scale. Ora arrivava la parte difficile - la prima di tante. All'altezza della prima rampa, che portava ai piani inferiori, il punto di vista sfocò e cominciò a ondeggiare mentre una sagoma tozza si avvicinava dal basso, salendo gli scalini. Ogni passo corrispondeva a un tonfo e un fruscio ed era seguito da un gemito bestiale. In mezzo al terrore simulato che annebbiava la vista al personaggio, Chuck fece in tempo a vedere un sorriso nauseante largo da orecchio a orecchio dal quale spuntavano zanne gocciolanti dall'aspetto malsano.
Si lanciò su per i gradini dalla parte opposta con la velocità di un invalido, cercando di mettere la maggior distanza possibile fra sé e quell'essere prima che potesse scoprire che sapore avevano i pixel colorati del Chuck virtuale.
Nonostante l'andatura barcollante, presto i rumori dell'inseguimento cessarono e arrivò sul pianerottolo del piano superiore. Aprì una porta a caso e se la richiuse dietro, lasciando che il personaggio riprendesse lentamente fiato. Un brivido di paura mista a piacere gli corse lungo la schiena, e non era la schiena del suo alter ego ma proprio la sua, mentre stava seduto col corpo teso in avanti lì nel salotto che era scomparso insieme a tutto il resto. Per lui in quel momento c'erano solo divani vittoriani e vecchi comò impolverati.
Approfittando della momentanea tregua girò cautamente su se stesso, scrutando la stanza.
Non si vedeva granché, anzi, se possibile era ancora più buio di prima. La visibilità era ridotta a sì e no un metro davanti a lui e fu costretto procedere a tentoni lungo la parete dove si trovava la porta. Non trovò nulla, arrivò nell'angolo e proseguì rasente al secondo muro. Qui c'era una grossa libreria ricolma di libri scritti in alfabeti incomprensibili, ma sul ripiano più alto c'era anche un candelabro spento. Lo prese in mano e, tirando fuori i fiammiferi, lo accese.
La stanza si riempì della fioca luce delle candele e, allo stesso tempo, di urla stridule e assordanti. Il Chuck virtuale barcollò, intontito, e quello reale mosse la levetta del controller per dargli il comando di guardare in alto: una specie di pipistrello gigante, dalla pelle grinzosa e rosea, sbatteva freneticamente le ali membranose e si dimenava sul soffitto, appeso a testa in giù nell'angolo opposto della stanza. E urlava, con un roco lamento di neonato che straziava le orecchie.
Lui cercò di raggiungere la porta, ma stavolta il passo lento e barcollante gli fu fatale. La bestia si sganciò dal proprio appiglio e con un dimenare di ali e di zampe e una traiettoria disordinata gli piombò addosso. Cadde a terra e poi fu il buio.
Finito. Perso. Game Over. Un'altra volta avevano vinto loro, chiunque loro fossero. Si immaginò un edificio pieno di programmatori con la faccia di topo e ali membranose che spuntavano da sotto la felpa, game designer tozzi con occhiali dalla montatura vintage sotto i quali zanne luride stillavano bava verdognola. Che bastardi. Il pipistrello era uno dei nemici peggiori, soprattutto perché cambiava sempre posizione. Non l'aveva mai trovato nella stanza della libreria, e comunque il Chuck virtuale era dannatamente troppo lento per scappare da una bestia volante grande come un pitbull.
Il gioco era tornato al menu principale. Gettò il controller nell'altro angolo del divano e guardò fuori. Nel frattempo aveva cominciato a piovere sul serio: gocce pesanti bussavano con insistenza contro la finestra, scagliate dal vento infuriato.
All'improvviso il citofono trillò, facendolo sobbalzare. Controllò l'orologio al polso, ma era troppo presto perché potesse essere già Wendy. Poi si ricordò della pizza e andò all'apparecchio chiedendosi come avesse fatto a dimenticare di essere tanto affamato. Una voce affaticata rispose dall'altra parte.
"Pizza, signore."
"Alleluja. Quinto piano, l'ascensore è fuori uso."
"Oh, no" sentì dire, e poi un'imprecazione soffocata, tanto che credette di averla immaginata. In ogni caso aprì il portone e riagganciò il ricevitore, andando a prendere i soldi in cucina. Sperò che il ragazzo non si aspettasse una mancia, perché quaranta minuti di ritardo non lo avevano messo così di buon umore. Aprì la porta e aspettò sull'uscio.
Aspettò. E aspettò. E aspettò...
Dopo un po' rientrò e tornò al citofono. Alzò il ricevitore e parlò ad alta voce per coprire il rumore della pioggia.
"Ehi, giovane! Non si è aperto il portone?"
"Sono... sono qui, signore" rispose una voce strascicata alle sue spalle. Si voltò.
Lui era lì sull'uscio, bagnato, ansante, pallido. In una mano teneva il cartone della pizza e nell'altra un sacchetto di plastica con qualcosa di pesante dentro. Una lattina, probabilmente. Tese quest'ultima con un sorriso affaticato.
"Un omaggio della casa, signore. Ci scusi per il ritardo."
"Va bene," e prese il sacchetto e il cartone dalle sue mani, andando ad appoggiarli sul tavolo della cucina. "Dimmi solo quanto ti devo."
Lui non rispose. Sembrava affaticato, continuava ad ansimare, e mentre Chuck gli dava le spalle il suo ansito si trasformò in un rantolo più basso e profondo. Chuck si voltò.
Fu allora che il braccio del ragazzo si staccò. Non con un movimento brusco, un urto o una torsione o chissà cosa. Non fece nemmeno rumore. Si staccò in silenzio e con ostentata lentezza, accelerando appena alla fine, come se la colla che lo teneva attaccato alla spalla si fosse sciolta e tentasse fino all'ultimo di trattenerlo, ma invano. Sgusciò fuori dalla manica dell'impermeabile e giacque lì, per terra, sul parquet. Chuck lo seguì con lo sguardo e rimase a fissarlo, con un moto tardivo di orrore che gli attorcigliò le budella.
Passarono un paio di secondi prima che a cadere a terra fosse tutto il resto. Il ragazzo delle pizze, che fino a un momento prima non gli aveva certo dato l'impressione di scoppiare di salute, ma nemmeno di avere un piede già nella fossa, pendette per un momento in avanti, poi si abbatté al suolo a faccia in giù senza nemmeno mettere le mani davanti a sé per arrestare la caduta. Ogni istinto di sopravvivenza sembrava essersi spento in lui. Colpì il parquet con un rumore nauseante, quello che potrebbe fare un blocco di gelatina lasciato cadere da due metri di altezza, e rimase immobile.
Chuck rimase a guardarlo, pietrificato. Non aveva idea di cosa fare. A dirla tutta, sapeva di dover chiamare un ambulanza; forse, anche la polizia. E non poteva certo lasciarlo crepare a faccia in giù, soffocato sul pavimento di casa sua. Ma la verità era che non riusciva a muoversi dall'orrore. Rimase così per un minuto buono, inchiodato sul posto, e per la prima volta in vita sua capì cosa volesse dire sudare freddo.
Alla fine raccolse un po' di coraggio e, vinta la repulsione che lo teneva inchiodato sul posto, si avvicinò a lui. Voleva almeno rivoltarlo con la faccia in su, così gli infilò una mano sotto alla spalla - quella che aveva ancora un braccio attaccato - e lo ribaltò.
Per poco non perse la ragione. La vista gli si annebbiò e lui annaspò, distogliendo lo sguardo e incespicando all'indietro, ritraendosi il più lontano possibile dal corpo. Inciampò, cadde, si portò una mano alla gola e vomitò.
Quando riacquistò un poco di lucidità, era disteso carponi oltre il divano. Ci si appoggiò con la schiena, rimanendo rivolto dalla parte opposta in modo da non vedere nulla, e cercò di respirare. Con gli occhi chiusi, buttò lentamente l'aria fuori dai polmoni mentre impediva alla propria mente di tornare su quello che aveva appena visto.
Una volta, Wendy gli aveva detto che quando aveva un attacco d'ansia si immaginava all'interno di una bolla di energia protettiva. Che stupidaggine. Soffriva di claustrofobia, ed era una cosa che lui odiava. Aveva provato a farle prendere l'ascensore qualche volta - Cristo, abitava al quinto piano - ma lei non ne aveva voluto sapere. Non solo: obbligava anche lui a prendere le scale. Al quinto piano... Era assurdo! Un giorno si era messo a contare gli scalini. Erano novantotto, compresi quelli del pianerottolo. Novantotto! Era un mese prima che si lasciassero. Appena lei se n'era andata, l'ascensore aveva smesso di funzionare ed era rimasto guasto fino ad allora. Bello scherzo.
Ad ogni modo, il metodo della bolla funzionò. Dopo aver ripreso il controllo di se stesso si rimise in piedi, un po' stordito, e imprecò vedendo la chiazza di vomito sul pavimento. Che idiota era stato. Cadere con entrambi i piedi in uno scherzo del genere, uno stupido scherzo. Ma gliela avrebbero pagata, pensò voltandosi. Chiunque fosse stato, lui gliel'avrebbe fatta pagare.
Poi rivide il ragazzo delle pizze con quel suo braccio staccato e vacillò. Si avvicinò piano, e sebbene sentisse lo stomaco chiudersi e le gambe cedergli in una nuova ondata di panico, si costrinse a fissare gli occhi su quello che aveva di fronte. Nessuno poteva giocargli uno scherzo del genere e averla vinta.
Ma non era uno scherzo. Chinandosi sul corpo, dovette ricacciare in gola un nuovo conato: quello era un morto, e se mai era stato vivo lo era stato molto tempo fa.
Il viso era una maschera irriconoscibile di quella che aveva visto - o creduto di vedere, ormai non era più tanto sicuro - quando il ragazzo gli aveva dato in mano la pizza. L'urto con il parquet l'aveva schiacciata in maniera innaturale, deformando le ossa e i lineamenti, riducendola a un ammasso schiacciato e pallido, cereo.
Ma c'era di più. Dalla bocca e dal naso usciva un rivolo scuro che aveva imbrattato viso e pavimento.
E non era sangue.
Non era sangue. Chuck indietreggiò in un moto di repulsione e fu sul punto di scivolare, allungando appena in tempo la mano per puntellarsi sul pavimento. Ritrovò l'equilibrio, ma aveva la mano bagnata e fredda. La sollevò davanti agli occhi e la fissò, straniato. Era coperta di una sostanza color marrone scuro, simile a fango. Guardò per terra, dove la stessa sostanza si stava allargando lentamente in una macchia a partire dal corpo supino, arrivando perfino a lambire la base del muro e lo stipite della porta. Veniva proprio dal ragazzo. Fuoriusciva dalla bocca e dalle narici ma proveniva, si rese conto, in quantità maggiore da altre vie di sfogo. La gran parte di esso formava infatti un ruscelletto orribile che scorreva in mezzo alle gambe, andando ad aggiungersi al laghetto di melma che ricopriva una porzione sempre più grande del pavimento.
Un'improvviso morso di gelo alla base del piede lo riscosse dalla paralisi in cui si trovava. Il fango aveva raggiunto anche lui e in un attimo era penetrato attraverso la stoffa della scarpa.
Fu l'ultimo segnale di cui aveva bisogno. A un tratto si rese conto che doveva uscire di lì, e doveva farlo in fretta. Non poteva aggirare la chiazza marrone e nemmeno saltarla, quindi cominciò ad avanzare piano cercando di non scivolare. Al diavolo il ragazzo, al diavolo la polizia: li avrebbe chiamati dalla strada, avrebbe chiamato aiuto e lasciato che se ne occupassero loro, ma non ora. Ora l'unica cosa da fare era mettere la maggior distanza possibile tra sé e quella sostanza assurda.
Fece un paio di passi cauti verso la porta. I suoi piedi sguazzavano ormai in due dita di fango con un rumore disgustoso, ma non gli sembrò di avere problemi a stare in piedi. A un tratto fece un passo più lungo e scavalcò il corpo, allora scivolò. Ma ormai era arrivato alla porta e si afferrò alla maniglia con un grugnito, poi con sollievo si trascinò fuori dall'uscio, sulla moquette che ricopriva il pianerottolo e che cominciava a tingersi di marrone.
Si fiondò giù per le scale. Gli bastavano sì e no due secondi per scendere ogni rampa, e benché le scarpe coperte di fango lo facessero sdrucciolare di ogni tanto, stava praticamente volando giù di piano in piano. Fu per questo che, dopo la quinta o sesta svolta, non si accorse della persona che gli si parò davanti e la travolse, trascinandola con sé in un groviglio di corpi. Ruzzolarono giù per i gradini, sbattendo violentemente contro il parapetto in ferro battuto e rimbalzando qualche volta sugli spigoli di marmo, andando infine ad arrestarsi contro il muro a metà della rampa che portava dal secondo al terzo piano.
Con l'ultimo urto perse quasi i sensi. Si ritrovò disteso sulla schiena, stordito e incredibilmente dolorante. Le orecchie gli ronzavano in modo insopportabile e, come se non bastasse, a ciò si sommava una voce acuta e insistente che chiamava il suo nome. L'effetto complessivo era quello di un chiodo arrugginito che gli stesse graffiando i timpani.
Era Wendy, ovviamente - puntuale come un orologio svizzero. La serata non faceva che migliorare.
In mezzo alla nebbia che gli annebbiava gli occhi e il cervello, Chuck tentò di metterla a fuoco. Si stava levando in piedi e sembrava essersi fatta molto meno male di lui, che invece sentiva il sapore del sangue in bocca. Si spazzolava il cappotto rosso con la mano e intanto blaterava di un'aggressione e di violenza immotivata e del fatto che sarebbe andata alla polizia. Chuck la lasciò vaneggiare per un po' mentre tentava di raccogliere i pensieri.
"Non l'ho fatto apposta" riuscì infine a dire. La sua testa era come una stanza piena d'aghi in cui si fosse scatenato un tornado. Gli faceva quasi male pensare.
"Ah no, eh? Hai ricominciato a bere, Chuck? Diventi sempre violento quando sei ubriaco."
Altri aghi nel cervello.
"Sta' zitta, Wendy."
"Questa è la volta che ti denuncio. Appena finisco di sopra vado dritta alla polizia."
"A proposito, Wendy. Non andare di sopra."
Si sforzò di schiarirsi le idee. La minaccia di una denuncia da parte di lei era ridicola, e l'aveva sentita altre volte. Ma quello che c'era in casa, sul pavimento, era una faccenda seria. Il pensiero lo spinse ad alzarsi in piedi, nonostante il dolore, quindi la guardò. Era un po' scompigliata, ma ancora una volta gli sembrò incredibile quanto fosse in buone condizioni rispetto a lui. Lo fissò aggrottando tutta la faccia in un'espressione di disprezzo.
"Sei completamente impazzito? Ti ho detto che sarei passata a prendere l'ultima valigia! Cos'hai nel cervello? A volte mi chiedo come abbia fatto-"
La colpì.
Il dolore alla testa era insopportabile e lei stava ricominciando a farneticare, così la colpì. La potenza dello schiaffo la costrinse a una torsione del busto e Wendy mandò un urlo soffocato, portandosi una mano al viso. Lo guardò con aria stupidamente offesa e arrabbiata, come quella di un bambino.
"Wendy, ascoltami: non andare di sopra."
Senza dire nulla, lei corse su per le scale.
Non tentò nemmeno di inseguirla. Faceva quasi fatica a reggersi in piedi, figurarsi salire tre piani correndo dietro a quella pazza. Una parte di lui, si rese conto, stava dicendo qualcosa del tipo: Lasciala andare, se l'è cercata. Dio sapeva se non era vero. Ma alla fine si avviò anche lui, seguendola con tenacia, tentando di arrivare di sopra col minor danno possibile nel corpo e nello spirito. Piuttosto lentamente, salì e salì seguendo il rimbombo dei passi di lei.
Quando arrivò sul pianerottolo, i passi di Wendy si erano fermati già da un po'. Eppure lei era là, in piedi, ancora sulla porta. Con gli occhi sgranati grandi quanto mandaranci, fissava per terra davanti a sé.
In un certo senso, lui se l'era aspettato. Vale a dire, si era aspettato la sua sorpresa: dopotutto lì dentro c'era un morto immerso nel fango. Quel che non aveva previsto era il rumore. Aveva ancora il piede sull'ultimo gradino quando ci fece caso, e vedendo l'espressione pietrificata di Wendy sentì un formicolio di paura serpeggiargli dietro la nuca e lungo la spina dorsale. Da dove si trovava non poteva vedere in casa, ma non aveva dubbi che il suono venisse dal pavimento.
E nonostante i suoi sforzi non riusciva a identificarlo. Gli faceva venire in mente il gorgoglio causato dalla presenza d'aria in uno scarico. In uno scarico intasato, magari, in cui la pressione dell'acqua accumulata la faccia a un tratto defluire via a tutta velocità. Ecco, l'aveva sentito altre volte: il risucchio che sentiva era simile a quello.
Ma non poteva essere quello. Non solo perché stava salendo d'intensità. Non solo perché era prolungato, e profondo.
Si strinse la testa fra le mani mentre sentiva la ragione spegnersi in lui come la fiamma di un cerino.
Il gorgoglio crebbe ancora d'intensità, mentre la pazzia si infilava nella sua coscienza come un tarlo e ne rosicchiava la parte più razionale.
La sua percezione della realtà si piegò. Le orecchie cominciarono a fischiargli come aggeggi elettronici guasti e lui fu grato di perdere il senso dell'udito.
Perché quello che aveva sentito era il suono di una risata.
L'ultima cosa che vide era Wendy che sollevava lentamente lo sguardo, come per seguire il movimento di qualcosa che si stesse alzando da terra.
Poi il mostro di fango spalancò le fauci e la travolse in un'ondata di melma, e la mente di Chuck si spezzò.


Commenti

pubblicato il martedì 12 maggio 2015
Spaventapasseri, ha scritto: Davvero un gran bel racconto, mi piace molto. In particolare, è originale la parte del videogioco e della consegna della pizza. I personaggi sono "a tutto tondo" e l'ansia che provi leggendo questo scritto sale a ogni riga, per poi esplodere al finale. Insomma, ottimo lavoro.
pubblicato il martedì 12 maggio 2015
AlfredoSpada, ha scritto: Mille grazie! ;)

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