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lavoro pubblicato martedì 12 maggio 2015
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 5

di vecchiofrack. Letto 506 volte. Dallo scaffale Amicizia

CAPITOLO CINQUE: I LUOGHI DEL RICORDO“Questa era la mia drogheria!”, esclamò Anselmo, mostrando i locali, ora spogli, al figlio.Domenico seguiva il padre come un’ombra, mentre lui, passando da un ambiente all’altro, descr...

CAPITOLO CINQUE: I LUOGHI DEL RICORDO

“Questa era la mia drogheria!”, esclamò Anselmo, mostrando i locali, ora spogli, al figlio.
Domenico seguiva il padre come un’ombra, mentre lui, passando da un ambiente all’altro, descriveva con dovizia di particolari com’era articolata la casa al tempo della sua gioventù.
Domenico annuiva, sorrideva, ma lo sguardo tradiva la sua perplessità, la stessa perplessità evidenziata poco prima, quando passarono dallo studio di Giacomo per firmare il carteggio da presentare alla commissione edilizia.
Giacomo non era presente, un impegno urgente in cantiere l’aveva costretto a disertare l’appuntamento con il suo amico, ci pensò il suo assistente a mostrare ad Anselmo i documenti da firmare.
Mentre firmava la mole di disegni tecnici, Anselmo si soffermò sulla piantina planimetrica dei locali, la aprì e mostrò al figlio come sarebbe stata la sua nuova casa, fu lì che la perplessità latente da quando erano partiti dal lago si evidenziò.
Per non mostrare il proprio disappunto davanti a un estraneo, Domenico si trattenne dall’esprimere un suo parere riguardo alla disposizione e al numero degli ambienti, e una volta usciti dallo studio mantenne il suo atteggiamento refrattario allo scontro, per non dispiacere il padre che, con l’entusiasmo di un bambino, si apprestava ad aprire la porta della sua vecchia casa.
Ma quando Anselmo, accompagnandolo al piano superiore gli indicò, dove sarebbero state ricavate le camere e i bagni, non seppe trattenersi e sbottò: “Tutti questi locali solo per te… scusa se mi permetto, ma a me sembra un’esagerazione!”.
Anselmo s’incupì: “Non sono tutti per me… ho voluto creare lo spazio per tre famiglie, per dare la possibilità a te e tuo fratello di passare qualche giorno, assieme alle vostre mogli e ai miei nipotini, qui da me!”.
Domenico scosse il capo: “Papà… lo sai bene che con il nostro lavoro non possiamo allontanarci dal lago, se non per qualche ora…”.
“Eppure il tempo per qualche giorno di vacanza, in montagna o al mare, riuscite sempre a ritagliarvelo, come te lo spieghi?”, lo interruppe, usando un tono più scocciato che arrabbiato.
“Ti prego papà… non cercare la ragione ad ogni costo. Lo sai benissimo che da quando hai lasciato nelle nostre mani la gestione dell’albergo, cinque anni fa, abbiamo iniziato a prenderci le ferie a turno, prima io con la mia famiglia, poi Emanuele con la sua, o viceversa.”, concluse usando un tono fermo ma non aggressivo, cercando di far comprendere al padre le sue buone ragioni.
Anselmo comprese, ma non si diede per vinto: “Vorrà dire che verrete a passare qualche giorno da me, a turno…”.
Si tacque un attimo, osservò lo sguardo perplesso di Domenico e, rattristandosi, proseguì: “Se avrete piacere di passare qualche giorno assieme a vostro padre… altrimenti andate pure al mare o ai monti… o al diavolo!”, concluse sibilando con rabbia le ultime parole e sbattendo violentemente la porta della camera che stava mostrando al figlio.
“Ma! Papà!”, esclamò sconcertato Domenico.
“Lascia perdere Domenico… usciamo da qui!”, ribatté a tono Anselmo, scendendo le scale a passo svelto, seguito come un’ombra da Domenico che, pur non capacitandosi del comportamento del padre, per non inasprire la situazione rimase in silenzio.

Anselmo, affiancato dal figlio, percorse con passo deciso la piazza, e con altrettanta decisione entrò nel cortile interno del castello, solo allora si decise a rompere un silenzio che stava portando l’atmosfera, già pesante fra loro, al limite della sopportazione: “Ecco! Qui venivamo a giocare da bambini. Vieni, voglio farti vedere qualcosa d’interessante.”.
Attraversò il cortile, affiancato come un’ombra da Domenico, si accostò a una delle finestre protette da robuste grate di ferro della parete a nord e, con la nostalgia nello sguardo e nel tono, guardando all’interno raccontò: “Venivamo qua, guardavamo all’interno della sala d’armi… le lance, le spade… e quelle splendide armature la in fondo… e sognavamo a occhi aperti. Nel nostro mondo immaginario, eravamo i cavalieri della tavola rotonda, allegri e felici, correndo all’interno del cortile ci sfidavamo a duello… che bei tempi, durò poco quella vita spensierata, già dai tempi della scuola iniziarono a evidenziarsi i veri temi della vita; lì capimmo che non poteva essere solo gioco, che i nostri genitori, pur restandoci sempre vicino, non avrebbero potuto proteggerci per sempre. Poi vennero i primi amori, le prime delusioni, e quei piccoli grandi drammi segnarono il definitivo passaggio dai tempi dei giochi a un altro, intermedio, che ci avrebbe accompagnato verso la definitiva comprensione della vita con le sue gioie e i suoi dolori.”, concluse commosso.
Domenico guardò le armature all’interno dell’ampia sala, il racconto del padre, ricco di patos, finì per commuovere pure lui, che per non incupire ulteriormente l’atmosfera, si limitò a dire: “E’ una sala d’armi bellissima, uguale a come la immaginavo quando me la raccontavi.”.
Anselmo annuì: “Andiamo a prenderci un caffè!”, sospirò, allontanandosi dalla finestra.
Diede un’altra rapida occhiata al cortile e, incamminandosi, ripeté: “Andiamo a prenderci un caffè!”

Indicando l’insegna dall’altro lato della piazza disse: “L’insegna in ferro del caffè e le vetrine in stile liberty, sono le stesse di allora… purtroppo, l’arredamento è stato cambiato. Vieni, entriamo!”.
Attraversarono la piazza ed entrarono: “Due caffè!”, esclamò Anselmo, rivolgendosi al barista.
Mentre aspettavano, in piedi accanto al banco, di essere serviti, Anselmo indicò al figlio il fondo del locale: “Laggiù, c’era il biliardo, sulla parete di destra c’erano i tavolini, era il posto preferito dalla nostra compagnia; ci sedevamo là, e finché non passava il proprietario con la scopa in mano, facendoci capire che era l’ora di chiudere la baracca, non ci alzavamo, se non per qualche partita a biliardo.”.
Giuliana entrando nel bar li vide intenti a conversare, sorridendo si avvicinò e, quando vide Anselmo virare con lo sguardo su di lei, esclamò: “Ciao Anselmo, chi è questo bel giovanotto?”.
“Ciao Giuliana, ti presento mio figlio Domenico.”, rispose, indicandolo inorgoglito.
“Molto lieta… così tu saresti il ragazzo del mio amico Anselmo?”, fece lei, stringendogli la mano.
“Così pare… dovrei essere il secondogenito… almeno credo… lei che ne pensa?”, rispose con una battuta infelicemente ironica Domenico, mettendo in imbarazzo suo padre e spegnendo il sorriso sulle labbra di Giuliana.
Accortosi del gelo creato dalla sua estemporanea battuta, cercò di porvi rimedio: “Scusate, voleva essere una battuta simpatica e n’è uscita una pesante e cattiva… non era mia intenzione, mi scusi ancora signora Giuliana, sono stato uno stupido.”.
“Era solo una battuta… mal riuscita, ma solo una battuta, non ti preoccupare.”, rispose Giuliana sforzandosi di sorridere, ma si capiva lontano un miglio che non l’aveva presa affatto bene.
“A proposito, ti ho prenotato il tavolo all’agriturismo per lunedì prossimo.”, aggiunse subito dopo, cambiando repentinamente argomento per togliere dall’imbarazzo se stessa e gli altri due.
Aprì la borsa, prese un biglietto e lo passò ad Anselmo: “Tieni questo è l’indirizzo dell’agriturismo, c’è anche il numero di telefono; ho detto loro che se dovessero sorgere delle difficoltà, avresti telefonato per cambiare la data. Se invece vuoi che lo faccia io, dietro il biglietto ti ho scritto il mio numero personale.”.
Anselmo girò il biglietto, lesse il numero di cellulare di Giuliana, annuì, lo mise in tasca e le chiese: “Hai prenotato per noi due la settimana dopo?”.
Domenico ebbe un sussulto, guardò prima suo padre, che non fece una piega, poi Giuliana, in evidente imbarazzo, temendo di essere fraintesa.
“Allora?”, esclamò Anselmo, all’indirizzo di Giuliana che faceva scena muta.
“Sì… l’ho fatto… ora scusate, ma devo andare.”, balbettò, mentre il suo candido incarnato acquistava una leggera tonalità vermiglia.
Il suo comportamento finì per insospettire ulteriormente Domenico, che per non creare ulteriore disagio a lei e a suo padre non aggiunse altro, limitandosi a salutarla educatamente.
Dopo aver sorseggiato il caffè, salutarono il barista e uscirono dal locale per recarsi al parcheggio.

“E’ veramente una gran bella donna la signora Giuliana… quanto avrà… una cinquantina d’anni?”, esordì dicendo Domenico, cercando di scavare nella mente del padre.
Anselmo era troppo vecchio e scafato per non capire dove voleva andare a parare, continuando a camminare guardando in avanti rispose, usando un tono serio: “Giuliana ha sessant’anni, la conosco da ragazzina, lavorava al caffè e noi ragazzi le facevamo tutti il filo… lei scherzava con tutti, ma non è mai uscita con nessuno.”.
“Ah! E’ sposata?”, insistette Domenico.
Anselmo, spazientito, arrestò la marcia, si guardò attorno per constatare che nelle vicinanze non ci fosse nessuno, fissò suo figlio nello sguardo e alzando il tono lo rimbrottò: “Si può sapere cosa ti sei messo in testa? Giuliana è una mia grande amica… grande amica! Ti è chiaro il concetto. Non permetto a nessuno, nemmeno a mio figlio di sporcare un sentimento, vero e sincero. Ora se non ti spiace, gradirei non tornare sull’argomento!”.
Domenico, come faceva da bambino quando veniva rimproverato, abbassò lo sguardo e con tono contrito sussurrò: “Scusami.”, e, come allora, non aggiunse altro.
In silenzio arrivarono alla macchina, salirono a bordo, Anselmo si mise alla guida e si avviò verso casa.

“Non passiamo dal cimitero?”, chiese Domenico, vedendolo allontanarsi dal paese.
“A che fare!”, esclamò scocciato Anselmo.
“Vorrei vedere la tomba dei nonni!”.
“Non serve, i nonni sono in cielo… o da qualche altra parte, di certo non là dentro!”, replicò piccato, cercando ti spegnere la discussione sul nascere.
Domenico non riusciva a comprendere l’atteggiamento scontroso del padre, ma per non alimentare ulteriori sgradevoli ribattute, si tacque.
Ripresero a dialogare dopo circa un’ora, quando si fermarono a pranzare in un autogrill, stando bene attenti, entrambi, ma in modo particolare Domenico, a non toccare argomenti capaci di urtare la sensibilità dell’altro.
“Ma dimmi, ti è piaciuta la sala d’armi?”, chiese a un certo punto Anselmo, mentre parlavano della mattinata appena trascorsa.
“Bella, mi sarebbe piaciuto avere più tempo a disposizione per poterla visitare. Comunque la descrizione che ne facevi, raccontandocela quando eravamo bambini, è calzante. Appena a casa racconterò a Emanuele cosa si è perso rifiutando di accompagnarti.”.
Anselmo annuì soddisfatto, subito dopo riflettendo s’incupì: “Fammi un favore, non raccontare di Giuliana a tuo fratello!”.
Domenico lo guardò perplesso, - perché mai vorrà nascondere a Emanuele l’incontro con quella donna? -, si chiese.
Anselmo parve intuirne il pensiero e, subito dopo, aggiunse: “Ti assicuro che fra me e Giuliana c’è soltanto una bella amicizia, ma sai com’è tuo fratello… meglio lasciarlo tranquillo, non mi sento di affrontare l’ennesima litigata, per giunta basata sul nulla.”.
“Stai tranquillo papà, non dirò niente a Emanuele, anche perché quello che c’è o c’è stato fra te e Giuliana, sono affari tuoi.”.
“Guarda che non c’è stato proprio nulla fra noi… te lo posso giurare!”, ribatté Anselmo, agitandosi, portando una mano sul cuore.
“Papà… tranquillo! Ti credo.”, replicò fissandolo nello sguardo.
Anselmo accennando un sorriso annuì, Domenico dopo una breve pausa riprese l’argomento: “Comunque, se mi posso permettere d’esprimere il mio pensiero, Giuliana sarebbe la compagna ideale per un uomo della tua età.”.
“Già! Hai ragione, ma esiste un problema insormontabile perché ciò possa accadere… amo ancora tua madre, non potrei mai sostituirla con un’altra donna.”.
“Mi fa piacere sentirtelo dire, ma la mamma è morta da più di tre anni, devi fartene una ragione, la vita continua.”.
“Lo so bene, è per questo che voglio tornare ad abitare la mia vecchia casa, per trovare una ragione per continuare a vivere.”.
“E di questo tuo progetto, Giuliana non potrebbe esserne parte?”, gli chiese un particolarmente interessato Domenico.
Anselmo sospirò, l’insistere su quel tasto da parte di Domenico lo infastidiva, allora tagliò corto: “No! Finiamola qui… parliamo d’altro.”.

Quando uscirono dall’autogrill Anselmo porse le chiavi della macchina a Domenico, dicendo: “Guida tu, sono stanco.”.
Domenico si mise alla guida, Anselmo seduto al suo fianco, chiuse gli occhi e iniziò a riflettere sulla giornata appena trascorsa, almeno per qualche attimo; ma la sua mente era oramai proiettata ben oltre, al lunedì successivo e al pranzo con i suoi vecchi amici.

CONTINUA...


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