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lavoro pubblicato lunedì 11 maggio 2015
ultima lettura mercoledì 5 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La casa nella valle - 9

di Legend. Letto 241 volte. Dallo scaffale Fantasia

 La casa nella valle - 9di Pocechini Cotrozzi   Capitolo 9 – La famiglia  - Per esempio – disse – chi di voi due, stasera, dovrebbe sistemare la cucina? – Non dette modo di rispondere – Lo faccio io, perch&e...

La casa nella valle - 9

di Pocechini Cotrozzi

Capitolo 9 – La famiglia

- Per esempio – disse – chi di voi due, stasera, dovrebbe sistemare la cucina? – Non dette modo di rispondere – Lo faccio io, perché domani Amelia viene con me a lavorare la vigna, quindi adesso prepara qualcosa da mangiare da portarci dietro
- Ed io? – veloce intervenne Sara
- Tu resti a casa…Che per caso ti manca da fare? – ridacchiò

Quella notte, svegliandosi, dopo mesi ritornò ad appizzare l’orecchio alla parete della camera da letto di Fred e Amelia. Ma, non era causa la gelosia provata, quando la donna entrò in casa per la prima volta: hai bisogno di vestitini, giustificò Fred. No, il motivo dipendeva da quella dolcezza che sprigionava da Amelia, nel raccontare il suo primo incontro di donna con un uomo. Che parole “strane” aveva detto, quella poesia poi, aveva giurato di averla scritta lei, ma Sara che ormai divorava libri, spesso rubacchiando un po’ di tempo alle faccende, non riusciva a sapere se anche lei sarebbe riuscita a comporle.

Impartiti gli ordini di servizio, per il buon andamento della loro famiglia – come ebbe a dire Sara alla perpetua Cristina, in visita mentre lei era sola in casa – le giornate furono lunghissime, prima che il buio smettesse di esserlo prima. Il gallo cantava, quando lei aveva già raccolto qualche raro uovo, munte le quattro vacche, accesso il camino nella stalla per togliere umidità alla paglia. Ma, per quanto facesse, l’unico vero antidoto capace di “estrarla” dai suoi malesseri sottotraccia era il “suo vecchio brontolone”
Fred. La sua presenza, le chiacchiere, le sue storie e quel suo continuo farfugliare, erano l’unica medicina veramente capace di renderle sopportabile ogni attacco inconscio. Le mancavano quei momenti vissuti fra loro due che avvertiva magici, sentiva turbinare in sé forze inesplorate che le donavano una pace sconosciuta.

Le cose andarono avanti così per un po’, finché una sera, mentre Amelia sparecchiava la tavola e lui se la fumava beato davanti il camino, prese il coraggio a due mani chiedendogli se poteva, per qualche periodo, accompagnarlo lei nei campi. Un cambio di turno, che forse desiderava anche Amelia.
Come aveva previsto, lui si oppose adducendo un’infinità di ragioni che lei seppe smontare una ad una lasciandolo senza alternative.
E fu così che dopo due ore di vivaci discussioni raggiunsero un compromesso che accontentò tutti. Oddio, è pur vero che avrebbe preferito seguirlo tutti i giorni, ma pur di ottenere un risultato positivo accettò di essere con lui il martedì, mercoledì e giovedì, mentre i rimanenti giorni della settimana li avrebbe dedicati alla casa, ai suoi giochi e alla lettura.
Sara suggellò quel patto saltando al collo del povero Fred e assordandolo con un urlo che si propagò nella valle.

Quella sera se ne andò tra le lenzuola assolutamente compiaciuta per la sua vittoria, ma mentre ripensava alla estenuante difesa delle sue richieste, improvvisamente s’insinuò il lei il sospetto che in realtà avesse fatto esattamente quanto egli desiderava facesse.
Il suo primo istinto fu di aprire la camera accanto a lei e saltare sul letto per cantargliene quattro, ma memore del divieto di entrare in quella camera dei “due vecchi brontoloni” senza il loro permesso, si limitò a chiamarlo ad alta voce
– Fred, mi senti?
– Credo ti abbiano sentito anche nella stalla. Cosa vuoi?
– Hai mai detto bugie?
– Forse quand’ero ragazzo devo averne detta qualcuna
– Ne dici ancora?
– Ma cosa ti salta in mente?
– Rispondimi, le dici ancora?
– Certo che no!
– Ne sei proprio sicuro?
– Ehi paperottola! Cos’è che frulla in quella testolina?
– Te lo dirò tra un po’, ora rispondi ad un’altra domanda
– Va bene, ma che sia l’ultima
– Puoi dirmi perché hai creato tante difficoltà per impedirmi di venire con te?
– Cos’è, vogliamo riprendere a discutere?
– Vuoi farmi il favore di rispondere alla domanda?
– Conosci quanto me il motivo, sei ancora troppo piccina per trascorrere intere giornate nei campi
– Questo è quanto hai detto, ma non quanto avevi in mente, non è così?
– Lo sai bene che per te desidero soltanto il meglio
– È un pensiero gentile, grazie…ma questa volta non ci casco e ti dirò ciò che penso…tu sei il più grande bugiardo che abbia mai conosciuto
– E tu un’impertinente da quattro soldi! Ma senti cosa mi tocca ascoltare. Io mi preoccupo per te e tu invece di...
– Va bene, – Lo interruppe lei – te lo concedo
– Eh no! Non c’è ragione che tu mi conceda un bel nulla
– Ah no? Allora spiegami perché ho l’impressione di aver fatto esattamente quello che tu desideravi che io facessi?
– A proposito di cosa?
– Oltre che bugiardo sei un pessimo attore. Porca vacca Fred! Hai lasciato che sbraitassi tutta la sera quando sapevi benissimo che alla fine avresti accettato di portarmi con te
– La tua reazione è fuori luogo e mi offende, sei una vera peste
– E tu sei il peggiore dei bugiardi, porca vacca!
– Ma senti tu
– L’hai già detto!
– Dovresti vergognarti...io...io...
– Attenzione stai mentendo ancora
– Cosa?
– Stai mentendo, lo capisco dal tono della tua voce
– Boia d’un mondo! Non credevo fosse così evidente
– Allora è vero? Ma che figlio d’un...uhmm, ma cosa credi che non abbia capito a cosa miri questa tua messinscena?
– Bene, allora perché non lo fai sapere anche a me?
– Tu speri di vedermi rotta dalla fatica, non è così?
– Non è vero e queste tue parole mi offendono veramente
– Oddio scusami, non volevo. Ma mi dici cos’altro posso fare se per conoscere la verità debbo ogni volta farti andare fuori dei gangheri?
– Sei sicura di voler conoscere la verità?
– Puoi sputarci
– D’accordo, la vera ragione è che non riesco a stare troppo tempo lontano da voi due
– È la verità? – Chiese Sara dopo una pausa di silenzio
– È soltanto la mia verità
– Davvero ti manchiamo?
– Mai stato così sincero
– Allora non ti dispiace avermi tra i piedi?
– No, non mi dispiace…sai bene che sono un povero vecchio bisognoso di aiuto
– Porca vacca, Amelia ma non lo senti?
– Non dovresti mai discutere con lui – Rispose lei ad alta voce – Troverà sempre la maniera per imbrogliarti.

Sebbene il primo giorno che si recò nei campi non accadde nulla di particolare, a buon diritto può essere annoverato tra i suoi giorni indimenticabili.
Alzarsi dal letto quando l’alba non aveva neppure tinto il cielo, vestirsi tra uno sbadiglio e l’altro, bere in fretta una tazza di latte e trascinarsi a piedi lungo la strada per giungere ai campi, fu qualcosa che non soltanto la scombussolò, ma la lasciò in uno stato di stordimento per l’intera mattinata.
Quella sera, mentre si preparava ad entrare nel suo letto, le venne di chiedersi se andare nei campi fosse stata una vera vittoria o soltanto l’inizio di una nuova serie di guai.
Ad ogni modo, consapevole d’essere in parte responsabile di quella scelta e soprattutto sapendo bene che da lui non avrebbe ottenuto sconti, in quei primi giorni della sua nuova avventura, neppure l’aria udì uscire dalle sue labbra un semplice lamento.
E così fu per tutti i giorni che seguirono. Lei continuò a svegliarsi quando era ancora buio e a seguirlo senza mai lamentarsi. Al massimo, durante il tragitto, si concedeva di arrancare ad occhi chiusi aggrappata alla sua giacca.

In realtà, quello di saltare dal letto prima che l’aurora illuminasse l’orizzonte, fu l’aspetto meno penoso se confrontato con ciò che l’attendeva la sera, quando distrutta dalla stanchezza doveva assolvere a tutti quei piccoli compiti divenuti ormai di sua competenza.
Eppure per quanta stanchezza potesse provare o per quanto i suoi sentimenti si sentissero maltrattati, lei non mancò mai di assolvere ad ognuno dei suoi doveri senza chiedere sconti e né aiuti.
In quelle prime sere accadeva spesso che, salutati Fred e Amelia con un bacio, salisse in camera sua senza mettere nulla nello stomaco e se aggiungiamo che ogni mattina quel vecchio brontolone anticipava la sveglia di qualche minuto, si fa presto ad intuire in quali guai si era cacciata. Ma se Fred aveva sperato che quel vagone di guai prima o poi l’avrebbero indotta a piegarsi, fece male i suoi calcoli, poiché pur continuando a seguirlo ogni mattina più stanca della sera precedente, mai chiese di restare in casa nei giorni che doveva seguirlo nei campi.
Certo che in quanto a disagi dovette subirne una quantità impressionante, mentre l’unico che arrecò a Fred fu quello di doverla portare di peso nel suo letto quando si addormentava lavando i piatti. Ma tutto sommato credo che al vecchio imbroglione tutto ciò non dispiacesse affatto.

Poi, finalmente, dopo un lunghissimo mese di quella vita, il suo corpo iniziò a reagire così bene a quei nuovi ritmi, che quando al mattino Fred scendeva di sotto, le trovava in cucina indaffarate a preparare il pranzo da portare nei campi. E sebbene molto presto scoprì sulle sue mani, i piedi e in altre parti del corpo vistose protuberanze callose o che il sole l’aveva talmente abbronzata da farla sembrare una creola, nulla riuscì più a scombussolarla.
Se inizialmente il suo compito fu quello di tenere compagnia al vecchio brontolone, lei utilizzò quel tempo per assimilare ogni sua mossa subissandolo di un’infinità di come e di perché. E quando comprese di essere pronta, iniziò autonomamente a svolgere certi piccoli lavori fingendo di non accorgersi degli sguardi compiaciuti di lui.
Quello non fu soltanto l’inizio di una nuova vita, ma la nascita dell’entusiasmante rapporto che in breve sarebbe sbocciato tra lei e la terra. In poco tempo imparò ad amarla e rispettarla, finendo per sfacchinare sull’aratro e a svolgere ogni altro lavoro come se nella sua vita non avesse fatto altro.
L’esordio del suo impegno nei campi coincise con l’inizio dell’evoluzione del suo metabolismo, che oltre a scatenare in lei una discreta quantità di problematiche esistenziali, le complicò l’esistenza trasformando il suo buon appetito in fame insaziabile.
Mangiava di tutto e a tutte le ore. A volte, durante la notte, Amelia scendeva con lei a farle compagnia.
In quel periodo perfino le cipolle crude divennero un boccone prelibato e c’è da scommettere che fosse pronta perfino a litigare con i conigli selvatici per il possesso di una sola carota. Poi, quando Amelia le insegnò a preparare i dolci, nella casa aleggiava perennemente il profumo delle torte di mele, delle quali, neppure a dirlo, ne divenne talmente ghiotta da ingrassare più del dovuto.
La videro appesantirsi giorno dopo giorno senza peraltro preoccuparsi più di tanto. Sapevano bene che il duro lavoro nei campi e soprattutto i processi catabolici del suo organismo, avrebbero provveduto a farle riacquistare quelle che erano le sue caratteristiche naturali.
Per la verità quella vita seppe fare assai di più, poiché oltre a trasformare il suo aspetto in quello di una deliziosa forosetta, la dotò di tutti quegli atteggiamenti disincantati e schiettamente contadini; come la spiccata parsimonia, la tolleranza, il profondo rispetto per le leggi della natura e soprattutto di quei gesti un po’ ruvidi e sornioni che così bene caratterizzano la gente di campagna.
Assai spesso accadeva che Fred si soffermasse ad osservarla mentre metteva in bocca un po’ di terra, come usavano fare i vecchi contadini quando dovevano scegliere dove e cosa seminare, ma quello che lo lasciava sempre senza parole erano i risultati di quel gesto, poiché quella specie di terremoto riusciva ad indicare con assoluta precisione il luogo e il tempo migliore per una semina.
Si compenetrò talmente bene in quel nuovo ruolo che quando capitavano alla fattoria venditori o ciarlatani che tentavano di vendere il sole di Agosto, riusciva, pur dando di se l’impressione di una ragazza di campagna piuttosto belloccia ma decisamente sprovveduta, sempre a farli andar via felici e contenti di non averle venduto nulla.
E a proposito di ciò Amelia non era assolutamente d’accordo.
– Non dico che si debba comperare tutto ciò che ci presentano, ma santo Iddio dovranno pur mangiare anche loro – Disse lei per farle capire di essere più generosa
– Non devi preoccuparti, offro loro sempre un po’ di pane e formaggio e un bel bicchiere d’acqua – Fu la sua risposta

(Un giorno, ma questo si verificò quando aveva ormai undici anni, si presentò alla fattoria un attempato signore che girava la campagna con un furgone colmo di articoli per la casa e vedendola ben disposta e sorridente, ma soprattutto non notando uomini nelle vicinanze, credette di poterle affibbiarle una stufa a legna con tanto di caldaia per il riscaldamento dell’acqua.
Lei lo ascoltò illustrare le mille meraviglie del suo prodotto, aiutandolo perfino a scaricarne una fiammante, ma quando lui chiese se le avesse fatto piacere vederla sistemata nella sua cucina, lei lo prese per una mano e, trascinatolo in casa, gli mostrò compiaciuta la loro monumentale stufa.
Dimenticavo di aggiungere che da allora quel venditore evitò con cura di tornare da quelle parti.)
L’adeguamento a quella nuova vita coinvolse anche il suo abituale abbigliamento e sebbene continuasse a preferire i jeans alle gonne, iniziò ad adottare canottiere senza maniche, (Riguardo a queste c’è da dire che le preferiva rigorosamente rosa, ma a questo provvedeva personalmente Amelia) un largo cappello di paglia sotto il quale raccoglieva i capelli ormai divenuti molto lunghi e ai piedi grosse scarpe di cuoio.
Con l’approssimarsi della stagione fredda le canottiere vennero sostituite da maglie di lana sulle quali indossava sempre giacconi di panno molto variopinti e il cappellone di paglia si trasformò in un berrettone che le copriva le orecchie. Gli indumenti che non mutarono furono i jeans e le scarpe, ma se per i jeans avveniva una rotazione con un secondo paio che le aveva regalato Amelia, le scarpe rimasero sempre le stesse per la semplice ragione che erano le uniche che possedeva.
(È assolutamente incredibile, ma a proposito di quelle scarpe c’è da dire che ebbero una notevole importanza in quella che fu la trasformazione della sua personalità. A quell’insieme di cuoio, chiodi, spago, colla e per la verità assai sgraziate, Sara si affezionò con tale esasperante morbosità che non volle smetterle neppure quando cominciarono a deteriorarsi, costringendo così il povero Fred ad effettuare su di esse infinite riparazioni.
E sebbene il sentimento che ebbe a provare per quelle scarpe sia difficile da catalogare, certamente lo si può associare al fatto che furono il primo regalo che ricevette dai due brontoloni)
E dire che quando gliele regalarono e lei provò ad infilarle ai piedi, quasi non riuscì a muoversi tanto erano dure e pesanti.
Ad ogni modo quel piccolo problema, com’ebbe a definirlo lei, non le impedì d’indossarle tutto il giorno, ma quando la sera salì nella sua camera e le sfilò dai piedi, aveva tante di quelle dolorose vesciche che non le riuscì di chiudere occhio per tutta la notte.
Il giorno successivo, (Dovendo recarsi nei campi non poté astenersi dall’indossarle) per nascondere il disagio che provava nel camminare, arrivò perfino a modificare l’andatura del suo incedere.
Trascorse una giornata infernale versando tutte le sue lacrime e quando finalmente la sera stava per salire in camera sua, Amelia le porse una minuscola scatola di metallo
– Spalma un po’ di questa roba sui piedi e fai un leggero massaggio – Disse fingendo un certo disinteresse – È un impiastro piuttosto ben riuscito
– Mi sbaglio o è la stessa schifezza che spalmò Fred sul mio dito la volta che urtai la sedia?
– Credo sia lo stesso e se ben ricordi quella volta fece miracoli
– Ha un odore infernale, ma cos’è?
– Non so dirti con quale porcheria sia stata preparata, da queste parti lo usiamo per risolvere un’infinità di problemi, ma quello che sa far meglio è curare gli zoccoli dei cavalli
– Cosa centrano gli zoccoli dei cavalli con i miei piedi? – Chiese lei deponendo la scatola sulla tavola
– Nulla! Ma ho l’impressione che quelle scarpe siano un tantino dure. Non vorrei che...
– Io non sono un cavallo! – Reagì lei arrabbiatissima – E poi non devi preoccuparti per i miei piedi, loro stanno benissimo
– Di questo ne sono più che convinta, ma se la sera e la mattina ne spalmi un po’ sui piedi, potrebbe rendere la pelle delle scarpe più morbida
– Ma di cosa ti preoccupi, dei miei piedi o delle scarpe?
– Delle scarpe accidenti! Cosa credi che possa permettermi di comperartene un altro paio? Disse Fred affacciandosi alla porta della stanza.

Forse fu la stanchezza ad impedirle di rispondere a tono, ma certamente dovette vincere quel pizzico d’orgoglio che ancora aleggiava in lei se accettò il dono con una buffa espressione di sufficienza dipinta sul viso. Ma quando più tardi si tolse le scarpe e vide lo stato in cui si trovavano i suoi piedi, ritenne opportuno riporre l’orgoglio e, mordendosi le labbra per non gridare dal dolore, spalmarsi la crema sulle vesciche.
Il mattino successivo scoprì con sorpresa che le vesciche si erano notevolmente ridotte e sebbene il dolore riuscisse ancora a farla camminare danzando, le cose sembravano assai migliorate. Ad ogni buon conto, essendo quello un venerdì, ebbe quattro giorni di tempo per consentire ai suoi piedi di tornare alla normalità.

Mentre i suoi giorni trascorrevano colmi di lavoro e di fatica senza mai mutare di una virgola, qualcosa di impreciso iniziò a maturare in lei. Qualcosa che pur manifestandosi in forma leggera, esordì scombussolandola emotivamente.
All’inizio si rivelò semplicemente come un’esigenza fugace e per nulla indelebile, ma con il trascorrere dei giorni quella necessità portò alla luce della sua coscienza il prepotente bisogno della compagnia dei due brontoloni.
Scoprì così che il solo fatto di saperli al suo fianco era per lei la totale garanzia di serenità mentale e di benessere fisico. E pur non riuscendo a dare un senso a quella stranissima necessità, ne attribuì il merito unicamente a loro. E per quanto tentasse di forzare la sua memoria, non riuscì mai a ricordare di avere vissuto momenti così sereni e colmi di equilibrio come quelli che trascorreva al suo fianco.
Quando raggiunse la consapevolezza che tutto ciò traeva le sue origini dalle infinite attenzioni che le riservavano, (Sempre mascherate da brontolii e velati rimproveri) pensò bene di ricambiarli nell’unica maniera che conosceva, ovvero tentando di esaudire ogni loro richiesta con la più premurosa delle attenzioni.
Penso sia perfettamente inutile dire che quello strano e dolcissimo sentimento di tenerezza, alla fine le creò qualche problemino in più.
La domanda che in quel periodo l’assillò maggiormente, fu se ciò che provava nei confronti di Fred fosse rispetto e ammirazione, oppure soltanto gratitudine.
E se istintivamente si rifiutò di etichettare in qualsiasi modo quelle suggestioni così adorabili, temendo di comprometterne il sapore, rimase pur sempre un bel rompicapo da risolvere.
Per la verità fu più volte sul punto di chiedere a lui spiegazioni su quanto le stava accadendo, ma ogni volta che era sul punto di parlargliene, un indefinito senso di pudore la induceva a rimandare.
Sfogliò decine di libri e dizionari senza trovare un solo chiarimento paragonabile a ciò che provava. E quando alla fine perse le staffe, abbandonò ogni ricerca inventandosi una definizione tutta personale “Stato emotivo complicato, ma estremamente piacevole.”
Da allora scoprì un’infinità di piccoli particolari fino ad allora sconosciuti; ovvero come il suono delle loro voci riusciva sempre a tranquillizzarla o come certi strani brividi le percorressero il corpo quando le scompigliavano i capelli. Per non parlare di quel senso di voluttuosa ebbrezza che la soffocava quando s’imbatteva nei loro sguardi sorridenti o di cosa le accadeva la sera, quando vinta dalla stanchezza abbandonava il capo sulla tavola e Fred la prendeva tra le braccia portandola nel proprio letto. (Per la verità molto spesso fingeva di addormentarsi per godere di quell’emozione che si ripeteva ogni volta con la stessa intensità)
Con il trascorrere dei giorni un’altra necessità prese a tormentarla; doveva riuscire a dare a quelle emozioni così intense e vibranti un nome più degno del semplice “Stato emotivo complicato, ma estremamente piacevole”
Probabilmente lesse o sfogliò tutta la biblioteca esistente in soffitta, ma come era accaduto la volta precedente non trovò nulla in grado d’illuminarla. (In realtà ne trovò una infinità di riferimenti, ma li scartò ritenendo che nessuno riuscisse a descrivere esattamente quanto provava il suo cuore)
Conoscendo la sua testardaggine chiunque avrebbe scommesso in una soluzione positiva del problema e infatti, mettendo in mostra una monumentale faccia tosta, una mattina chiese ad Amelia se avesse potuto darle spiegazioni su certe manifestazioni di cui disse d’aver letto sui libri.
Inutile aggiungere che lei intuì perfettamente il senso di quella richiesta e fingendosi impegnata in faccende, le piegò molto chiaramente come quelle impressioni appartenessero alla sfera dell’amore. Ma quando iniziò a suddividere i vari aspetti di quel sentimento, Sara preferì interrompere il dialogo affermando d’essere a conoscenza di quelle diversità. (Cosa del tutto inesatta, ma a lei era sufficiente sapere che quel turbamento avesse finalmente un nome importante; Amore)

#

L’aria già pungente lasciava presagire un rigido inverno e sebbene le vette fossero da alcuni giorni avvolta di nuvole scure, li, nella valle, il cielo si manteneva completamente sereno.
Sara impiegò l’intera mattinata del 7 Novembre a svolgere i suoi impegni nella stalla e poi in casa e soltanto sul tardi, quando decise di condurre gli animali nel recinto di pascolo, che il suo stomaco le rammentò di non aver ancora preparato nulla per il suo pranzo.
Essendo Amelia andata con Fred nei campi, per non scombinare nuovamente in cucina si tagliò due gigantesche fette di pane farcendole di una abbondante porzione di carne salata, quindi, infilato un libro sotto il maglione s’incamminò verso la collina dando inizio ad una feroce battaglia con quella carne fin troppo dura anche per i suoi denti.
Raggiunta la cima sedette sotto la quercia dedicandosi ad osservarli intenti a riparare una parte di recinto e per una buona mezz’ora (Tanto le occorse per terminare vittoriosa la sua guerra con la carne salata) rimase ad osservare ogni sua mossa, poi, improvvisamente, forse a causa della stanchezza, si addormentò lasciando la mente al sogno.

“Giaceva sulla schiena con gli occhi fissi sul cielo plumbeo, mentre sottili aghi di pioggia le colpivano la pelle. Il freddo era tale da stordirla, ma non al punto di non udire un lamento provenire da qualche parte vicino a lei. Avrebbe voluto preoccuparsi ma non ne fu capace, forse perché inconsciamente sapeva che a lamentarsi era lei.
Non riusciva a controllare i brividi che le scuotevano il corpo dolorante e i suoni che le uscivano dalle labbra.
Un rivolo di sangue sgorgava da una ferita appena sopra il suo sopracciglio destro.
Con fatica riuscì a sollevarsi rimanendo seduta. La testa le girava e con lei il grigio mondo che la circondava. Si guardò e ben sapendo che quelle visioni appartenevano al sogno, la sua mente accettò l’evidenza di un mondo desolato composto di rocce e cespugli stentati.
– Ma in quale luogo mi hai condotta? – Si chiese pur avendo la netta sensazione d’aver già vissuto il sogno
La domanda risvegliò nella sua mente un fuoco doloroso.
Con un lamento si prese il capo tra le mani e mentre un turbine di paura si fece strada nei suoi pensieri, fu scossa da una violenta vertigine.
In quell’attimo si sentì immersa in un mondo di esplosioni e grida...volti di gente che moriva tra la polvere, di preghiere e invocazioni e un infine un nome dal senso oscuro...Haganah.
Alcuni istanti più tardi aprì gli occhi appena in tempo per vedere un animale dal manto beige e dalla lunga coda strisciante che, palesando sicurezza e arroganza, la osservava dall’alto di una roccia.
Istintivamente Sara sollevò il capo e subito, in un movimento nervoso, l’animale si accovacciò, fissandola attraverso le due fessure verticali degli occhi.
Era bellissimo nella sua selvaggia libertà e lei si incantò ad osservare l’elegante gioco dei muscoli al di sotto del manto lucido.
Le sarebbe piaciuto conoscerlo meglio, ma quando comprese che stava pensando a lei non soltanto come cibo, iniziò a preoccuparsi e quando l’animale saltò dalla roccia e lentamente iniziò a muoversi strisciando verso di lei, improvvisamente si svegliò".
Il distacco dal sogno fu immediato. Si rizzò in piedi tremante con il cuore che batteva violentemente.

Le ore successive volarono tra una pagina e l'altra e soltanto quando la scarsa luminosità del cielo le impedì di proseguire nella lettura che si decise ad alzarsi e avviarsi verso casa.
Vedendola trotterellare infagottata in quel suo giaccone variopinto Amelia si fermò ad attenderla.
– Ciao! – Disse lei – Ma cosa ti ci vuole a farti scendere di lassù?
Sara si strinse nelle spalle sorridendo – Sto bene sulla mia collina
– Fa un freddo cane, ti sarai congelata – Borbottò Fred
– Neppure voi dovete stare troppo bene, sarete stanchi e infreddoliti. Ho lasciato dell’acqua sul fuoco, sarà ancora calda
Fred la prese tra le braccia e facendola volteggiare nell’aria se la pose sulle spalle brontolando risentito
– Ti sembro stanco?
Sara si strinse a lui
– Fammi correre Fred! – Gridò – Fammi volare
Accelerando il passo Fred si avviò verso casa, mentre lei, stringendosi forte a lui, rideva contenta.

Come sempre accadeva durante la cena, Sara raccontò la sua giornata
– Tu sei mai stato bambino? – Chiese lei
– Cosa credi che sia nato con questa barba?
– Com’eri? Voglio dire, eri un bel bambino?
– Com’ero? Oddio, non lo so, può darsi, ad ogni modo non ero certamente bello quanto te
– E ti accadeva di sognare mentre dormivi?
– Certamente, tutti sognano
– Com’erano i tuoi sogni, belli?
– Beh, questo proprio non lo ricordo
– Ne è passato di tempo, vero?
– Si, credo ne sia passato tanto – Mormorò lui
– E ora sogni ancora?
Lui la guardò sorpreso
– Altro che! Ora sogno perfino ad occhi aperti
– E cosa sogni?
– A volte sogno il tempo in cui ero ragazzo
– Deve essere bello rivivere cose del passato. Ti andrebbe di raccontarmi com’eri?
– Beh, questo non lo ricordo, ma rammento bene com’era la vita di un bambino di campagna
– Era come la mia?
– Io non ho mai lavorato in campagna e sinceramente non so se sarei riuscito a fare tutto quello che sai fare tu
– A me piace farlo
– Se è per questo piace anche a me, ma non si può certo dire che la nostra sia una vita comoda
– No,– Rise lei guardandosi le palme delle mani – ma a me sta bene
– Cinquanta anni fa le cose erano ancora più difficili
– Eri felice?
– Lo ero perché vivevo avvolto dell’affetto dei miei
– Avevi anche tu un padre?
– Avevo un padre e una meravigliosa madre
Sara serrò forte gli occhi e lui per evitarle uno dei suoi soliti attacchi di tristezza le chiese
– Vuoi sapere com’era mio padre?
– Com’era? – Chiese lei tornando ad interessarsi – Voglio dire, era buono con te?
– Buono e severo, ma di una severità che apparteneva ad un mondo antico e difficile da comprendere
– Parlami di lui
– Certo, ma farò di più, – Mormorò lui mentre la sua voce si addolcì e lo sguardo sembrò perdersi lontano alla ricerca di cose racchiuse nel profondo del suo cuore – ti racconterò il ricordo più dolce che ho di lui.

Seduta al suo fianco con il capo poggiato sulla tavola Sara annuì e sorridendo socchiuse gli occhi in quella espressione dolcissima con la quale ella indicava il suo consenso.

– “Mio padre era un taglialegna come tanti altri uomini del mio paese, un piccolo meraviglioso nido di anime arrampicato sulle montagne dell’Appennino...Si viveva in armonia, ma anche in una estrema indigenza. In quegli anni a cavallo di questo secolo e di quello precedente, vivere era molto più che un’avventura, era una continua lotta contro ogni tipo di avversità. E per gli uomini e le donne della montagna la vita era davvero breve.
Eppure, spezzandosi ogni santo giorno la schiena nei boschi, egli riuscì sempre a dare a me e a mia madre la possibilità di vivere una vita decente.
Era molto diverso dagli altri uomini della montagna, di lui mi piace ricordare la quieta tranquillità, la sorridente gentilezza e quella serenità interiore che sapeva trasfondere in chiunque gli era accanto e per quanto riesca a ricordare, mai nessuno ha udito una sola parola scortese uscire dalle sue labbra. Il suo buonsenso era così proverbiale che molti uomini importanti si lasciavano guidare dai suoi consigli.
Ad osservalo nel suo lavoro o mentre aiutava mia madre nelle faccende di casa, di lui si aveva l’impressione di un uomo simile a tanti altri, ma era sufficiente ascoltarlo parlare per comprendere che era almeno mille secoli più avanti di tutti gli uomini che conoscevo. Era straordinariamente colto, ma ciò che di lui apprezzavo maggiormente era la sua profonda conoscenza delle cose. Era incredibile, ma tra lui e gli uomini, gli animali, le piante, il vento, la pioggia ed ogni altra cosa del creato, esisteva un intimo e personalissimo rapporto che sfuggiva ad ogni comprensione e sebbene questa sua natura sembrasse in qualche modo accostarlo all’immagine d’un Dio caduto sulla Terra, quelle sue eccezionali doti non gl’impedirono mai di dedicare la sua modesta vita al servizio della famiglia e della comunità.
Quando raggiunsi i sei anni d’età egli volle che frequentassi la scuola, impedendomi così d’iniziare quella sua stessa vita nei boschi colma soltanto di fatica e d’infinita solitudine.
In quegli anni il mio paese non poteva offrire che le prime classi elementari e così, quando terminai quel ciclo di studi, egli decise di mandarmi a vivere a Firenze, in casa di suo fratello, per darmi la possibilità di proseguire negli studi...”

– Lasciasti il tuo paese? – Chiese lei interrompendolo
– Dovetti farlo
– Ti dispiacque?
– Io credo che a quella età nessuno dovrebbe abbandonare gli affetti più cari, è talmente doloroso che sembra di morire e forse qualcosa muore davvero dentro di noi. Quando partii lo feci con tanto dolore sapendo di dovermi allontanare dal caldo affetto di mia madre, ma anche dal burbero modo di vivere di mio padre
– È così difficile lasciare la casa in cui si è nati? – Domandò lei interrompendolo nuovamente
– È molto più che difficile
– Perché accettasti? Potevi rifiutare
– No che non potevo, mio padre aveva deciso così
– Non capisco, tu non eri in grado di decidere da solo quello che volevi fare?
– Immagino di si, ma non lo feci
– Perché?
– Perché era lui a guidare le nostre vite. Io e mia madre dipendevamo esclusivamente da lui e non potevo contrappormi alle sue scelte
– Un uomo dovrebbe poter scegliere come vivere la sua vita
– La società in cui si viveva allora non prevedeva certe autonomie che invece oggi sono riconosciute ai giovani
– Io credo che tuo padre non ti amasse, altrimenti non ti avrebbe privato delle cose che avevi più care
– Lascia che termini il racconto e se poi riterrai di farlo potrai esprimere il tuo giudizio
– Scusami sono un vero disastro, continuo sempre a valutare le azioni degli altri usando il mio metro

– “...Da allora e per molti anni la mia vita si svolse lontana dalla mia casa, ma nel mio cuore rimase come un marchio di fuoco il ricordo del giorno che partii.
Era un Ottobre magnifico e a dispetto dell'imminente autunno l’aria si manteneva ancora calda.
Sul marciapiedi della stazione, in attesa del treno che mi avrebbe portato via, c’eravamo soltanto noi, tre esseri con il cuore in pezzi.
Lui, il grand’uomo, ormai sulla quarantina, basso, già curvo, con in capo il cappello sbilenco, i pantaloni un po’ calanti e la giacca di mezza lana sotto la quale spuntava una camicia di ruvida stoffa senza il colletto. Per tutto il tempo che attendemmo non pronunciò una sola parola, ma quei suoi occhi grigi come l’acciaio mi dissero quanto dolore aveva nel cuore da riuscire a sentirlo urlare.
Io e mio padre ci salutammo così, piangendo dentro, senza che nessuno ci vedesse.
E poi lei, la mamma...bellissima, con quel suo volto pallido che le conferiva un aria adorabile e i capelli già bianchi fermati sul dietro della nuca da un’infinità di forcine. Aveva due grandi occhi sognanti che erano la finestra della sua anima e nei quali era possibile scorgere uno smisurato vigore appena sopito da un’umana tristezza. Lei, dolcissima, che non cessava un attimo di accarezzarmi con quelle sue mani rovinate dalla fatica, ma così capaci d’infondermi quel coraggio di non piangere che altrimenti non avrei saputo trovare.

Da quel giorno trascorsero molti anni e io crebbi lontano dal burbero modo di vivere di mio padre e dal caldo affetto di mia madre. Le sue carezze mi mancarono moltissimo e nei primi anni di quell’esilio le mie notti furono colme di disperazione e pianto.
Tutti i mesi mio padre m’inviava un po’ di denaro, per la verità erano pochi soldi, ma servivano affinché non gravassi troppo sulle spalle della famiglia di mio zio.
Il tempo passò e io crebbi. Avevo diciassette o forse diciotto anni, quando un giorno, in compagnia di alcuni amici, mi recai in un locale non propriamente per gente per bene e li, in poche ore sperperai tutto il danaro che avevo ricevuto da casa, lasciando anche qualche debito.
Quella stessa notte mi rigirai nel letto senza riuscire a chiudere occhio per la consapevolezza di quello che avevo fatto. Mille idee mi attraversarono la mente e non fu davvero facile trovare una soluzione. Giunsi perfino a pensare di vivere alle spalle della famiglia di mio zio fino a che non avessi ricevuto altri soldi da casa, ma per mia fortuna l’orgoglio e la promessa fatta a mio padre mi impedirono di commettere altre sciocchezze. Soltanto alle prime luci dell’alba riuscii a prendere una decisione.
Uscii di casa molto presto informando gli zii che sarei andato a fare visita ai miei e con gli ultimi centesimi che mi erano rimasti acquistai un biglietto per tornare al mio paese.
Sul treno riuscii in qualche modo a non pensare al mio problema, ma quando vidi le prime case, appollaiate sul fianco della montagna imbiancata di neve, tutto il mio coraggio si dileguò lasciandomi il più misero degli uomini e quando scesi dal treno sentii le ginocchia piegarsi.
Mi avviai verso casa sotto una fitta nevicata e cosa che non avrei mai immaginato potesse accadermi, mi accorsi di rallentare l’andatura ad ogni passo; quasi non volessi più raggiungerla.
Quel lento e doloroso cammino fece di me un altro uomo e quando entrai in casa mia madre mi guardò con uno sguardo colmo d’angoscia che dovetti faticare per tranquillizzarla sulla mia salute.
– Tu conosci le nostre possibilità, – Mormorò lei sedendo sconsolata dopo che l’avevo messa a parte del mio problema – io non so proprio come tuo padre possa aiutarti
– Potrebbe farseli prestare – Azzardai senza avere il coraggio di guardarla negli occhi
Lei mi venne accanto, mi accarezzò e sollevandomi il volto mi guardò fisso, poi, scuotendo il capo e con un tono di voce che non avevo mai udito, sussurrò
– Ssst...no...no

Dovevo essere veramente fuori di me, poiché per la prima volta credetti di non capire mia madre.
Quello che provai in quegli attimi non è facile da descrivere. Una marea di sentimenti contrastanti gravarono la mia coscienza. Provai vergogna, paura, risentimento e tanta voglia di fuggire lontano, ma per quell’invisibile rapporto che lega ogni madre ai propri figli, ella intuì ciò che vorticava in me e con quella sensibilità che l’aveva sempre distinta, iniziò a colmarmi di attenzioni che finì per mitigare il mio tormento.
Accese il fuoco nel camino e mentre indossavo un abito asciutto si recò nel pollaio obbligandomi poi a bere due uova.
Fu allora che per la prima volta le vidi fare una cosa che mi lasciò senza fiato. Con quel coraggio che le ho sempre invidiato, ella mise tra le mie mani un bicchiere colmo di quel vino che mio padre teneva gelosamente sotto chiave.
– Mamma, – Sussurrai sentendomi bruciare quel bicchiere tra le dita – se ne accorgerà
– Certo che se ne accorgerà. – Rispose lei con voce calma – Ma questo è un mio problema...non ti preoccupare e bevi lentamente...e se allora compresi il senso di quell’atto non fu per quel liquido vermiglio, ma fu il suo coraggio a dirmi che l’avrei avuta ancora e sempre la mia amatissima alleata…”

– Tua madre si era schierata con te… – Sussurrò Sara portando le mani alla bocca
– Si, aveva volontariamente rotto la promessa fatta a mio padre di non darmi vino fino alla maggiore età
– Ho mio Dio ! – Esclamò lei con un filo di voce

“…Sorseggiando quel vino mi tornarono alla mente le tante volte che da piccino m’incantavo ad osservare l’immagine di mio padre centellinare quel nettare… e forse fu quel suo gesto o più semplicemente il tepore del camino, ma mi addormentai sulla panca e quando più tardi mi svegliai mio padre era dinanzi a me ad asciugarsi alla fiamma gli stivali fradici e sporchi di fango.
– Buongiorno! – Sussurrai a voce bassa mentre il cuore prese a martellarmi il petto
Lui sollevò il capo, mi lanciò uno sguardo e annuì. Poi si alzò, prese quanto mia madre gli aveva preparato per il pranzo e uscì tornando nei boschi.
Ebbi bisogno un po’ di tempo per riprendermi e quando sentii di poterlo fare chiesi a mia madre se glielo avesse detto, ed ella confermò con un cenno del capo.
– Cosa ha risposto? – Domandai
– Ha voluto sapere come stessi
– E del vino? – Chiesi sottovoce
Lei scrollò il capo e forse per troncare l’argomento uscì dalla stanza.
Quella non fu davvero una giornata facile da trascorrere. Le ore sembrarono allungarsi rendendo il mio disagio sempre più pesante e se una parte di me, per il timore di affrontare ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto la sera, avrebbe desiderato che il tempo si fermasse, l’altra parte, quella nella quale sento di riconoscermi, desiderava invece che in un modo o nell’altro venisse sera.

E poi fu sera.

Quando mio padre rientrò non mi rivolse una sola parola e soltanto a tavola, durante la cena, mi parlò e io rimasi ferito dal tono di quelle poche parole che mi rivolse.
– Domani tornerai a Firenze con il treno delle sei. – Disse guardandomi fisso negli occhi – Andrai a piedi alla stazione, il cavallo occorre a me
Terminato di mangiare egli salì di sopra e osservando il suo incedere stanco ebbi l’impressione d’aver perso mio padre. Ma fu solo per un attimo, poiché quando in cima alla rampa si arrestò e si voltò a guardarmi, sentii il suo sguardo sfiorarmi in una burbera carezza.
Il mattino seguente mia madre mi svegliò prima dell’alba. Faceva freddo e fuori nevicava forte.
– È giù che ti aspetta, vestiti in fretta! – Disse carezzandomi come se volesse infondermi coraggio
Quando scesi di sotto era già fuori, in groppa al cavallo, avvolto nel suo mantello ormai carico di neve e quando alla luce della lampada che mia madre mi aveva messo tra le mani lo guardai negli occhi, mi sentii male.
La sua voce mi raggiunse scuotendomi
– “So quanto sia stato difficile ammettere l'errore, ma ti ringrazio d’aver mantenuto la promessa e di aver pensato a me. Sono tuo padre, ricordalo sempre”

Poi trasse una mano di sotto il mantello e me la tese
– Tieni! – Disse con voce roca – Prendilo, è tuo, ma prima di spenderlo ricorda come tuo padre lo guadagna

Quelle poche parole, sussurrate senz’alcuna ostilità, furono per me un solco nell’anima. Non ebbi il coraggio di aprire bocca, mi mancò perfino la forza di respirare. Rimasi a guardarlo allontanarsi in un turbinio di neve. Poi, quando abbassai gli occhi e vidi il danaro che stringevo nella mano, provai un dolore così grande che, lacerandosi, la mia coscienza mi disse che quella ferita non si sarebbe mai più rimarginata.”

Terminato il racconto Fred si volse verso di lei che, con il capo ancora sulla tavola e gli occhi appannati dal sonno, stava osservando il suo profilo illuminato dal riverbero dorato delle fiamme. Le sfiorò i capelli e lei, riconoscendo la carezza, prese la sua mano portandola alle labbra, poi, saltando dalla sedia si arrampicò sulle sue ginocchia serrandogli le braccia al collo.
– Ti eri addormentata? – Domandò lui
Lei scosse il capo sussurrando – Avevi ragione tu, lui ti voleva bene
– È vero e ringrazio Dio per avermi dato un buon padre
– Potrò mai essere come voi? – Sussurrò stringendosi a lui – Prima di giungere qui ho conosciuto altri uomini e non è stato bello. Qui è tutto diverso
Poi, passandola tra le braccia di Amelia, lui disse
– Ti porta su la mamma...io ho ancora da chiudere la stalla...buonanotte piccola Sara!

Lei sentì lacrime d’amore e di appassionato entusiasmo scorrere a ruscelli
– Io vi amo – Sussurrò rannicchiandosi tra le braccia di Amelia, mentre lei prese a salire le scale.

Amelia la depose tra le coperte che rincalzò per benino, poi si chinò su di lei per baciarla
– Buona notte piccola Sara
Sara sollevò le braccia e si strinse al collo di lei ponendole un bacio sulle labbra
– Buonanotte Amelia. – Sussurrò con un filo di voce – Posso chiamarti mamma Amelia?
– Se vorrai lo sarò per la vita...ma ora dormi!

Quella notte, per la prima volta, le sue labbra ancora infantili balbettarono una preghiera in cui l’amore per Amelia e Fred e la certezza di Dio, si confusero in un unico sentimento.

Segue...



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