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lavoro pubblicato domenica 10 maggio 2015
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

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I ragazzi del Caffè Centrale - capitolo 1

di vecchiofrack. Letto 541 volte. Dallo scaffale Amicizia

I RAGAZZI DEL CAFFE’ CENTRALEROMANZOPROLOGOEra partito dal lago di primo mattino, mentre il sole appena spuntato da dietro le montagnepreannunciava una tiepida giornata invernale, e ad accoglierlo aveva trovato la nebbia, assidua frequentatrice d.....

I RAGAZZI DEL CAFFE’ CENTRALE

ROMANZO

PROLOGO

Era partito dal lago di primo mattino, mentre il sole appena spuntato da dietro le montagne
preannunciava una tiepida giornata invernale, e ad accoglierlo aveva trovato la nebbia, assidua frequentatrice delle giornate di gelo nella bassa pianura.
Una nebbia pesante e spessa, quella che bagna e impregna gli indumenti, penetra nelle ossa e rende cupo, oltre all’ambiente circostante, anche l’animo, lo obbligò, negli ultimi chilometri, ad azionare i tergicristalli e ad avanzare con circospezione.
Per sua fortuna, una volta giunto nei pressi della cittadina, la nebbia iniziò a diradarsi.
- Hanno sostituito la pavimentazione in cubetti di porfido. -, pensò, osservando la striscia di nero asfalto, percorrendo la via in salita che conduceva nella piazza principale della cittadina.
- Anche qui hanno messo i parchimetri. -, pensò ancora, leggermente scocciato, appena entrato nella piazza con la macchina.
Parcheggiò nel primo spazio libero, scese dalla macchina, si avviò verso la colonnetta del parchimetro, inserì le monete e ritirò il ticket.
Dopo averlo sistemato in bella vista sul cruscotto, prese il cappotto dal sedile posteriore e, prima di incamminarsi, lo indossò.
Fermandosi quasi nel centro della piazza, si mise a osservare gli edifici che le facevano da corona.
La possente torre merlata del castello, incombente da un lato, sembrava lanciare la sfida all’alto e snello campanile della basilica, incombente dal lato opposto, la cui cuspide si perdeva nella nebbia.
Rammentando una riflessione di molti anni addietro, gli sovvenne un moto di riso: “Quale dei due simboli crollerà per primo, portandosi appresso le macerie del potere che rappresenta?”, disse fra sé.
Puntò lo sguardo su un piccolo edificio chiuso da anni, situato nell’angolo a sud della piazza: “Eccola là... un po’ diroccata ma uguale a com’era trent’anni fa.”, sospirò, tradendo una leggera nostalgia.
- Una, due, tre! Ben tre banche hanno aperto. Una là, dove c’era la salumeria del signor Giannini, un’altra dove c’era il negozio di tessuti del signor Manenti e, l’ultima, al posto del bar commercio. Ma oltre alla mia vecchia casa, cos’è rimasto della piazza che conoscevo? -, si chiese, guardandosi attorno sconfortato.
In effetti, oltre al castello, la basilica e qualche facciata, era rimasto ben poco della piazza di un tempo, le banche avevano fagocitato i migliori spazi, le più belle vetrine, gli uffici avevano preso il posto di quasi tutti gli appartamenti con l’affaccio sulla piazza, e gli esercizi commerciali, una volta numerosi e ambiti su una piazza che, il mercoledì e la domenica, ospitava un fiorente e ricco mercato, ora si potevano contare sulle dita di una mano.
Non si sarebbe mai aspettato di vedere un tale cambiamento, ma trent’anni non erano passati invano, per entrambi.
Anselmo, così si chiamava l’uomo, trascorse in quella piazza la fanciullezza e poi la giovinezza, lasciandola per sempre due anni dopo la morte di suo padre, quando, oramai trentacinquenne, cedette la drogheria del padre, assieme allo stabile, e se ne andò a vivere sul lago di Garda, dove la moglie gestiva un’avviata attività alberghiera.
Non avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe tornato in quella piazza e, soprattutto, non avrebbe mai nemmeno immaginato di ricomprare lo stabile, venduto trent’anni prima, per tornare a viverci.
Vedeva la sua vecchiaia accanto alla moglie, placidamente seduti in riva al lago ad accudire i tre nipoti, dono dei loro due figli ma, per entrambi, il destino avrebbe scelto in altro modo.
Tre anni prima l’amata moglie se n’era volata in cielo, e per lui, vivere su quel lago da solo, nonostante la vicinanza dei figli e dei nipoti, si faceva ogni giorno sempre più insopportabile.
Avrebbe voluto svoltare, scegliere di vivere in altro modo l’ultima parte della sua vita, ma non sapeva in che modo.
Mosso dal rimorso per quello che gli aveva tolto, il destino, forse, decise di dargli una mano.
Pochi mesi prima, durante le ferie estive, un suo vecchio amico decise di passare quindici giorni di ferie al lago e, dopo aver cercato una camera libera in altre strutture, il caso volle che la trovasse proprio nel suo albergo.
Quei quindici giorni passati a ricordare i bei tempi andati, lo ritemprarono moralmente, la cupezza che si portava appresso oramai da tempo andava lentamente scemando, i ricordi della spensierata giovinezza, della vita di provincia così diversa da quella del lago, più semplice e lineare, lo convinsero che, forse, tornando là dove era nato e incontrando i vecchi amici, qualcosa sarebbe cambiato, in meglio.
Allora chiese al suo vecchio amico, che era geometra e gestiva un’agenzia immobiliare, di guardarsi attorno e di cercargli un appartamento in centro, possibilmente all’interno di quella piazza dove aveva vissuto.
Qualche mese dopo, il geometra, lo informò che era stato messo in vendita lo stabile che lui aveva ceduto trent’anni prima: “E’ mio!”, esclamò felice, delegando l’amico a trattarne l’acquisto.
E ora, era lì, all’esterno dello stabile con il naso all’insù, a guardare, sorridendo, la ringhiera in ferro battuto del balcone dove, da bambino, si sporgeva per portare a compimento le sue marachelle.

CAPITOLO UNO: TRE ANTICHI AVVENTORI DUE VECCHI AMICI E UN’AMICA
“Stai ammirando lo sfacelo della tua vecchia casa?”, la voce, percepita alle sue spalle, lo fece trasalire.
“Ciao Giacomo!”, esclamò girandosi, rivolgendosi al geometra; poi, tornando a guardare la facciata, proseguì: “Guardando il balcone mi sono rammentato dell’unica volta che mio padre ebbe il coraggio di assestarmi, un meritatissimo scappellotto. Ricordo che sporgendomi dalla ringhiera, sputando, cercavo di colpire in testa i passanti, ero così preso dal mio stupido tirassegno, che non mi accorsi dell’arrivo di mio padre. Arrivandomi alle spalle, nel momento in cui mi apprestavo a sparare l’ennesimo colpo, senza parlare mi colpì alla nuca, facendomi battere i denti contro il ferro della ringhiera. Spaventato e anche sorpreso, lo fissai nello sguardo; lui, puntandomi l’indice in mezzo agli occhi, esclamò: - Mai più! -, non aggiunse altro, restò lì, fermo, fissandomi con uno sguardo che era tutto un programma, poi si girò e se ne andò. Da quel giorno smisi di fare quello stupido giochetto.”.
“Un tempo si aveva rispetto del ruolo di padre, bastava il loro sguardo a farci abbassare le orecchie, al giorno d’oggi quel rispetto non esiste più, non è raro vedere ragazzini rivolgere male parole al padre, se non addirittura prenderli a schiaffi. I ruoli si sono invertiti, questo è un mondo che gira al contrario, caro il mio Anselmo.”, replicò il geometra, prima di concludere, cambiando argomento, con una domanda: “Allora, dimmi, come hai trovato la piazza?”.
“Non la riconosco più, qui e cambiato tutto, non solo il rapporto fra padri e figli. Dov’è finita la pavimentazione in porfido?”, chiese Anselmo, indicando l’asfalto della piazza.
“L’hanno tolta due anni fa, era bella ma poco pratica, la manutenzione era troppo costosa e, al giorno d’oggi, le giunte comunali devono fare i conti con quel poco che hanno in cassa.”.
“Ma questa è una piazza storica! Come ha potuto l’ente delle belle arti permettere questo scempio?”, chiese ancora Anselmo, infervorandosi.
Il geometra allargò le braccia: “Non so che dirti… ma se hanno potuto farlo, qualcuno deve pur aver firmato i permessi.”.
“Già, gli stessi che a te fanno mille problemi solo per abbattere un muro pericolante nel centro storico.”, confermò Anselmo, puntando il dito contro il geometra.
“Proprio loro… sai che lotte devo sostenere ogni giorno con quei burocrati da quattro soldi… meglio non farsi il sangue amaro, parliamo d’altro.”, aggiunse il geometra, poi trasse di tasca le chiavi e concluse: “Entriamo a dare un’occhiata.”.

“Qua c’era il banco, quella parete era coperta da scaffali alti fino al soffitto, in quell’angolo c’era la cassa…”, diceva Anselmo, indicando le pareti desolatamente vuote e scrostate del piano terra, dove un tempo si trovava la drogheria: “Quanti anni ci ho passato dietro quel banco, se chiudo gli occhi, rivedo ancora la signora Teresa porgermi il libretto sul quale segnavo la spesa che, immancabilmente, pagava alla fine del mese. C’era della fiducia un tempo, fiducia e rispetto, bene o male ci conoscevamo tutti, si cercava di aiutarsi a vicenda, non si lasciava indietro nessuno.”.
“I tempi cambiano, al giorno d’oggi non conosci nemmeno il tuo dirimpettaio di pianerottolo, lo incontri sulle scale e nemmeno ti saluta, abbassa il capo, s’infila nella sua porta, la chiude e non lo rivedi più, se non ti capita di rincontrarlo per caso, ancora una volta a testa bassa, dopo quindici giorni mentre sale o scende dalle scale.”, confermò sconfortato il geometra, mentre saliva al piano superiore, seguito da Anselmo che annuiva sconsolato.
Mentre il geometra apriva le imposte, per dar modo alla luce di penetrare nei locali e, nel contempo, all’aria stantia di fluire all’esterno; Anselmo si affacciò al balcone, da quella posizione si dominava l’intera piazza, appoggiandosi alla ringhiera ruotò lentamente lo sguardo all’intorno, confrontando le immagini impresse nella mente anni prima con quelle che ora scorrevano davanti ai suoi occhi.
Poco dopo il geometra lo affiancò: “Certo che da qui la vista è stupenda, domini l’intera piazza.”, disse indicandola con l’indice, ruotando il braccio teso.
Anselmo scosse il capo: “Stavo guardando le finestre sopra a quella che, una volta, era la salumeria. Vedi quella finestra ricoperta dalle decalcomanie di un ufficio assicurativo? Era la camera di Anna; mi ricordo le corse sul balcone per vederla affacciarsi, nella speranza di strapparle un sorriso, inutilmente, lei nemmeno mi filava… era bellissima Anna, chissà che fine avrà fatto…”, disse con un tono malinconico.
“Si è sposata, ora abita in villa, nel nuovo centro residenziale.”, lo informò il geometra.
“Dimmi, com’è ora… veste sempre abiti firmati… è sempre bella?”, chiese un interessato Anselmo.
“Veste sempre alla grande… in quanto alla bellezza, non saprei che dirti… anche per lei il tempo non è passato invano. E anche se dimostra qualche anno in meno dei sessantacinque realmente portati, io giudico la sua bellezza, artefatta dal chirurgo plastico… non saprei nemmeno quali aggettivi usare per definirla, dovresti vederla per capire.”, concluse scuotendo il capo.
“Finta?”, disse Anselmo, cercando di aiutarlo.
Il geometra annuì: “Finta! Troppo statica per apparire naturale, penso che abbia capito cosa intendo dire.”.
“Sì, riesco a immaginarla, durante il mio lavoro di albergatore, ne ho viste di anziane signore sfidare il tempo, passandomi davanti mostrando, tronfie e soddisfatte, la pelle liscia e levigata… caricature della loro antica bellezza, così apparivano ai miei occhi.”.
Mentre parlava Anselmo continuava a ruotare lo sguardo, a un certo punto lo arrestò: “Ecco qualcosa che non è mutato della vecchia piazza!”, esclamò, indicando l’insegna del: Caffè Centrale, sul frontespizio del locale.
“L’insegna di ferro, in stile floreale, le vetrine, realizzate con lo stesso materiale, quelle sono ancora dell’epoca.”, concluse, sollevato da quella visione.
Rimase qualche istante a guardare quei rimasugli del tempo andato, poi, assieme al geometra, rientrò per visionare gli altri locali.
“Qui dentro fa freddo, ora che abbiamo visto tutto che ne diresti di andarci a bere un buon caffè?”, disse alla fine, richiudendo le imposte, il geometra.
“Forse è meglio, qui si gela.”, rispose laconico, stringendosi nelle spalle, Anselmo.
Dopo aver chiuso la porta dell’ingresso, attraversarono la piazza e si diressero verso le vetrine liberty del: Caffè Centrale.

Appena messo piede dentro il caffè, Anselmo si guardò attorno attonito: “Hanno cambiato tutto, hanno buttato giù le pareti divisorie, da un locale storico, arredato con gusto in stile Liberty, hanno ricavato un anonimo bar moderno.”.
“Che ci vuoi fare, è il progresso… vieni andiamo a sederci là!”, replicò il geometra, indicando un tavolino d’angolo.
Poi, passando accanto al bancone a semicerchio che dominava il centro del locale, esclamò, rivolgendosi al barista: “Due caffè per favore, ci sediamo là, nell’angolo.”.
Il barista lo salutò annuendo, poi salutò anche Anselmo e si diresse alla macchina del caffè.
Anselmo, seduto spalle al muro accanto al geometra, continuava a osservare l’interno del locale, cercando un qualunque rimando al passato: “Là, sul fondo, una volta c’era il biliardo, ti ricordi le serate passate a giocare a carambola?” chiese, accennando uno stanco sorriso.
“Mi ricordo… e mi ricordo anche il fumo di sigaretta alleggiante a mezz’aria che impregnava indumenti, capelli e anche la pelle; ora, perlomeno, l’aria è tersa e pulita.”, rispose il geometra.
Il barista portò i due caffè, il geometra ringraziò e, anticipando Anselmo, pagò; poi, quando il barista se ne fu andato, entrò subito in argomento: “Mi hanno dato il mandato per vendere lo stabile, e di solito non sto a sottilizzare, cerco sempre di accontentare il mio cliente senza preoccuparmi del compratore… ma tu sei un amico e mi piacerebbe capire perché vuoi tornare a vivere qui, in mezzo alla nebbia; possiedi una bellissima casa al lago, al mattino apri la finestra su un panorama da favola. Se tornando speri di ritrovare quello che hai lasciato, ti devo disilludere… quel mondo, come l’arredamento Liberty di questo caffè, non esiste più.”.
“Beh! Qualcosa è rimasto…”, rispose sibillino Anselmo.
Il geometra lo guardò confuso, non riusciva a comprendere il senso della risposta: “Che cosa è rimasto?”.
“E’ rimasta l’insegna di ferro, le vetrine, il castello, la basilica… la mia vecchia casa… e anche tu.”, replicò, facendo puntigliosamente l’elenco di cosa gli rammentava il passato.
“Non è un po’ poco per decidere di cambiare vita?”.
“Basterà… almeno, lo spero… poco è meglio di niente. D’altronde quello che ho lasciato al lago; figli e nipoti, non bastano a riempire il vuoto lasciato da mia moglie. Tu pensi che ogni mattina io apra la finestra su un panorama da favola… non è così! Io ogni mattina, ogni giorno, ogni ora, ogni volta che apro una finestra o una porta, non vedo un panorama da favola, ma il volto di chi ha frequentato quei luoghi accanto a me. Non posso continuare a stare dove ho vissuto la mia felicità, se voglio continuare a vivere devo andarmene; e dove, se non in un altro luogo dove sono stato felice, potrei andare?”.
Il geometra annuì, non se la sentì di controbattere a quella che pareva essere, una struggente perorazione d’aiuto, prese le carte dalla borsa e le mostrò ad Anselmo: “Questo è quello che chiede il mio cliente.”, esclamò.
Anselmo guardò la cifra scritta in calce al documento: “Cinquecentomila euro!”, esclamò sorpreso.
“Cinquecentomila euro!”, confermò il geometra, poi aggiunse: “Secondo il mio modesto parere, il valore dell’immobile, nello stato in cui si trova, non supera i quattrocentomila euro, io ti consiglierei di provare a offrirne quattrocentocinquanta… secondo me potrebbe accettare.”.
Anselmo sorrise: “Ti ringrazio per l’aiuto, ma così non stai certo facendo l’interesse del tuo cliente.”.
“E’ vero… ma tu sei un amico, ed io sono un sentimentalone.”, replicò ridendo il geometra.
Anselmo lo ringraziò regalandogli un sorriso carico d’affetto e, dopo una breve riflessione, ribatté: “E se poi non accettasse? E se nel frattempo qualcun altro offrisse un euro in più? No… non posso rischiare di perdere quest’occasione, accetto la richiesta.”.
“Sei sicuro? Rifletti bene prima di firmare, trattando, potresti risparmiare fino a cinquantamila euro.”, insistette il geometra.
“Senti Giacomo… tu hai la mia stessa età, quanti anni di vita pensi di avere ancora davanti?”.
“Non lo so, dovresti chiederlo al buon Dio.”.
“Facciamo venti, trenta al massimo, nella migliore delle ipotesi. Sono sicuro che se perdessi quest’occasione, non durerei altri cinque, massimo dieci anni. E allora che me ne farei dei soldi che ho risparmiato? Mica posso foderare la cassa da morto con le banconote! L’acquisto della casa e la sua ristrutturazione, mi ridarà l’entusiasmo necessario per tornare a vivere.”.
Il geometra comprese che nulla avrebbe smosso il suo amico, oramai aveva deciso quale sarebbe stato il suo futuro: “Come desideri; i soldi sono tuoi. Allora, per sancire il compromesso mi dovresti versare, tramite bonifico bancario, il dieci per cento, cinquantamila euro…”.
“Un assegno andrebbe bene ugualmente?”, lo interruppe Anselmo.
“Andrà benissimo.”, rispose il geometra.
Anselmo, trasse da tasca il portafogli, prese il libretto e compilò l’assegno: “A chi lo devo intestare?”, chiese alla fine.
Il geometra indicò il nome del proprietario dello stabile, Anselmo finì di compilare l’assegno, firmò il compromesso e passò il tutto al geometra, il quale appose la sua firma in calce al documento e lasciò una coppia ad Anselmo.
“Ora che abbiamo concluso, vorrei capire quanto mi costerà ristrutturare lo stabile?”, chiese al geometra.
“Ricavando un negozio al piano terra…”.
Non fece in tempo a iniziare che Anselmo lo interruppe: “No, non voglio nessun negozio sotto l’appartamento, lo stabile lo godrò interamente.”.
“Ma mi sembra troppo grande, ci potrebbero vivere tre famiglie.”.
“Andrà benissimo, al piano terra, ricaverai un garage con almeno tre posti auto, in modo che, quando i miei figli e i miei nipoti verranno a trovarmi, non avranno difficoltà a sistemare le macchine. L’appartamento dovrà avere cinque camere e tre bagni, così se chiederò loro di rimanere qualche giorno, non potranno accampare scuse. Questo è quello che dovrai ricavare dallo stabile… adesso prova a farmi un preventivo, a spanne.”, concluse, deciso ad arrivare al dunque.
Il geometra prese un foglio, usando una calcolatrice tascabile fece rapidamente quattro conti, poi girò il foglio verso Anselmo, dicendo: “Ecco qua! Compresi gli oneri comunali, l’iva e la mia parcella, ti costerà dai trecentocinquanta, ai quattrocentomila euro.”.
“Cinque e quattro nove… dovrei cavarmela con novecentomila euro, aggiungendo le spese notarili, l’iva sull’acquisto e, per finire, l’arredamento, tutto il giocattolo mi verrà a costare; unmilione, tondo, tondo… si può fare. Ok! Mi va benissimo, accelera al massimo le pratiche per il rogito, intanto inizia a impostare il progetto, entro tre mesi vorrei iniziare i lavori.”, replicò deciso come non mai Anselmo.
“Hai così tanta fretta?”.
“Amico mio, la vita è breve, e ne abbiamo percorso già un buon tratto, se non ti sbrighi rischi di lasciare qualcosa d’incompiuto.”, chiosò allegro Anselmo.
Mentre il geometra sistemava le carte nella borsa, Anselmo, guardando verso l’ingresso, vide entrare un uomo minuto, poco curato nelle vesti e nella persona.
Lo vide avanzare lentamente in direzione del banco appoggiandosi a un bastone, strascicando i piedi a fatica, giunto accanto al banco, con un filo di voce chiese al barista di portargli un caffè, indicando un tavolino dove, subito dopo, lentamente e con fatica si diresse.
Anselmo girò lo sguardo verso il geometra, cercando nel suo sguardo conferma a una sua intuizione.
“Sì, è proprio lui!”, confermò il geometra, scuotendo il capo.
“Richard… il principe del biliardo, passavamo intere serate, fino alla chiusura, ad ammirare il suo magico colpo di stecca. Girava attorno al tavolo leggero, si piegava e, subito dopo, scoccava il colpo, ogni volta perfetto, e ogni volta dal nostro tavolo si alzava un’ovazione.”, disse Anselmo, tornando a guardare il lento deambulare dell’uomo, poi si girò nuovamente verso il geometra, e chiese: “Ma quanti anni ha?”.
“Non è neanche tanto vecchio quanto sembra… cinque anni più di noi. E’ la malattia che l’ha ridotto in quello stato. Tre anni fa ha avuto un ictus dal quale non si è più ripreso. Non so come possa vivere ancora da solo, il parroco avrebbe voluto sistemarlo all’ospizio, ma lui, toccato nell’orgoglio, rifiutò. Non so fino a quanto potrà ancora resistere, le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno, credo che molto presto sarà costretto ad accettare l’offerta del parroco.”, rispose il geometra, immalinconendosi.
“Settant’anni… Dio mio, speriamo non capiti anche a noi una disgrazia del genere.”, ribatté Anselmo, sconvolto, tornando a guardare il campione di biliardo che, un tempo, aveva tanto ammirato.
A fatica Richard raggiunse un tavolino accanto alla parete dall’altro lato del locale, un uomo seduto al tavolo si alzò, scostò la sedia e lo aiutò a sedersi; mentre un altro, in piedi lì accanto, appoggiato al muro, immobile come una cariatide, osservandoli interloquiva con entrambi.
“Riconosci gli altri due?”, chiese il geometra.
Anselmo, li squadrò per bene: “Non mi dire che quello alto, appoggiato alla parete, è il Gary?”, così era sopranominato ai tempi, per una vaga somiglianza con il grande attore, Gary Cooper.
“Da cosa l’hai capito?”.
“Solo il Gary può passare l’intera giornata al bar, senza appoggiare il culo sulla sedia per non sgualcire i pantaloni… lui è rimasto uguale ad allora, mi ricordo quando si andava a ballare; noialtri tutti seduti sui divanetti puntavamo le ragazze, a un certo punto arrivava lui, faceva il giro della pista chiedendo alle ragazze se volevano ballare, ricevendo quasi sempre un sonoro diniego, poi si posizionava, in piedi accanto a una colonna, e passava l’intera serata lì, senza consumare neanche un bicchiere d’acqua. Ma l’ha poi trovato una donna?”.
“Sì, ed è stato anche fortunato, vent’anni fa ha conosciuto una vedova senza figli ed è andato a vivere da lei, in una bella villetta vicino al centro commerciale.”.
“E bravo il nostro Gary!”, esclamò Anselmo, sorridendo.
“E dell’altro che cosa mi dici?”, chiese il geometra.
Anselmo lo guardò: “No, di lui proprio non riesco a rammentarmi.”.
“Ma come! Non hai visto il cappello?”, esclamò il geometra, stimolando la sua memoria.
Anselmo, spostò lo sguardo sul cappello e, dopo qualche attimo, ebbe l’illuminazione: “Il Borsalino… è lui?”.
“E chi se no… conosci qualcun altro che portava il Borsalino, oltre al re del tresette?”.
“No, ma mi ricordo che tutte le volte che entrava al caffè se lo levava e lo lanciava sulla colonna appendiabiti, è questo che mi ha confuso.”.
“Non ha più la mira di una volta… e neanche la memoria, se dovesse posare il cappello da qualche parte, poi faticherebbe non poco a trovarlo.”, lo relazionò il geometra.
“Stai scherzando? Era in grado di ricordare le carte uscite tre partite prima, aveva una memoria di ferro, e ora mi vuoi far credere che tiene in testa il cappello perché se lo posasse, non sarebbe più in grado di ritrovarlo?”, ribatté incredulo Anselmo, fissandolo nello sguardo.
“Eppure è così, forse il cappello riuscirebbe ancora a ritrovarlo, ma la memoria di un tempo, per lui è un lontano ricordo, l’estate scorsa, uscendo dal caffè per tornare a casa, sbagliò la direzione, lo trovarono dopo tre ore che vagava confuso dalle parti del campo sportivo. Da allora, la moglie o i figli, il mattino lo accompagnano al caffè e tornano a riprenderlo a mezzogiorno… caro Anselmo, la vecchiaia è una gran brutta bestia.”, concluse, sospirando, il geometra.
“Senti sono venuto qua per dare una svolta alla mia vita, ma tu mi stai rovinando la giornata… cambiamo argomento!”, ribatté con un tono ultimativo, alterandosi leggermente.
“Scusa, hai ragione.”, disse il geometra, poi guardò l’orologio: “Ora devo andare, ho un appuntamento in ufficio tra mezz’ora… tu cosa fai?”.
“Rimango qui ancora un attimo, poi salgo in macchina e torno a casa.”.
“Non pranzi prima di metterti in viaggio?”.
“No, mi fermerò in autostrada.”.
I due amici si salutarono calorosamente, poi il geometra uscì e Anselmo, rimasto solo, ne approfittò per dare un’altra occhiata al compromesso.
Poi ruotò nuovamente lo sguardo all’interno del locale, arrestandolo sul tavolo dove si trovavano i tre, antichi avventori, si fermò a riflettere, - ecco cos’è rimasto, oltre all’insegna del vecchio: Caffè Centrale, tre fotografie sbiadite dal tempo… trascorrerò anch’io le mie giornate appoggiato a una parete con lo sguardo perso nel vuoto? Mah… meglio pensare in positivo, tanto, quel che dovrà accadere, accadrà lo stesso. -.
Guardò l’orologio, - è ora di avviarsi. -, pensò, piegando il compromesso.

Mentre lo infilava nella tasca interna della giacca, alzò lo sguardo: “Giuliana!”, esclamò sorpreso, vedendo una signora distinta, dall’aspetto curato e piacevole, avvicinarsi al tavolo.
Si alzò, e gli si fece incontro: “Qual buon vento ti porta da queste parti?”, chiese lei mentre lo abbracciava.
“Sediamoci un attimo, ti posso offrire qualcosa?”, rispose Anselmo, mostrandosi felice.
“Ti ringrazio, ma non prendo niente.”, replicò lei, sedendosi.
“Quanti anni sono che non ci si rivede?”, chiese Giuliana.
“Una trentina… mi stavo giusto chiedendo, guardando quel tavolo.”, disse indicando con lo sguardo il tavolo dei tre, antichi avventori: “Sono rimasti solo loro a rappresentare i vecchi frequentatori del caffè? Poi ti ho visto e mi si è aperto il cuore.”.
Giuliana, guardò in direzione del tavolo e sibilò: “Quelli non rappresentano più nemmeno loro stessi!”.
“Perché quest’astio nei loro confronti?”, chiese, sconcertato da quell’atteggiamento, Anselmo.
“Ti sbagli. Il mio non è astio nei loro confronti ma rabbia per quello che la vita, assieme al trascorrere del tempo, ci può riservare. Ma li hai visti! L’unico rimasto uguale a un tempo, è il Gary; ma per lui è stato facile, aveva poco da perdere, solo un bel fisico, e quello, bene o male, l’ha mantenuto, per il resto, come allora, non sa mettere assieme una frase compiuta, qualsiasi domanda gli faccia, lui risponde solo a monosillabi; sì, no, ma… quando riesce a rispondere, altrimenti fa scena muta. L’altro, che possedeva una memoria di ferro, non si ricorda nemmeno di avere il cappello in testa. E l’ultimo, povero diavolo, sta lottando disperatamente per non finire all’ospizio, ma peggiora di giorno in giorno e ben presto dovrà capitolare. Solo a parlarne mi si attorcigliano le budella… cambiamo argomento!”, tagliò corto alla fine Giuliana, e dopo un attimo di pausa rilanciò: “Posso chiederti cosa ci fai da queste parti?”.
Anselmo sospirò, indicò con lo sguardo, oltre la vetrina, la sua vecchia casa: “Sono venuto a riprendermi casa mia.”.
“Hai ricomprato la tua vecchia casa!”, esclamò sorpresa.
“Già, voglio tornare a viverci.”.
“Qua! In mezzo alla nebbia…”.
“Lo so cosa vorresti dirmi.”, la interruppe Anselmo: “E’ vero, il clima del lago, specialmente in questa stagione, è molto più salubre per una persona… non diciamo anziana, è brutto, usiamo il termine; un po’ meno giovane.”
“Non avrei mai usato quel termine, in fondo hai solamente cinque anni più di me… ed io mi sento ancora una ragazzina, come quando lavoravo dietro il bancone del bar.”, rispose sorridendo, forse convinta di quel che andava dicendo.
“Bei tempi quelli, sbavavamo tutti ai tuoi piedi, ma tu, scherzavi con tutti, e alla fine lasciavi tutti con un palmo di naso.”.
Giuliana, rise di gusto alla battuta, trascinando al riso anche Anselmo.
“Ma tua moglie è d’accordo? Lei ha sempre vissuto al lago, non so se riuscirà ad adattarsi al nostro clima.”, disse Giuliana, subito dopo, vedendo il volto di Anselmo incupirsi, comprese di aver fatto una terribile gaffe: “Oddio! Ho toccato un tasto dolente… vi siete separati?”.
Anselmo serrò le labbra, scosse il capo e rispose: “Sono vedovo.”.
“Scusami, non lo sapevo… sono una stupida, scusami ancora.”, ribatté contrita Giuliana, appoggiando una mano su quella che Anselmo teneva appoggiata sul tavolo.
Dopo qualche attimo di silenzio, Anselmo sospirò: “Non hai niente di cui scusarti… Ma ora raccontami un po’ di te.”.
Giuliana staccò la mano da quella di Anselmo, appoggiò la schiena alla spalliera della sedia e iniziò a raccontarsi: “Dieci anni fa ho ritirato la licenza del bar, ora lo gestisco io… non mi sono mai sposata, e non me ne pento. Sto bene da sola.”.
“Non hai un compagno?”.
“Al momento no, l’ho avuto… anche più di uno, ma son durati tutti poco, quello che ha resistito di più, ha retto un anno. Non so perché ma fra me e l’altro sesso, dopo un certo periodo si manifesta una sorta di repulsione.”.
“La stessa repulsione che da ragazza ti spingeva a rifiutare le nostre pressanti e a volte soffocanti richieste di uscire con te.”, aggiunse Anselmo.
Giuliana sorrise: “No, allora era la paura di essere presa in giro, di essere considerata una ragazza facile, da una botta e via, perché lavoravo dietro al bancone del bar. Ora penso che si tratti della paura d’invecchiare, per me avere un compagno fisso, significa dire addio a ciò che mi è rimasto della giovinezza… la libertà!”.
Anselmo rifletté un attimo: “Rispetto il tuo pensiero, ognuno la vede alla sua maniera, io mi sono sposato ma non mi sono mai sentito prigioniero. Ognuno è libero di scegliere come vivere, e la scelta di ognuno è quella giusta.”.
Giuliana sorrise: “Risposta filosofica, o da un colpo al cerchio e uno alla botte?”.
“Ambedue!”, rispose ridendo Anselmo, si tacque un attimo, poi le chiese: “Toglimi una curiosità, di tutti i giovanotti che si spaccavano le ginocchia contro il banco per chiederti un appuntamento, c’è mai stato qualcuno che l’ha ottenuto?”.
Giuliana scosse il capo: “Nessuno… ci fu una sera che fui lì lì per cedere, ma il ragazzo non fu abbastanza sveglio da comprenderlo.”.
Anselmo la guardò incuriosito, avrebbe voluto chiederle chi era quello stupido, ma non lo fece.
Giuliana, dal suo sguardo interrogativo comprese e, improvvisamente, esclamò: “Eri tu!”.
“Io!”, sussultò stupefatto Anselmo.
“Sì, eri tu il giovanotto destinato a vincere il primo premio della lotteria, ma non sei stato, abbastanza sveglio.”, proseguì sorridendo.
“Quando è stato… non rammento di aver rifiutato un invito così alettante, eppure, vista la cotta che hai tempi avevo per te, me lo dovrei ricordare.”, la incalzò Anselmo, ansioso di sapere il come e il quando.
Giuliana, felice per aver stimolato la curiosità di Anselmo, non si fece pregare oltre: “Una sera d’estate, sapendo che saresti andato a ballare al: Lido, ti chiesi un passaggio, ti ritenevo abbastanza sveglio da comprendere che non era il ballo a interessarmi, ma mi sbagliai. Fosti abbastanza gentile d’accompagnarmi, ma non da solo, in compagnia del tuo amico Giacomo; quando entrammo nella sala da ballo, mi lasciasti sola, e in compagnia del tuo amico te ne andasti al bar. Alla fine della serata tornasti a cercarmi per accompagnarmi a casa, sempre con il tuo amico fra i piedi. Mi ero quasi rassegnata, ma quando accompagnasti a casa per primo il tuo amico, pensai, - forse ha capito. -. Scesi dalla parte posteriore della macchina e venni a sedermi accanto a te, ma tu, ancora non capisti, oh eri proprio di coccio. Allora, lentamente, feci salire la minigonna fino all’inguine, ma tu, niente! Continuavi a guardare fisso la strada, e in cinque minuti mi accompagnasti davanti a casa. A quel punto, umiliata e offesa, ti salutai in modo brusco e scesi sbattendo la portiera.”.
Anselmo cercò di rammentare quella serata: “Sai che non riesco a ricordarmi l’episodio… ma in seguito, non ci furono altri approcci fra di noi?”.
“No, l’attimo era passato, e tu non eri stato in grado di coglierlo.”.
“Ora che me l’hai detto, mi resta almeno l’orgoglio di essere stato l’unico, a cui avresti potuto concedere le tue grazie.”, replicò, cercando di giustificare il suo disappunto per un’occasione malamente sprecata in gioventù.
“Sai che soddisfazione!”, esclamò con sarcasmo Giuliana.
“Una misera soddisfazione.”, confermò Anselmo, poi concluse: “Ora devo proprio andare, spero di rivederti presto.”.
Giuliana appoggiò le mani su quelle di Anselmo, trattenendolo: “Resta a pranzo da me!”, esclamò, usando un tono invitante.
Poi, vedendo Anselmo tentennare, si fece più esplicita: “Potremmo cercare di ritrovare quell’attimo.”.
Anselmo ritrasse le mani dal tavolo, scosse il capo e, usando un tono partecipato, imbastì una risposta: “Un attimo non può durare trent’anni… oramai è passato, perduto nel tempo, non si può più ritrovare. Non roviniamo la nostra bella amicizia, cercando patetici rimandi al passato.”.
Giuliana, ferita nell’orgoglio, abbassò il capo: “Hai ragione… scusami.”, riuscì a balbettare, tacendosi subito dopo.
Anselmo, comprese il momento di forte disagio dovuto al suo diniego, allora cercò di rincuorarla, le prese la mano e, con voce suadente, disse: “Non scusarti, la tua offerta mi ha inorgoglito… ma purtroppo, per me il tempo dell’amore se né andato, assieme a mia moglie.”.
“Devi averla amata veramente tanto.”, sospirò Giuliana, alzando timidamente lo sguardo.
“Sì… ora scusami, ma devo proprio andare, ciao Giuliana.”, rispose deciso, cercando di incrociare lo sguardo, ancora incerto, dell’amica.
“Ciao Anselmo, spero di rivederti ancora in futuro.”, concluse rasserenandosi Giuliana, avvicinandosi all’amico.
“Contaci!”, chiosò Anselmo abbracciandola, prima di uscire dal: Caffè Centrale.
Prima di tornare alla macchina diede un’ultima occhiata alla sua vecchia casa, - speriamo di non commettere un’idiozia tornando a vivere qui, pensavo di ritrovare altri amici, o frequentatori del: Caffè Centrale, invece, oltre a Giacomo, Giuliana e le tre vecchie glorie, non ho visto nessun altro… è impossibile ricomporre l’alchimia di un tempo, devo farmene una ragione… oramai il dado è tratto, devo cercare di essere positivo -, rifletteva, mentre la nebbia, diradandosi, lasciava spazio a un timido sole.
Nel mentre si apprestava ad aprire la portiera, udì una voce: “Anselmo! Qual buon vento ti porta da queste parti!”.
Virò con lo sguardo sul marciapiede accanto e trasalì: “Bernardo! Sei ancora vivo!”.
Bernardo ci rimase male: “Pensavi fossi morto?”, chiese, incupendosi.
“No, scusa, mi è sfuggito. Vengo dal: Caffè Centrale, speravo di ritrovare qualche vecchio amico, ma oltre a Giacomo, non ho trovato nessuno. Che fine hanno fatto gli altri? Mica saranno davvero morti?”.
“Tranquillo, sono tutti vivi, hanno solo cambiato il luogo di ritrovo.”, lo informò Bernardo.
“Perché?”.
“Eh, il: Caffè Centrale, è cambiato, te ne sarai accorto, il biliardo è stato tolto, l’arredamento rinnovato, e i giovani di oggi, hanno sostituito i giovani di ieri.”.
“E dov’è che vi ritrovate adesso?”.
“Al circolo delle ACLI!”.
“Al circolo delle ACLI! Un mangiapreti come te, si è avvicinato alla chiesa… sono sconvolto!”, replicò in tono ironico Anselmo.
“La vita è un cerchio che va chiudendosi, inizia in chiesa con il battesimo, prosegue all’oratorio, poi, crescendo, ti allontani dalla chiesa e dai luoghi che la rappresentano, salvo tornarci invecchiando. Così ora vado al circolo delle Acli, vicino alla basilica e, quando il buon Dio lo vorrà, chiuderò il cerchio, rientrando in chiesa con i piedi in avanti.”, replicò in tono semiserio Bernardo.
“M’impressioni… una riflessione del genere, da te, non me la sarei mai aspettata.”.
“Invecchiando si diventa saggi… dopo la perdita di mia moglie, mi sono scoperto filosofo.”, ribatté, mantenendo quel tono semiserio, tipico del suo, immutato, carattere giovanile.
“Ah, sei vedovo anche tu… non lo sapevo.”, proseguì Anselmo, perdendo il sorriso che il discernere semiserio di Bernardo gli aveva regalato.
“Perché, anche tu…”.
“Da tre anni… è per questo che sono qui, ho ricomprato casa mia, e voglio tornare a viverci.”.
“Che cosa posso dirti… ti auguro di trovare la pace.”, disse Bernardo, usando un tono serio, poco adatto al suo carattere gioviale.
“Che fai adesso… parli come un prete?”, replicò con ironia Anselmo, riportandolo al riso.
“Senti Anselmo, io vado a pranzare al circolo, con quindici euro si mangia e si beve onestamente, vieni con me, mi farai compagnia, parleremo dei bei tempi, poi, nel pomeriggio, arriveranno gli altri amici e faremo una bella rimpatriata… che ne dici?”.
“Mi piacerebbe, ma poi quando torno a casa? Ho tre ore di macchina per arrivare.”.
“Beh… resta almeno a pranzo, se parti verso le due, per le cinque sarai a casa.”.
Anselmo rifletté un attimo: “Ma sì, magari resterò anche fino alle tre, così se arriverà qualche amico, avrò almeno il tempo per salutarlo.”, concluse alla fine entusiasta.
“Appena arrivati al circolo, farò quattro telefonate; ti garantisco che, ben prima delle tre, ti farò trovare tutti gli amici schierati sull’attenti!”, chiosò Bernardo assumendo una postura marziale, contrastante con il solito tono semiserio.
Anselmo rinnovò il ticket del parcheggio, - incontrare Bernardo è stata una vera fortuna… un toccasana per il morale. -, pensò, mentre sistemava il ticket sul cruscotto.
Poi, assieme al suo amico s’incamminò, finalmente soddisfatto dalla piega che aveva preso la giornata.

CONTINUA...


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