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lavoro pubblicato sabato 9 maggio 2015
ultima lettura giovedì 25 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il segno del caffé

di waltaway. Letto 528 volte. Dallo scaffale Fantasia

  Il segno del caffè                                   Mi chiamo Aurelio Bonfanti e faccio il venditore di caffè. Ho passato tutt...

Il segno del caffè

Mi chiamo Aurelio Bonfanti e faccio il venditore di caffè. Ho passato tutta la mia vita in questa bottega. Da piccolo dormivo sopra i sacchi di iuta accatastati in quell’angolo, mentre i miei genitori davano retta ai numerosi clienti, e quando ero sveglio giocavo con i chicchi, li osservavo, li studiavo, ne sentivo la consistenza nelle mie mani minute e curiose. Infine li odoravo, con gli occhi chiusi, respirandone la fragranza inebriante, che pervadeva già allora tutto me stesso, divenendo talmente familiare che ben presto non potei più farne a meno.

Compii dieci anni davanti al letto di morte di mia madre e ben presto mio padre la seguì, così mi sono trovato qui da solo a dover mandare avanti l’attività. Non so se per passione, o per rispetto nei confronti di chi ci aveva investito la vita intera, ma ho continuato per venticinque lunghi anni a tenere in vita la bottega.

Ora però sono stanco ed ho sonno, ho tanto sonno.

L’antica caffetteria Bonfanti si trovava al centro del paese, e non c’era persona che non sospirasse all’odore del caffè appena tostato. I vecchi infissi di legno lo lasciavano maliziosamente sfuggire ogni santo giorno dal laboratorio.

Quella sera l’incasso era stato magro, a dire il vero, ed Aurelio Bonfanti, preso dai pensieri sulla sua solitudine, si accingeva a chiudere. All’improvviso entrò nel negozio una donna. Non sapeva perché, ma lui percepì immediatamente qualcosa di familiare in lei, e d’inquietante allo stesso tempo. Lei si avvicinò al bancone molto lentamente e, con un filo di voce, chiese del caffè, della migliore miscela.

Era giovane, sulla trentina. Il viso pallido e smunto, acceso da due occhi trasparenti come l’acqua marina, era circondato da una massa di capelli ramati che cadevano in mille riccioli sulle spalle ossute e dritte.

E fu in quegli occhi che lui si perse, rimase immobile, per qualche secondo, intontito, ipnotizzato da un caleidoscopio di tinte cangianti fra l’indaco ed il celeste che lo precipitarono in un vortice d’immagini e sensazioni. Voci, odori e colori.

Poi fu risvegliato dalla sua stessa voce che diceva:

- Sì, certo signora, glielo preparo subito! -

Lei non aggiunse altro ed aspettò con pazienza che l’uomo le confezionasse il pacchetto, poi lo guardò ancora.

Bonfanti avrebbe voluto chiederle qualcosa, non sapeva neanche lui cosa, non l’aveva mai vista prima, ne era certo, ma nei meandri più profondi della sua mente c’era qualcosa che aveva a che fare con lei. Ed era certo anche di questo.

La donna prese il caffè, gli voltò le spalle ed uscì dentro il suo lungo cappotto di lana, un po’ fuori moda. Lui si accorse, dopo, che lei non aveva nemmeno pagato, né lui glielo aveva chiesto.

Quella notte, a casa, Aurelio Bonfanti dormì un sonno agitato, alternato a lunghi stati di veglia semicosciente, dove i suoi sensi ubriachi percepivano strani stimoli sospesi nella sottile linea che giace fra la veglia ed il sonno, quel territorio sconosciuto, quella terra di nessuno dove bene e male, realtà e fantasia, verità e menzogna coincidono. La mattina aprì gli occhi gonfi già consapevole che non sarebbe finita lì.

La donna, infatti, con sconcertante puntualità, fece ogni sera il suo ingresso nella bottega portandosi via un po’ della preziosa polvere scura. Non pagò mai. Né lui glielo chiese.

Una sera Bonfanti si attardava in negozio con il professor Ludovici, il suo miglior cliente, un cultore del caffè.

- Vedi, Aurelio, – diceva - il caffè è come un’amante fedele, non ti tradisce mai e coinvolge sempre tutti i sensi, ma devi sapertelo conquistare e godere. -

- Le famose tre “C”! – suggerì l’altro annuendo.

- Centellinato, caldo e comodi. Il caffè va preso così, altrimenti è meglio lasciar perdere! – confermò l’esperto.

- Ma non dimentichiamo che, come in ogni amplesso che si rispetti, sono importanti anche i preliminari. - aggiunse Bonfanti.

Non ricordava quante volte avessero portato avanti questa discussione nei decenni passati, lui da questa parte del bancone, il professore dall’altra, ma ogni volta era interessante e piacevole, perché si confermavano a vicenda le loro convinzioni, quasi ad accertarsi delle proprie rispettive identità.

- I preliminari? Ma quelli sono lo zucchero di qualsiasi passione. Nel nostro caso, per esempio, il rito inizia quando qualcuno ti chiede: “Facciamo il caffè?”. E’ lì che comincia tutto, che i miei sensi si predispongono a trasmettermi un lento, trascinante e lungo orgasmo! -

- Già, - continuò Aurelio, come seguendo un copione già scritto – e poi quel brontolio della caffettiera, discreto, rotondo. Unico! Quel suono da solo è in grado di riscaldare la casa più fredda! -

- Ma perché, il profumo no? Mio Dio, una poesia! Pervade tutto come in una danza vorticosa…. Ravel, sì ecco…. Il caffè è un bolero, il Bolero di Ravel! –

Il professore era quasi in estasi al solo pensiero di quelle sensazioni, era fatto così, un po’ eccessivo nelle sue conclusioni, ma geniale, a volte.

Poi, all’improvviso cambiò espressione. La luce del suo viso si offuscò e divenne serio, grave. Quindi chiese all’amico:

- Di cosa volevi parlarmi, Aurelio? -

Questi stava per raccontargli della sua strana cliente, quando il campanello della porta a vetri suonò. Il suo sorriso sparì come spento dalla folata di vento che era entrata nel locale. Era lei. Ancora.

Il professore vide negli occhi del suo interlocutore un riflesso opaco di tensione, e d’istinto si voltò in direzione di quello sguardo. Fu allora che s’irrigidì in un’espressione attonita e non disse una parola finché la donna non andò via con il suo caffè.

- Volevo parlarle di questa persona, Ludovici. E’ da una settimana che viene qua, ogni sera alla stessa ora, chiede un po’ di caffè e ... – smorzò la frase, colpito dall’espressione del professore.

Era stravolto, il viso esangue, gli occhi fissi nel vuoto. Si voltò verso l’uscita ed andò via, lentamente, come se d’improvviso il peso dei suoi anni si fosse materializzato sulle sue spalle curve.

- Non è possibile! Non è possibile! – Mormorava.

Aurelio rimase dietro il bancone, inebetito. Non si chiese neanche cosa stesse succedendo. Rimase lì, e basta.

Era a casa, quella sera, benché chiamare “casa” un luogo dove non c’è nessuno che ti aspetta, sembra una bestemmia; era a casa, dicevamo, davanti ad una cena più sciapa ed inodore del solito, quando il suono del telefono lo fece sobbalzare.

- Aurelio! -

- Chi parla? -

- Aurelio, sono Ludovici -

- Ah, professore! -

- Ascolta, ti dispiacerebbe venire a casa mia? -

- Ma veramente sono… -

- Aurelio, ti aspetto. -

Il professore abitava nello stesso quartiere di Bonfanti, quello antico, quello barocco. Il quartiere dove la notte aveva un suo odore ed una sua forma, dove le maschere di pietra ti guardavano beffarde dall’alto dei loro secoli. Aurelio lo attraversò chiuso nel suo “tre quarti” che cercava invano di proteggerlo dalle lame di un vento gelido e furioso. Lo maledisse.

Il palazzo dei baroni Ludovici si trovava in un vicolo semibuio, da dove impudicamente lasciava intravedere ai passanti le sue forme rotonde, malcelate come quelle di una donna provocante.

Una testa leonina gli offrì il battente che lo avrebbe annunciato. Il suo tocco risuonò amplificato dal vuoto della notte. Il portone si aprì.

Aurelio era stato lì altre volte, naturalmente, ma a quell’ora tutto aveva un aspetto diverso. La splendida gradinata che si elevava dal suolo, era avvolta da un drappo di oscurità che le conferiva un aspetto lugubre, ma solenne. Salì, percorse lentamente la strada che già conosceva e si diresse dove sapeva avrebbe trovato Ludovici.

Lo studio era un trionfo di libri. Migliaia di volumi, più di quanti fosse possibile leggerne in una vita. Le pareti ne erano rivestite fino al soffitto, dove la luce della lampada non arrivava, rendendone l’altezza potenzialmente infinita.

Il professore era seduto alla sua scrivania di noce scuro, sembrava leggesse qualcosa. Quando l’amico entrò, lui alzò lo sguardo.

- Grazie per essere venuto, Aurelio. Vieni, volevo mostrarti qualcosa. -

- Professore, cosa succede? Perché mi ha..? -

- Avvicinati, ti prego! -

Bonfanti attraversò il polveroso tappeto arabescato e si avvicinò al cono di luce.

- Accomodati. – disse il padrone di casa, indicando una sedia che stava alla sua destra.

Bonfanti si sedette ed attese. Respirava il caldo odore di vecchia carta stampata che promanava dai libri. Respirò anche il silenzio, talmente era tangibile. Poi Ludovici si schiarì la voce.

- Hai mai amato qualcuno? Intendo più della tua vita, più di te stesso? -

- Temo di no, anche se avrei voluto. Purtroppo.. -

- Bene allora cerca almeno di capire quello che ti dirò. – Tirò un respiro profondo e rinvangò il suo passato.

- Venticinque anni. Avevo venticinque anni quando incontrai Elisa per la prima volta. Lei ne aveva diciotto. Era arrivata da poco in paese con la famiglia. Erano rientrati dopo oltre vent’anni vissuti in Sudamerica, in cerca di fortuna. Evidentemente ne avevano trovata ben poca, e con i pochi risparmi accumulati avevano comprato una piccola casa. C’innamorammo subito, io e lei, e ci amammo follemente. Purtroppo la nobiltà della mia famiglia è stata anche la mia maledizione. Mio padre fece di tutto per dissuadermi dal proposito di sposare Elisa, e fu l’inferno. -

Ludovici si dovette concedere una pausa. Il suo petto seguiva il ritmo di un respiro sempre più agitato.

- C’incontravamo di nascosto e consumavamo la nostra passione con il terrore che qualcuno ci scoprisse. Più di una volta fui tentato di fuggire con lei, e lei mi avrebbe seguito ovunque. Ma non ebbi mai il coraggio di contraddire mio padre. –

Improvvisamente la sua voce bassa e rauca si lanciò in un - Vigliacco! – strozzato e amaro, mentre si batté il petto con il pugno rabbioso e tremante.

- Poi un bel giorno non la vidi più. La cercai anche a casa sua, ma mi dissero che i Mancini erano andati via. Da allora non seppi più nulla. Per tutta la vita ho continuato a cercare il suo volto, il suo odore, la sua voce. Li ho cercati in altre donne, ma erano solo nella mia memoria, fissati indelebilmente nei sensi della mia mente, attori in un palcoscenico a luci spente. -

Ad un certo punto, il professore prese qualcosa dalla scrivania e la porse al suo ospite.

- Eccola, questa era Elisa. -

Gli diede una piccola vecchia foto in bianco e nero, una di quelle con i contorni ondulati, come fossero stati rosicchiati dal tempo. Raffigurava una ragazza a mezzo busto, ma la penombra della stanza non permetteva di distinguerne le fattezze.

- Era bella - dichiarò comunque Aurelio, pensando che in qualche modo Ludovici si aspettasse un commento simile. Ma lui, per tutta risposta disse:

- Guardala meglio, vieni sotto la lampada. –

Bonfanti si alzò, accostò la foto al fascio luminoso che si propagava dalla vecchia abatjour, e la vide. La vide nella sua innocenza velata di malizia, nel suo sguardo ammiccante, consapevole di una bellezza che faceva rabbia. La vide e ricadde di peso sulla sedia.

- La riconosci, vero? - Gli chiese Ludovici riprendendosi la foto.

Quegli occhi increduli avevano visto il volto della ragazza del caffè, la donna che veniva ogni sera alla bottega.

- Ma professore, com’è possibile? Questa è la.. -

- E’ incredibile, lo so. Da quando l’ho vista, la mia mente si è disorientata, si è persa! - La voce di Ludovici era lamentosa, quasi impaurita.

- Cerchiamo di ragionare – disse Bonfanti con poca convinzione. – Oggi Elisa dovrebbe avere almeno sessant’anni, e quella donna che viene da me ne avrà circa la metà. Sicuramente è una che le assomiglia incredibilmente. -

- No, è lei, lo sento. Ho ritrovato la stessa voce, persino lo stesso odore. E’ lei, ti dico!

- Ma non può essere! Professore, lei m’insegna che.. -

- Non ho proprio niente da insegnarti Aurelio! Anzi, ho ancora molto da imparare. Molto. -

Il giovane non sapeva più cosa pensare, né cosa dire. L’anziano barone era in evidente stato di choc, era chiaro, tuttavia non si poteva negare l’evidenza dei fatti. Alla fine Bonfanti cercò di aggrapparsi a quegli spuntoni di logica, pochi per la verità, che sbucano sempre nelle pareti lisce di qualsivoglia fatto inspiegabile.

- Ascolti, professore – riprese dopo alcuni infiniti secondi di ovattato silenzio, - forse è meglio che vada a letto adesso, è stanco. Domani, con la luce del sole le sembrerà tutto più chiaro.

- Mi prendi per matto, vero? – Gli occhi gli si chiusero in due fessure sottili e taglienti. - Bene, allora vieni con me! -

Si alzò dalla poltrona con insospettabile agilità ed indossò il suo cappotto, prese il cappello ed intimò:

- Seguimi, ti racconto il resto per strada. -

Aurelio non volle contrariarlo, non sapeva se per la pena o per la soggezione che fa un uomo in quello stato. Così, ora era di nuovo immerso nella penombra dei vicoli, il professore sembrava più lucido, adesso.

- Dove stiamo andando, Ludovici? – Gli chiese tra il rumore dei passi sulle strade deserte. Lui continuò la sua storia.

- Dopo qualche anno, la casa di Elisa fu messa in vendita. La comprai io. Così, forse per avere qualcosa che le era appartenuto. -

- Allora rivide i proprietari, dopo! -

- Niente affatto, l’acquisto avvenne per mezzo di un intermediario da cui non riuscii a sapere alcuna notizia su dove fossero andati i Mancini. -

- Capisco. -

- Ogni tanto ci vado. E’ rimasto tutto come era allora. -

- E lei come lo sa? -

- Un giorno Elisa mi fece salire, era sola a casa. Ci amammo lì, ma fu l’ultima volta. -

- Stiamo andando là, vero? -

- Sento che devo andarci. Sì, lo sento. -

- Cosa spera di trovare? -

- Qualcosa, una risposta. -

La casa si trovava a circa mezzo chilometro, alla fine di una salita piuttosto ripida. Era una di quelle casette che si sviluppano su tre piani, una stanza per piano, tipiche della classe operaia degli anni trenta. Ludovici prese dalla tasca un mazzo di chiavi, ne scelse una e la infilò nella toppa della piccola porta. Aprì, premette un interruttore da qualche parte ed una luce debole si accese sulla sommità di una rampa di scale. Iniziarono a salire, ma arrivati a metà, Aurelio percepì qualcosa di strano, qualcosa che in un altro contesto sarebbe stato normale, ma che lì non ci doveva assolutamente essere.

Nelle sue narici si stava prepotentemente insinuando un gradevole quanto improbabile odore di caffè!

Anche Ludovici l’aveva percepito. Si guardarono ed accelerarono il passo.

Si fermarono al primo piano, dove una porta socchiusa lasciava intravedere la cucina. La luce era accesa.

Entrarono nella stanza. Una vecchia credenza custodiva ancora gelosamente un servizio in ceramica, a prima vista spaiato, dove i delicati colori dei fiori erano stati sopraffatti dal giallo che il tempo spennella su tutto. Al centro della stanza, un tavolo tozzo, squadrato. Sopra, una tazzina piena di caffè. Fumante.

- Ti aspettavo! – Nel silenzio, pesante di granito, la voce risuonò come un colpo di cannone, eppure era appena percettibile.

Davanti alla porta che avevano appena attraversato, nel suo lungo cappotto di lana fuori moda, c’era Lei.

- Ti ho preparato il caffè. – sussurrò rivolta al professore.

- Elisa! Oh mio Dio! Allora sei proprio tu! – Ludovici era scosso da tremendi brividi, Bonfanti indietreggiò fino a che il muro non fermò le sue spalle. Voleva scappare, ma l’unica via di fuga gli era preclusa.

- Non farlo raffreddare, - continuò lei – il caffè si beve caldo, non me lo dicevi sempre, Alberto? - poi si voltò verso Bonfanti e lo fissò a lungo, con un sorriso languido che lui non riuscì ad interpretare.

Ludovici sembrava sull’orlo di un collasso, si sedette quasi in trance, senza mai staccare gli occhi da lei, poi alzò una mano tremante e la diresse verso la tazzina. Lo fece come fosse l’unica cosa logica da fare in quella situazione. Bevve lentamente.

- E’ di tuo gradimento, Alberto? – chiese Elisa.

- E’…il migliore che abbia mai assaggiato! – rispose lui.

- Avrei voluto offrirtelo allora, quando sei venuto qua a casa mia, volevo mostrarti come sapevo prepararlo. Poi un rumore alla porta, ricordi? Erano i miei, erano rientrati in anticipo. -

- Cos’è successo, Elisa? Che fine avete fatto? -

- Mio padre si accorse che qualcuno stava scappando dalla finestra, ma non riuscì a vederti. Da allora mi tenne segregata nella casa di campagna di un suo amico. Dopo qualche mese scoprirono che ero incinta. -

- Cosa? Incinta? Ma…-

- Mi permisero di tenere il bambino fino al parto. Poi lo diedero in adozione, io finii in un convento di clausura, e ben presto…. mi lasciai morire. -

- Oh, mio Dio! Cos’ho fatto?! - il professore piegò la testa e la prese tra le mani singhiozzando.

La figura, pallida, quasi eterea, si mosse silenziosamente e gli si avvicinò per accarezzargli i capelli grigi. Lo fece con la tenerezza di un amore che aveva trasceso qualsiasi dimensione, poi continuò.

- Ho voluto incontrarti qui perché è qui che ci siamo visti per l’ultima volta, ed è qui che nel mio ventre si è accesa la luce della vita. -

La scena era talmente irreale ed assurda che la mente di Bonfanti la rifiutava, lui vi assisteva, infatti, con lo stesso distaccato coinvolgimento che si riserva ad un film, una realtà che esiste solo in una sua particolare dimensione e che non è in grado di sconvolgere la nostra reale esistenza.

Ma per quella volta non fu così, perché la sua esistenza fu stravolta.

- Elisa, perché sei qui? Hai voluto punirmi? – chiese Ludovici, prostrato da quanto stava accadendo.

- Questo devi essere tu a deciderlo, l’odio e la vendetta sono creature dell’uomo, non di Dio. -

Poi, continuò la sua rivelazione.

- Il bambino fu adottato da una famiglia del paese. Sì, il destino ha voluto giocare un po’ con te, ed ha portato tuo figlio dove tu lo avresti visto ogni giorno.

- Io un figlio? No, non può essere, non ci credo! – gridò Ludovici alzandosi più impaurito che stupito, e guardò Aurelio, quasi in cerca d’aiuto

- Ricordi quella piccola macchia che hai dietro al collo, Alberto? – riprese la donna - Ebbene, ce l’ha anche tuo figlio, nello stesso punto. -

Era abbastanza. La follia aveva raggiunto il limite. Gridando come un dannato in un girone dantesco, Bonfanti fuggì da quella casa stregata e prese a correre, correre, correre.

Quando Aurelio Bonfanti arrivò ansimante nella sua bottega, il suo cuore malato si arrese. L’uomo si gettò sui sacchi di iuta accatastati in un angolo e si abbandonò all’odore che da bambino lo accompagnava sempre, specie nei momenti peggiori.

Chiuse gli occhi e, come da lontano, sentì una nenia, lenta e cantilenante che lo cullò dolcemente,

Fai la ninna, fai la nanna

Dolce bimbo della mamma

mentre una mano pallida cominciò ad accarezzargli i capelli, scoprendogli il collo.

Ninna nanna, ninna o

Il mio bimbo si addormentò.

Lei sorrise quando vide quella piccola macchia sulla nuca. Aveva la forma di un chicco di caffè.



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