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lavoro pubblicato sabato 9 maggio 2015
ultima lettura venerdì 10 gennaio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Analcord - Li(bi)do di Romagna

di ClubGodo87. Letto 2448 volte. Dallo scaffale Eros

Tornai in Romagna un sabato di fine aprile. Cielo color cobalto, qualche bianca nuvola in movimento ed un leggero vento a darmi il bentornato. Il treno era pieno di ragazzi pronti a passare un weekend al mare. Dopo circa un’ora, ecco Rimini.......

Tornai in Romagna un sabato di fine aprile.
Cielo color cobalto, qualche nuvola bianca in movimento ed un leggero vento a darmi il bentornato. Il treno era pieno di ragazzi pronti a passare un weekend al mare.

Dopo circa un’ora, ecco Rimini, mio personale sinonimo di trasgressione.
Una città straordinariamente aperta ed accogliente. Storia gloriosa e tante dominazioni. Un po’ come me, ecco.

Appena sceso dal vagone, mi trovai di fronte il famoso Grattacielo: maestoso e decisamente retrò. Il pensiero andò subito alla scena conclusiva di uno dei miei film preferiti: “Rimini Rimini”.
Serena Grandi, le cabine a gettoni, la Fiat 127 e quei colori appannati che ora non son più.

Marco mi aspettava nel piazzale della stazione.

Avevamo deciso di passare una giornata insieme, godendoci la bella stagione che da poche settimane avevamo riaccolto dopo tanti mesi di nebbia, studio ed umidità.

Chi è Marco? Un brillante laureando. Qualche anno più giovane di me, capelli mori, occhi penetranti ed un sorriso che farebbe bagnare anche Suor Germana.

Lo conobbi tre mesi prima, a Bologna.
Simpatico, molto in gamba ed abile a tenermi testa in quanto a sarcasmo e provocazione.

Come testimoniano i racconti precedenti, qualche uomo devo dire di averlo conosciuto, sì. Ma il suo sguardo e le reazioni che mi suscita, non sono ordinarie.

Tanto da trovarmi lì, a Rimini, in un tranquillo sabato di fine aprile.

Uscendo dalla stazione lo notai tra la gente e gli autobus.
Era appoggiato alla Panda rossa di sua mamma. Camicia celeste, leggermente sbottonata; mani nelle tasche e gambe incrociate.

Aumentai il passo per raggiungerlo. Avevo voglia di sentire il profumo del suo corpo dopo diverse settimane.

Lo abbracciai sfiorando la barbetta, vagamente incolta.
Il contatto con la sua pelle mi accese come una scintilla nel fieno. Ed i pensieri si mossero come le nuvolette che coprivano le nostre teste.

Entrando in auto mi disse che aveva già pianificato la giornata. Dovevo solo farmi guidare, fidandomi di lui. A quel punto accettai, curioso di capire cos’avremmo fatto fino a tarda sera.

Dirigendoci verso il centro, ci fermammo a prendere un caffè.
Per me, rigorosamente macchiato. Caldo.
La schiuma rimase tra le mie labbra, quando lui, accorgendosene, poggiò il pollice destro su di me per asciugarmi, approfittando dell’assenza di sguardi indiscreti.
I nostri sguardi si incrociarono, come magneti. La carica di quel momento fu indescrivibile.

Concluso il rapido spuntino, mi portò a fare un ripasso dei monumenti di Rimini.

L’Arco di Augusto, il Ponte di Tiberio, l’Anfiteatro. Ed infine, la Domus del Chirurgo…una casa d’Età Romana scoperta solo a fine anni Ottanta.

Tra uno spostamento e l’altro si fece ora di pranzo. A Rimini solo pesce. Ed io, si sa, ne sono molto ghiotto.

Marco mi raccontò di questa trattoria molto caratteristica, vicino al porto turistico. La costruzione poggiava sull’acqua attraverso dei plinti; come una palafitta.

All’interno l’atmosfera si presentò subito gioviale.
La cameriera, una giovane ragazza romagnola, ci accompagnò al tavolo. Il mio sguardo non riuscì ad evitare i piatti colmi di crostacei sui tavoli che superavo lentamente, così com’era impossibile non notare i glutei di Marco, che mi precedeva da gran cavaliere.

Il pantalone color crema lo fasciava alla perfezione, le due tasche posteriori dettavano i ritmi dei suoi movimenti, i bottoni impreziosivano un’opera d’arte da aprire lentamente. Come le cozze che avremmo mangiato di lì a poco.

Come antipasto, ecco infatti un’abbondante piatto di pepata.

Avevo grande appetito, non solo alimentare. Decisi quindi di divertirmi un po’, provocando il mio bellissimo commensale.

Presi la prima cozza, la aprii e succhiai con educazione il sughetto che la riempiva. Il frutto di mare turgido e caldo arrivò subito dopo, bagnandomi le labbra come dopo una limonata.

Continuai così per qualche secondo, per poi scegliere le successive pietanze.

Spaghetti ai frutti di mare, frittura mista, sorbetto. Il pranzo giunse al termine senza che me ne accorgessi..
Nel raggiungere la cassa, Marco mi indicò la strada abbracciando il fianco sinistro.

Una timida erezione fece capolino, sperando che qualche ora dopo potesse avermi spalancato altre vie di perdizione.

Un po’ stanchi e vogliosi di rilassarci, tornammo verso il parcheggio della trattoria.
La macchina sostava sotto un’armoniosa pineta. Il caratteristico odore ed il rumore delle foglie mosse dal vento mi obbligarono a chiedere a Marco di rimanere lì per qualche minuto.

Per non stare in piedi, aprimmo gli sportelli e ci sedemmo in auto.

Reclinai leggermente il sedile e mossi lo sguardo verso di lui. A pochi centimetri da me.

Lo fissai, cercando di non concentrarmi troppo sulle sue labbra. Fu impossibile.
Capendo le mie intenzioni, poggiò dunque la mano sulla mia gamba, ed io, accarezzandolo lo baciai. Le nostre labbra si sfiorarono dolcemente, fino ad intensificare la presa con l’aggiunta di lingua ed energia.

Sembravamo incollati con un mastice fortissimo, ma decisi di non scivolare verso qualcosa di più pericoloso.

Mi staccai a fatica, proponendogli di fare due passi in spiaggia.

Partimmo. Dirigendoci verso una delle poche aree ancora semideserte, data l’ora.

Un muretto delimitava la strada dalla sabbia. Mentre Marco chiudeva la macchina mi sdraiai, facendomi scaldare dai raggi del sole.

Osservandomi, si avvicinò ed appoggiò il suo pacco alla mia spalla. Spalancai lo sguardo, quasi spaventato che quella sensazione arrivasse da qualche indesiderato guardone.

Ed invece no. Era proprio lui. Sfrontato quanto eccitato.

Alzai la mano destra ed entrai nella sua camicia, accarezzandogli la pancia. Il pelo rallentava la velocità, ma continuai l’ascesa fino ai pettorali. Continuai a fissarlo, come accadeva da ormai parecchie ore. Nessuno dei due era più in grado di resistere.

Con la parte alta del braccio lo sentii palpitare negli slip. Mi tirai su, rimanendo seduto sul muretto. Divaricando le gambe lo feci avvicinare. Iniziammo nuovamente a baciarci.

Il vento univa i nostri capelli, ancor più di quanto le labbra già non stessero facendo. Continuando in questo tocco sinuoso, portai le mani sulla cerniera e la slacciai.

Glielo presi in mano, masturbandolo lentamente. Sentivo il calore del suo glande ed una durezza ormai cristallina. Con la mano sinistra iniziai ad accarezzare le palle, pesanti e piene di consistenza. Ma sicuramente anche di altro.

La spiaggia continuava ad essere deserta, quindi andammo avanti indisturbati. Le sue mani salirono sul mio corpo, togliendomi la maglietta.

L’eccitazione aveva fatto inturgidire i capezzoli ancor prima che la sua lingua potesse avvicinarsi. Li lucidò, li cinse con un movimento secco; cominciò a succhiarli come goleador alla liquirizia.

I gemiti erano nettamente distinguibili.

Gli chiesi se potevamo fare l’amore lì. Se non fosse rischioso.

Mi propose di avvicinarci leggermente alla macchina, coperta dal verde e da qualche pattumiera.

Senza dire altro mi fece inginocchiare a se. Il suo pisello era rimasto fuori dai pantaloni anche nei pochi metri che ci distanziavano dal muretto.

Con la lingua iniziai a leccare la parte posteriore del glande, iniziando poi dalla base. Sentivo la sua pelle incollarsi alla mia, fin quando le labbra non abbracciarono completamente l’asta pulsante.

Senza tanta fatica arrivai ad accoglierlo completamente nel mio palato, tanto da ritrovarmi contro un paraurti, con la gola in suo completo possesso.

Il cazzo di Marco mi violava a ritmo costante, con affondi profondi. Mi sentivo suo, come alcuni versi della nostra canzone..”I was a king under your control..”.

Poco dopo mi prese per i capelli e mi disse di girarmi. Poggiai la pancia sul cofano rovente.

Mi sfilò i jeans facendomi divaricare. Prese due dita e le imbrattò di saliva, affondandole dentro alla mia calda tana. Notando l’eccitazione, capì la mia voglia di essere scopato.

Si lucidò l’uccello come fosse un candelabro d’argento ed accese la miccia. In pochi istanti lo sentii dentro di me. Nessuna resistenza era sufficiente a dargli il benvenuto in quel caldo paradiso, tanto da sigillare l’ingresso con un profondo sospiro.

Poggiai anche la gamba destra sul cofano, così da spalancare ulteriormente l’ingresso.

Mi prese dal busto, mi abbracciò con forza e diede sfogo a tutta la sua voglia con tre colpi: secchi, forti, decisi. Sentivo la sua spada completamente dentro al mio fodero.

Il rumore della carne calda, violata, si faceva strada. Tra i gabbiani ed i pini marittimi.

Cambiammo posizione, quando mi sdraiai di schiena così da poterlo guardare. Il suo sorriso era più ammaliante sotto sforzo, tanto da rendere ancora piacevole le sue scorribande nel mio sfintere.

Dopo qualche minuto mi avvisò che stava per venire. L’eccitazione era troppa per aspettare a lungo questa bianca eruzione.

Scesi velocemente, tornai in ginocchio ma non feci in tempo a capire molto. Tre schizzi forti mi bagnarono la fronte, scendendo verso occhi e labbra. Le guance erano diventate una piccola cascata naturale, tanto da sentire un calore fortissimo al viso.

Continuò a battere l’uccello sulla mia bocca, fin quando si ritirò.

Prese un fazzolettino e mi asciugò, con la dolcezza con cui si pulisce un neonato.

Iniziò a baciarmi, quasi a dirmi grazie per ciò che era appena accaduto.

Rivestendoci, rimanemmo ancora qualche istante in quella bellissima location, tanto che passai alcuni minuti con la testa sulla sua spalla. Silenzio assoluto. Silenzio assordante.

Si erano fatte le 17, ed io dovevo tornare in stazione per prendere il treno del ritorno.

Salendo in macchina, gli accarezzai la mano che metteva sul cambio con la mia sinistra e lo accompagnai in tutto il tragitto. Non riuscivo a staccarmi dalla sua pelle.

Arrivati ai saluti, mi abbracciò con grande vigoria. La stessa che avevamo usato poco tempo prima per fare l’amore.

Corsi verso i binari e…mi svegliai da questo meraviglioso sogno.

Erano le 6, sì. Ma del mattino. Ed un treno per Bologna, mi stava aspettando.
Analcord, prima di un’intensa giornata universitaria.



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