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lavoro pubblicato sabato 9 maggio 2015
ultima lettura sabato 14 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Torquato

di Legend. Letto 598 volte. Dallo scaffale Amicizia

Torquato «I barboni non hanno padroni, sono scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano d’imbroglio di ciò che non hanno più, ma anche di tutto ciò che a noi manca. Forse perché non sappiamo accettare quegli esseri silenziosi, tota

Torquato



«I barboni non hanno padroni, sono scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano d’imbroglio di ciò che non hanno più, ma anche di tutto ciò che a noi manca. Forse perché non sappiamo accettare quegli esseri silenziosi, totalmente liberi, il loro deambulare perplesso, magari sospetto, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell’orologio»

...erano gli ultimi giorni di un anno che se ne andava portandosi via 365 giorni della mia vita e come tutti gli anni accadrà puntualmente, mi tornerà alla mente il ricordo del mio amico clochard, che negli anni della mia gioventù aiutai a crearsi un giaciglio sull’argine del Tevere.

Trascorsi, suo ospite, l’intera notte dell'ultimo giorno del '56 sotto un tetto traballante e provvisorio, ma concedetemi di credere che si trattò di una di quelle esperienze uniche e irripetibili che a volte accostano l’uomo al sublime, senza che ci sia dato rendercene immediatamente conto.
Lui, dopo qualche giustificato imbarazzo, si mostrò immediatamente una persona straordinaria...molto colta e con un cospicuo bagaglio di esperienze. I suoi modi garbati, di quel genere di cordialità d’altri tempi, me lo resero subito amabile, così come mi riuscì facile innamorarmi del suo sorriso...uno splendore che mostrava raramente, mascherato com’era da un’imponente barba.
Mi disse di chiamarsi Torquato...ma dubito che quello fosse il suo vero nome.

Aveva mani grandi, molto malandate a causa di un’artrite mai o mal curata, il volto era quasi completamente nascosto dall’imponente barba folta e ricciuta, insomma di quelle che a Roma chiamiamo cacio e pepe.
Nei suoi occhi, a volte, mentre mi parlava di se, potevo scorgere brevi bagliori che gli donavano uno splendore antico.

C’incontrammo per caso e come tutte le cose meno attese che si manifestano nella vita di ogni persona, fummo attratti, l’uno verso l’altro forse da un magico cielo limpido e stellato di una Roma fredda e ghiacciata di altri tempi.
Quella sera avevo appuntamento con alcuni amici, con i quali avrei dovuto trascorrere le ultime ore dell'anno a P.zza Navona, ma nell’attraversare ponte S. Angelo, la mia attenzione fu attratta dalla sagoma ricurva di un uomo sul greto del fiume.
Fu qualcosa di molto simile ad un’ispirazione, poiché dopo qualche attimo d’indecisione scelsi di raggiungere quella figura che si sforzava di sistemare alcuni cartoni, con l’evidente intenzione di crearsi un ricovero dietro il quale ripararsi da un venticello freddo e pungente.

Lo raggiunsi frenando un’immotivata apprensione, non volevo credesse fossi il solito curioso.

«Posso aiutarla?» Chiesi
La scarsa luce che proveniva dall’alto m’impedì di scorgere distintamente il suo volto, ma con la fantasia immaginai quale potesse essere la sua prima e diffidente occhiata.
Per qualche istante provai l’irragionevole timore che potesse rifiutare e invece, con un filo di voce, mormorò:
«Ve ne sarei grato!»

Stava dandomi del voi, ed io non ero ancora maggiorenne.
«La prego…sono appena un ragazzo» Mormorai
Egli sollevò lo sguardo su di me annuendo, poi non disse più nulla, si defilò senza fare ulteriori commenti, accettando apertamente la mia offerta di aiutarlo a crearsi un riparo.
In qualche modo quel suo comportamento mi sorprese, sapevo bene quanto quelle persone fossero gelose della loro privacy e invece egli mi lasciò fare, restando tranquillamente ad osservare i miei infiniti tentativi di dare consistenza a quella recinzione di cartone. Beh, come potete immaginare finì che fu egli stesso a suggerirmi come realizzare quella struttura dietro la quale trovammo riparo tutti e due.
«Mai fatto un giaciglio di cartone, vero ragazzo?»
«No!» mormorai disorientato
«Allora lascia che ti dia una mano...ho una certa esperienza»

All’inizio mostrammo entrambi d’essere indiscutibilmente a disagio, lui, per ovvi motivi sembrava fosse frenato dalla mia presenza, ma poi, un semplice pacchetto di sigarette riuscii a sbloccare il suo pudore.
Da allora, quasi senza accorgercene, tra noi si avviò un fitto dialogo che mise in risalto la sua innata inclinazione alla conversazione.
Sulle prime mi sentii un po’ colpevole per averlo coinvolto in quell’insolita situazione, ma di lì a poco, quando mi resi conto dell’estremo piacere che provasse nel fare chiacchiere, mutai decisamente parere.
Fumava molto rapidamente, quasi temesse che quei brevi istanti di pausa, tra una boccata e l’altra, potessero in qualche modo determinare un qualche incomprensibile cambiamento.

Aspirava profonde e voluttuose boccate dell’aroma forte del tabacco, emettendo, ogni volta, gorgoglii di manifesto piacere, seguiti sempre da lunghi momenti di tosse stizzosa.

Da allora sembrò divenire tutto più facile, egli si mostrò un compagno affabile, dotato di una loquacità e simpatia unica. Nel suo modo di conversare, ben presto notai quel certo abbandono intellettuale, costruito a volte attorno a brevi silenzi e alla ricercatezza dei termini, nel quale non tardò ad ostentare, sorprendendomi, quella certa forma sdrucciola di pronunciare la lettera erre, la stessa che si può notare nel modo di parlare parigino.
Di tanto in tanto tossiva e di questo se ne scusava ogni volta, ma continuò spontaneamente a parlarmi di se, di quello che era stato in gioventù, del suo passato lavoro.

«Sono stato un buon insegnante» disse annuendo, come se con quel gesto volesse rafforzare il senso di quanto aveva appena affermato «Amavo il mio lavoro e adoravo i ragazzi, in particolare quelli come te!» «Ma la vita è qualcosa di molto strano e terribile e nessun uomo è in grado di guidarla o modificarne il percorso. Mia moglie Adeline morì di parto e poche ore più tardi il nostro bambino la seguì.»

«Perché ha scelto di vivere così?» Osai chiedere
Per un lungo istante egli mi osservò mostrando quel suo enigmatico sorriso, poi, annuendo di nuovo, riprese il suo racconto narrandomi altri particolari della sua vita.

Oggi, a distanza di sessant'anni, oltre al suo ricordo di uomo, mi resta la memoria indelebile di una notte unica e irripetibile, di un libro rilegato in pelle e di una penna stilografica, di quelle in uso molti anni fa con il cappuccio che si avvitava.
Egli non sentì ragioni, volle farmene dono, preoccupandosi di allegarvi alcune raccomandazioni;

«Questa penna l’ho usata negli anni in cui insegnavo e mi piacerebbe fossi tu a tenerla...a me non serve più, non saprei neppure cosa scrivere, ma bada di farne buon uso, poiché è uno strumento sublime se usato nel modo giusto, altrimenti, se lo si utilizza in modo scellerato, può trasformarsi nell’arma più letale che uomo abbia mai avuto tra le mani...Questo libro, invece, non è mio, era di Adeline...è un romanzo di Charlotte Brontë, «Jane Eyre», ed è l’unica cosa che mi rimane di lei. Purtroppo da qualche anno i miei occhi stentano a riconoscere quei caratteri così minuti e se tu volessi prenderlo con te...Beh, te ne saremmo grati. È un po’ malconcio, ma noi sappiamo che sarà in buone mani. Si tratta di una gran bella storia, scritta molto bene, con il cuore e ti confesso che se mai la vita avesse voluto donarmi la capacità di saper scrivere, avrei desiderato esserne l’autore»

Quella notte mi dimenticai dell’appuntamento con gli amici e dormii al suo fianco sotto i cartoni e il mattino successivo ebbi il doloroso incarico di avvertire le autorità perché verificassero il suo decesso.


Commenti

pubblicato il sabato 9 maggio 2015
cri52, ha scritto: Hai saputo "nobilitare" gli INVISIBILI che non sempre scelgono di essere tali, purtroppo... Jane Eyre: uno di quei libri che porterei sulla mia isola deserta, tanto vi ho trovato forti emozioni .
pubblicato il sabato 9 maggio 2015
Legend, ha scritto: Grazie Cri...questa storia è vera ed ho ancora quel libro e la sua penna che ho usato per anni...ora è in pensione ma è sempre sulla mia scrivania.

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