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lavoro pubblicato giovedì 7 maggio 2015
ultima lettura sabato 28 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il mare di Musa

di cosiacaso. Letto 637 volte. Dallo scaffale Attualita

Nella difficile situazione che l'Italia sta vivendo con gli immigrati, la cruda realtà del viaggio della speranza vista dagli occhi di Musa, un dodicenne affamato di cibo e vita e ignorato da chi ha dimenticato la sua individualità

Il fluido rosa denso sporcava il tovagliolo e la mano che reggeva il cono di cialda, colando a terra. La giornata era splendente, la più calda della primavera, senz’altro. Il sole picchiava e scottava le schiene di tutti i cittadini che affollavano la riva. Doveva essere domenica, sabato, o una qualche ricorrenza per riscontrare tanta affluenza in quella zona balneare. Donne, uomini, bambini, cani, giovani, vecchi. Tutti passeggiavano sorridenti gustando il loro gelato, la loro birra. Alcuni, comodi su panchine e muretti, ammiravano il mare piatto e blu.

Il mare che Musa aveva visto schiumoso e arrabbiato con gli stessi occhi, grandi e profondi, con cui guardava i colori sgargianti di quei cibi che gocciolavano sui vestiti, cadevano sul pavimento, finivano nei cestini. Gli occhi di Musa, caldi e convessi, affamati quanto il suo stomaco. Lui stava lì. I piedi doloranti esitavano, pochi passi alla volta, lungo la distesa sabbiosa. Ogni tanto si fermava, faceva una sosta di pochi secondi per riposare, prendere fiato, e lasciarsi abbagliare dai colori degli europei, immaginare di mangiare anche lui, di ridere e abbracciare anche lui la sua mamma e i suoi fratelli in una di quelle felici giornate del passato.

Avanzava, lento, stanco e sudato. La sua promessa era nelle sue mani: cartoni di braccialetti, scatole di occhiali, confezioni di cd, qualche cappello di paglia. Quelli la speranza del futuro per cui aveva lasciato le guerre, la famiglia, le malattie, gli amici, casa.

Vista una coppia con dei bambini, le si avvicinava, porgeva la sua merce e, al solito cenno di dissenso, andava via continuando sulla sua strada. L’essere invisibile, ignorato, era la consuetudine.

Le risa e le chiacchiere della gente formavano, tutte insieme, un brusio ronzante, una confusione roteante che avvolgeva la testa del dodicenne, in bilico tra la fatale distesa d’acqua che lo aveva salvato e i promettenti odori del cibo che non lo avrebbe sfamato.

Musa si voltava verso il mare. Limpido, vellutato, sublime.

Spaventoso, come qualcosa di tanto delicato e disteso potesse diventare feroce e vorace. Rivide, in quell’azzurro limpido, il blu profondo della notte che aveva tentato di divorarlo. La cresta bianca e spumeggiante lo aveva sovrastato di due metri. Le stesse voci, lo stesso brusio, ma disperazione. Ricordava fin troppo bene l’angolo in cui, ginocchia al petto, aveva visto la morte. Accanto, una donna urlante con una tenera creatura tra le braccia.

Il ruggito del mare in tempesta non riusciva comunque a coprire le grida che addensavano la paura nell’aria. Musa, immobile. I fulminei tratti di luce illuminavano i corpi galleggianti. Si muovevano o erano mossi? Musa non piangeva, non poteva permettersi di aggiungere lacrime all’acqua che già allagava la barca. Per la prima volta da tante ore le iridi voraci e lampeggianti furono coperte dalle palpebre. Le mani aperte, a premere la testa dai lati. Musa si abbracciò e pensò. Le braccia che lo avvolgevano e cullavano erano quelle della mamma. Le mani calde e profumate gli carezzavano i capelli e gli occhi impauriti, il sorriso sereno, lo calmavano. “Tu hai la possibilità di farcela. Tu, che sei tutto ciò che ho. Tu devi sopravvivere a questo mondo, devi vivere. Comunque vada, ricorda che ti amo e ti amerò sempre. Pensami e ricorda che vivo nel tuo cuore. Se tu vivi, io vivo.” Questa era stata la sua ultima parola, prima di consegnarlo, insieme a tanto tanto denaro, allo scafista che lo aveva imbarcato.

Musa strinse i denti, chiuse i pugni, tenne duro. E restò fermo in quel mare di disperazione. La sua mamma, il suo pensiero e le sue parole gli avevano permesso di restare lì, finchè, rassegnato ad accettare la morte, i bianchi erano arrivati. Vestiti con strane, fluorescenti tute, li avevano raggiunti su una barca grande quanto quella su cui lui e altre centinaia di persone impazzivano, ma più bella. Li avevano raggiunti, li avevano coperti con strani mantelli d’argento. Condotti sulla costa, li avevano provvisoriamente accolti e sfamati. Dopo una settimana di riposo e nessuna prospettiva di vita, Iusif, il piccolo avventuriero di dieci anni che, come lui, aveva affrontato da solo il destino, aveva deciso di fuggire, di creare da sé il proprio futuro. E così aveva fatto anche Musa. Il suo obbiettivo la vita, il suo destino il lavoro clandestino.

Con quegli occhi, adesso, Musa poteva rivedere il mare nella sua bontà. Strinse i pugni. In lontananza, forse, anche la mamma lo guardava attraverso la distesa blu. La fame, non era nulla. “Finchè io vivo, tu vivi”.

E con i piedi nudi e callosi, la forza della speranza, continuava a camminare lungo la riva sabbiosa, verso qualsiasi prospettiva.



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