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lavoro pubblicato giovedì 7 maggio 2015
ultima lettura lunedì 26 ottobre 2020

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Alveari metropolitani

di vecchiofrack. Letto 572 volte. Dallo scaffale Generico

Alveari metropolitaniFaccio parte della miriade di api operaie che ogni mattina lasciano il loro alveare e fanno vivere questa città senza colore.Beh, ape operaia è un termine frustrante, ape impiegata, suona meglio, mi fa sentire un grad...

Alveari metropolitani

Faccio parte della miriade di api operaie che ogni mattina lasciano il loro alveare e fanno vivere questa città senza colore.
Beh, ape operaia è un termine frustrante, ape impiegata, suona meglio, mi fa sentire un gradino al di sopra del nulla, la qual cosa non è molto ma è sempre meglio di niente.

Sono uno dei mitici e invidiati, bancari! Sì proprio quelli delle mitiche quindici mensilità, delle pensioni da paperoni, del posto garantito a vita; sì lo ammetto sono un privilegiato in giacca e cravatta, dal sorriso smagliante e la felicità permanente… tutto falso! Come l’illusione di benessere che ti ammalia camminando per le vie di questo carnaio chiamato metropoli!

Abito in un monolocale (io lo chiamo: monoloculo, viste le dimensioni lillipuziane della mia celletta) al dodicesimo piano di un alveare color del cemento, diviso in ben cinquantasette appartamenti, tutti della dimensione di uno sputo.
L’unica finestra si affaccia su una foresta di tegole e antenne sotto le quali una selva di finestre si affacciano dentro altre finestre.

La mia vita ha uno svolgimento tragicamente lineare; colazione al mattino, corsa alla fermata della metro per raggiungere il posto di lavoro, rientro a casa, cena, televisore e poi letto.
Salvo rare eccezioni questa era la mia giornata tipo; dico era perché da più di due anni ho iniziato a frequentare i residenti degli alveari di rimpetto alla mia finestra.

Stanco dei soliti programmi televisivi, inizia a osservare, meglio dire a spiare, la vita degli altri, dei miei dirimpettai, e dalla mia postazione privilegiata ne avevo di finestre da visitare; alcune a un alito dal mio sguardo, altre un po’ più lontane.
Andai a curiosare sin dove la vista mi permise di arrivare, poi, per vedere meglio quelli che consideravo oramai: amici di famiglia, e acquisirne dei nuovi, comprai un potente cannocchiale; uno di quelli appoggiati su un treppiede con il quale, stando comodamente seduto sul divano, puoi tirarti dentro casa la finestra e l’intero appartamento del vicino, un vero spettacolo, altro che i reality.
E da quel giorno la mia, e forse anche la loro solitudine, finì.

Aprire una finestra sulla vita degli altri, vederli muoversi, parlare, infervorarsi senza poter udire nessun suono uscire dalle loro bocche cercando d’interpretarne il labiale; fu come assistere alla proiezione di un film muto agli albori della cinematografia; c’era pure il bianco e nero delle loro vite scolorite a completare il quadro e rendere il tutto molto verosimile.
Così, per donare un po’ di colore e di movimento al loro piattume, decisi di diventare sceneggiatore, regista e doppiatore delle loro tragicomiche gesta.
Scelsi le finestre che più m’ispiravano, assegnai un nome ai protagonisti che vi si affacciavano e iniziai a girare il mio personale film sull’alienazione degli alveari metropolitani.

I primi interpreti ad appalesarsi sulla scena, furono due anziani coniugi, presumo sulla settantina o giù di lì: Andrea e Ginetta, così decisi di chiamarli perché mi ricordavano i miei litigiosi nonni paterni.
Mentre li vedevo discutere in cucina, li doppiavo passando dalla voce baritonale quando interpretavo Andrea, a quella in falsetto indossando i panni di Ginetta.

“Te lo ripeto ancora una volta; ho incontrato Riccardo, ha voluto a tutti i costi offrirmi un caffè, non ho potuto dirgli di no, così siamo entrati nel primo bar, ci siamo seduti e parlando del più e del meno, il tempo è volato.”, diceva con tono esasperato Andrea.

“Non ci credo! Tu non me la racconti giusta! Hai perso tempo perché quella puttana della prestinaia ti ha fatto gli occhi dolci e tu ti sei sciolto in brodo di giuggiole! Ma questa è l’ultima volta che ci vai da solo a prendere il pane, da domani ci andremo assieme e se la vedo sbattere le ciglia come una farfalla in amore… glielo cavo l’occhio languido!”, urlava la Ginetta con voce stridula.
“Ma quali occhi dolci vuoi che mi faccia la prestinaia? Ha settantacinque anni, porta gli occhiali con delle lenti spesse un dito, quella schiaccia gli occhi per mettere a fuoco la vista mentre legge il peso sulla bilancia.”, replicava ridendo Andrea.
“Non ridere! Non prendermi in giro sai! Altrimenti vado là e gliene canto quattro a quella!”, ribatteva l’infiammata Ginetta, scuotendolo afferrandolo per il bavero della giacca.

Oltre alla vita di Andrea e Ginetta, sceneggiavo e interpretavo anche quella di Armando, ma con lui il doppiaggio non serviva.
Armando viveva solo, il mutismo e la cupezza dello sguardo narravano una solitudine immensa; ingrandendo all’inverosimile il suo volto cercai penetrando nel fondo degli occhi di leggerne il pensiero.
Il dolore di un giovanile perduto amore, forse un tradimento oppure una disgrazia; in ogni caso una delusione così grande dalla quale non si è mai ripreso, e dall’ora vive solo nel ricordo guardando e baciando fotografie ingiallite che poi, come le carte di un eterno solitario, posa ordinatamente sul tavolo.
Questo lessi nello sguardo pieno di struggimento di un cinquantenne.

Altre finestre accesero la mia curiosità, altri personaggi entrarono in scena, come protagonisti di una lunga narrazione, o comparse di una breve apparizione.

E poi c’era lei ad allietare cupi momenti, Viviana; così l’avevo chiamata in onore della mia collega di lavoro che se la tirava perché era la preferita del direttore.
Viviana, la venere della scala: B, dell’alveare prospiciente al mio, se non ci fosse stata lei a donare un po’ di colore e calore al mio film, avrei smesso di girarlo da un pezzo.
Viviana, l’unica vera stella splendente nel firmamento della mia solitudine, entrava in scena preferibilmente il venerdì sera; solitamente in primavera ed estate, alcune volte in autunno e raramente d’inverno.

Il venerdì sera, prima di uscire con le amiche, Viviana si chiudeva in bagno, spalancava la finestra per far uscire il vapore, poi andava sotto la doccia e ci restava per una ventina di minuti; naturalmente con il freddo la finestra rimaneva socchiusa e allora d’inverno e spesso d’autunno, addio spettacolo.
Quando usciva dalla doccia, ponendosi davanti allo specchio del lavabo con indosso l’accappatoio, si asciugava i lunghi capelli, poi controllava minuziosamente ogni centimetro del viso e iniziava a truccarsi, concludendo con un finale epico!
Girandosi verso la finestra spalancava l’accappatoio e lasciandolo cadere a terra esibiva le sue grazie.
Allargando le gambe si guardava il pube nero sapientemente aggiustato, ritoccandolo ai lati con il rasoio; poi prendeva una bomboletta spray e si spruzzava per bene il pube e fra le cosce, presumo con del deodorante intimo, sicuramente non con dell’insetticida.
Infine usciva dal bagno e andava in camera a completare la vestizione adatta alla movida.

La serena bellezza e la voglia di divertirsi di Viviana m’illusero che sì, si poteva essere felici anche vivendo in un quartiere alveare, ma mi sbagliavo e lo scopersi nel modo più agghiacciante.
In un insolitamente caldo venerdì autunnale, la vidi aprire la finestra del bagno, salire nuda sul parapetto e, nonostante le urlassi di non farlo, lanciarsi nel vuoto allargando le braccia come se volesse volare via, lontano dalla città e da questa vita.
Il volo terminò pochi attimi dopo sul selciato, spegnendo con la sua vita le mie residue speranze che si potesse trovare la felicità in questo triste contesto.

Ho trascorso l’inverno riflettendo sul perché di quel gesto; ed ora, con la nuova primavera sono qui, sul lastrico solare del mio alveare, pronto a planare in direzione dell’ultimo prato di margherite, prima che l’asfalto lo fagociti trasformandolo in una nuova immensa rotatoria dove uomini alienati chiusi nelle loro scatole di latta si fanno centrifugare per lanciarsi nella via di fuga laterale che conduce alla prossima rotatoria da dove proseguire dopo l’ennesima centrifuga verso un'altra e poi ancora un'altra, così fino alla fine delle rotatorie o del tempo che la vita a loro concesse.

FINE



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