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lavoro pubblicato mercoledì 22 aprile 2015
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il treno dalle 23.45

di AugenZhach. Letto 761 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il treno dalle 23.45                                       1.  ...

Il treno dalle 23.45

1.

Il signor Bogart stava facendo gli ultimi preparativi nella sua stanza dell’appartamento numero sei, nel condominio Florida. Tempo ce n’era proprio poco. Un'altra mezz’ora e doveva trovarsi già alla stazione ferroviaria. Quando pensò al suo nipote Roland, gli viene subito l’idea di lasciargli scritto un biglietto. Intendeva trovarlo quando sarebbe ritornato dalle sue ferie di lavoro, cioè fra due giorni. Prendendo in mano il foglio e la matita volle cominciare a scrivere il suo messaggio ma poi cambiò idea.

Disse a se stesso che forse sarebbe meglio avvisarlo per telefono quando si fosse trovato in treno. Il buio stava coprendo quasi completamente la città. La gente stava scomparendo poco a poco dalle strade. Di solito c’era un po’ di traffico a quell’ora, ma quella sera stranamente la situazione era diversa. 23 e dieci minuti passati.

Clay voleva prendere il treno delle 23.45 per arrivare in Francia, a trovare sua madre, che si trovava a Nice.

Era un bel po’ di tempo che desiderava andare a trovarla. Quasi tre anni … passato tutto questo tempo aveva sentito forte il desiderio di vederla.

« Chissà se sarà cambiata … » si chiese lui d’un tratto.

Prima di questo non aveva avvertito tanto il desiderio di andare a trovarla. Non era riuscito ad andare anche per ragioni di lavoro. Non era mai riuscito a trovare il tempo necessario. I periodi di ferie che li aveva avuti durante questi cumuli di mesi gli aveva spesi diversamente.

Nel primo anno era andato in Norvegia a sciare con i suoi amici, nel secondo era stato a Praga. E quest’anno, guarda caso quando non aveva proprio pianificato proprio di andare, l’occasione imprevista gli si presentò. Il suo capo gli aveva chiesto se voleva andare a Parigi per fare un corso di specializzazione, di due settimane, in una fabbrica gestita da un suo amico, un certo signor Luigi Farasì. Quindi aveva deciso di passare prima per Nice a vedere sua madre per poi dedicarsi ai suoi impegni di lavoro. Stava lavorando in una fabbrica metal meccanica, come magazziniere. Era il tipo di persona che sente il bisogno di visitare i suoi dopo un bel po’ di tempo, al contrario di sua sorella o di suo fratello che sentivano la mancanza della famiglia e la nostalgia della casa molto più prima di lui. Tutte le settimane aveva dei turni che spesso non si incontravano con le sue preferenze.

Non ci poteva fare niente. Era il suo lavoro da ormai cinque anni. Si era abituato, aveva fatto molte amicizie, in un certo senso era diventata una cosa di cui non si poteva fare a meno. Nonostante il salario che non era male, aveva espresso spesso il desiderio di andarsene.

Parlando con Davide, il suo miglior amico gli aveva confidato il suo desiderio di partire. Poteva benissimo andarsene, in ogni momento. I soldi non erano un problema. Era riuscito a mettersi qualcosa via.

Aspettava il momento giusto. Clay Bogart era un tipo di quelli che pensano che prima di prendere un decisione importante è necessario aspettare un segnale.

Doveva per forza veder arrivare qualcosa, doveva intravedere un segno da qualche parte che potesse parlare direttamente a lui per fargli capire che, era il momento di andare via e prendere un'altra strada. A trentacinque anni aveva tutto il futuro davanti. Doveva soltanto trovare qualcosa a cui aggrapparsi forte per poter proseguire. Qualcosa che gli potesse suscitare l’interesse di più, rispetto le sue solite mansioni di lavoro: controllo e gestione della merce, trasporto. L’uomo dai cappelli biondi e riccioli, poco corti, di statura media e occhi marroni, diede un occhio veloce sullo schermo del grande orologio.

« Accidenti, come passa il tempo! » disse lui leggermente irritato. Non aveva molto tempo a sua disposizione, doveva fare in fretta. Il suo bagaglio era quasi pronto. Mancavano i sandwich con prosciutto e formaggio che li aveva fatto un’ora prima. Clay aprì il frigorifero improvvisamente e prese la busta bianca di nailon che li custodiva.

Ebbe voglia di mangiarne uno. Con tutta questa fretta per il viaggio si era dimenticato che doveva anche mangiare. Consumò in fretta il sandwich mentre stava guardando dal terrazzo verso viale Sant’Agostino.

La brezza leggera del vento, in quella serata di inizio agosto gli fece pensare a sua moglie, Elvira. Quanto avrebbe voluto rivederla! Ma purtroppo per lui, questa cosa per ora non era possibile. Elvira era partita per una missione di volontariato, per sei mesi in Kosovo. Si era offerta per prestare servizio in una casa di accoglienza per i bambini orfani. Bogart prese poi il bagaglio appena chiuso e si sbrigo a uscire dall’appartamento per caricarlo in macchina. Prese le chiavi dalla macchina, la sua patente, le chiavi di casa, la sua carta di identità, la sua carta di credito e il biglietto di treno, dal tavolo di legno. Aprì la porta per scendere le scale e arrivare giù. Da quasi un anno e mezzo guidava una Mitshubishi Space Runner blu, del 2000, con i paraurti grigi. Era una buona macchina, un monovolume. Non era mai stato un tipo troppo pretenzioso. Quella macchina tirava forte anche se di seconda mano. L’aveva presa a Portogruaro, e finora non si era pentito affatto della sua scelta. L’unica cosa, diciamo come inconveniente era che andava a benzina.

Aveva deciso lo stesso di tenere questa macchina, promettendosi che molto presto sarebbe andato da una carrozzeria per montare l’impianto a gas.

Molto velocemente aprì dietro e lasciò cadere il suo bagaglio. Chiuse e si affrettò a salire in macchina.

Un minuto dopo era in strada avviandosi per la stazione dei treni. Non impiegò molto per arrivarci, circa sei minuti. Si trovava abbastanza vicino e la strada per la quale guidava era quasi del tutto libera. Soltanto di rado una macchina passava in fretta. Bogart guardò di nuovo l’orologio sul cellulare e vide che erano le 23 e 30 minuti. Decise di accelerare un po’. Dall’altra parte della città, vicino al Ponte degli Angeli stava arrivando in un’auto nera, un giovane ragazzo venticinquenne.

Era Cosmin Salaki, il romeno che lavorava in cucina al MacDonald di Ponte Alto. Stava andando pure lui in Francia, al mare. Era in ferie e voleva molto andare sulla spiaggia di Nice a prendere un po’ di sole per una settimana. Molto vicino alla stazione era ormai anche Marius Narèa, un ragazzo romeno di ventisette anni, che lavorava all’agenzia di viaggi Il Traguardo delle Torri.

Stava andando a visitare i castelli della Valle della Loira. Prima voleva passare per Nice per incontrarsi con un caro amico d’infanzia, Gabriel. Sperava che, incontrandolo lo avrebbe convinto di partire insieme a lui per visitare i castelli. Salaki non conosceva Narèa o l’italiano di origine francese Bogart. Nessuno dei due si conosceva.

Quella notte si ritrovarono tutti insieme sullo stesso sentiero. I capelli biondi e riccioli di Clay si alzarono appena al contatto con un’imprevista raffica di vento, nel parcheggio vicino alla stazione. Per primo era arrivato Narèa. Era quasi uscito dalla macchina quando sentì squillare fortemente il suo cellulare. Passando una mano sopra i suoi capelli neri corti, disse sorridendo:

« Sì pronto? Buonasera! » Poi:

« Sì, sono io. Perché? »

E ancora, sicuro di se stesso:

« Salve. Cos’e che desidera? »

Era alto un metro e ottanta, più di Clay che misurava 1,70, e quasi quanto Cosmin, che era arrivato a una bell’altezza di 1,85 m. Mentre l’agente di viaggio stava continuando la conversazione, Bogart stava arrivando. Il giovane Salaki fu accompagnato in quella notte da suo fratello più piccolo, Georgi. Dopo aver parcheggiato proprio davanti alla libreria Mondadori, scese dalla macchina aiutandolo con il bagaglio. Quando Narèa aveva finito di parlare al telefono, Clay aveva già parcheggiato e si stava sbrigando per convalidare il suo biglietto.

Cosmin salutò suo fratello e guardò verso la tabella in alto per vedere a che binario doveva andare per prendere il treno. Prima che lui potesse vedere il binario, Narèa gli passò accanto. Un attimo dopo, anche Bogart fece altrettanto, dopo aver convalidato il biglietto. Erano cosi vicini uno all’altro … senza sapere che quella notte li avrebbe segnati per sempre. Senza sapere che ... 23 e quaranta minuti. Il binario due stava aspettando il suo treno, come tutte le sere a quell’ora. I passeggeri erano tutti arrivati. Tranne Clay che stava acquistando le sigarette dalla macchinetta pensando alla sua macchina, da poco parcheggiata. Si stava un po’ preoccupando.

« Forse era meglio se la lasciavo da un amico piuttosto di lasciarla nel parcheggio per quasi due settimane » , pensò. Ma alla fine che problema c’era? Si era fatto l’abbonamento per un mese. La sua macchina era al sicuro. Era uno che ci teneva tanto alle sue cose.

Dopo alcuni secondi capì che non c’era nessun motivo di pensarci su e guardò verso il binario. Avvertiva l’avvicinamento del treno. Vicino alla panchina, non molto lontano dalle scale di passaggio Narèa stava aspettando accanto a Clay che il treno si fermasse. Salaki stava ricordando quella serata quando aveva aspettato Ilary nella stazione Roma Termini.

Vide una ragazza bruna con i cappelli lunghi che assomigliava molto a lei. Il cuore cominciò a battergli più forte e il respiro gli si fermò in gola.

« Era lei? Ma come poteva essere? » disse tra sé, turbato.

Quando la ragazza si girò verso di lui, vide che si era sbagliato. Non era lei. Tuttavia la somiglianza era cosi incredibile! Stessi cappelli, stesso colore, stesso viso quasi, solo gli occhi erano diversi. Quelli di Ilary erano azzurri, invece questi di questa ragazza erano verdi.

Fu sollevato ma, per un momento desiderò di essersi sbagliato. Avrebbe voluto che quella fosse la ragazza che amava qualche anno fa. L’imponente treno ad alta velocità, Eurostar City 1426 si vide ancora di più e il rumore che fece avvicinandosi fu forte. Fece impressione a Narèa, che si lasciò scappare un sorriso. Salirono.

Senza che lo sapessero tutti e tre avevano scritto sul loro biglietto Carrozza 7. Si ritrovarono alle 23.45 precise tutti insieme a sedersi sui loro posti: 71, 72 e 73.

L’agente di viaggio aveva il posto 71 e si trovava alla finestra, vicino al magazziniere che aveva il 73.

Davanti a lui, altrettanto alla finestra c’era la sedia 72 e il passeggero occupante di essa, il cuoco.

Mentre tutti pensarono di sistemare i loro bagagli, si sentì un lungo e forte fischio del personale di TrenItalia e avvertirono un leggero spostamento del treno.

Il treno stava partendo. Mezzo minuto dopo si sentì una voce. Pungente e vivace, maschile:

« Buonasera! Signori e Signore! Sono Marco Luzzi, il vostro capotreno. Benvenuti a bordo del treno Eurostar City 1426, proveniente da Venezia e diretto a Nice Ville.

Vi auguro un buon viaggio! »

A Narèa gli passò per la testa un pensiero improvviso. Finalmente stava andando a vedere quei posti dei quali aveva scritto in una presentazione fatta due anni prima,

in un’aula di studio, della Camera di Commercio.

Se non sarebbe riuscito a vederli tutti, almeno una parte! Visitarli, lo avrebbe reso contento. Era arrivata l’ora anche per lui di vedere con i suoi occhi alcuni dei tesori del giardino della Francia: i castelli di Amboise, Blois, Chambord, Chenonceau, e se tutto andava bene, forse anche la cattedrale di Chartres. Nella carrozza numero 7 la gente si era da poco sistemata con i propri bagagli.

Qualcuno aveva cominciato già a parlare. Dopo circa due minuti il controllore arrivò per vedere i biglietti.

Era un tipo alto, ben fatto, con i cappelli lunghi e grigi, barba leggera e pizzetto. Sul viso aveva stampata un’espressione severa, sembrava un Mike Tyson bianco in versione rock style. Mancavano solo gli orecchini di Billy Bud Chuck, il cantante dark metal ed era a posto, pensò Clay facendo una piccola risata. Trovatosi in fondo alla carrozza, lo speciale incaricato per il bellissimo compito di verificare i biglietti dei passeggeri stava proseguendo lentamente facendo il suo lavoro. Narèa osservò le reazioni di un ragazzo dai cappelli marroni, che si stava agitando perche non riusciva a trovare il suo biglietto.

« Ma com’è possibile? » gridò lui, incavolato.

« Sono sicuro che l’ho messo in tasca! »

Stava seduto tre posti più avanti di loro, nella direzione della locomotiva. Si sentì la voce cupa del controllore

« Biglietti al controllo, buonasera, grazie! »

Tutto sembrò normale finché lui si avvicinò al ragazzo che era senza biglietto.

« Biglietto al controllo, ragazzo! »

Quello si agitò dicendo che l’aveva comprato e che era sicuro che l’aveva messo in tasca. Sentendo questo, l’uomo gli rivolse un occhio calmo e tranquillo e gli disse immediatamente:

« Non si preoccupi, giovanotto! Non c’è nessun problema!

Assolutamente nessun problema! Davvero! »

Una strana luce si accese nei suoi occhi. Cominciando a fischiare leggermente, il controllore passò ad altri passeggeri. A una ragazza le successe la stessa cosa:

il controllore le rispose nella stessa maniera, adottando lo stesso comportamento. Il ragazzo non riuscì a credere ai suoi occhi. Tutte le altre volte che gli era successo di essere a bordo di un treno avevano sempre da discutere e gli dicevano che lo avrebbero fatto scendere alla prima o gli avrebbero chiesto di pagare.

« Avete visto? » chiese Marius agli altri due passeggeri che stavano seduti a lui.

« Visto cosa? » Volle sapere Clay.

« Quel ragazzo non aveva il biglietto e il controllore non sembrava per niente disturbato. Anzi, ne pareva allegro.

« Ma che dici? » Si intromise Cosmin Salaki, un po’ incredulo.

« È vero! » aggiunse Narèa.

« Sembrava compiaciuto. Mi pare strano che sia cosi buono a reagire in quel modo! »

« E quella luce, che si è accesa nei suoi occhi … sembrava contento. »

« Non darti troppo pensiero, » gli rispose Bogart.

« Avrà voluto fargli del bene. »

« Non lo credo sai, » disse Narèa.

« Non penso proprio. »

Il controllore con la sua statura imponente si avvicinò.

« Buonasera signori! I vostri biglietti, per cortesia. »

Ognuno di loro mostrò a turno, il suo biglietto convalidato. L’uomo diede un occhiata velocemente.

Poi allontanandosi in fretta disse:

« Grazie, signori! Vi auguro un buon viaggio! »

Cosmin Salaki avvertì un leggero malessere quando gli passò vicino. Si sentiva un po’ soffocato dalla sua presenza. Voleva subito che se ne andasse. Narèa lo seguì con lo sguardo mentre si stava allontanando da loro.

Non trovava niente di anormale eppure quella sensazione che avvertiva dentro di lui, non prometteva niente di buono. C’era qualcosa in quell’uomo che non lo convinceva. Qualcosa non tornava. Qualcosa non era per niente normale. Ebbe quasi un presentimento. Per ora però non poteva esserne sicuro.

2.

« Io sono Marius Narèa » , si presentò con coraggio

e gentilezza il ragazzo a Bogart e Salaki, sorridendo.

« Bogart. Clay Bogart, piacere! » rispose il biondo avviando la sua mano per stringergliela.

« Cosmin Salaki, » rispose l’altro porgendo la sua mano destra.

« Visto che abbiamo un po’di strada da fare insieme aggiunse Narèa, vi dispiacerebbe se ci conosciamo meglio?»

« No, per niente », gli rispose Cosmin.

« Ma figurati! »

« Sarebbe una buona idea », disse Clay, aprendo una bottiglia di acqua frizzante.

« Così passa un po’ di tempo »

« Che lavoro fate? » Volle sapere Marius incuriosito.

« Io faccio il magazziniere in una fabbrica » , disse Clay bevendo un po’ d’acqua.

« Cuoco, per ora, » si sentì la voce di Cosmin, che stava guardando il suo cellulare per scrivere un sms.

« Io faccio l’agente di viaggio, li informò lui. Come lavoro fisso diciamo, anche se non so ancora quanto tempo sarò ancora in quell’agenzia. »

« In quale agenzia lavori? Qui in città? » chiese Clay.

« Si, certo! Sono al Traguardo delle Torri. »

« Ma che razza di nome è? » rispose vivacemente Clay.

« Mah, guarda anche a me mi sembrava strano.

È piaciuto cosi al proprietario, al signor Glem.

È in franchesing? » Vuole sapere Cosmin.

« No, certo che no. È aperta soltanto da tre anni. È per conto suo. Sta andando abbastanza bene. »

« Ho capito, concluse Clay. Io conosco bene Vicenza, dove si trova? »

« In via Munari 29. »

« Ci son passato spesso per quella via, ma non mi ricordo di averla vista, » affermò Clay contrariato.

« Tu dove lavori Cosmin? »

« Al McDonald. »

« Quale di loro? »chiese Narèa curioso.

« Ce ne sono quattro a Vicenza. »

« Quattro? » Si scatenò Clay.

« Davvero? Io sapevo di solo due. »

« Uno è in corso Palladio, l’altro è a Torre di Quartesolo, dentro Le piramidi, il complesso commerciale, un altro si trova al Palladio, e un altro a Ponte Alto, prima di Creazzo.

Proprio vicino alla concessionaria Ford. Io lavoro lì. »

Il treno stava ormai proseguendo ad alta velocità.

Le gocce di pioggia erano arrivate violentemente sul tetto del treno. Fecero un rumore intenso provocando il pianto di un bambino situato più avanti, a circa cinque metri da loro. Sua madre lo abbracciò per un’ istante e cercò di tranquillizzarlo. Clay si ricordò in quel momento del messaggio che doveva scrivere a suo nipote Roland.

Tirò subito fuori dalla tasca il suo Samsung di colore grigio e cominciò a scrivere. Narèa lo guardò appena. Capendo che aveva da fare guardò davanti a sé.

Una donna cinese stava aprendo una borsa e si stava preparando a mangiare un panino con prosciutto.

Aveva i cappelli grigi, sembrava molto stanca. Si poteva leggere dai suoi lineamenti sul viso che aveva sofferto. Pareva triste. Cosmin diede un occhio verso la finestra e vide che stava piovendo per bene.

« Fatto » , si sentì dire Clay che aveva appena finito di mandare il suo sms.

« E tu Clay, dove lavori? » chiese Cosmin e Marius allo stesso momento.

« Mmm... Sono a Dueville, da Blackferik, » rispose lui guardandosi di nuovo il telefonino per verificare se gli era arrivato il sms di conferma.

« Come mai hai preso il treno Marius? » chiese sospettoso.

« Visto che lavori in un agenzia di viaggi, pensavo avresti preso l’aereo. Quasi tutti fanno cosi, anche se è vero che la Francia non è cosi lontana. »

« Beh, sinceramente, mi piace di più viaggiare in treno.

E poi, sinceramente parlando, non ho mai preso un aereo in vita mia, neanche per una sola volta. »

« Non ci posso credere. Questa si che forte, » disse Cosmin ridendo.

« Un’agente di viaggio che non ha mai preso un aereo! »

« Non ho mai sentito una cosa del genere sai? » aggiunse anche Bogart stupito.

« Ho sempre prenotato i voli aerei per gli altri, questo sì. Ma… la verità e che non ho mai avuto una vera e propria occasione. C’e stata una sola volta, ma ho preferito il treno, » si difese Narèa un po’ irritato.

Chiese poi velocemente, come per cambiare il discorso:

« Che ore sono? »

« È quasi mezzanotte, » arrivò la risposta di Salaki all’improvviso. Mancano due minuti.

All’improvviso, il treno cominciò ad accelerare molto di più di quanto lo avesse fatto prima. A dire proprio il vero sembrava proprio scatenato! Tutti i passeggeri avvertirono il cambiamento. Era come assaggiare per la prima volta un volo in un montagne russe a Disneyland.

Proprio alle ore ventiquattro precise, una luce accecante illuminò tutto il treno e per alcuni secondi non si vide assolutamente niente.

« Cos’è stato? Cosa sta succedendo? » gridò Clay all’istante. Molte persone che erano rimase sveglie si misero le mani agli occhi per non rimanere accecati.

Presto entrarono in una galleria. Narèa si stupì molto di questa luce e come tanti altri, la cosa non gli sembrò normale. Per niente.

« Da dove cavolo è arrivata? A mezzanotte? »

Non poteva essere una luce proveniente da un altro treno che si avvicinava. Era troppo forte. Cosmin si alzò in piedi e volle aprire il finestrino per guardare fuori.

Non si vedeva altro che un buio totale.

Un profondo silenzio. Là fuori non c’era più nessuno e l’ambiente di prima era sparito completamente. Inaspettatamente, qualche momento dopo, l’oscurità sparì del tutto e fu giorno. Marius Narèa vide sulla finestra il sole che stava per uscire in fretta. Misteriosamente presente. I suoi potenti raggi illuminavano lo spazio della carrozza. Intorno al treno e sotto di esso c’erano numerose nuvole bianche.

« Che cosa? Non può essere! » disse lui stravolto.

Lo stupore avvolse tutti i passeggeri, tranne quelli pochi che si erano addormentati nel primo quarto d’ora di viaggio. Qualcuno cominciò a gridare e a perdersi d’animo. Una donna bruna, quarantenne, nel vedere l’andatura del treno su un binario nell’alto del cielo, svenne all’istante.

« Non ci posso credere! »

Tuonò Clay.

Avevano preso un normalissimo treno alle ore 23.45 da Vicenza per arrivare a Nice Ville, e a mezzanotte si erano ritrovati a viaggiare di giorno, sopra le nuvole, in cielo.

Ma come era stato possibile? Il binario su quale si transitava sembrava essere proprio sospeso nel nulla!

« Come fa a reggere? » si chiese Cosmin stravolto.

Tutti i passeggeri si sbrigarono ad aprire le finestre e guardare. Era vero e stupefacente allo stesso modo: nuvole bianche grandi e piccole, dappertutto.

Non c’era nessuna traccia della terra. Di una città.

O di qualche forma di vegetazione. In un attimo, la voce del capo treno, portò una breve e illusoria tranquillità:

« Buongiorno a tutti! Siate tranquilli. Non c’è nessun motivo di preoccuparsi. Stiamo arrivando al punto ElRon, tra cinque minuti. Nessuna paura, ripeto. Rimanete seduti ai vostri posti! Va tutto bene! Grazie! »

« Va bene un corno! » gridò da tutti i pori la pelle Clay.

« Ma che cazzo succede? Dov’è che siamo, si può sapere? »

Nessuno rispose.

« Dov’è che stiamo arrivando? » gridò con una voce d’acciaio Cosmin.

A Narèa venne da pensare che forse tutto questo era solo un sogno. Ne aveva avuti sempre di strani, da quando aveva quattro anni. Il viso di Cosmin era abbastanza pallido e mostrava un’espressione turbata. Le urla della gente come anche quelle più vicine di Clay erano forti.

No, non poteva essere un sogno! La verità era che non stava succedendo niente nella sua testa. Loro erano lì, in quel treno, in un altro mondo, lontano da quel pianeta su quale avevano vissuti per anni: la Terra. Avvertì un leggero disagio interiore. Che cosa si poteva fare?

Niente di speciale. Per prima cosa bisognava calmarsi, cosa che si propose al più presto di fare. In parte ci riuscì. Prima o poi avrebbe saputo di cosa si trattava.

Come lo avrebbero saputo tutti dal treno, molto prima di quanto ne avrebbero pensato. Qualcosa era successo, in qualche modo era stato possibile che il treno entrasse in un'altra dimensione. Ma come? Non lo sapeva affatto. Aveva spesso letto da bambino di strane cose che accadevano ogni tanto: navi abbandonate nell’oceano, senza nessuno al bordo, aerei che sparivano senza traccia, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, e che non venivano più ritrovati... Ma treni? Di questo non ne aveva mai sentito. Rispetto ad altri, lui non sembrava ad essere troppo preoccupato. La parola che lo caratterizzava in quel momento era … curiosità. Sì, ardeva proprio d‘impazienza per vedere che cosa era questo punto ElRon di quale aveva annunciato il capo treno. I raggi di luce erano sempre più forti. Che tipo di mondo era? Curiosità, stupore e paura era quello che colpiva i passeggeri.

Di più però, la paura. Le parole del capotreno non erano servite a molto, anzi avevano messo più agitazione.

La vista toglieva davvero il fiato. In alto, il treno stava viaggiando su un binario quasi invisibile, circondato da parecchi nuvole bianche. Presto, si intravidero alcuni alberi. Erano alti, platani e pini. Erano visibili solo dalla metà in su. L’altra metà era in giù verso la terra.

Una dozzina di uccelli volavano vicino; sembrava che accompagnassero il treno. Presto si videro dei cartelli. Erano blu con la scritta in bianco: ElRon, 5 kilometri.

Poi ancora: ElRon, La Prima Fermata che ti tocca.

Due persone, pedalando sulle biciclette, sugli stretti sentieri delle nubi si avvicinarono appena. I passeggeri osservarono con meraviglia il primo ciclista: era una giovane donna elfo! Vestita da un’ abito lungo verde chiaro, stava guardando verso il treno. Sorrise.

Le sue orecchie a punta erano come quelle che gli aveva sempre visto nei disegni di qualche artista.

I suoi lunghi capelli, biondi, furono mossi dal soffio leggero del vento. Cosmin notò per primo i suoi occhi.

Erano di colore azzurro e il ragazzo percepì una purità e una luce speciale. Il secondo ciclista era un uomo intorno ai trent’anni, moro, con i capelli corti, magro. Indossava una maglia blu con la scritta: Prova a prendermi, se puoi.

« Porca trotta! Ma quello è … »

« Ford Kellard l’ex campione di ciclismo, »

aggiunse Clay sbalordito.

« L’uomo che nella sua carriera aveva vinto quattro volte consecutivamente il Tour de France, quattro volte il Giro d’Italia e tre volte i mondiali. Uno dei corridori più completi al mondo di tutta la storia del ciclismo!

Forte in salita, forte in discesa. Realizzatore dei tre record che sono ancora in piedi: in volata, discesa, e in scalata. » Completò per ultimo, M. Narèa, con tranquillità.

« Ma …è scomparso nell’89! »

Si sentì dire Clay terrorizzato.

« Esatto! » Replicarono con inquietudine, in una sola e intensa voce, i suoi nuovi compagni di viaggio.

Kellard, il grande campione di ciclismo era scomparso come tanti sapevano, in un fatale incidente durante una corsa di quell’anno. Era caduto sorprendentemente da mille metri, dai margini di una strada di montagna.

Nessuno riuscì a capire mai come aveva fatto a scivolare. Ford era stato sempre famoso per la sua capacità di prendere le curve in discesa velocemente. Quella volta sfortunatamente, non ci era riuscito. La gente del treno cominciò a gridare di nuovo. A quanto pare altre persone avevano riconosciuto il ciclista scomparso.

Di nuovo la voce accompagnatrice del capotreno si sentì, per tranquillizzare i passeggeri:

« Signori e signore, tutto bene! Ci siamo quasi! Vi consiglio di lasciare tutti i vostri bagagli nel treno, non ne avrete più bisogno d’ora in poi. Appena sentirete il fischietto scendete subito dal treno! »

« Ma che cazzo succede qui? » disse Salaki innervosito.

« Com’è possibile tutto questo? C’è stato un’ incidente?

E se è cosi, perché non ne abbiamo sentito l’urto? »

Bogart sentì che stava per scoppiare dall’agitazione:

« Com’è possibile vedere qui Ford Kellard? Lui è morto!

Capito? Mortooo! »

Narèa, con uno sguardo cupo rispose fissandolo

negli occhi:

« Appunto, è questo il punto … »

In quel momento, il fischio profondo fece sapere a tutti della fermata imminente del treno. Su quel binario sospeso nel cielo, i passeggeri avevano raggiunto ElRon,

il primo punto di verifica.

3.

« Da questa parte, grazie! » Arrivò presto una voce secca da fuori. Stranamente era abbastanza forte per essere sentita da ogn’uno dei passeggeri che erano dentro.

Tutte le porte si aprirono all’istante e la gente cominciò pian piano a scendere.

« Signori e signore, grazie della vostra collaborazione, » disse il capotreno, allegramente.

« Vi ripeto ancora, mentre scendete non prendete nessun bagaglio. Per il vostro bene, lasciate tutto nel vostro scompartimento. Come ho già detto prima, non ne avete bisogno.

« Perché non possiamo prendere con noi i nostri bagagli? » chiese all’istante Cosmin, contrariato.

« Questo non l’ho mai sentito, » aggiunse Clay irritato.

« Ovunque vai, in qualsiasi treno quando scendi porti i tuoi bagagli fuori, è normale! »

« Bogart … Questo non è un treno qualsiasi, » rispose subito con sicurezza Narèa.

« Già … » annuì con inquietudine l’uomo, leggermente.

A Narèa, qualcosa gli disse che dovevano fare come

gli veniva chiesto. Altrimenti … Quello che videro i passeggeri nei successivi secondi fu davvero stravolgente: nonostante gli avvertimenti ricevuti, cinque persone: un bambino, due donne e due uomini scesero dal treno avendo ciascuno in mano un bagaglio. Appena misero il piede sull’erba della stazione e fatto alcuni passi, cominciarono a trasformarsi all’istante in animali e uccelli. Il bambino, che doveva avere intorno ai dieci anni si trasformò in un’aquila marrone con il becco rosso.

Fu visibile soltanto per un momento poi scomparve all’istante. Lo stesso successe con le due donne che si trasformarono in anatre, una di colore bianca e l’altra verde. Gli uomini invece, presero forma di un cavallo nero e un gatto bianco. Nessuno osò più parlare dopo quello che successe. Erano troppo sconvolti. Il prato che si stendeva davanti a loro, cambiò stranamente colore dopo che tutti quanti erano scesi. Dal verde chiaro diventò bianco. Un fischio forte chiuse il loro viaggio e il treno che avevano preso soltanto venti minuti prima, spari misteriosamente come se non fosse mai esistito.

Il grande sole cessò di illuminare quasi del tutto, sembrava fosse arrivato il tramonto. Fu in quel preciso momento che due lupi argentati arrivarono vicino.

All’improvviso e dal nulla. Uno di loro cominciò a parlare per la meraviglia di tutti:

« Benvenuti a ElRon, abitanti della Terra! Per cortesia, seguitemi! »

La gente sentì forte l’impulso di obbedire anche se non capivano il perché.

Tutti tranne Bogart, Clay e Narèa che si erano fermati, a poca distanza dal binario. Non intendevano affatto proseguire. I lupi se ne accorsero e furono subito da loro.

« Seguiteci! » dissero loro dolcemente.

« Chi siete? Che cos’è questo posto? »

Era Cosmin, quello che aveva pronunciato queste parole, più intimorito che curioso.

« Vi sarà detto tra poco tutto quello che volete sapere, Cosmin Salaki, » gli rispose uno dei lupi fissandolo.

Il ragazzo fu preso dallo spavento.

« Come fai a sapere il mio nome? Chi sei? »

Quel lupo facendo un passo verso di lui disse:

« Sono Jan Kral, uno dei sette custodi di ElRon. »

« Quegli occhi … » pensò il ragazzo.

« Sono sicuro di avergli visti da qualche parte! »

Senza dire nulla e insieme ad altri, seguì lentamente i custodi. Tutti percorsero insieme circa cinquecento metri, finché arrivarono davanti a un cartello blu, simile a quelli visti primi, dove c’era scritto ElRon, la Prima fermata che ti tocca. Sentirono il vento, e in esso una voce potente assomigliante al rumore di grandi acque chiese:

« Qual è la password? »

I lupi argentati dissero qualcosa in una lingua sconosciuta, impronunciabile. Tutte quelle lettere scritte sul cartello cominciarono a illuminarsi una ad una.

Poi uscirono da esso e si sedettero davanti ai loro piedi.

I due custodi alzarono una zampa e insieme toccarono l’erba. Un grosso portone di pietra apparve di fronte a loro. Era antico, molto antico. Furono presto visibili delle scale in salita. Torce accese a destra e a sinistra fecero loro luce. Dopo non molto finirono le scale e trovarono l’ingresso di una sala. Era molto spaziosa, assomigliava a una di quelle che si trovano in una grande biblioteca. Furono subito pervasi da un profumo incantevole dei fiori.

Molti riconobbero quel dolce profumo e si meravigliarono. Era profumo di gardenie fiorite.

Due uomini, giovani e robusti si trovavano al banco.

La cosa strana era che … quella sala era semplicemente vuota! Sembrava essere stata liberata proprio per loro.

Gli uomini guardavano verso i custodi che si avvicinarono. Poi, uno di loro fece segno alla gente di sedersi sulle panchine. Uno di quei due lupi cominciò a parlare a voce alta:

« Benvenuti a EIRon, anime in cammino! Siete nell’Ufficio di Ricevimento. La prima delle tre dogane celesti del regno di Eloy Kay. Una volta abitanti della Terra, sicuramente tutti vi domandate come è possibile tutto questo. »

Una volta abitanti della terra … che strano era sentirselo dire! Avete semplicemente preso un treno per arrivare ognuno dove avevate espresso desiderio di arrivare..

E poi, qualcosa è successo … quello che è successo, non è stato per la volontà dei custodi, ma di Eloy Kai, il signore e re di questo paese. Nessuno che vive sulla terra è a conoscenza di questo posto. Questa è la prima dogana del cielo, nascosta agli occhi degli mortali. Di solito essa viene rivelata soltanto dopo il momento della morte.

E comunque non a tutti. In questo caso, siete stati apposta chiamati a far parte dell’esercito di nostra maestà. Il re ha bisogno di nuove forze per mantenere in vita il suo regno. L’ultima battaglia è stata persa, non possiamo permettercelo più. Troppi di noi sono caduti. Questo è un tempo buio per noi. Per sopravvivere abbiamo bisogno di voi. Una volta ogni cento anni vengono scelte le persone per essere addestrate e combattere al fianco del re. Vi siete trovati in quel treno, in quella città che voi chiamate Vicenza, a quell’ora soltanto perché vi abbiamo chiamati noi. Dovete aiutarci! Potete rifiutare, certamente, il nostro re non obbliga nessuno a rimanere. La verità è che siamo rimasti in pochi in questa sperduta area del cielo. Le battaglie degli ultimi cinquecento anni ci hanno quasi estinti. Non è facile trovare delle valorose persone. Abbiamo avuto delle vittorie, certamente. Grazie a queste che siamo sopravissuti. Ma non è sufficiente, dobbiamo resistere ancora, fino all’arrivo di un liberatore.

Se rifiutate capiremo, e vi sarà permesso di tornare sulla terra, alle vostre case. Vi sarà cancellata la memoria di questo posto e di tutto quello che esso contiene.

Non vi ricorderete niente e vi troverete nel treno che avete preso per andare in Francia ognuno secondo il suo desiderio. A quelli che accetteranno invece li sarà dato un posto prezioso nel regno del nostro re, gli saranno accordati onori e gloria. Se vinceranno nella guerra che sta per arrivare al terzo inverno saranno ricordati per sempre e saranno chiamati Figli Preziosi del Re. Gli saranno prolungata la vita per tre generazioni ancora, è il massimo che possiamo offrire. Siamo tutti mortali, solo che noi viviamo molto più di voi. Ma prima o poi, ce ne andiamo anche noi. » A sentire le parole del lupo argentato la gente rimase totalmente stravolta. Tutto era incredibile.

E stava succedendo davvero … proprio a loro.

Un re aveva bisogno di loro. Espressioni di meraviglia, paura, inquietudine, ansia e stupore si potevano leggere nei volti di quei passeggeri. E come poteva essere diversamente? Chi avrebbe pensato che dopo aver preso un normale treno di sera sarebbero arrivati qui? Nemmeno nei loro sogni più profondi e più potenti sarebbero arrivati a superare i confini della loro esistenza conosciuta per anni. Molti furono sconvolti e sorpresi. Alcuni furono molto interessati dell’imprevista proposta. Altri invece avevano già deciso nel loro cuore di non rimanere. Intendevano ritornare a casa. La cosa non gli prometteva per niente pace, ma solo ansia e … confusione. Clay reagì per primo. Cominciò a pensare a sua moglie Elvira, poi a sua madre … Anche se era morso da una grande curiosità, per quel mondo sospeso nei cieli non volle accettare niente. Decise quindi di non cogliere quell’invito. Quella richiesta di aiuto da parte di un popolo sconosciuto che era alle prese con una guerra che durava da secoli. Guardando i suoi compagni di viaggio disse con voce molto decisa:

« Io non posso, non voglio. Non mi interessa affatto rimanere qui. Anche se … sicuramente avrei la possibilità di rimanere e fare grandi cose, vivere molto più a lungo, e quant’altro … Non sono disposto per niente al mondo di lasciare Elvira, mia madre, la mia città, i miei amici.

No signore! Soprattutto per Elvira tornerei sulla terra.

La amo troppo. » Gli altri due invece, la pensarono diversamente da lui. L’agente di viaggio fu il primo che parlò della sua decisione di restare. Lo attraeva molto l’idea di far parte di un esercito al servizio di un re, in quel mondo del quale non sapeva nemmeno che esistesse. Sentiva un’ansia. Pensò per un attimo a quello che aveva da guadagnare e da perdere allo stesso tempo.

« Ti capisco Clay. I tuoi motivi sono più che giusti. Vuoi restare per l’amore di tua moglie soprattutto.

Io però non ho una sposa e non sono nemmeno fidanzato. Credo sia arrivato il momento per me di dare un altro corso alla mia esistenza. Se ho una possibilità di diventare un forte guerriero in un esercito che può liberare una nazione, la prendo. Ho sempre voluto vivere in un altro tempo. Non mi è mai piaciuta l’epoca post moderna, le sue idee, le sue ambizioni, le sue stupidità. Qualcosa mi dice di restare. Penso che avrei molto di più da guadagnare di quanto avrei sulla terra. La mia risposta è chiara.

Io con la terra ho chiuso! » L’ultima frase la disse ad alta voce, convinto e molto sicuro. Era proprio vero.

Lui della terra non ne voleva più saperne. Tante cose lì, lo annoiavano. Nutriva il forte desiderio di trovarsi in battaglia, accanto al re. Bruciava dentro di lui quel sottile filo della candela del desiderio di gloria, e la fiamma che la consumava, era alta. Decise quindi di dare corso a quell’ improvviso invito da parte di quelli sconosciuti. Lui voleva combattere. Voleva quella gloria! Se si impegnava a diventare uno valoroso combattente poteva essere molto di più di quanto sarebbe arrivato a essere in tutta la sua esistenza sulla terra. E riguardo all’amore, beh ci sperava proprio che ci fosse una bella principessa elfo lì per lui.

Ci doveva essere per forza. Sorrise d’un tratto, deliziosamente. Ora rimaneva il cuoco a decidersi.

Ci aveva pensato ma non era ancora riuscito a stabilire che strada prendere. Che cosa lo teneva ancora legato alla terra? Non aveva né moglie, né fidanzata (spesso pensava alla sua ex fidanzata e sperava di avere un'altra possibilità di tornare insieme), aveva però sua madre, suo fratello Georgie … Il lavoro? Non lo interessava così tanto. Era fisso ma non offriva interessanti prospettive. Amici? Ne aveva proprio pochi veri. Suo padre non lo aveva mai conosciuto. Anche per lui era viva quella voce dentro che gli diceva di restare come per Narèa. Avrebbe potuto fare cose che sulla terra ci avrebbe soltanto sognato. Decise quindi la stessa cosa come il suo compagno. In qualche modo si sentiva attratto dalla sua determinazione. Quell’uomo aspirava alla grandezza. Voleva conquistarsela a tutti costi.

Disse sì all’invito. Uno dei lupi chiese cosa avessero deciso tutti quanti. Poi disse alle persone che avevano deciso di accogliere la proposta del re di seguirlo. Agli altri invece che dovevano ritornare alla stazione dei treni accompagnati dall’altro custode. A restare in quel mondo oltre a Narèa e Salaki si fecero avanti venti persone.

Tutti gli altri, centotredici assieme a Bogart che salutò al volo i suoi compagni rimasti augurandogli buona fortuna, seguirono presto l’altro lupo che li accompagnò alla stazione di prima in attesa del treno. I venti, dieci uomini, sette donne e tre bambini furono invitati a sedersi sulle sedie in attesa di entrare nel primo ufficio. I centotredici e Bogart si trovarono dopo qualche minuto nel treno che avevano preso per Nice. Sulla terra, agli occhi dei mortali era successo un incidente gravissimo. Un treno che veniva da Milano per Verona aveva urtato all’improvviso quello che andava per Nice. I passeggeri, da poco risaliti nel treno, dopo quindici minuti erano quasi tutti feriti. Bogart aveva sbattuto forte la testa e non si ricordava più niente, né di Narèa e Salaki, di EiRon o lupi argentati. Per lui come per quei centotredici non era successo altro che un incidente. Quasi la metà di questi erano gravemente feriti, e altri avevano ferite leggere. Nessun morto per la gioia dei loro parenti. La notizia fu subito in Tv, e tutti i canali trasmettevano live le immagini in diretta con i soliti commenti che Cosmin e Marius odiavano sentire ogni volta che ascoltavano le notizie, quando si trovavano ancora sulla terra. Sulla lista dei passeggeri comparvero naturalmente i nomi dei introvabili ventidue. La cosa fu permessa da Eloy Kay, il re di quella zona del cielo sconosciuta agli occhi del mondo conosciuto. Per lasciare un profumo di mistero. Gli era sempre piaciuto agire così. Lui era il Re. Nessun corpo di questi scomparsi fu ritrovato, naturalmente, ma per la meraviglia di tutti i giornali che avrebbero scritto e riscritto per anni di quello strano incidente, furono trovati nel treno tutti i loro bagagli di viaggio. Comprese le loro carte d’identità.

Come era stato possibile? Nessuno dalla terra lo avrebbe saputo. Nessuno avrebbe scoperto la verità, perché quella verità non fu permesso che fosse svelata. Forse il re aveva i suoi motivi, e forse quello più ovvio era che non desiderava affatto che si sapesse del suo regno. Il mistero di quella scomparsa durò per anni e ispirò molti scrittori a scrivere e immaginarsi la risoluzione. Alcune storie divennero dei veri e bestseller, ma nessuno fu veramente vicino ai fatti accaduti realmente. Sulla terra gli anni passarono. Il mistero rimase come tutti quei misteri che da secoli tormentano le menti di coloro che vorrebbero scoprire e non possono. Perche non gli è permesso.

Almeno non ancora.

4.

Nell’ufficio di ricevimento della Grande Sala della Biblioteca, della prima dogana celeste, i venti stavano aspettando il momento quando sarebbero entrati a parlare con il responsabile di tale compito, il Signor Tam, un umano basso e autoritario. In età di centotre anni che miracolosamente sembravano quaranta.

Dopo la partenza di coloro che si erano rifiutati di rimanere, un sentimento di disagio toccò il cuore di alcuni. Tra questi anche quello di Cosmin. Pensò a sua madre. Che cosa faceva in quel momento? Sicuramente lo credeva morto, come lo credevano tutti quei pochi e buoni amici che aveva. Forse sua madre piangeva. Era stato lui a fargli questo. Nessuno lo aveva obbligato di restare.

Ma ormai era troppo tardi per cambiare idea. La decisone era presa. La sua nuova strada, tracciata. Se solo ci fosse un modo di tornare … Magari più in là, dopo che avrà aiutato il re a difendere il suo regno, forse lo avrebbe riportato indietro, o forse no … Il ragazzo era visibilmente triste. Guardò verso gli occhi di Narèa che gli sembrava stesse bene. Era più che voglioso di scoprire la sua nuova vita. In realtà tutti avevano provato una tristezza e amarezza interiore, nonostante questo il desiderio di sapere cosa gli riservava la loro nuova esistenza in quel pezzo di cielo era più forte. Per primo fu chiamato il giovane Narèa. Uno dei custodi lo invitò a entrare.

Il ragazzo gli si avvicinò, entusiasta. Il responsabile, quel bassotto individuo alzò le sue sopraciglia e con un’aria molto accogliente cominciò a parlare:

« Buongiorno! Io sono Tam, il Primo Occhio del Re.

Tutti qui mi chiamano Signor Tam, perché fra tutti gli abitanti di Estreia domina il rispetto, sappilo giovanotto! » Facendo alcuni passi verso di lui gli disse cortesemente di sedersi sulla sedia, di fronte al tavolo dell’ufficio.

Il giovane obbedì. Non poté trattenersi dall’osservare la stanza dove erano ricevuti tutti gli espatriati.

Era abbastanza spaziosa, con muri fatti di mattoni rossi e antichi, non poteva accogliere più di dieci persone.

Notò un dipinto che raffigurava un generale, vestito con abiti ottocenteschi. Riconobbe subito l’appartenenza a causa del capello francese e l’uniforme. Era dai tempi dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Sguardo intenso, sorriso vittorioso. Occhi verdi, grandi puntati verso di lui. Baffi neri grossi, cappelli biondi e mossi. La sua mano destra era alzata. Teneva una spada prepotentemente.

Sotto, si trovava una scritta a mano:

Il nostro generale Phillippe Grol, valoroso condottiero del secondo inverno. Marius rimase un po’ sconvolto.

A prima vista si capiva subito che fosse un componente dell’esercito napoleonico. Valoroso condottiero del secondo inverno era scritto … Che cosa poteva significare?

Decise di soddisfare subito la sua curiosità e lo domandò al Signor Tam. L’uomo basso sorrise all’istante:

« Ero sicuro che me lo avresti chiesto! »

« Davvero? » rispose il ragazzo mostrandosi meravigliato.

« Perché? »

« Perché non sei né il primo né l’ultimo suppongo, a domandarmi questo.

Tutti quelli che arrivano dal vostro pianeta lo vogliono sapere. Estreia è il paese creato dagli antenati del nostro re, gli elfi Narda, tremila anni fa. Ci sono tre inverni che avvolgono il nostro mondo, prima della risurrezione della luce. Ognuno dura mille anni. Quando saranno passati cento anni sulla terra in realtà qui saranno passati soltanto dieci. Lui fa parte del secondo perché il periodo che corrispondeva nel vostro mondo era l’inizio della secondo tempo per noi. Phillipe Grol, nel 1796 nel vostro mondo era un buon soldato al servizio di Napoleone.

Durante la battaglia di Millesimo contro gli austriaci,

il 13 aprile fu gravemente ferito al petto.

Il suo corpo fu trovato quasi senza vita da uno dei custodi estrei, che fu mandato a salvargli la vita portandolo qui a EiRon. Dopo alcuni mesi grazie alle sue ottime qualità divenne capo dell’esercito del nostro re. Furono numerose le vittorie che ottenne perciò il suo ritratto è tenuto qui con grande devozione.

Grol respinse numerosi attacchi gloriosamente.

Le sue grandi imprese che scaturirono l’ammirazione degli estrei sono per sempre vive nel cuore e nella memoria di ogni combattente. »

Il futuro giovane combattente di Eloy Kay seguì con interesse il discorso del responsabile. Tam gli aveva appena fatto sapere il fatto che un soldato dal suo mondo divenne cosi apprezzato, e così degno da meritare il titolo di generale al servizio del re. Il ragazzo trovò la cosa … semplicemente affascinante.

« Come è morto? » chiese il giovane improvvisamente.

« Il nostro amato generale venne ucciso in un’imboscata da numerose frecce avvelenate, vicino alle cascate di Olar, cinque anni fa. I nostri nemici, i demoni Vangar scoprirono da un traditore elfico la strada che doveva fare per arrivare alla fortezza Willie. Il re scoprì il traditore e lo fece giustiziare all’istante. Lo spirito battagliero, il coraggio e la determinazione sono sempre con i nostri guerrieri. Insieme alla nostra bandiera, c’è il suo viso per ricordare le sue vittorie e per dare forza al nostro esercito.»

« Ho capito » rispose Narèa velocemente.

« Ora che sai qualcosa in più su di noi e sulla nostra storia, possiamo andare avanti. Come ben sai, dobbiamo prepararti per la prossima battaglia contro i Vangar. Dobbiamo conoscerti, scoprire le tue qualità, le tue inclinazioni, i tuoi punti di forza e le tue debolezze, per poterti aiutare a migliorare. Mentre egli parlava ancora, il ragazzo sentiva già dentro il suo cuore un forte desiderio di crescere, di vincere. Il signor Tam proseguì con il suo discorso continuando a misurarlo con lo sguardo attentamente. Intendeva vedere le sue reazioni, analizzare il suo comportamento da ogni suo gesto, parola o pensiero condiviso. Era il suo lavoro e doveva farsi un idea completa su di lui. Come su tutti, d’altronde.

« Siccome fino a questa età hai passato la tua vita portando un’esistenza molto diversa dalla nostra, dobbiamo cominciare dalle cose più elementari che devi sapere. Innanzitutto devi sapere usare le nostre armi.

Un po’ alla volta imparerai anche la nostra lingua.

Per ora puoi stare tranquillo, tutti qui conoscono la tua.

In parte, le armi sono quelle che usavano i tuoi predecessori sulla terra secoli prima. Bianche come le chiamate voi.

« Devo riconoscere …» prosegui Tam facendo due passi nella stanza a mani incrociate, « che mi piace questa vostra considerazione. Ci sono delle cose che la nostra gente ama del vostro mondo e altre che non sono affatto accettabili per nessun motivo. Di questo ne verrai a conoscenza con il tempo. Una cosa molto importante è che devi imparare ad avere fiducia nel tuo maestro. Nonostante tutto. Ma questo non vuol dire che non devi usare la tua testa, se hai delle domande, dubbi o vuoi semplicemente dire come la pensi fai pure. Ti devi sentire libero di farlo. Ti posso assicurare che qui la tua fiducia è al sicuro, giovanotto! Poi devi essere capace di prendere le tue decisioni. Valuta attentamente in base ai consigli e la formazione che riceverai dalla tua guida e decidi quello che è giusto. Quello che è bene per te e per chi ti sta intorno. Ne abbiamo varie di guide. Non sappiamo ancora a chi assegnarti perché dobbiamo sapere di che pasta sei fatto come dite voi sulla terra. Il concetto è uguale anche qui. Dopo il periodo di preparazione che durerà otto mesi saremo infine in grado di dirti per che cosa sei portato e naturalmente dov’è il tuo giusto posto. Come tutti i tuoi compagni che avete detto di si al nostro Re, percorrerete un cammino fatto di prove molto diverse. Tutto è per il tuo bene, come sulla vita sulla terra dove tutto è una prova, anche questo periodo per te sarà una continua prova. Serve a noi per aiutarci a capirti, a tirare fuori le tue abilità, e capacità nascoste. Puoi fidarti di noi, ti ripeto, qui sei tra amici. Facendo un gesto con la mano per invitarlo a uscire disse:

« Avete tre giorni per abituarvi prima di cominciare il percorso formativo di otto mesi. Aspettati di tutto e sii sempre in guardia. Stai attento a cosa dici e cosa fai perché tutto di te sarà osservato. Buona fortuna!

Ora, fai entrare il prossimo, grazie! »

Appena uscito, un altro signore, stavolta più alto gli chiese di seguirlo. Narèa obbedì senza far domande.

Venne accompagnato da un elfo giovane, molto bello verso un’uscita in fondo della sala. Un tuono fece irruzione fuori dalla mura violentemente e la pioggia imprevista mise un po’ in pensiero gli uomini. Uno dei tre bambini si aggrappò al suo padre che cercò di confortarlo. Il secondo a entrare nel ufficio fu Salaki poi una donna dai capelli biondi e poi gli altri. Il colloquio con il responsabile non durò più di un’ora e mezza, secondo lui. In fondo alla sala c’era una porta di legno con la scritta: Se vuoi arrivare da Carso.

Fu di qui che passò l’agente di viaggio per primo e poi tutti gli altri. Carso era una specie di alberghetto che offriva alloggio e vitto per poco tempo. Aveva solo quattro piani e il proprietario era una donna intorno ai trent’anni, molto severa. Quando la videro i nuovi arrivati per poco non urlarono di meraviglia. Era Lilly Tuck, la presentatrice inglese del famoso talk show Il tuo sì, un programma molto apprezzato dalle copie che volevano sposarsi.

Anche lei era … ovvio, morta da ormai quindici anni.

Tutti ricordarono, come nel caso del ciclista Kellard il modo in quale se n’era andata dal loro mondo.

Stranamente il suo cuore si era fermato dopo una giornata di lavoro, nel tardo pomeriggio di un giorno di maggio.

Era vestita di un intenso verde, completamente.

Non era male come donna. Occhi blu, cappelli biondi, e un bel corpo da atleta. Sorrise non appena li vide avvicinarsi al banco.

« Nuovi arrivi? Buongiorno! »

Con un segno della mano fece vivacemente un segno alla gente di venire da lei. Il classico tipo di donna che vuole dare ordini a tutti costi. Era fatta così. Che ci vuoi fare?

Bisognava prenderla così com’era. Per evitare di trovarsi in una situazione contrastante e portatrice di poche cose buone. Nel suo quaderno cominciò a scrivere alla svelta tutti i nomi e i cognomi di tutti le persone arrivate.

« Tre giorni! » gridò poi guardandogli.

« Tre e non di più! »

Ordinò a una bambina di farli salire su e di fargli vedere le loro stanze. Quella, che doveva avere non più di dieci anni chiese ad alta voce:

« Niente bagagli? Meglio cosi! »

Scoppiò in una risata molto colorata.

Gli ospiti salirono le scale insieme a lei. La ragazza si fermò al primo piano dove disse i primi nomi e indicò il numero delle loro stanze. Così fece al secondo, al terzo e al quarto. Infine scese fischiando allegramente.

La sua gonna nera era di quelle eleganti fin quasi alle caviglie. I suoi riccioli capelli rossi saltarono quando scendeva le scale. Era una ragazza molto adorabile.

A Cosmin gli era capitata la stanza numero sette del primo piano. A Narèa la stanza numero sette del secondo piano. A una donna il numero sette del terzo piano, ovvio e a un bambino con sua mamma l’ultimo sette del quarto piano. C’erano sette porte ogni piano e tutte erano molto piccole. Quello che avevano visto da Carso, non gli aveva fatto troppa impressione. Sembrava il normale albergo di campagna. Quello che era interessante era la visuale di questo edificio. Avevano camminato cinque minuti su un sentiero di nubi. Per poco tre di loro non sono svenuti.

L’aria era fresca come in una mattina d’estate.

Giù, in basso, altre nuvole, ma anche cime di montagne e foreste verdi. Poi qualche zona di nebbia e addirittura prati verdi, fiumi e ponti. Era meraviglioso vedere tutte queste cose e camminare su quel tappeto naturale. Decisamente era migliore di quello che avevano visto finora sulla terra. Narèa sorrise e disse allegro:

« Se per qualche miracolo tornerò sulla terra, nessuno mi crederà quando gli racconterò quello che vedo qui!

È troppo stravolgente! »

Poi gridò a se stesso molto entusiasta:

« Ma ti rendi conto dove sei? No, no non mi dispiace affatto di esser rimasto. Mi da troppo gusto esser qui! »

Dopo il riposo, ritornarono il secondo giorno al primo ufficio dove li aspettava il signor Tam.

Questo gli chiese soltanto se avevano dormito bene e poi annunciò il fatto che doveva arrivare uno dei custodi per accompagnarli al secondo ufficio: quello di valutazione provvisoria. Un lupo bianco fu subito da loro e lì disse che dovevano prendere un mezzo per arrivarci.

Siccome il giorno era di numero dispari scelse la carrozza. Vennero preparate cinque carrozze e poi uscirono.

Non c’erano pavimenti, né strade di asfalto ma dovevano proseguire soltanto sul sentiero stretto di nubi sorvegliato da una parte e dall’altra da altissimi alberi di frutta.

Il viaggio durò mezz’ora abbondante. Nel loro cammino videro ancora altri elfi, stavolta delle donne elfiche, per la gioia di Cosmin e Marius. Molto belle e sempre sorridenti. Narèa capì una cosa: non erano per niente come venivano presentate nei disegni fatti sulla terra. Erano molto di più. Più affascinanti, più belle, più pure, più allegre, più dolci nel viso e nella voce. Alcuni facevano corse con i cavalli, altri cantavano al liuto, altri invece disegnavano. Tutto era nuovo per i freschi arrivati, tutto era diverso, e soprattutto … tutto era incantevole. Proprio vicino al secondo ufficio videro piccoli cerbiatti con gli occhi stupendi. Parlavano tra loro e la loro voce era dolcissima, ti accarezzava il cuore. Avevano tutti uno sguardo buono e sublime, ispiravano fedeltà e amore. A differenza del primo ufficio che si trovava in una sala di biblioteca, questo secondo si trovava in un bellissimo parco sospeso nel cielo, sulle nube bianche e arancioni. Benvenuti ad Ejus era scritto su un grande cartello portato in volo da numerosi piccoli e adorabili uccelli. Ejus era, secondo tanti abitanti di Estreia, il più importante dei tre uffici preparatori.

Perché questo? Per il semplice motivo che in questo delizioso parco verde uscivano fuori le qualità più buone che uno aveva grazie a uno specchio d’acqua dove si poteva affacciare, ma anche i difetti più costanti che una persona possedeva. A parte questo c’erano le Naspiria, i fiori intelligenti, che una volta annusate rivelavano le proprie aspirazioni e desideri più forti, presenti nelle stanzette del cuore e dell’anima. Poi c’era la Matita di Honore e il Flauto Magico che erano preziosissimi come aiuti per i custodi. Su un foglio bianco ognuno doveva prendere questa matita blu e scrivere il suo nome e cognome. Dopo pochi secondi la matita scriveva da sola le parole che rappresentavano le cose che avevano fatto le persone nella loro vita, quelle che gli avevano portato onore e diritto di apprezzamento. Il Flauto Magico invece serviva per far sapere i pericoli che potevano incontrare, in base al loro vissuto di prima se prendevano diverse abitudini o strade varie come anche dalle ambizioni sbagliate e i rischi che potevano correre le persone. Un grande giardino di vari fiori con profumi e bellezze dolci, che facevano sorridere l’anima quando passavi, apparve presto ai loro occhi. Piccoli o grandi fiumi popolati appena da elfi barcaioli o umani, panchine sui nubi, alberi di mela, e di altri frutti sconosciuti a loro. All’entrata di quel giardino c’era Simari, la musa degli scrittori elfi a dare il benvenuto. Lo fece con gentilezza, con affetto e sincerità. Piacque subito a tutti gli uomini. Soprattutto a Narèa che da quel momento desiderò di starle sempre vicino. Fu lei che invitò poi ciascuno ad avvicinarsi ai fiori intelligenti e allo Specchio D’acqua. L’emozione fu grande per tutti.

A Narèa, quando gli si avvicinò gli sorrise dolcemente.

Il ragazzo ricambiò. Lo Specchio D’acqua rivelò appena si era affacciato il giovane tre qualità più presenti in lui: affettuoso, coraggioso, sensibile; come difetti le disse che era testardo, un po’ giudicone e permaloso. I Naspiria appena furono annusate dissero con voce soave che questo ragazzo desiderava ardentemente diventare la mano destra del re, diventare forte in battaglia e vincere, e desiderava moltissimo l’amore, viverlo intensamente, voleva tanto trovare una buona sposa. Voleva sentirsi apprezzato e valorizzato. Poi aggiunsero una parola sulla fedeltà e precisarono che se verrà istruito bene potrà diventare un nemico molto temibile per i Vangar.

Narèa fu molto stupito di tanta precisione. Dopo che scrisse il suo nome e cognome sul foglio, la penna cominciò subito a scrivere tutte quelle volte che lui si era dimostrato degno di essere apprezzato ad un alto livello e quando si meritò un grande onore. Così vennero a sapere i custodi del momento quando salvò la vita ad una persona spingendola fortemente a destra per evitare che una macchina la investisse pericolosamente. Seppero quando affrontò con coraggio un suo capo di lavoro e le fece sapere delle ingiustizie che praticava quando trattava male i suoi lavoratori, di tutte quelle volte quando mandò soldi per aiutare una bambina in Nepal, perché servivano per cibo, cure e medicine, di quella volta quando rinunciò a compiere azioni malvagie in cambio di denaro, e seppero anche quando amò con tutto il suo cuore una ragazza musicista, di come la trattò bene e la rispettò e le volle bene davvero. Il suono del flauto magico rivelò altre cose e i custodi capirono che Narèa doveva stare in guardia.

Nel passato, questo ragazzo venne abbandonato da una persona alla quale fu molto affezionato, la cosa gli fece molto male, e ne fu molto addolorato, capirono che non si era mai ripreso completamente perché sapevano che l’amava ancora, doveva stare attento a questa cosa, per non rattristarsi di più. Poi seppero altre cose: che a volte mancava di buona organizzazione, nel compiere i suoi doveri, infine capirono che poteva diventare molto pericoloso quando era arrabbiato. Doveva stare attento su cosa far scorrere il fuoco che aveva dentro, come usarlo costruttivamente. Salaki, suo compagno fece in quel momento un passo verso lo specchio d’acqua, timidamente. Il suo viso fu visibile per poco poi il volto dell’acqua cambiò rapidamente. Apparvero le prime tre parole: buono di cuore, combattente, allegro. Poi le seguenti: testone, riservato, pigro. Erano difetti che si vedevano il più delle volte. Poco dopo il ragazzo annusò i Naspiria e loro cominciarono a parlare. Dissero che il ragazzo era cresciuto senza un padre e che il suo grande desiderio era formarsi una famiglia. Anche lui desiderava essere apprezzato. La Matita di Honore rivelò una situazione di vita che al lupo custode piacque molto.

All’età di diciassette anni era corso per difendere il suo piccolo fratello Georg mentre era disturbato da tre ragazzi più grandi di lui. Li aveva fatto fuori tutti quanti dimostrando il suo coraggio. Non si era fatto nessun problema ad affrontarli. Il flauto fece sapere che il ragazzo rischiava di credere poco in se stesso e nelle sue capacità se veniva ferito nell’amore, se veniva tradito nell’amicizia e se le persone sulle quali contava non erano vicino a lui. Gli altri loro compagni si stupirono molto della verità delle cose che venivano rivelate su di loro.

Dopo il terzo giorno nell’albergo vennero portati tutti quanti alla stazione da dove erano arrivati.

Samiri annunciò che dovevano fare un’ora di viaggio per arrivare al terzo punto doganale: Felson.

Lì sarebbero stati consegnati ognuno alle loro guide per la preparazione finale. Il viaggio si svolse senza problemi e presto furono dall’altra parte del lungo tunnel di montagna che attraversarono. A Felson, rividero il primo custode, il lupo argentato che gli aveva parlato nella stazione per la prima volta. In base a tutte le informazioni raccolte su di loro ma anche ai consigli del re in persona gli fu data una guida adatto per loro. Cosi a Narèa toccò Illia, una bellissima donna elfa, a Salaki, Kurt il saggio cavaliere e agli altri, umani o elfi guerrieri sperimentati.

Il periodo che seguì fu per tutti senza dubbio molto tosto.

Tutte le guide erano molto severe e non fecero passare i loro allievi al prossimo livello finché non si erano assicurati che avevano capito bene la lezione che dovevano imparare. Impararono poi a usare le armi.

La Spada di Targ fu quella che piacque di più a Narèa e ricevette molti apprezzamenti. Era lunga, sottile, d’argento. Brillava di una luce blu prima di cominciare i combattimenti. Affilatissima, fu un buon compagno per il ragazzo che dimostrò il suo valore al servizio di quel regno. Cosmin fu eccelso nel combattimento con la lancia e con L’arco di Mirion. Altri si distinguerò con le asce, spade o balestre, o un bastone d’acciaio. Impararono finalmente a parlare la lingua del popolo di Estreia. Raddoppiarono la loro resistenza fisica e la loro velocità grazie agli esercizi innumerevoli che affrontarono. Impararono a cavalcare e a combattere in movimento.

Lì fu testata la loro pazienza, il loro coraggio, la loro abilità di aiutarsi in battaglia. La prima battaglia con i Vangar arrivò all’improvviso. Il giovane Narèa, una volta agente di viaggio sulla terra combatte gloriosamente al fianco del re e successe che gli salvò la vita due volte. I demoni Vangar erano creature molto veloci, spietate che non conoscevano paura e non dormivano mai. Molto forti si dimostrarono avversari difficili da vincere ma quella volta furono costretti a ritirarsi. Cosmin salvò la vita al suo maestro e a una giovane principessa guerriera di nome Othel. Sia lui sia il suo compagno furono nominati Cavalieri di Estreia. Come ringraziamento personale il re diede in moglie la bella Illia a Narèa, un posto nel suo palazzo, terre da coltivare e lo nominò il suo preferito.

A Cosmin come lui stesso sperava, gli fu data come sposa proprio la ragazza che aveva salvato in battaglia.

Terre e un posto di onore nel suo castello. Sul pianetta Terra Bogart invece, ebbe un’esistenza normale.

Cambiò lavoro. Divenne responsabile di un ristorante francese. Si sposò ed ebbe tre figli. Visse a lungo sua esistenza e fece del bene. Quando venne la seconda grande battaglia contro i Vangar, Clay era ormai passato nell’esistenza eterna assieme a sua moglie e al suo primo figlio. Non incontrò di nuovo i suoi compagni perché questi erano ancora in vita su Estreia. Le cose furono diverse per loro nel ultima lotta. Fu il re a salvare la vita a Narèa e il figlio di Cosmin, Adam a riuscì a proteggere suo padre. Nonostante soffrirono grosse perdite vinsero anche questa volta. Narèa era arrivato all’età di centodue anni e sembrava di cinquanta. Cosmin, ne aveva novantasette. Erano lontani dalla vecchiaia ma non erano più giovani. Nessuno dei venti si pentì mai di aver lasciato la loro vita di prima. Anzi considerarono di aver guadagnato molto di più in questo regno. Il lavoro del treno speciale non finì qui. Ogni secolo fu inviato a portare nuove persone, uomini, donne, o bambini per fare di loro soldati valorosi per la difesa del regno sconosciuto agli occhi di tutti.

In quella parte del cielo così gelosamente custodita: Estreia. Alle 23.45 minuti precisi, il capo treno fischia per dare l’avvio a un nuovo viaggio. Viaggio che per alcuni cambierà per sempre il loro destino.



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