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lavoro pubblicato lunedì 20 aprile 2015
ultima lettura mercoledì 24 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nell’acqua del tempo

di AugenZhach. Letto 622 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nell’acqua del tempo                                        ...

Nell’acqua del tempo

1.

Appena seduto nella sua macchina, Livio Starki cercò in tutti i modi di non pensare al sogno che aveva avuto la sera prima. La tentazione era forte ma lui rimandò quei pensieri per dopo. Desiderava concentrarsi per partire. Accese il motore, si mise la cintura di sicurezza e chiuse un attimo gli occhi. Respirò profondamente. Spense la radio e prese il telecomando che apriva il cancello di casa. Erano appena passate le dieci di mattina. Il trillo degli uccelli si sentiva intensamente; gli provocava un sorriso sincero e un conforto, sul suo volto, un raggio di luce della speranza sul cielo della sua anima. Si sentiva vivo.

Non c’era tanto da pensare. Era arrivato al confine: la linea sottile che separava il suo passato dal presente era ora visibile. Sulle pianure della vita il grano era ancora verde. Doveva soltanto maturare per essere raccolto. Avviandosi verso la Via dei Cavalieri, la sua auto verde metallizzato acquistava velocità. Per fortuna la strada era libera. Quel giorno era proprio diverso: lo aveva notato subito, da quando era uscito, scendendo le scale del palazzo dove abitava. Nel cortile non c’era nessun’altra macchina parcheggiata, solo la sua. Non era normale, c’erano sempre tre o quattro macchine lì. I cinque posti auto erano completamente vuoti. Non si diede troppo pensiero e proseguì. La strada era vuota: nessuna persona. Sui bordi della strada non si vedeva nessuna macchina in sosta. Nessuno circolava. Nessuno, tranne lui. La via dei Cavalieri era la via principale, che dava verso l’autostrada. Tante persone la prendevano per uscire dalla città. Come mai alle dieci di mattina non circolava nessuno? Ed era anche lunedì. Nella sua mente si infilo subito la bandiera della curiosità. Le immagini che si ricordava da ieri notte erano cosi vive, che gli sembrava di riviverle. Guidando, pensò di abbassare quasi del tutto i finestrini. L’aria fresca gli diede forza. Godendosi la guida vide, o meglio rivide, il suo strano sogno. La sera prima era andato a dormire con tanti pensieri per la testa, angoscianti e intensi. Non stava vivendo un periodo meraviglioso della sua vita, ma uno difficile. Aveva debiti, e ne era parecchio in ansia a volte; era in pensiero anche per la ragazza che amava tanto. Livio desiderava molto realizzare i suoi desideri, i suoi progetti più grandi!

Era andato a riposarsi per poter dormirci sopra. Soprattutto, alle cattiverie che aveva incontrato ultimamente nelle parole delle persone, negli sguardi feroci di rabbia, nello scoraggiamento e delusione, sopra a tutte le sue preoccupazioni. Nel giro di alcune ore, un uomo era andato a riposarsi, nel sogno quell’uomo era un altro. Stava camminando deciso sulle cime delle montagne, erano altissime. Dappertutto c’era un’immensa quantità di acqua. Solo dove camminava lui non ce n’era. Le acque erano molto profonde, i raggi del sole le riscaldavano con generosità. Aveva un forte desiderio di immergersi. Era molto sorpreso di vedersi camminare su quelle cime circondate dall’acqua. Ad un certo punto ebbe voglia di tornare indietro. Ma girandosi e facendo qualche passo, rimase stupefatto vedendo che l’acqua aveva sommerso le cime dove era passato prima.

Non poteva più ritornare. Il timore lo colse; inciampò, scivolò e cadde in quelle acque profonde. Vide la luce del sole che illuminava intensamente la superficie dell’acqua. Scoprì con meraviglia che sapeva nuotare, e anche molto bene. Nella vita reale, non era mai riuscito ad imparare:

da bambino avevano provato alcuni suoi amici a insegnargli, ma senza successo. Ogni volta che l’acqua gli arrivava al collo non riusciva a respirare e voleva subito arrivare all’argine e sentire i piedi toccare la terra.

Per parecchi anni fu una dura battaglia. Alla fine si scoraggiò del tutto. L’unica cosa che riuscì a fare fu galleggiare. Questo lo sapeva fare. Non andava a fondo, riusciva stranamente a restare sopra, almeno per poco.

Era un tipo testardo, tenace, si fidava poco delle persone. Ma era anche buono, socievole, sincero. Un po’ di fiducia

la dava sempre e voleva bene alla gente; ma fidarsi completamente di una persona si era ripromesso di non farlo più: era stato tradito alcune volte, soprattutto una volta importante; lo aveva segnato abbastanza da restare in guardia e guardare bene con chi aveva a che fare nella vita. Ma non abbastanza per non voler più stare in compagnia delle persone, né interessarsi della loro vita. Dunque una buona dose di fiducia la dava, non per obbligo o interesse ma per il carattere generoso e gentile. Nella profondità delle acque cominciò a nuotare per emergere, ma non successe nulla. Alcune luci brillavano nel fondo di quel territorio oceanico; allora cambiò idea: scese piano, morso da una crescente curiosità.

Alcuni metri sotto vide una cosa straordinaria, non immaginabile: una specie di palazzo che brillava. Assomigliava a un imponente castello medievale.

Era bianco e azzurro. Le finestre erano d’argento, c’erano delle torri alte o basse, cosa che gli sembrò molto strana.

Il portone dell’entrata era d’oro fino. Due torce con una luce azzurra custodivano l’entrata. Sopra il portone, una scritta sui mattoni d’acciaio candidi apparve appena Livio si avvicinò. Quello che era scritto, era stupefacente : L’entrata è proibita, tu non puoi entrare. Livio però cominciò a bussare forte. La terza volta, sentì una voce inquietante che veniva come un tuono da dentro e lo fece tremare dalla paura:

« Come osi disturbare il sacro silenzio di questo castello?

Chi credi di essere? »

Il visitatore non rispose e impaurito volle allontanarsi.

In quel momento si sentirono passi decisi e forti:

« Non puoi andare adesso, senza dirmi il tuo nome.

Parla in fretta e forse rimarrai in vita. »

Il ragazzo rispose, con i brividi:

« Sono Liviò Starki, chiedo scusa di non aver risposto prima. Ho avuto un pò di paura. »

I passi si avvicinarono. La voce gridò, altissima :

« Signore! Com’è possibile? Voi qui? »

Il ragazzo rimase senza parole.

Che cosa voleva dire? In quell’attimo, il grosso portone si aprì lentamente, con gran rumore.

Allora il visitatore vide un muro d’acqua con una serratura in mezzo.

Accanto c’era una chiave di bronzo appesa.

« Prendete la chiave, introducetela nella serratura e poi girate, » disse la voce.

Livio obbedì e il muro d’acqua si sciolse in un attimo, per lo stupore dell’essere che si trovava dall’altra parte.

« Siete proprio voi! »

La figura di un soldato in armi apparve agli occhi del ragazzo.

« E una vera sorpresa! Avanti, venite avanti! » lo incoraggiò. Sembrava un cavaliere templare scomparso da secoli dalla faccia della terra. Indossava un’armatura di bronzo con il segno del suo ordine, una croce rossa sul petto, che emanava una luce discreta agli occhi del visitatore. L’uomo si tolse l’elmo e rivelò lunghi capelli neri. Il volto era giovane, aveva i baffi altrettanto neri e leggeri.

« Chi siete? »

« Sono Elio Fragma, il figlio di Bartog il Grande, il custode di questo castello! »

« Il custode? »

« Sì signore: il custode del vostro passato. Questo è il vostro castello del passato. »

« Qui si trova tutta vostra vita passata, con tutte le cose fatte, pensate o desiderate. »

Meraviglia e un grande brivido avvolsero il ragazzo.

« Ma com’è possibile? Non può essere vero! Devo sognare sicuramente! »

« Qh, questo è possibile mio signore, perchè di sicuro non siete morto se siete arrivato qui. »

« Vi assicuro che siete qui davvero! Forse pensate che la vostra anima stia facendo un viaggio nel sonno, oppure che avete una visione, ma tutto questo è vero.

Voi siete qui adesso, in questo preciso momento.

State tranquillo. Venite con me! » gli disse il custode, prendendolo per mano.

« Deve essere un miracolo, » si disse sconvolto, il visitatore. Presto si allontanarono dal portone che si chiuse immediatamente. Era buio là dentro, Elio prese una torcia che si accese da sola all’istante; Livio era ancora sbalordito e guardava intorno incredulo.

« Un castello del mio passato? » pensò lui, sbalordito.

Appena fece alcuni passi, i muri fecero un suono.

Erano vivi. Sembrava lo avessero riconosciuto. Il castello era abbastanza grande e Livio notò fiori di gelsomino e gardenia a destra e a sinistra. Erano bellissimi, vivi, parlavano in una lingua meravigliosa, ogni suono trasmetteva dolcezza.

« Che cosa sono questi fiori? »

« Sono quelli che hanno assistito alla tua nascita. Sono profumati e luminosi, vivi e contenti. Sono testimoni della tua venuta nel mondo. Poi il ragazzo vide a destra e a sinistra più avanti, dei bellissimi alberi. Alcuni avevano dei bei frutti che sembravano buoni da mangiare, altri frutti erano ancora acerbi. Anche gli alberi parlavano tra loro. Quelli con frutti maturi cantavano di gioia, gli altri invece chiedevano a questi di aiutarli a cantare. »

« E questi cosa sono? »

« Questi sono gli alberi dei desideri e delle cose buone di quando eri bambino fino ai dodici anni. Quei frutti maturi sono i tuoi desideri buoni, e le cose buone che tu sei riuscito a realizzare e per le quali sei stato contento.

I frutti acerbi invece sono dei buoni desideri, e buone cose, che non sei riuscito a realizzare. Livio notò che per terra c’erano anche frutti marci e chiese il perché.

Il figlio di Bartog gli rispose con un sorriso:

« Quelli sono le cose cattive che tu hai fatto e che ti sono state perdonate. Non contano più, non darti più pensiero. Sono cadute dall’albero perché non ci sono più. Voi siete

il signore di questo posto, tutto questo vi appartiene. »

Poco dopo arrivarono a un corridoio luminoso.

Da una parte e dall’altra c’erano delle stanze, con sulla porta scritte diverse. Quindicesimo anno, sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, undicesimo, decimo, nono, ottavo … C’erano tutti i suoi anni di vita. Incuriosito, Livio apri una porta alla sua destra, la numero quattro.

Dentro c’era una stanza coperta di fiori. Per terra c’era un bellissimo tappeto con pietre preziose: rubini, diamanti, smeraldi e oro. Sui muri erano appesi quadri con la cornice d’argento. Erano varie immagini che si mutavano ogni tanto, raggruppate in mesi; vicino al quadro c’era la scritta con il mese che corrispondeva. Quello al quale si era fermato era marzo. Vide se stesso quando era bambino, all’età di quattro anni. Stava sorridendo.

Era seduto sul letto, a casa dei suoi genitori e intorno a lui c’erano delle persone. Tutte cantavano: era il suo compleanno. Ognuno lo baciava e gli portava un regalo. Vide la nonna, la madre di sua mamma, più giovane, e forte, che sorrideva e scherzava. Era cosi bello rivedere la nonna che stava bene... Poi vide il suo padrino che gli regalava una penna molto bella e un manoscritto.

C’erano anche i suoi genitori, anche loro molto più giovani, il suo papà non aveva i capelli bianchi come ora. Era allegro, senza preoccupazioni e scherzando apriva una bottiglia di vino. La mamma era bellissima, i suoi capelli erano lunghi e il viso luminoso. Tutti gli volevano bene. L’immagine del quadro cambiò improvvisamente e vide se stesso sulla via dove abitava l’altra sua nonna, la madre di suo padre, in campagna. Era inverno. I grandi fiocchi di neve cadevano continuamente. Era tutto bianco, gli alberi, le case, anche le persone. Non era solo: era con sua zia, la sorella più piccola di suo padre, Doriana.

Lo stava portando in slitta, il suo viso era rosa e rideva.

Gli piaceva essere portato velocemente. Era bellissimo ed emozionante vedere se stesso piccolo. Guardò vari episodi di quell’anno. Erano tanti. Elio si era avvicinato e seguiva con interesse quello che faceva il padrone nella sua infanzia.

« Eravate proprio un bel bambino! » disse sorridendo.

« Eh sì, » acconsenti il ragazzo.

Notò che i suoi capelli erano diversi adesso; erano biondi e più lunghi. Questo grazie al padre: gli piaceva vederlo con i capelli lucenti, biondi e lunghi. Proprio come li aveva lui quando era più giovane. C’era poi l’episodio con la sua bisnonna, di quello si ricordava benissimo perché quel giorno lo aveva segnato. Stava correndo, gli era sempre piaciuto correre. Indossava un paio di pantaloncini corti e una maglia bianca, a maniche corte. A un certo punto in quel giorno d’estate, inciampò in una pietra.

La caduta fu violenta e gli strappò un po’ di pelle dal ginocchio sinistro. Vide il sangue mischiato con la polvere e gridò di dolore; cominciò a piangere. Si alzò, e zoppicando si avviò sulla strada che lo portava a casa della bisnonna, la signora Arnica. Era una donna non troppo alta, aveva ottant’anni. Il suo viso era provato dalle esperienze della vita, ma sereno. Era una donna forte, in gamba, molto sveglia. Camminava bene a quell’età.

Era di buon cuore. Quando Livio risentì le parole di ammonimento di lei, scoppiò a piangere:

« Hai corso di nuovo, non è vero? Sei andato di nuovo sulla strada che porta alla collina? Ti avevo detto di non correre! Stai correndo troppo,vuoi che mi scoppi il cuore?»

Cara bisnonna che si preoccupava di lui …

Quell’episodio successe tre anni prima della sua morte. Vide anche il giorno nel quale la bisnonna aveva fatto finta di morire. Si era seduta sul letto, aveva chiuso gli occhi apposta. Voleva vedere la sua reazione. Il ragazzo aveva cominciato a piangere e le toccava le mani cercando di svegliarla. Ma Arnica non ne voleva sapere.

Soltanto quando il ragazzetto si avviò verso la porta per chiamare la mamma, lei aveva aperto gli suoi occhi sorridendo:

« Mi vuoi cosi tanto bene? »

Lo abbracciò.

Lui la strinse forte con le sue piccole braccia.

« Non lasciarmi mai! Te lo proibisco! »

A questa scena, Elio, il custode, si commosse.

Livio si girò e uscì di fretta da quella stanza: se sarebbe rimasto ancora probabilmente avrebbe visto anche il giorno quando la bisnonna sarebbe andata e lo avrebbe lasciato solo in quella stanzetta di legno, in campagna.

Lui l’avrebbe chiamata con la speranza di rivedere i suoi occhi aprirsi, ma lei non si svegliava più …

Un po’ agitato uscì di fretta sbattendo la porta.

Fece qualche passo e vide la porta con il numero sette:

racchiudeva dentro il suo settimo anno di vita. La apri ed entrò. Anche lì c’erano dei tappeti molto belli. E sui muri c’erano quadri che raffiguravano tutte le scene vissute allora. Vide se stesso nella camera da letto, da solo, che guardava verso la finestra. Poi vide che stava misurando la sua altezza. Si senti dire con una violenta rabbia di bambino che voleva essere più alto:

« Sono troppo piccolo, tutti rideranno di me a scuola! » Rise di quell’episodio. Si ricordò che dopo quell’anno aveva cominciato a crescere velocemente. Dopo due anni era già all’altezza che desiderava. Vide se stesso andare a scuola, rivide quell’uniforme blu con i quadrati bianchi e la cravattina rossa intorno al collo. Era bello ed elegante. Anche a quell’età aveva la testa grande e anche il naso lungo; si ricordò quando suo padre lo prendeva in giro.

« Papà! Papà! Devo dirti una cosa! »

« Che cosa c’e? » aveva risposto suo padre incuriosito.

« Mi sono guardato nello specchio e ho visto che ho il naso grande. Non mi piace per niente! Ogni giorno quando vado in bagno e mi guardo, è sempre uguale.

Perché non cambia? Voglio che cambi! » gli disse disperatamente.

« Non mi piace affatto! »

Il suo papà era a quel tempo una persona allegra, con la voce serena. Abbracciò il figlio e con un sorriso dolce gli disse :

« Si, ma questo è il tuo naso. Pensa che unico. È tuo. »

Quanto era bello ricordarsi quell’episodio! Rise di quel discorso. E rise anche Elio il custode. Un attimo dopo sentì un forte colpo di martello. Veniva dalla porta su quale era scritto il numero ventisette. Avvicinandosi un po’ con qualche esitazione, girò a destra la maniglia.

La porta si apri all’istante. Fu in quel momento che il suo cuore cominciò a battere più forte. La stanza era bellissima; era la stanza più bella che avesse mai visto finora in quel castello. Petali di rose erano dappertutto, un profumo soave e molto piacevole allettava il suo cuore, era dentro a un bellissimo giardino. Odori deliziosi di gelsomini, tulipani, rose di tutti i colori, gardenie e gigli invitavano al sorriso. C’erano perfino degli alberi giovani fioriti; i fiori erano di un colore blu chiaro, e sospiravano.

Avvertiva una serenità il ragazzo e sentì all’istante di non voler più uscire da quella stanza, da quell’anno che lo aveva reso tanto felice. Sospiri accentuati si sentivano dappertutto. Livio, a un tratto si fermò dal camminare e capì cosa stavano dicendo le voci sospirando.

Il suo cuore fu trapassato da una spada rara e affilatissima. Provò gioia vivendo di nuovo quello stupendo sentimento che gli era venuto incontro e lo aveva rallegrato nel suo cuore: L’Amore.

Disse con una luce splendente nei suoi occhi:

« Questa è la stanza del mio anno d’amore con la mia ragazza. »

« Si, è vero mio signore! »

Acconsentì il custode.

Qui sono custoditi tutti i vostri gloriosi momenti vissuti, assaporati davvero, i più pregiati. Il vostro primo vero amore. Eccolo qui. » I tappeti preziosi su quale camminavano emanavano una luce splendida.

Sentì perfino una brezza timida e leggera che gli accarezzava il suo giovane viso. Alcuni uccelli volavano in alto e andarono a sedersi sui rami luminosi di un albero alto di ciliegio che si trovava vicino al quadro appeso al muro. Il loro cinguettio fece sorridere il ragazzo.

Molto emozionato disse al custode:

« Oh, Elio! Sapeste quanto mi manca quella ragazza! »

Elio gli si avvicinò all’istante e gli rispose con tranquillità:

« Lo so, e lo sa anche colui per il quale lavoro. »

Una scritta di mano, molto elegante cominciò a dare forma ad alcune parole sulla schermata del pregiato quadro: Nell’anno prezioso, glorioso e di grazia duemilanove.

Poi subito aggiunse il suo nome e quello della ragazza che amava tanto. Lui vide se stesso insieme a lei, tenendosi per mano a Venezia, sorridenti, vide la felicità nei loro occhi, e avvertì i loro raggi di gioia nei loro cuori.

« Come stavano bene! »

Vide loro innamorati, baciarsi sotto la luce della luna, nel giardino di casa, poi i giorni nei quali avevano fatto l’amore … La vide suonare il suo piccolo clarinetto, contenta al concerto e lui seguirla con lo sguardo di colui che guarda con ammirazione e dolcezza una cosa preziosa, e più pregiata di tutte le ricchezze del mondo: il suo amore. Vide se stesso recitargli le poesie d’amore che aveva composto per lei, vide lei sorridente, allegra, innamorata di lui! L’immagine del parco dove l’aveva baciata per la prima volta, sentì le sue parole e rivisse una grande gioia subito dopo quando gli disse che dopo quel bacio tutto il mondo era più bello, come in autobus mentre ritornava dai genitori disse che tutto era più luminoso … perché c’era lui. Tutto era cosi vero, per qualche momento era ritornato nel tempo in quale era molto felice, perche l’amava e si sentiva amato da lei.

Fu commosso e per un po’ di tempo non sentì le parole del custode che gli diceva se si sentiva bene. Dai suoi occhi alcune lacrime scesero, calde e appassionate attraversarono in fretta il suo viso per arrivare sulle sue labbra. La sua mancanza era terribile. Tentò di dire anche altre cose al custode mentre rivedeva ancora tutti gli altri momenti meravigliosi vissuti insieme a lei, ma non ci riuscì. Stringendogli fortemente la mano gli sussurrò appena in un mezzo respiro sospeso nel tempo una frase di quale ogni lettera pronunciata bruciava di fuoco, illuminando il suo cuore:

«Ti prego! Abbine cura … Soprattutto di questo, abbine grande cura, come se fosse la luce preziosa dei tuoi occhi Elio! » Guardandolo negli occhi trovò presto la conferma della sua fedeltà. Sentì gratitudine. Come se stesse parlando a se stesso, avvicinandosi verso il corridoio vicino alla stanza, disse facendosi coraggio:

« Presto, fammi vedere il resto! Ci sono ancora tante cose che vorrei rivedere dalla mia vita passata, per favore, conducimi alla prossima porta. »

Il devoto cavaliere, che custodiva il castello del suo passato (del quale non aveva mai saputo della sua esistenza ma che ora non ne aveva nessun dubbio che esistesse) insieme a Livio uscirono appena da quella porta. Con una torcia in mano, il custode andò più avanti sul corridoio, guardando qualche volta il ragazzo per sorprendere le sue reazioni. Le viene incontro e con una voce calda e rassicurante disse:

« Tutto è al sicuro, sta tranquillo, è tutto al sicuro! »

A questo punto Livio Starki si svegliò all’improvviso, non avendo più l’occasione di vedere altre stanze del suo passato, nella compagnia del suo custode. Quello che vide però fu abbastanza per fargli capire la preziosità di quello che era avvenuto prima nella sua vita. Questo sogno lo colpì molto e nel cuor suo avvertì una gratitudine per quelle cose che era riuscito a vedere, anzi a rivedere.

Sentì anche una pace interiore, ora aveva la forte consapevolezza che la sua vita passata era in buoni mani, c’era un potente custode scelto apposta per difendere ad ogni costo della vita, il castello del suo passato, quello che ospitava le sue gioie, difficoltà, desideri, voci o pensieri, tutte le sue esperienze. Niente si era perso, perché tutto faceva parte di lui. Soltanto pochi mortali sanno dell’esistenza di un custode del castello del proprio passato, perché questa è una grazia rara. Livio Starki è uno di coloro che gli fu dato a vedere... Il tesoro della vita di prima, custodito nelle preziose stanze del castello era al sicuro. Adesso, Livio aveva trovato la forza di andare avanti, proseguendo nel suo cammino.

2.

Improvvisamente, guidando a destra Livio osservò un cartello stradale che invitava a prestare attenzione perché la strada si restringeva. Era bel tempo, il sole splendeva con generosità. Il giovane era rimasto sconvolto nel rivivere il sogno avuto. Gli sembrava davvero di essere stato a parlare con quel custode, che difendeva il castello del suo passato. Cercò di concentrarsi nella guida.

Non c’era nessuno: dopo una decina di chilometri si trovò a percorrere un sentiero ripido. Man mano che saliva osservava quanto era bello guardare dall’alto il panorama. La strada presto diventò pericolosa, perché mancava un bordo che proteggesse il margine sinistro. Se si cadeva, le possibilità di sopravvivenza erano zero. Un brivido gli toccò la schiena, ma cercò di non perdersi d’animo e di non guardare alla sua sinistra né in giù, cercò di rimanere il più possibile alla destra dello stretto sentiero in salita.

Il ricordo del viaggio avvenuto durante il sognò svanì per un momento. Prima che finisse la salita su quella strada pericolosa, successe che la ruota destra posteriore della macchina si bloccò. Alcuni rami infangati la fermarono. Livio accelerò una volta, due volte, poi si fermò. Cercò di restare calmo. Decise di spegnere tutto e di scendere. Spense anche il cellulare, perché non voleva nessuna distrazione. Trasse un respiro profondo e andò a vedere come si presentava la situazione. Era bloccato in una sorta di buco infangato. Allontanò con la mano alcuni rami e poi risalì in macchina. Osservò alla sua sinistra, l’altezza della strada lo spaventò. Diede un occhio davanti per vedere bene la strada. Doveva salire alcuni metri e poi girare a destra il volante. Quando stava per ripartire la macchina sentì il clacson di un'altra auto che lo stava raggiungendo. L’autista lo guardò con curiosità, senza abbassare il finestrino per chiedergli se aveva bisogno di una mano e proseguì in salita con cautela. Livio ebbe paura per la sua vita: le ruote dalla parte sinistra erano vicinissime al margine della strada. Ma si tranquillizzò presto perché il conducente sparì.

« Ora tocca a me! » si disse d’un trattto.

Mise la cintura. Abbassò del tutto il suo piede sinistro sul pedale della frizione. Girò deciso la chiave e sentì immediatamente il ruggito dell’auto. Il piede destro lo tenne sul pedale del freno fin giù e abbassò il freno a mano. Lasciò la frizione lentamente e quasi contemporaneamente allontanò il piede destro dal freno e lo spostò sul pedale dell’acceleratore. Accelerò tenendo bene il volante. La ruota destra posteriore si mosse poco, ma non uscì dal buco. Livio guardò il crocefisso appeso davanti e disse:

« Dammi una mano! »

Guardò avanti, accelerò con forza. La macchina si mosse e uscì veloce dal quello stretto passaggio. Arrivò alla fine della salita e girò a destra. Vide l’inizio di una discesa; a sinistra era visibile una protezione di legno che segnava il bordo. L’aria fresca gli diede conforto e scese in velocità. Dopo qualche chilometro cominciò a piovere e Livio ringraziò il cielo che non fosse cominciata la pioggia poco prima, quando si trovava nel tratto difficile. Dopo alcuni chilometri si trovò davanti a un piccolo locale. Sembrava uscito dal nulla. Aveva voglia di un caffè e si avvicinò.

Il parcheggio gli venne perfetto. Le gocce di pioggia cominciavano a intensificarsi. Spense tutto e guardò nel cassetto per vedere se aveva qualche monetina.

« Sono proprio fortunato! »

Una moneta da due euro attendeva di essere spesa.

Il ristorante era come i piccoli locali di campagna, ma fu il nome che attrasse subito la sua attenzione:

Il gusto del confine.

« Che strano! » Disse Livio incuriosito.

La porta di legno gli venne subito aperta da una signora sui cinquanta, robusta, con i capelli rossi. Ben truccata con l’ombretto verde, le sopracciglia molto sottili, le labbra di un rosso acceso.

« Buongiorno signore! Prego! »

Esclamò lei dolcemente invitandolo ad entrare. Livio entrò e vide un signore dai capelli bianchi: forse era suo marito; stava al banco, gli fece un segno per salutarlo. Il visitatore fu colpito da una cosa: la bocca era a metà aperta, gli impediva di parlare bene. Nonostante questo problema le sue parole furono capite. Grazie alla capacità di Livio di leggere sulle labbra:

« Ss-si-ate ben-ve-nu-to … si-gnore! »

Gli fece segno di sedersi. Il ragazzo prese un tavolo:

« Avete del caffè? Vorrei bere un caffè. »

L’uomo rispose con un leggero balbettare:

« Cer-ta-men-te. »

Livio Starki si era messo a un tavolo vicino al muro.

La stanza non era larga, sembrava un lungo corridoio.

Lo sorprese piacevolmente vedere che sui muri c’erano scritte frasi, erano opera di grandi scrittori del passato, di ogni continente. Lui lesse affascinato alcune di quelle frasi, le più vicine.

« Vi piace la letteratura, signore? » lo interrupe la signora.

« Si! Ma vedo che anche voi … »

« Certo! Naturalmente! »

« Quanti scrittori e scrittrici abbiamo conosciuto!

Prima o poi passano tutti di qui … Impossibile non affezionarsi. Sapete com’è: più ti parlano più ti convincono. »

« Mi piace anche perché sono uno scrittore anch’io! »

« Ah, si? Interessante! »

« Me lo immaginavo. Anzi lo avevo proprio capito, appena siete arrivato, sapete? Cosa state scrivendo? »

Si voltò in quel momento per vedere se suo marito aveva preparato il caffè.

« Scrivo … diverse cose. Signora …»

« Oh, scusate, non mi sono presentata. »

« Sono Maria Luisa, e questo è mio marito Fred! » replicò dandogli la mano. Il ragazzo osservò le sue mani.

Erano pulite e giovani. Non sembravano affatto le mani di una signora cinquantenne.

Stringendo la mano si presentò anche lui:

« Livio Starki, piacere di conoscervi. »

In quel momento Fred si avvicinò con due tazze blu, mettendole sul tavolo diede cordialmente la mano al ragazzo. Poi si allontanò verso il banco. Un secondo dopo sparì nella stanzetta che si apriva pochi metri dal banco.

« Ti sei dimenticato lo zucchero, Fred! …»

« Ah! Non sente! Portate pazienza, a volte non sente bene. Ci vado io. » E ci andò.

« Ecco qui! »

Maria Luisa apparve con una tazzina bianca piena di zucchero. Gliela mise davanti e chiese incuriosita :

« Dunque stavate dicendo che scrivete varie cose, giusto? Tipo cosa? »

« Poesie, racconti, lettere, riflessioni, romanzi. Una volta anche un’opera teatrale. Mi piace creare storie.

A volte mi piace recitare le mie poesie alla gente, o i miei racconti. E il mio mestiere. »

« Posso sedermi vicino a voi? Sempre se non la disturbo! »

« Ma si figuri, faccia pure! »

Acchiappò una sedia lì vicino e l’avvicinò a lei.

« Signor Livio Starki, dunque siete un poeta? »

« Sono uno scrittore. Parola che comprende anche la poesia, no? »

« Ne ho scritte tantissime. Ora mi sto dedicando alla prosa da diversi mesi. »

« Capisco! » disse Maria Luisa bevendo un sorso dalla tazza.

« Siete un’artista! »

« Diciamo signora che… sono sulla buona strada. »

Sorrise lui, mettendo un cucchiaino di zucchero e girando.

« Dicevate che avete scritto anche un’opera per il teatro? Come mai? »

« E stato una cosa imprevista. Tutto è successo un giorno, quando sono andato a leggere Romeo e Giulietta, di Shakespeare, in biblioteca. Ho cominciato a recitare ad alta voce alcuni versi di Romeo, nella lingua originale.

Mi ha affascinato. Non c’era gente in quella piccola stanzetta per sentire. Ma non mi interessava.

Ho letto tutta la tragedia, ma il finale mi ha deluso:

ho pensato che Shakespeare fosse un deluso in amore.

Il loro amore era meraviglioso. Non meritava un finale del genere. So che può sembrare una sciocchezza, ma me la sono presa. Così ho reagito e ho scritto la mia versione: «Lucenzio e Venere dove la storia finisce come voglio io.

I protagonisti riescono a scappare insieme e si sposano in segreto. Sono stato molto contento. Mi ha dato proprio gusto. Credo di aver fatto bene. Credo che se avessi conosciuto Shakespeare gli avrei rimproverato ad alta voce quel finale ! » Maria Luisa scoppiò a ridere e disse:

« Siete un tipo particolare! Siete simpatico, mi piacete! »

« Come sono, mi sento bene. Quel lavoro non l’ho ancora pubblicato. Spero di riuscirci un giorno, con parecchie cose che devo fare. Sono fiducioso. »

« lo spero per voi. Vi auguro buona fortuna! »

« La ringrazio signora! »

« Non ho visto molta gente oggi in giro; strano, di solito c’è sempre un mare di gente che va al lavoro. »

« Da queste parti non c’è spesso gente, anzi ultimamente ce n’è poca! Potete recitarci qualcosa? »

« Sì, perché no? »

Subito Livio recitò la prima poesia che gli venne in mente:

« … lo scrittore ; recita in poesia ,

la parola di sua coscienza.

Lumi sacri della liberta celeste,

Accendono il cuore alla chiamata

E lui, e tu, e io - siamo mortali,

Ancora messi alla prova dalla vita.

Ci stringono le mani –

le candele Vere, che assai passeggiano …

Siamo immortali, quando scriviamo con il cuore,

illuminato di una grazia! »

« Mi piace molto! » scoppiò Maria Luisa.

Molto toccante. Ne vorrei sentire un'altra se non

le dispiace. »

« Eccola, signora, il titolo è Scrivendo per un’eco:

« I due bambini della mia infanzia …

Di solo un anno.

Stavano leggendo sorridenti:

tra il grano cotto dell’estate - Una Poesia;

una lode al sole,tradotta in versi

un grazie per l’aria fresca amorevole

un bacio per il sorriso, incantevole

dolce, estasiante sentendo le voci..

che vogliono, sospirano, insistono.

Per la tua gioia, disinvolta e pura.

Pretendono, E non accettano

Che bestemmi con il tuo sguardo

Che tu lanci imprecazioni cattive.

Proibiscono che piangi.

Sul cielo dei loro cuori giovani

Passa, ride e poi ripassa, in sincerità,

Un’aquila convertita alla bontà.

E giura fedeltà, protezione per i figli

Che camminano allegri e scalzi,

per darti una candela

luminosa, appassionata - nella tua cella. »

Appena finito, il ragazzo disse che a questa poesia si era particolarmente affezionato.

Poi, alzandosi e tirando fuori la moneta per pagare:

« Devo proprio andare! Quanto le devo per il caffè? »

Maria Luisa lo guardò con una misteriosa dolcezza:

« Qui non si paga col denaro. Mi avete già fatto piacere con la vostra compagnia. L’unica cosa che chiedo è se mi può lasciare una scritta con la sua personale firma. »

« Va bene! Come desidera. Dove devo scrivere? » aggiunse lui vivacemente tirando fuori la sua bella penna d’argento. La donna gli fece vedere un posto vicino alla porta, sulla parte destra. Senza sospettare nulla il ragazzo scrisse i versi della seconda poesia recitata là:

Scrivendo per un’eco, alla fine firmò.

« La ringraziò molto, signor Livio Starki. »

« Voi mi piacete! » disse lei, compiaciuta.

Il signor Fred era ritornato scusandosi per il ritardo e perché non era stato possibile partecipare alla conversazione, dicendo che doveva fare un lavoro urgente.

« Spe-ro di ri-ve-der-la, si-gnor Li-vi-o! »

« Anch’io, la ringrazio di tutto. Ma ora devo andare. »

Quando uscì dal locale, osservò che la pioggia era cessata. Si rese conto che si era dimenticato di chiedere alla signora Maria Luisa il nome del locale, perché si chiamava in quel modo. Ma non era del tutto convinto di tornare.

Quindi partì; lungo la strada si ricordò che aveva nel porta oggetti dell’auto il suo libro pubblicato un anno fa, ‘Fragmentum. Respiri dell’anima’ e pensò che avrebbe potuto anche regalarlo alla signora Maria Luisa,

con un autografo.

« Sicuramente le farebbe piacere! »

Frenò bruscamente e fece inversione di marcia.

Poco dopo si stupì di vedere una strada in mezzo a un campo di grano. Andò avanti e vide che la strada continuava. Il locale era sparito. Non c’era nessuna traccia, come se non fosse mai esistito. Aveva seguito proprio la strada senza nessuna deviazione: sentiva che impazziva! Aveva appena bevuto un caffè. Che cosa era successo? Ricordando la risposta di Maria Luisa capì: quel posto appariva soltanto per gli artisti; visto, riguardava gli scrittori e le scrittrici. Il destino di loro era di passare per di là, al locale Il gusto del confine. Una volta arrivati, non c’era più bisogno di restare. Senza che se accorgesse, anche lui aveva lasciato qualcosa di suo, nel grande manoscritto degli artisti. Questo gli fece piacere e cominciò a sorridere, proseguendo sulla sua strada.

Un’ora dopo vide una stradina a destra e decise di prenderla, incuriosito. Dopo poco si trovò in mezzo a una via piena di traffico, con auto di tutti i tipi e colori.

Era ritornato in città. Guardò l’orologio e si stupì di vedere che erano soltanto le dieci e trentacinque. Nel suo mondo erano passati soltanto cinque minuti. Aveva oltrepassato il limite della realtà senza saperlo e incontrato un posto di fermata nel cammino della vita. Allora capì che era in grado di continuare a camminare sulla strada. Più che mai, si sentiva forte. Livio Starki era pronto.

Sul cielo della sua anima il sole aveva cominciato a risplendere. Dalle due cose avvenute recentemente, il ragazzo capì che gli furono mandati dei segni.

Nella profondità dell’acqua del suo passato c’era un custode che aveva cura del suo castello della vita, era tutto a posto, non bisognava più preoccuparsene.

Senza che se ne accorgesse troppo, aveva già superato il confine del mondo conosciuto, il confine della sua esistenza. Le acque del tempo furono scoperte. Lo scrittore aveva raggiunto il suo primo traguardo. Facendosi coraggio, proseguì per la sua prossima fermata nella vita.

Come aveva già sospettato, questa si trovava a un altro livello. Livio Starki, aveva appena fatto un salto di qualità.


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