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lavoro pubblicato sabato 28 febbraio 2004
ultima lettura domenica 16 settembre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Rebus a tre

di Moll Flanders. Letto 1269 volte. Dallo scaffale Fantasia

A quarantaquattro anni decisi di andare in pensione per potermi dedicare totalmente alla mia attività principale: il dolce far niente. Lasciai alle ...

A quarantaquattro anni decisi di andare in pensione per potermi dedicare totalmente alla mia attività principale: il dolce far niente. 
Lasciai alle spalle affanni, competizioni, preoccupazioni. E ritornai ad essere libero come l’aria. Libero di godermi la vita.
Uno dei piaceri di questa mia nuova condizione esistenziale era proprio quello di osservare gli altri mentre si affannavano. Così di gran lena la mattina mi svegliavo per ritrovarmi a prendere lo stesso treno che un tempo mi portava in ufficio. Lo prendevo negli orari di  punta perché erano quelli pieni di  gente che si offriva inconsapevolmente alla mia curiosità. Le persone più svariate entravano nel  vagone insieme a me, offrendomi  uno spettacolo interessante.
Così accadde che un giorno, proprio durante una di queste mie incursioni tra l’umanità, mi accorsi  che, seduto a pochi passi da me, c’era un collega d’università, tale Enrico Bracciani. Uno di quei personaggi che diventano famosi in quanto a bravura negli studi, laureato in ingegneria aerospaziale e in quanto a fascino con le donne. Io a quei tempi mi ero per caso imbattuto in quella facoltà che abbandonai dopo qualche anno, avendo capito che le mie attitudini erano di natura prettamente umanistica.
Lo vidi seduto chino e pensai che stesse leggendo uno di quei noiosi quotidiani da cui mi astenevo con convinzione.Turbare la mia psiche di prima mattina con fatti di cronaca nera non faceva per me. Dopo un po’, non offrendomi elementi interessanti, il mio sguardo lo abbandonò, per posarsi  su di un donnone salito sul treno in quel momento che sbuffava come una ciminiera, affannandosi alla ricerca di un posto a sedere.
La seguii con lo sguardo, mentre si inoltrava nel vagone alla ricerca di qualche sediolino su cui far sprofondare il suo esorbitante peso. Con mia grande sorpresa la vidi dirigersi proprio verso il mio amico.Gli si fiondò addosso, per colpa anche dell’improvvisa fermata del treno. Lui alzò lo sguardo e le sorrise un po’ goffamente. Di primo acchito mi era sembrato di intuire un certo imbarazzo dal sorriso di lui ma, dopo qualche istante, fui  costretto a correggere la mia impressione.Lo sguardo del mio amico palesava, più che altro, rispetto. Con grande agilità ed eleganza si alzò per cederle il posto. Ad un certo punto vidi la donna fargli segno che era giunta la loro fermata, dopo di che scesero. Inconsapevolmente, spinto esclusivamente dalla curiosità, mi ritrovai a seguirli.
Non ero per niente abituato a quella situazione, di solito amavo osservare le persone con una vena di apatica noncuranza, mi soffermavo su di loro, ma non più di tanto. Evitavo accuratamente qualsiasi attività mentale che richiedesse un minimo d’impegno, per cui i miei pensieri vagavano da un essere umano all’ altro in maniera superficiale.
Invece, in quel momento sentii dentro di me una forza misteriosa che mi spingeva a curiosare  nella vita di quella strana coppia.
La stranezza di questa coppia andava al di là della mera fisicità. Erano opposti nei modi, quelli di lui estremamente fini ed aggraziati, quelli di lei a dir poco grossolani. Lui vestito in maniera sobria ed elegante, lei agghindata in un arcobaleno bizzarro di colori. Era comico perfino il loro modo di camminare insieme, lui sembrava che non riuscisse a starle dietro in quanto la donna, nonostante l’evidente obesità, mostrava un’agilità inaspettata.
Mi tenni ad una distanza ragionevole, per paura di essere scoperto in una così ignobile azione. Inizialmente era facile stare dietro la coppia, camminavano a passo normale.
D’un tratto però incominciarono ad accelerare. Fui talmente preso alla sprovvista che per poco non li stavo perdendo. Svoltarono in via Torricelli e poi presero il largo Fontana. Giunti alla fine di un viottolo di cui non ricordavo il nome, si fermarono davanti ad un palazzo vecchio e consunto. Si arrestarono all’improvviso e dovetti faticare per nascondermi in tempo prima di essere visto. Per fortuna proprio di fronte al palazzo c’era un bar, vi entrai ostentando disinvoltura per non dare nell’occhio.
Li vidi guardarsi intorno con aria circospetta, quasi avessero capito di essere pedinati.
Dopo di che si addentrarono nel portone. Salirono a piedi e potei vedere tramite le finestre del palazzo a che piano si fermavano, il quinto.
Pensai subito ad un amore clandestino che si sfogava in qualche appartamento ammuffito dal tempo.
Dopo qualche minuto dovetti ricredermi perché la coppia riapparve di nuovo.
Persi circa una manciata di secondi per pagare il mio caffè alla cassa, dopo di che mi fiondai fuori per continuare il mio inseguimento. D’improvviso mi accorsi di non essere il solo a pedinare la coppia. Camminava, infatti, un po’ più avanti di me, un uomo vestito più o meno come il mio amico che seguiva cautamente il percorso della coppia. Si fermava quando loro si fermavano e accelerava quando il loro andamento si affrettava. Così la mia curiosità non era solo rivolta ai due ma aveva investito anche il terzo uomo. Ad un tratto la coppia decise di entrare in una tabaccheria. L’altro uomo, invece, tempestivamente attraversò la strada e si fermò davanti ad una libreria. Abbandonai per un secondo il mio amico e decisi di scoprire le sembianze dell’altro uomo.
Così con finta disinvoltura mi avvicinai alla vetrina e guardandolo di sottecchi rimasi a dir poco sconvolto: avevo di fronte a me il perfetto sosia del mio amico. Identico in tutto e per tutto.
Ciò che mi incuriosiva era capire chi dei due fosse il mio amico e come mai il gemello li seguiva a debita distanza, senza mai avvicinarsi.
 to be continued...


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