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lavoro pubblicato martedì 14 aprile 2015
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il giardino delle rose spoglie (Capitolo 8)

di PJ23. Letto 416 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quella notte maledetta io e Silvia tornammo a casa spaventati a morte, terrorizzati di parlare con qualcuno di ciò che ci era successo in spiaggia. Quando tornai in camera mia, grato di esserci arrivato sano e salvo con le mie stesse gambe, cred...

Quella notte maledetta io e Silvia tornammo a casa spaventati a morte, terrorizzati di parlare con qualcuno di ciò che ci era successo in spiaggia. Quando tornai in camera mia, grato di esserci arrivato sano e salvo con le mie stesse gambe, credetti di essere tornato a casa mia solo per miracolo, e di essere sfuggito alla morte assieme a Paolo e Silvia soltanto per un soffio.

Arrivai di fronte al mio letto e caddi a terra disperato. Piansi molto quella notte, ma non per paura o tristezza, piuttosto per rabbia. Ciò che era successo con quell’uomo non mi fece alcun effetto. La pistola puntata sulla tempia di Paolo, le minacce di quel criminale, mi lasciarono completamente indifferente. Probabilmente per lo shock subito non riuscivo ancora a rendermi conto di ciò che era appena capitato. Ma ciò che accadde quella sera ad Esmeralda rimase indelebile nella mia mente per tutta la vita.

Capii tutto di lei quella notte. Il perché dei suoi comportamenti, la sua introversione, le sue fughe, le sue paure. Era tutto a causa di quell’uomo. Di quel mostro senza scrupoli. Le faceva del male, la controllava, era sua prigioniera, e lei era costretta a subire le sue violenze, senza che nessuno la aiutasse, senza che potesse sfogarsi con qualcuno. Reprimendo tutto quanto dentro di se per evitare che le facesse ancora più del male.

Non dormii per tutta la notte e rimasi seduto a terra con le mani nei capelli, evitando che i singhiozzi del mio pianto svegliassero i miei genitori. Pensai sempre a lei, ad Esmeralda.

La mattina seguente ero distrutto, non avevo nemmeno voglia di fare colazione, ma cercai di sforzarmi a mangiare qualcosa, proprio per evitare che i miei genitori si preoccupassero e cominciassero a sospettare su di me. Decisi di non raccontargli nulla, perché prima di farlo volevo vedere come stava Silvia, parlare con lei di ciò che era accaduto la sera passata, e affrontare insieme il dramma trovando una soluzione. Perciò, il pomeriggio stesso mi diressi a casa sua, controllando prima che quell’uomo non fosse nei paraggi.

Avevo paura di uscire per strada e di incontrarlo di nuovo, e per tutto il tragitto non feci altro che guardarmi le spalle per controllare che non fossi seguito. Arrivai nel porticato del palazzo di Silvia tremante come una foglia, e una volta parcheggiato la vespa corsi verso la porta il più in fretta possibile. Quando presi l’ascensore feci un respiro profondo cercando di calmare i nervi, ma l’ansia per ciò che era successo era troppo forte per essere domata con un solo sospiro.

Quando entrai nell’appartamento di Silvia, non trovai lei ad accogliermi in casa com’era di consueto fare, bensì sua madre, che mi fece entrare con aria molto preoccupata. Mi raccontò che Silvia era rimasta tutto il giorno in camera dicendo di non sentirsi molto bene, e che non era nemmeno uscita per fare pranzo. La raggiunsi velocemente nella sua stanza, con l’ansia che faceva palpitare il mio cuore fino alla gola, e quando entrai la vidi seduta di fronte ad uno specchio, con le finestre sbarrate e solo la luce del comodino accesa, che stringeva tra le braccia un peluche.

Appena mi vide entrare, Silvia si spaventò quasi cose se avesse visto un fantasma, ma appena mi riconobbe cominciò a piangere. Io mi avvicinai accanto a lei lentamente cercando di confortarla, abbracciandola forte e rimanendole accanto per tutto il tempo.

Passammo insieme quasi metà pomeriggio a non dirci niente, rimanendo soltanto in silenzio. Ma ad un certo punto decisi di aprire la finestra perché l’aria della camera cominciò ad essere troppo viziata. L’aria pura ci schiarì un po’ le idee, rendendoci meno vulnerabili e più sereni. Silvia ad un tratto si sedette sul letto, ed io mi misi accanto a lei, chiedendole: << Come ti senti?>>

<< Come vuoi che mi senta …>> disse con aria triste Silvia.

Non dissi nulla perché non seppi cosa dirle per farla stare meglio, ma lei ad un certo punto continuò: << … ho paura Dorian. Ho paura che quell’uomo possa tornare e farci del male.>>

<< Allora dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo denunciare quello che è accaduto alla polizia!>> risposi.

<< No, no! Non posso Dorian …>>

<< Perché non puoi?>>

Silvia esitò a rispondere, strinse ancora più forte a se il peluche, e tremando rispose: << … Ho troppa paura.>>

Nonostante capissi il suo stato d’animo, cercai di farle coraggio e di trovarle la forza per affrontare questo trauma. Le strinsi una mano e le dissi guardandola negli occhi: << Senza di te non posso fare nulla contro quell’uomo. Sei l’unica testimone oltre a me. Paolo era troppo fuori di se per accorgersi di ciò che era accaduto. Insieme possiamo affrontarlo. Forse, parlandone con Paolo e Franco …>>

<< Ti prego, Dorian! … non ce la faccio … ho troppa paura …>> rispose impaurita Silvia, quasi scoppiando a piangere e ritraendo la mano come se la mia scottasse.

Decisi di smettere di insistere con Silvia, perché non solo non avrei ottenuto nulla da lei in quel momento, ma avrei potuto peggiorare persino la situazione. Solo in quell’istante capii quanto potesse sentirsi fragile, e l’unica cosa che potessi farle era restarle accanto e rassicurarla nel modo migliore possibile.

<< Anch’io ho paura.>> le dissi: << Ho molto paura che Esmeralda le succeda qualcosa di brutto. Quell’uomo molto probabilmente … è suo padre. Lei è più in pericolo di noi. Dovrei aiutarla. Ma ho paura che ora sia troppo tardi per farlo. E non saprei nemmeno come fare …>>

Silvia in un primo momento non disse nulla, e dopo aver parlato rimanemmo soltanto in silenzio, a guardare il panorama fuori dalla finestra e il sole che stava tramontando.

<< Come puoi preoccuparti di una ragazza che nemmeno conosci? Lei non è nessuno per te.>> fece improvvisamente Silvia con aria esausta.

<< Ti sbagli. Lei è molto importante per me, più di quanto pensi.>> le risposi.

Rimanemmo ancora un po’ in silenzio.

<< Che cos’ha di speciale, Dorian?>>

<< Tutto. Ogni cosa. Anche il solo fatto di esistere la rende speciale. Ha qualcosa di diverso dalle altre persone che la rende unica. Lo posso vedere. Lo posso sentire. È difficile da spiegare … ma so che c’è.>>

Di nuovo smettemmo entrambi di parlare per qualche istante, ascoltando i rumori della città che provenivano al di fuori della finestra.

<< Molto poetico. Ora ho a che fare con un altro pazzo …>> disse Silvia.

<< Molto spiritosa.>> risposi con ironia.

Entrambi sorridemmo, dimenticandoci per un attimo i terribili pensieri che ci affliggevano e tornando ad essere i buoni amici spensierati che eravamo qualche giorno fa. O almeno lei, ad essere spensierata. Mi faceva male vederla in quello stato, perché Silvia è sempre stata la persona più vitale e gioiosa della compagnia. Era sempre lei a tirare su di morale tutti quanti, contagiandoci con la sua voglia di vivere, e vederla così triste e spaventata era sconvolgente, quasi come se il mondo si sia fatto più malinconico e il sole fosse diventato meno luminoso.

Improvvisamente il cellulare di Silvia cominciò a squillare e lei ad un tratto tornò ad essere cupa e nervosa.

<< Perché non rispondi?>> le chiesi.

Silvia sospirando rispose: << È Franco. È tutto il giorno che mi chiama, ma non ho il coraggio di rispondergli.>>

<< Per quale motivo?>>

<< Perché so già che se rispondessi mi chiederebbe di ieri notte. Non voglio farlo. Ho troppa paura di parlarne con qualcun altro.>> rispose Silvia con le lacrime agli occhi.

Questa volta cercai di provarci di nuovo, e insistetti ancora una volta con Silvia, cercando di spronarla per convincerla a parlare di ciò che ci è successo con gli altri e denunciare l’accaduto alle autorità. Tentai di nuovo, e le dissi: << Sai bene che prima o poi questa storia la scopriranno tutti. E quando succederà, sarà il momento di parlarne.>>

Silvia si stava di nuovo richiudendo in se dalla paura, ma le appoggiai una mano sulla spalla confortandola e facendole capire che io ero li al suo fianco, per qualsiasi cosa che sarebbe successa.

<< Quello che voglio dire è che un giorno dovremmo farci forza e avere il coraggio di affrontare le nostre paure una volta per tutte. Puoi stare tranquilla, non dirò nulla a nessuno finché non sarai pronta. Ma spero che quel giorno arrivi presto, perché avrò bisogno assolutamente del tuo aiuto.>>

Silvia iniziò a tremare, e sembrava non essersi convinta delle mie parole. Anch’io a quel punto mi convinsi che quel giorno non avrei potuto fare di meglio con lei, e notando dalla finestra che si stava facendo sera, decisi di alzarmi dal letto e di avviarmi lentamente alla porta della camera per tornare a casa prima che si facesse troppo buio.

Prima che raggiusi la porta della camera di Silvia, lei improvvisamente disse: << Parli proprio tu di trovare il coraggio. Ciò che dici è da ipocrita.>>

A quel punto mi fermai, mi voltai leggermente verso di lei e le risposi: << Non è vero. Come ti ho già detto, d’ora in poi voglio cambiare.>>

Con la mano destra afferrai il pomello della porta e la aprii. Quando stavo per varcare la soglia della porta, Silvia di nuovo mi fermò e mi chiamò prima di andarmene: << Dorian!>>

Mi voltai di nuovo verso di lei, e Silvia in quell’istante continuò: << Ti prego, promettimi che non farai stupidaggini. Sii prudente …>>

Silvia in quel momento sembrava essere più preoccupata del solito della mia incolumità, e per un solo istante ho come avuto l’impressione che fosse tornata in quel momento l’amica piena di vitalità che avevo sempre conosciuto. È stata una sensazione quasi astratta, istantanea, ma che mi fece sentire felice di averla vista di nuovo in quel modo. È stata una meravigliosa malinconia. Perché dico questo? Perché quello fu l’ultima volta che vidi la mia migliore amica … prima di morire, assieme ad Esmeralda.



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