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lavoro pubblicato giovedì 2 aprile 2015
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il nome non fa il monaco

di trap56. Letto 609 volte. Dallo scaffale Sogni

“Non ti agitare, stai calmo, altrimenti strappi la flebo e tutto il resto!” Il tomo è fermo, ma gentile. Come la mano che si posa sul braccio di Renato Grumpi: una leggera pressione per sottolineare quanto gli ha appena detto. &ld...

“Non ti agitare, stai calmo, altrimenti strappi la flebo e tutto il resto!”

Il tomo è fermo, ma gentile. Come la mano che si posa sul braccio di Renato Grumpi: una leggera pressione per sottolineare quanto gli ha appena detto.

“Lei mi dà del tu solo perché sono un nano: per voi siamo sempre dei bambini, vero?”

Ha parlato con voce flebile, carica di tristezza più che di risentimento.

“Per niente: io mi rivolgo così a tutti i pazienti, perché li sento miei fratelli, persone che hanno bisogno di aiuto, di sostegno. È per questo che ho scelto di fare l’infermiere. Adesso però basta, il dottore ha detto che lei è ancora molto debole, non deve sforzarsi nemmeno di parlare. La lavanda gastrica è stata molto impegnativa, e anche le altre terapie per disintossicarla. L’abbiamo riacciuffata per i capelli, mi creda. Buon riposo!”

Nei giorni seguenti Renato va gradualmente riprendendosi, grazie alle cure mediche e alla sollecita presenza del suo nuovo amico infermiere.

“Lo sai che non mi hai ancora detto come ti chiami? Per voi è facile: leggete la cartella clinca…”

Gli occhi dell’altro si incupiscono per un attimo, poi il sorriso ritorna:

“Davvero vuoi sapere come mi chiamo?”

“Bè, sì… che c’è di strano?”

Un sospiro e:

“Il mio nome è Gesù.”

Lo sguardo del Grumpi vaga fra l’incredulità e la stizza:

“Mi prendi in giro?”

“No, ti avevo avvertito…”

“Scusa: tu vorresti che io credessi…”

“No, attento: ti ho detto che mi chiamo Gesù, non che sono Gesù.”

“Non ti capisco…”

“Se davvero ti interessa la mia storia, quando finisco il turno ti porto all’aperto e parliamo un po’. Anch’io sono curioso di te, non credere”.

Poche ore dopo, approfittando della bella serata, i due sono sulla grande terrazza dell’ospedale.

“Io – racconta Gesù - non ho niente da spartire con il Cristo; nemmeno ho niente contro di lui, sia ben chiaro. Mi chiamo così perché sono figlio di due burloni, che Dio li perdoni… o meglio: che li abbia perdonati, visto che sono morti entrambi. Mio papà si chiamava Giuseppe e mia mamma Maria. Quale mestiere gli doveva toccare in sorte? Proprio quello del falegname, ereditato dal padre. Non ci crederai, ma abitavano a Palestrina… in provincia di Roma, conosci? Quando mia mamma è rimasta incinta, da subito – mi raccontarono – disse che sarebbe nato un maschio. Un giorno venne a trovarla una lontana parente di nome Elisabetta, che aveva una voce stridula come il raschio di un gesso rotto sulla lavagna. La mamma mi disse in seguito che io al sentirla cominciai a tirare calci contro la sua pancia.”

“Bè, nel Vangelo succedeva il contrario…”

“Per fortuna – sorride l’infermiere – la mia biografia non ricalca alla lettera quella di Cristo, altrimenti a quest’ora sarei morto da un pezzo. Dunque, metti insieme tutto, quando si è trattato di scegliere un nome per me quei due non ebbero esitazioni: per entrambi sarei stato Gesù.”

“Che vicenda incredibile! Geniali, i tuoi genitori…”

“Insomma…”

“Pensa che quando ti ho visto appena mi hanno portato nel tuo repaqrto…”

“Rianimazione, si chiama.”

“… mi son detto: questo l’ho già visto da qualche parte… Però tu mi dici che non sei quel Gesù…”

“Ma ti pare? Giusto un po’ di barba come lui… ma lo sai che anche a me pare di averti già visto?”

Il nano abbassa gli occhi, sembra impacciato. A fatica li rialza, parla con tono dimesso, quasi vergognoso:

“Tu sai chi sono io?”

“Certo: Renato Grumpi.”

“… in arte Brontolo. E sai perché?”

“… caratteraccio?”

“Macché: sono nato a Bronte… conosci?”

“Certo, quello dei pistacchi!”

“Già… mai nessuno che citi il massacro… Io campo cantando musica leggera nei night-club: sono il solista di un complesso di sette nani: Le solite note.”

Mentre lo dice, gli si irrita ancora la pupilla rivedendo quella scritta apparsa su un loro manifesto qualche tempo addietro: dopo NOTE una mano gentile aveva aggiunto CHECCHE.

“Ecco dove ti ho già visto! – lo riporta alla realtà l’amico. – In un locale di Testaccio, il Coming…”

Si morde il labbro inferiore e alza gli occhi al cielo.

“Il Coming out, vuoi dire? Ti vergogni, per caso?”

Gesù gli si avvicina:

“Parlo piano perché qui dentro non lo sa nessuno.”

Che cosa non sa nessuno?”

“Ecco… io sono stato sposato per qualche anno con una donna di nome Giuditta; poi… avrei dovuto aspettarmelo, con quel nome… dopo un po’ ho scoperto che mi tradiva. Ho provato un dolore tremendo, come qualcosa che mi si rompeva dentro, che implodeva. Avevo perso la voglia di vivere, andavo alla deriva. Un giorno venne ricoverato qui un certo Giovanni, che aveva tentato di farla finita, con i barbiturici; si salvò e… lui era una persona dolcissima, affettuosa, e indifesa... io ero a pezzi , non sapevo più chi ero, cosa volevo… Siamo diventati amici e… bè, lui è un trans, si esibisce la sera nei locali gay con il nome d’arte di Maddalena. Ecco come ti ho incontrato, anche se… - lo guarda perplesso – non so se ti avrei riconosciuto. Quella sera…”

“Già, anche noi siamo gay, tutti e sette. Sul palco ci presentiamo sempre vestiti in modo un po’ eccentrico, per non attirare l’attenzione solo sulla nostra altezza… e perché ci piace, ci divertiamo. La conosco la tua amica Maddalena:è davvero in gamba come trasformista e posso confermare che è tenerissima. Sei fortunato!”

“Bè, mi sembra la giusta compensazione, visto come è andata con mia moglie”

“Io invece… Ti pare possibile che a noi, alle Solite Note, come manager sia toccata una donna? Molto in gamba nel suo mestiere, per carità, ma è una vera belva. Una cocainomane persa, tanto che nell’ambiente è conosciuta come Biancaneve. Non bastasse quello, è ninfomane: crede ancora alla favola dei nani superdotati, ci assilla in continuazione. Senza risultati, ovvio. Poco tempo fa ha preso di mira me: regali, inviti a cena, proposte di contratti favolosi purché andassi con lei all’estero, senza gli altri sei. Non ne potevo più: ho cercato di farglielo capire con le buone maniere, ma lei niente, non mollava, anzi diventava più assillante. Finché una sera le ho detto urlando che lei sessualmente mi era più indifferente di una buccia di banana, ma che poteva dormire sonni tranquilli: non l’avrei mai tradita con un’altra donna.”

“Bè, mi sembra un comportamento molto corretto, il tuo. E lei…?”

“Ha avuto una reazione che mi ha spiazzato: una risata scrosciante, che non capivo se liberatoria o beffarda. Poi mi ha dato un buffetto sulla guancia destra e mi ha invitato a casa sua: “… per brindare alla nostra amicizia! E ti giuro che non ti toccherò con un dito”. Ho accettato; una volta là, mi ha preparato un mega-cocktail a base di Strega, il mio liquore preferito. Che cosa abbia aggiunto, penso lo sappia meglio tu di me”.

“Barbiturici in quantità sufficiente per addormentare a lungo tutto il tuo complesso. Buon per te che la mistura era così schifosa che l’hai vomitata quasi all’istante. Quel poco che ti è entrato in circolo è stato comunque sufficiente a farti dormire per tre giorni qui nel mio reparto. Ma adesso stai meglio, per fortuna, e fra un paio di giorni ti rispediscono a casa.”

Una pausa di silenzio, poi una pacca sulla spalla destra:

“Dai rientriamo che l’aria si è fatta fresca.”

“Che quando verrai a Testaccio sarai tenuto a farmi visita nel locale dove mi esibirò. Però… trovati un altro nome, per l’amor di Dio!”

“Che te ne pare di Nazareno? anche Salvatore però…”

Brontolo si incammina scuotendo la testa.



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