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lavoro pubblicato domenica 29 marzo 2015
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Vorrei Essere

di Lucille. Letto 483 volte. Dallo scaffale Sogni

Questa non è una storia. Né lo vuole essere. Questa è una critica. E lo vuole essere. Gli occhi di Adele, una ragazza sola, guardano il mondo e lo analizzano. Gli occhi di Adele comprendono. Gli occhi di Adele vogliono amore

La vita di
Adele era molto semplice. I giorni, lenti, si susseguivano l’uno all’altro
impregnando il cuore della giovane universitaria di odiosa e famelica
monotonia. Ogni giorno, ogni minuto le sembrava essere uguale a quello appena trascorso
ed ogni persona che incontrava sul suo cammino le sembrava analoga a tutti gli
altri. Colleghi, amici veri e falsi, parenti che si fingevano interessati a ciò
che faceva, professori e conoscenti. Tutti assurdamente, ai limiti del
possibile, semplicemente interessati a loro stessi. Il loro futuro, il loro
amore, il loro denaro. E Adele, col cuore gonfio di quella inimmaginabile
monotonia volgeva lo sguardo oltre gli uomini, verso lo specchio soffermandosi
sui tratti di dolce ragazza che la Natura le aveva donato.

Da lontano, ad
occhi altrui, poteva parere una ragazza disinteressata, annoiata senza un
motivo ben preciso. Gli altri si chiedevano per quale motivo una ragazza che
possedeva tutto potesse essere così ingrata nei confronti dei propri genitori,
non prendendoli effettivamente in considerazioni. Non dando loro l’importanza
che una brava figlia avrebbe dovuto dare.

Si cercava di
risalire a questo malessere ma pochi riuscivano realmente a capire.

Capire. Una
parola che faceva sorridere la ragazza. Dietro quel velo di malinconia e
ingratitudine, infatti, si nascondevano due occhi che guardavano, scrutavano,
attenti, ogni singolo essere che capitava sotto la loro azzurra traiettoria,
come dei radar analizzavano, capivano ed infine, disgustati, voltavano lo
sguardo posandosi su altro.

Sorrise quando
i fari dell’autobus che aspettava la illuminarono. Era tardo pomeriggio ed il
vento giocava con i suoi capelli donandole, di tanto in tanto, qualche
piacevole brivido di freddo. Salì sull’autobus accompagnata dal rombo assordante
del motore malfunzionante e l’autista, un uomo disgustoso che emanava un fetore
di alcol misto a sudore, tese la mano per timbrarle il biglietto. Adele,
cercando di non arricciare il naso per il disgusto, glielo porse con gesti
gentili e qualche secondo dopo si ritrovò seduta sui sedili polverosi. Cercò di
darsi un contegno e si guardò attorno soffermandosi sui volti di ogni persona
che sedeva sugli altri sedili.

Incontrò le
mani candide di un ragazzo che si portava gli auricolari alle orecchie e, lentamente,
scivolava nel suo mondo ornato dal semplice ritmo incalzante ripetitivo di una
musica insensata. Sembrava gentile a primo sguardo ma con quegli auricolari ben
poco propenso al dialogo. Dialogo. Tutto ciò che Adele cercava e non trovava.
Aveva sentito dire dai suoi coetanei che più si alza il volume della musica più
i problemi svaniscono, glielo avrebbe chiesto ma probabilmente quello l’avrebbe
guardata come si guarda una pazza. Così ad Adele non rimaneva che immaginare: i
problemi non si sarebbero risolti. Lo scrutò meglio affondando gli occhi
nell’intimità dei suoi movimenti, cogliendone ogni aspetto e sbuffando quando
lo trovò inconcreto, quasi banale.

Scostò gli
occhi dalla superficialità che aveva visto in lui e, predatrice, li posò su una
quarantenne. Il volto serio, stoico, invulnerabile, gli occhi fieri e
orgogliosi che scorrevano lungo le riga del giornale che aveva di fronte.
Assimilava, veloce, le parola che incontrava e, ogni tanto, corrugava la fronte
creandovi una piccola ruga nel mezzo. Quella donna non aveva l’aria di chi era
aperta al dialogo. Adele si lasciò andare contro il sedile, rilassandosi. Si
divertì, per qualche minuto, ad immaginare la vita della stoica donna:
probabilmente era in trincea da molto, combatteva ogni giorno con arguti uomini
i quali non desideravano altro che vedere le sue dimissioni. La continua lotta
contro la supremazia maschile l’aveva portata ad alzare uno scudo di forza su
di se.

Ma erano solo
supposizioni.

Minuto dopo
minuto il cielo si faceva lentamente più scuro lasciando che i raggi del sole
morissero contro la luce splendente delle stelle. E, così come la luna si
sostituiva al sole, ad ogni fermata nuove persone si sostituivano a quelle che
scendevano.

L’attenzione
di Adele venne catturata da un uomo sulle trentina di pelle scura,
probabilmente un immigrato. Anche lui si dilettava con una lettura, era un
romanzo che Adele conosceva molto bene: La fattoria degli animali. Adele
sorrise. Un uomo che aveva bisogno di libertà, che la cercava e non riusciva a
trovarla. Aveva attraversato tempeste e onde per inseguire questo sogno ed ora,
però, era deluso dalle aspettative che il nuovo mondo gli dava. Quindi cercava
quel concetto fra le parole di Orwell sicuro di trovarlo lì, che lo attendeva.

Adele si
chiese se quell’uomo sapeva che mai nessun uomo sarebbe stato libero fin quando
altri uomini avrebbero cercato di assoggettare il prossimo.

Quale libertà
può esserci di chi è schiavo inconsapevolmente? Quale scelta può esserci nelle
azioni di chi viene obbligato dalla fame e dalla sete?

Stizzita,
Adele sentì l’autobus frenare e seppe che era arrivato il momento di tornare a
casa e di riabbracciare la sua famiglia. Si alzò godendosi gli ultimi secondi
di stasi prima di tornare a confrontarsi con uomini e donne che non comprendeva
e, quando l’autobus si fermò del tutto, sospirò e scese. L’aria frizzantina
della sera la sorprese e dovette coprirsi di più per non prendersi un
raffreddore. Si ritrovò immediatamente immersa in un calore che conosceva
perfettamente, annegata nel profumo intenso che sua madre portava quasi sempre.

Qualche ora
dopo la ragazza si ritrovò seduta a tavola con tutti i suoi parenti che le
sorridevano e dalle loro bocche vuote usciva un “Bentornata”. Adele ricambiava
garbatamente ma le voci dei suoi familiari le giungevano lontane e ronzanti.
Fastidiose come una mosca che vola al fianco di un orecchio.
Quando la cena
in suo onore fu terminata la ragazza si congedò educatamente dagli invitati e
si chiuse nella sua stanza in cui ogni cosa le sembrò familiare. Il senso di
appartenenza che sentiva per quel posto si spandeva lentamente sotto forma di
calore lungo il suo corpo. Scaldandola, cullandola protettore. Si sentì amata
da quel posto e gioì nel constatare che almeno un luogo in quel mondo non
emanava il solito lamento doloroso e non trasudava cattiveria e ipocrisia. Così
Adele, perfettamente in sintonia con quel luogo, si tuffò sul suo letto e
chiuse gli occhi. La stanchezza la sopraffece immediatamente e la ragazza si
addormentò con l’ombra di un sorriso sulle labbra.
I giorni si
susseguirono l’uno dopo l’altro e le piogge iniziarono a lasciare il posto ad
un sole splendente. Il primo giorno di Primavera Adele raccolse da terra il suo
libro di letteratura ed uscì da casa con la promessa di ritornare entro le nove
di sera. Andò al Parco e si sedette su una delle panchine. Da quel momento in
poi decise di concentrarsi solo su Petrarca e sui suoi sonetti ma, nonostante
quel vincolo, non poté fare a meno, qualche volta, di alzare lo sguardo e
scrutare i visi di chi era intorno a lei. Vide un uomo, probabilmente un
politico, uscire da un negozio insieme con quella che doveva essere la sua
nipotina e, seguiti dalla scorta, andare verso il Parco. Qui la bambina si
lanciò sulle altalene ed il nonno, ridacchiando, si sedette su una panchina non
molto lontana da quella di Adele.
La ragazza,
che si fece scappare un dolce sorriso, abbassò gli occhi per continuare a
leggere i sonetti. Dopo qualche minuto, o ora non potrebbe dirlo con certezza,
richiamata dallo stimolo della fame, decise di andare a mangiare. Mentre usciva
dal parco la lettura del politico catturò la sua attenzione e Adele, con suo
immenso orrore, che quel Codice Civile fungeva solo da copertina per la rivista
a luci rosse che l’uomo stava fissando con molta soddisfazione. Adele sbuffò e
posò lo sguardo su quella povera bambina chiedendosi cosa fosse successo se
quell'innocente avesse scoperto i gusti particolari del nonno.
Non volle,
però, indagare molto sull'argomento.
Le giornate di
Adele si susseguivano. Parco, Petrarca, Bar, Petrarca, Villa, Petrarca e Dante
messi a confronto, Casa, Petrarca.
Un giorno,
seduta sempre sulla solita panchina, notò che il Parco era stato preso
d’assalto da una decina di bambini. Erano accompagnati da due frati uno dei
quali faceva vagare languidamente il suo sguardo sulle schiene delle bambine
che correvano e ridevano spensierate. Era così esplicita la cosa che Adele si
chiese come mai l’altro frate ancora non si era accorto di niente. Oppure,
pensò la ragazza rabbrividendo al solo pensiero, si era accorto della cosa e
aveva semplicemente deciso di ignorarla. Ah, che rabbia! Che orrore! Quella
scena la perseguitava mentre appallottolava i vestiti e, in malo modo, li
affondava sempre di più dentro la valigia.
Come potevano
gli uomini dallo stato di innocenza passare ad uno stato di così ovvia
corruzione? Era una delle domande alla quale Adele non sapeva ancora
rispondere. C’era qualcosa di buono in quel mondo? Probabilmente no.
I bambini
sarebbero cresciuti e sarebbero stati corrotti dal mondo, gli animali uccisi
dal desiderio di potere dell’uomo e quando i corrotti avrebbero regnato
incontrastati niente gli si sarebbe opposto. Se non la loro stessa cupidigia
che li avrebbe portati a sbranarsi l’un l’altro.
Pensava a
queste orribili cose mentre imbarcava il bagaglio e ritirava i documenti. Si
diresse verso il Gate dal quale avrebbe dovuto uscire e si sedette in una delle
sedie vuote, aspettando che il Gate venisse aperto e i suoi occhi divoratori si
diffusero per la stanza incontrando uomini frettolosi, donne stanche e bambini
assonnati.
Poi, come una
luce in un mare di oscurità, come una stella che brilla solitaria nel cielo
notturno, Adele vide e comprese.
Quella consapevolezza
le riscaldò il cuore e piccole lacrime scesero a bagnarle le guance.
Al di là di
tutti quegli uomini, una donna, in piedi, piangeva con la mano poggiata sul
ventre rigonfio. I singhiozzi scuotevano lei e il piccolo che portava in
grembo, la sua piccola mano era tesa verso suo marito in divisa che stava
poggiando un delizioso bacio sul ventre di lei, trasmettendo tutto il suo amore
al figlio non ancora nato.
Era l’amore.
La risposta a
tutte le sue domande. Era l’amore che muoveva il sole e gli astri che
permetteva all'essere umano di non corrompersi del tutto.
Piccola luce,
piccola speranza.
Adele sorrise.
Allora, forse,
non era tutto perduto.



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