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lavoro pubblicato giovedì 26 marzo 2015
ultima lettura sabato 15 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

El Internado, Settima stagione alternativa - capitoli 03 e 04

di Ste3Phan. Letto 549 volte. Dallo scaffale Generico

Proseguimento in una conclusione alternativa dei fatti di "El Internado", la famosa serie spagnola. Si mantiene fedelmente quanto narrato nelle stagioni 1-6 che il lettore deve conoscere per poter comprendere il racconto. Buona lettura!

III
VERITÀ E TIMORI

La vide parlare alla ricetrasmittente, fissare il corpo immerso in una pozza di sangue per qualche secondo, dopodiché salì in macchina, avviò il motore e sorpassò il cadavere. Irene aveva il viso sconvolto per quanto successo, cullava Samuel quasi in maniera meccanica, come un automa. Il piccolo piangeva, probabilmente in reazione al suono del grilletto.
<<Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere anche a questo.>>
Furono le sole parole che le vennero in mente, benché poco consolatorie.
<<Non è bastato vedere mio marito morire ai miei piedi, anche per questo uomo ho dovuto essere presente... era una brava persona?>> chiese lrene. Alicia attese un attimo e pensò bene a dosare le parole.
<<Ha fatto molti errori in passato, errori che noi donne difficilmente perdoneremmo. So che ora stava provando a cambiare ma, da persona esterna, ho notato che è stato nuovamente abbandonato da tutti...>>
<<Sai cosa intendo>>, la interruppe l'altra donna con tono deciso, <<... è, era con loro?>>
<<Non so dirtelo, Sandra. Per quanto mi riguarda, ne abbiamo trovati tre. Uno è già passato all'altro mondo, uno è nascosto da qualche parte e l'altra l'ho appena arrestata. Ah sì, anche un altro uomo di cui ho i miei sospetti è sparito nel nulla. Ritornando a Jacques Noiret, se così fosse, è un problema in meno a cui badare, anche se avrebbe meritato di soffrire per tutto quello che può aver commesso.>>
<<Sono più di quanti ci si può immaginare... quando scopri che ne fa parte anche l'uomo della tua vita, arrivi a non sorprenderti più di nulla>>, una lacrima le rigò il viso.


Aveva una rabbia dentro incalcolabile. Si era preso nuovamente gioco di lui, la sguattera. Lui, Hugo, che stava al di sopra di tutta quella marmaglia capace solo di ubbidire come delle pecore.
Credeva davvero che con la minaccia di uccidere il figlio, oltre che alla ragazza e al cuoco, avesse fatto centro. Evidentemente per lei contava meno di quanto pensasse.
Aprì uno dei passaggi per i sotterranei, voleva valutare la situazione velocemente prima che tutto cascasse, come era naturale dopo un boato del genere. Ritter Wulf doveva essere vivo, probabilmente avrebbe abbandonato la figlia sotto le macerie ma non sarebbe morto con lei, non avrebbe dovuto essere quella la fine gloriosa dell'uomo che lo aveva cresciuto e che gli aveva fatto da maestro. Sperando in bene, fece un passo verso l'interno quando, improvvisamente, sentì il rumore di una pistola provenire dall'esterno e così girò lo sguardo in cerca di una risposta a questo inaspettato corso degli eventi.


<<Hai sentito? Cosa può essere stato?>> furono le parole di Lucás, dette con il fiatone nonostante avesse usato lo spray per la sua asma.
Evelyn, dopo un piccolo urlo, rispose. <<Un terremoto! Anzi... è stata una magia di Hugo, avrà sbagliato qualcosa!>>
<<Ma no, casomai una pozione! Di solito quando non riescono, dal calderone esce del fumo nero e c'è una piccola scossa. Deve essere così!>>
<<Ah sì, furbo? Allora andiamo a controllare, prima che tutti siano diventati dei rospi o delle cornacchie.>>
<<Non possiamo, Evelyn. Mio papà ci ha detto di restare qui!>>
<<Preferisci che tuo papà saltelli per tutto il collegio oppure è meglio che lo prenda tu e ne abbia cura?>> disse la piccola in modo saccente
<<...Andiamo.>>


Finalmente sbucarono dall'altra parte, in mezzo al fumo. Vicky e Roque corsero ad abbracciarli, così come Evelyn e Lucás con Paula. <<Guarda, Paula! Ed ora come faremo senza il camino di Babbo Natale?>>
Martín si unì a loro, con Javier Holgado che lo precedeva. L'insegnante di matematica stava piangendo e tutti lo guardarono, ancora incapaci di comprendere quanto successo nei minuti precedenti.
Anche María piangeva come lui, nonostante Iván la stesse rassicurando. <<Mamma, sono qui, ora puoi stare tranquilla. Dai, María...>>
<<Iván, io sto piangendo di gioia perché tu sei qui ma sto anche soffrendo. Giù ora crolla tutto e nessuno di voi ha visto Fermín. Io ho paura che...>>
Non riuscì a finire la frase, la voce spezzata, Iván le prese la testa tra le braccia e la baciò.
Rebeca si inginocchiò e, con la testa fissa sul pavimento, versava lacrime. Teneva gli occhi chiusi e temeva anch'ella che quello che aveva sentito dalle parole di María fosse la verità.
Elsa guardò Martín e, benché non volesse avere più nulla a che fare con lui, non poté trattenersi.
<<E tu? Cosa diavolo hai da piangere?>>
Dopo alcuni secondi, finalmente parlò. <<Siamo tutti condannati.>>


Aveva un gran mal di testa. Aprì gli occhi, sentì umidità nell'aria.
Vide le persone all'orizzonte che camminavano verticalmente, ruotati di 90 gradi orari. Era impossibile, appoggiò le mani e sentì il legno al tocco delle sue mani nude. Le appoggiò ad esso e capì di essere sdraiato, per la precisione su una panchina. Si mise seduto lentamente, quasi come se stesse subendo i postumi di un'ubriacatura.
L'ultima cosa che ricordava erano due uomini che, aperta la porta in cui Hugo lo aveva rinchiuso, lo colpirono con la canna della pistola, stordendolo. Da lì, il vuoto. Fino a quel momento, in cui capì di trovarsi nel bel mezzo del Parque del Retiro, a Madrid.
Senza dubbio gli avevano fatto qualcosa, sarebbe stato insolito averlo semplicemente allontanato dal collegio. Ci avrebbe riflettuto dopo, ora era necessario capire come muoversi. Una volta messosi in piedi, chiese ad alcuni passanti informazioni generali come l'ora ed anche il giorno, avrebbe potuto aver perso i sensi per giorni. Questi, prendendolo per un barbone, lo evitavano come la peste. Cercò qualche moneta nelle proprie tasche, in modo da pagare a qualcuno la chiamata destinata a Saúl. Tasche totalmente vuote.
Prima che avesse tempo di riflettere, vide due uomini che puntavano dritti verso di lui. Voltò quindi loro le spalle e allungò il passo, cercando poi di correre. Svoltando l'angolo, trovò un terzo uomo che lo bloccò.
<<Carlos, oltre ad aver perso i sensi hai perso anche la memoria? Non ci riconosci?>>
Fermín riconobbe la voce di Juanito, raggiunto poi dai due uomini che lo stavano inseguendo, Ramón e Alejandro. <<Juan, ragazzi... Scusate, ho ancora un po' la vista annebbiata e la prudenza non è mai troppa. Come mi avete trovato?>>
<<Come abbiamo trovato quel ragazzo che era stato contagiato, forse?>> fu l'ovvia risposta di Alejandro.
<<Adesso andiamo da Saúl>>, aggiunse Juan.
Salirono sull'anonimo furgone parcheggiato tre viali più in là.
<<Ora ti farai una bella doccia e ti rimetterai in sesto>>, disse dopo dieci minuti di strada Ramón.
<<Se volevi vedermi senza abiti non era necessario tutto questo>>, rispose Fermín con il suo solito sarcasmo. Qualcosa non andava, lo vide nello sguardo dei tre compagni.
<<Che c'è? Che avete?>>
<<Tanto vale dirtelo ora. Toccati la parte sinistra del collo.>>
Fermín mise la mano nel punto indicato.
Sentì un buco attorno alla pelle. Ora anche lui andava sistemato in quarantena.



IV
LE SCELTE GIUSTE

<<Mi hanno iniettato il virus che si trasmette tramite l'aria! Questo vuol dire che... se voi non mi aveste ritrovato, a quanto detto da Saúl dopo dieci giorni io avrei potuto... non poteva crederci, proprio lui avrebbe potuto diventare colui che, a partire da Madrid, avrebbe creato una pandemia globale. Ad un certo punto alzò lo sguardo, pietrificato. Cosa potete dirmi degli uomini in quarantena?>>
<<Purtroppo stanno trascorrendo le loro quarantotto ore finali, chiunque non sia protetto ed abbia a che fare con loro, verrà contagiato. Per nostra fortuna siamo riusciti a radunarli tutti... La cosa buffa è che abbiamo la soluzione per salvarli, ma non basta>>, disse Ramón.
<<Ma certo! Il campione sanguigno della piccola Novoa Pazos è capace di curare qualsiasi malattia, ecco perché è sempre stata tanto preziosa per quei bastardi! Sandra ci aveva detto che, quando era rinchiusa, prelevarono il piccolo molte volte e gli fecero delle operazioni, quasi come dei macellai... Ed ora, se è guarito, lo deve solo al sangue della sorella!>> Ora tutto risultava più chiaro.
<<Esatto, Carlos. Tuttavia il solo campione che abbiamo è quello che tu e Rebeca ci avete procurato. Comprendi benissimo che per tutti gli uomini in quarantena e per te non basta quella poca quantità...>>
<<Quindi è finita, non possiamo fare nulla. lo e gli altri siamo destinati a morire.>> I tre uomini si guardarono.
<<Conosciamo benissimo il tuo senso di lealtà e la tua moralità. È inutile nascondere ciò che accadrà. Anche se tu dovessi indignarti, è l'unica soluzione. Lasceremo che sia Saúl stesso a spiegartela.>>
Il resto del viaggio avvenne in totale silenzio, non c'era molto da aggiungere. Quanto avvenuto prima della sua perdita di sensi avrebbe dovuto rivelarlo a Rebeca e a Saúl, in fin dei conti i tre compagni erano solo agenti che agivano per senso del dovere e della fiducia, non avevano ben chiaro alcuni retroscena di tutta quella storia.
Il furgone si fermò dopo circa quaranta minuti di viaggio.
Una volta entrati nella struttura, andarono tre piani sotto terra, dove Saúl li stava attendendo.
<<Bel lavoro, ragazzi. Carlos, bentornato.>>
<<Che mi dici di loro? Quanto gli resta?>> La scena visibile sulla telecamera, collegata alla stanza dei mendicanti, era da togliere il fiato, non di certo per la meraviglia. Alcuni di loro erano già coperti da un telo bianco, ne restavano cinque, praticamente agonizzanti.
Sullo sfondo della stanza, tre uomini erano coperti da una maschera ed una tuta simili a quelle che lui e Rebeca avevano indossato prima di entrare nelle stanze degli embrioni dei sotterranei.
<<Credo che tu possa darti da solo la risposta. Carlos, ora quello che dobbiamo fare è intervenire su di te. Hai fatto più di chiunque altro sino ad ora e puoi ancora essere di grande aiuto. Senza contare che Rebeca resterebbe segnata dalla tua futura perdita e non possiamo permetterci di perdere un altro agente di tale portata.>>
Dopo aver detto questo, Saúl lo guardò negli occhi, cercando una risposta dall'altro uomo per comprendere quanto gli aveva detto tra le righe.
Dopo un paio di minuti, Fermín realizzò e sbarrò gli occhi.
<<No, tu stai scherzando. Non puoi... la mia vita è preziosa tanto quanto quella di questi uomini! Perché a loro lo hai negato mentre io avrò questa possibilità? Cosa ti dà il diritto di elevarmi al di sopra di tutti loro?>>
Stava urlando e non si pentì di questo.
Saúl abbassò la testa, fece un respiro profondo, e proseguì.
<<Avrei voluto evitare di arrivare a tanto per convincerti. Se siamo riusciti a guadagnare del tempo, purtroppo inutilmente in quanto abbiamo riposto tutte le speranze nella ricerca dell'antidoto su te e Rebeca, è perché siamo riusciti a sviarli. Loro cercavano me e ovviamente anche tutti loro, avrebbero ammazzato me e avrebbero portato questi uomini all'esterno per divulgare l'epidemia, che è il destino che pensano di aver riservato a te...>>
<<Arriva al punto!>>
<<Lei mi ha chiamato. Mi ha detto che ti avevano rapito e che la minacciavano di ucciderle il figlio se non li avesse aiutati. Abbiamo concordato di indirizzarli al vecchio rifugio, che stava per dieci chilometri a sud-ovest rispetto alla villa in cui tenevo protetta Sandra. Alcuni dei nostri uomini li avrebbero sorpresi, rapiti, estrapolato informazioni e poi ammazzati... quei bastardi li hanno scoperti ed uccisi tutti, credendo che fosse una scorta per proteggere me. Sono arrivati al luogo e non mihanno trovato. Non possono infiltrarsi nel collegio come se nulla fosse, la loro vendetta per questo inganno sarà riposta nella figura di Hugo. E la persona su cui vendicarsi...>>
<<No!!! Sei un bastardo, sei capace di usare chiunque pur di pararti il culo!>>
<<Non l'ho fatto per proteggere me, Carlos, ma questi uomini! Li avrebbero portati in giro per il mondo e nei loro ultimi attimi di vita avrebbero contagiato chiunque! Chi è l'egoista, io che ho usato una donna per salvare l'intero pianeta o tu, che per salvarla avresti rischiato di diffondere l'epidemia?>>
Momenti di silenzio. Saúl respirò nuovamente con profondità.
<<Allora, sei disposto a subire la trasfusione del sangue della piccola Novoa Pazos, tornare al collegio e cercare di salvarla?>>
<<Puoi anche aggiungere "proseguire la missione", è ovvio che il pacchetto completo comporta anche questo.>>

Corse velocemente verso l'unica strada che portava al di fuori della zona del collegio. Qualcuno aveva sparato, come se già non avesse avuto abbastanza pensieri per la testa. Vide una figura a terra, giaceva immobile. Arrivò a pochi passi dal cadavere, ormai aveva riconosciuto la figura diversi passi prima.
Lo guardò con espressione indifferente, poi fece un mezzo sorriso, quasi di soddisfazione.
<<Sei sempre stato un debole sottomesso. Non sentiremo la tua mancanza, Noiret.>>
Hugo piantò un altro proiettile nella testa di Noiret, in piena fronte, dopodiché tornò sui suoi passi.
Per evitare incontri spiacevoli, Alicia preferì deviare verso la zona retrostante il collegio, quella che arrivava ai piedi del bosco. Stavano per fermarsi quando all'improvviso una figura sbucò alla loro destra e, con le mani, stava indicando di fermarsi.
<<Almeno questo non ha intenzioni suicide>>, commentò la donna ad alta voce abbassando il finestrino.
<<Professoressa, è lei! Faccia attenzione, è successo qualcosa nel collegio ed ho il timore ad avvicinarmi, ora che non c'è più Gustavo a proteggermi le spalle. Aspettavo qualcuno che potesse venire con me a dare un'occhiata.>>
Alicia guardò l'uomo e subito dopo Irene, la quale era riuscita a fare addormentare il piccolo.
<<Sandra, io vado a controllare la situazione, tu stai qui con lui. Stai tranquilla, è un brav'uomo>>, aggiunse notando il suo sguardo incerto.
<<Quando avrò la sicurezza che tutto è tranquillo, tornerò e ti porterò dai tuoi figli. Mi raccomando, ritornò a guardare l'uomo, le affido questa donna, massima prudenza finché non ritornerò da voi>>. L'uomo le diede la sua parola.
Passò almeno mezz'ora da quando Alicia li ebbe lasciati. Ad un certo punto entrambi avvertirono un rumore, il guardaboschi comunicò ad Irene che sarebbe uscito dall'auto per controllare.
Fece qualche passo in avanti, benché fosse poco visibile essendo in controluce. Dopodiché si voltò e fece segno con i pollici che non c'erano problemi. Improvvisamente Irene lo vide irrigidirsi e stendersi poi sul parabrezza dell'auto, gli occhi sbarrati. Coprendosi la mano per soffocare l'urlo, notò alle spalle del corpo un uomo, coperto dal buio a causa della luce, che teneva in mano qualcosa di grosso e circolare, probabilmente una pietra.
Sentì dei passi e fece un respiro profondo per infondersi sicurezza, poi si voltò.

<<Ti rendi conto? Ritter Wulf è morto, tutto il labirinto è crollato! Fortunatamente abbiamo fatto in tempo a trasportare alcune delle cure al virus qua, altrimenti saremmo fregati! Sta andando tutto a rotoli, cazzo!>> Lanciò un carrello, contente dei documenti, contro la parete.
Lucía lo guardava in attesa della domanda.
<<Sei stata furba a trasportarla qui velocemente, quel posto era troppo movimentato per svolgere il tuo incarico... allora, dov'è?>> Alzò lo sguardo. Vedendo, nella stanza a fianco, il corpo di una donna ancora collegato ad alcune macchine, ritornò a guardarla con la fronte corrugata.
<<Non dirmelo...>> Si sporse in avanti, come per sottometterla, la donna indietreggiò. <<Dove-è-il-neonato, Lucía?>>
<<Ecco... Non ce l'ha fatta. Aveva il battito cardiaco troppo accelerato e il flusso sanguigno diretto al cervello diminuiva sempre di più, è morto pochi attimi dopo la nascita. Amelia fortunatamente l'ho collegata a queste macchine, più moderne di quelle che avevamo nei sotterranei, il suo battito ha ripreso ed ora si sta stabilizzando. >>
Parlò tutto d'un fiato, temendo di non arrivare alla fine. Lui la fissò, abbassò poi lo sguardo e le mollò un ceffone che le fece girare la testa.
<<Mi stai prendendo per un idiota? Credi che non ci arrivi che stai facendo il doppio gioco da tempo, Lucía?! Non sono facile da abbindolare come il tuo ex amante! Credi che non sia capace di capire che non hai nemmeno provato a farlo nascere, quel fottuto bambino? Che le hai fatto un raschiamento e le stai salvando la vita?! È ovvio, voi due siete uguali, due sgualdrine opportuniste!>>
Lei, di fronte a questo insulto, cercò di reagire ma lui fu più veloce e le mollò un altro ceffone che la fece finire a terra. Altro sangue le usciva dal labbro. Poi la tirò per i capelli e si avvicinò con il viso, parlandole e sputandole addosso.
<<So da tempo che mi stai ingannando, non l'ho detto a nessuno per vedere quale condotta avresti preso. Lo sai che sono andato nella stanza del tuo caro Héctor prima che lui si schiantasse sulle scale? E sai perché?! Perché ho scoperto dal tuo portatile che lui è nient'altro che il fratello di Irene Espì, il moccioso che era fuggito dai sotterranei! E tu lo hai tenuto segreto per la tua cazzo di infatuazione, proprio come quell'altra che s'è divorata dai sensi di colpa verso il ragazzo. Sei una doppiogiochista di merda!>> La spinse a terra.
<<Ormai non c'è più nulla che tu possa fare, dì le tue ultime preghiere.>>
Si avviò verso le scale d'uscita, fermandosi poi sulla sinistra e prendendo la pala. La donna cercò di gattonare verso la direzione opposta, cioè nella stanza in cui stava Amelia, l'unica via che poteva prendere. L'uomo intanto stava camminando verso di lei, lentamente, probabilmente per godersi la paura che la donna emanava da ogni suo movimento. Notò poi un fascio di luce alle sue spalle, qualcuno aveva aperto la porta d'ingresso nascosta.
<<Hugo, sei qui! Era l'ultimo posto rimasto in cui cercare. Abbiamo bisogno di te all'eremo, ci sono molti dei nostri uomini feriti, stavano nei sotterranei!>>
L'uomo guardò il medico, lanciò poi la pala a terra e andò all'esterno, chiudendo l'ingresso. Lucía arrivò nella stanza con i macchinari e le celle frigorifero contenenti embrioni e cure, si appoggiò al letto accanto a quello dove giaceva Amelia. Tremava come una foglia e sapeva di non poter scappare, non poteva rischiare che quei bastardi si vendicassero sul suo Tomàs, ora che era al sicuro ed affidato a persone fidate.

Alicia arrivò all'ingresso del collegio, notando una decina di ragazzi nei pressi della porta d'entrata, intenti a fumare. <<Ragazzi, lo sapete che è vietato! Cosa ci fate tutti qui fuori?>>
<<Crede che vista la situazione sia importante notare che stiamo fumando come turchi?>> rispose Iván. Alicia lo guardò per un attimo pensierosa, dopodiché entrò. Trovò ragazzi in lacrime, ragazzi con lo sguardo perso nel vuoto.
Vide Martín che stava abbracciando Rebeca, evidentemente devastata. Jacinta non era tra i presenti, stava probabilmente in cucina con la cameriera. Individuò poi Elsa in un faccia a faccia con Marcos.
Si avvicinò velocemente a loro. <<Elsa, devo parlarti.>>
<<Mi scusi, ma stavo per farlo io, ed è molto importante.>>
<<Non lo metto in dubbio Marcos ma credimi che le mie notizie sono di assoluta priorità, interessano anche a te infatti.>> I due la guardarono, non capendo quella premessa.
<<Devo comunicarvi che torno ora da un luogo in cui Sandra Pazos stava rinchiusa con il figlio.>>
<<Cosa?! Mia madre è qui?>>
Stava per scattare all'esterno quando Elsa lo bloccò.
<<No, Marcos! Non possiamo e lo sai! Vuoi condannarla ad un morta certa? Non pensi che anche io voglia vedere Samuel? Ma so di non potere! La cosa ideale sarebbe che Alicia la...>> biancò.
Anche Marcos parve capire il suo silenzio.
<<Un momento, cosa succede? A proposito, mi hanno comunicato che qui è successo il finimondo.>>
<<Alicia, non potrai più tornare da Sandra. Anzi, non potrai più metterti in contatto con altra gente.>>
<<Cosa diavolo stai dicendo?!>>
<<Qui è stato diffuso un virus, un virus mortale che si diffonde attraverso l'aria e che è facilmente trasmissibile da parte di chiunque ne sia infetto.>>
Alicia rimase senza parole.
<<Oh mio Dio. I o le avevo promesso che sarei tornata da loro!>> Le parole le si bloccarono guardando Marcos in lacrime, capendo il suo dolore nell'aver così vicino la madre, che da tempo stava cercando, ma che avrebbe dovuto lasciar andare per salvare la vita a lei e al fratellino.



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