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lavoro pubblicato martedì 24 marzo 2015
ultima lettura mercoledì 5 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il giardino delle rose spoglie (Capitolo 6)

di PJ23. Letto 209 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il giorno dopo mi dedicai ancora una volta una giornata tutta per me. Ero di buon umore e avevo persino voglia di andare giù in spiaggia per stare insieme ai miei amici, ma preferii darmi una piccola ricompensa a me stesso, compiacendo al piacer...

Il giorno dopo mi dedicai ancora una volta una giornata tutta per me. Ero di buon umore e avevo persino voglia di andare giù in spiaggia per stare insieme ai miei amici, ma preferii darmi una piccola ricompensa a me stesso, compiacendo al piacere della solitudine per un ultima volta. Promisi a me stesso che quell’estate, da quel momento in poi, l’avrei passata al meglio, cercando di divertirmi ed essere più spensierato, e soprattutto più a contatto con gli altri. Avevo deciso finalmente di cambiare me stesso, essere più estroverso e lavorare sulla mia autostima una buona volta. Tutto grazie a Silvia. Quell’incontro di certo non mi cambiò la vita, ma fu comunque una buona svolta nel rendermi una persona migliore.

Di pomeriggio, appena finii di studiare, presi la mia vespa e feci il mio solito giro nella periferia della città, per poi terminare la mia gita come d’abitudine al famoso giardino. Quando parcheggiai lo scooter, notai poco più in là della cancellata una bicicletta. Immediatamente pensai che ci fosse qualcuno, proprio perché non c’era nient’altro in quella zona se non quella casa abbandonata. Ero ansioso di scoprire chi ci fosse. Probabilmente doveva trattarsi di una coppia di ragazzi, ma era strano a quell’ora del giorno. Raggiunsi ugualmente lo strapiombo facendomi forza attraverso la folta natura morta del giardino, e quando arrivai davanti alla roccia dove solitamente mi sedevo, rimasi completamente sorpreso a ciò che scovai. Trovai di nuovo di fronte a me, lei.

Era seduta ad ammirare il paesaggio, ma quando mi avvicinai si voltò di scatto e mi fissò per qualche istante. Questa volta non sembrava essere spaventata, bensì timida, dall’aria impacciata. Non mi aspettavo di trovarmela di nuovo li, e mi sentii salire l’ansia, oltre a pensare ciò che successe ieri con Silvia che mi fece subito mettere in imbarazzo.

Ci fissammo per qualche secondo senza dirci niente, e ad un tratto lei parlò, e con voce timida mi disse: << Ciao … ti stavo aspettando …>>

Rimasi senza parole quando sentii la sua voce per la prima volta, era così soave e dolce, quasi come una bella melodia. Non seppi cosa o come rispondere, e senza riuscire minimamente a collegare i fili in testa per formulare una frase sensata, risposi con un freddo: << Perché?>>

Lei per un attimo esitò, e io mi sentii così stupido.

<< Volevo parlarti …>> rispose guardando a terra.

<< O … okay. D’accordo.>> risposi, cercando questa volta di avere un po’ più di tatto.

Mi avvicinai ancora un po’ e mi sedetti nella roccia opposta. Ero completamente nervoso, ma sicuramente in quel momento lo eravamo entrambi. Le mie mani grondavano di sudore, il mio cuore batteva all’impazzata e quasi sembrava che mi mancasse il respiro dall’affanno. Anche se ero felice di essere accanto a lei, volevo trovarmi in tutt’altro posto. Provavo troppa vergogna stando di fronte a quella bella ragazza, e rimpiangevo tantissimo di non essere in spiaggia a divertirmi con i miei amici.

<< Volevo dirti … che … che mi dispiace di essermi comportata in quel modo. Sono scappata … senza dirti nulla e … senza un motivo. Sono stata una stupida.>>

<< Oh beh … non fa niente.>>

<< Forse … ti sarò sembrata una pazza. Probabilmente … non sono nemmeno una ragazza normale …>>

Guardò ancora a terra, con aria triste e quasi dispiaciuta. Quasi provavo compassione vedendola in quello stato.

<< Se è per quello, nemmeno io sono tanto legittimo. I miei amici mi chiamano Dorian per quanto sono strano.>> risposi con ironia.

Lei all’improvviso alzò lo sguardo con aria confusa. Non aveva capito la mia battuta, ma a dire la verità nemmeno io l’avevo capita. Non so come avevo fatto a partorire una simile sciocchezza, se aveva un senso potevo capirla soltanto io e, probabilmente, i miei amici proprio perché mi chiamano così. In quel istante volevo scavarmi una fossa e seppellirmi vivo dalla vergogna, ma stranamente lei ad un tratto si mise a ridacchiare leggermente. Non avevo la più pallida idea del perché la trovasse così divertente, fatto sta che in quell’istante il mio viso divenne della stessa tonalità di pomodoro. Però mi sollevò l’idea che l’aveva trovata simpatica e ciò mi fece piacere.

<< Mi chiamo Dorian. CIOE’! … volevo dire, Davide …>> dissi improvvisamente.

Lei per rispondermi smise di ridere, e con un fantastico sorriso rispose: << Io sono Esmeralda. Esmeralda Corring.>>

Finalmente udii il suo nome. Esmeralda. Stavo toccando il settimo cielo.

<< Corring … non sei italiana, vero?>>

Ma presto il settimo cielo divenne l’ultimo girone infermale dopo che pronunciai quella stupida domanda. Così ovvia …

Esmeralda non sembrava preoccuparsene, e rispose tranquillamente: << Sono per metà britannica e per metà italiana. Mia madre era romana, mentre mio padre è … di Londra. Si sono conosciuti durante un viaggio di lavoro.>>

<< Un momento, perché hai detto che tua madre era romana?>>

<< Lei è morta. Molto tempo fa …>>

<< Oh … ehm, mi dispiace. Com’è successo?>>

<< A causa di un terribile incidente, assieme a mio fratello ... Avevo otto anni quando accadde ...>>

Smise di proseguire e guardò affranta a terra, con un viso cupo che non le avevo mai visto fino ad ora.

<< Accidenti! Caspita! Che … che tragedia …>>

<< Già … ma ora è soltanto un ricordo. Trascorsi il resto della mia vita con i mei zii. Ora invece vivo di nuovo con mio padre. Prima … non poteva permetterselo, anche se …>>

Esitò nuovamente, ma questa volta sembrava che non ne volesse parlare, cercando di trovare le parole giuste. Purtroppo non riuscii a trovarle e rimase in silenzio.

<< Da quando frequenti questo posto?>> le chiesi, cercando di evitarle il discordo.

<< Oh, ehm … non da molto. Ne sentivo spesso parlare. Anzi a dire la verità, non fanno altro che parlare di questo posto. Sembra essere molto famoso.>>

<< Si. Lo è abbastanza.>>

Passò un altro istante di quiete imbarazzante, osservando l’orizzonte e cercando disperatamente l’ispirazione a un nuovo argomento, per mantenere disperatamente viva la conversazione in qualche modo. Ma quando si parla ad uno sconosciuto tutto è più difficile, non sai mai cosa può interessare o mettere a disagio, e a volte basta anche una sola parola per rovinare tutto. Tutto ciò per dire che di nuovo mi bloccai come un pirla senza più dire nulla, ma fu soltanto per pochi secondi.

<< Mi piace molto stare qua. Rilassarmi, guardare il panorama e ascoltare la natura. Mi fa sentire meglio … questo posto, ha un qualcosa di diverso dal resto del mondo. È tetro, ma allo stesso tempo accogliente. Mi sento … come se fossi realmente a casa mia.>> dissi tutto ad un tratto d’istinto.

Esmeralda sorrise leggermente continuando a fissare l’orizzonte, poi rispose: << Anch’io provo la stessa cosa. Ha qualcosa di magico questo posto e …>>

Improvvisamente si fermò e di scatto prese il suo cellulare che stava vibrando. Guardò lo schermo e cominciò ad innervosirsi, riponendo il telefono nella tasca e prendendo la borsa che aveva appoggiato al suo fianco.

<< Devo andare!>> esclamò Esmeralda improvvisamente, alzandosi dalla roccia su cui era seduta e correndo verso la strada.

<< Ah … aspetta, dove vai?>> chiesi d’impulso senza nemmeno accorgermene.

<< Devo tornare a casa. È stato bello conoscerti.>>

Prima che se ne andasse, la fermai di nuovo e feci una cosa che non ho mai fatto con nessuno in vita mia.

<< Verresti con me in spiaggia?>> gli chiesi, senza un’apparente motivo.

Lei si voltò verso di me, sorpresa della mia richiesta, e non seppe cosa dire.

<< Ecco, vorrei … farti conoscere i miei amici. Loro insomma …>>

Ma Esmeralda parlò prima che potessi concludere la frase, e disse: << Non credo che ci incontreremo di nuovo.>>

<< Perché?>>

Non rispose e rimase in silenzio, con un aria triste. Ad un tratto dal suo viso scese una lacrima, e con voce tremante disse: << Mi … mi dispiace …>>

Esmeralda scappò via verso la strada e mi lasciò da solo senza una spiegazione. Non capii per quale motivo si mise a piangere. Avevo il timore di avergli detto qualcosa di sbagliato, di averla offesa in qualche modo senza accorgermene, oppure di averla spaventata di nuovo con la mia solita indole. In ogni caso, ciò mi fece sentire molto male e mi straziò il cuore.

Mi sedetti sulla roccia per riflettere su cosa potevo averle detto di male, ci pensai e ci ripensai finché non si fece quasi buio. Ero confuso. Rimasi li, più a lungo del solito, fino a fare tardi per la cena e a vedere persino le prime ombre della sera che stava per giungere.

Mi feci forza e mi alzai dal masso, e quando mi voltai notai una rosa affiancata ad un’orchidea, entrambe sbocciate, proprio nel punto dov’era scappata Esmeralda. Era la seconda volta che vidi una cosa simile in quel giardino nell’arco di poco tempo, forse persino le uniche volte nella mia vita che trovai dei fiori sbocciare in quel giardino. Ma ciò che era più strano, è che in quel punto non c’erano mai state dei gambi di rose o di orchidee. Erano spuntate improvvisamente dal nulla.



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