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lavoro pubblicato martedì 24 marzo 2015
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SAINT SEIYA Next Generation: CAPITOLO 12 : Sei Mei Ten - I Punti Vitali Della Stella

di Aldore1n. Letto 399 volte. Dallo scaffale Fantasia

seguite il mio blog sul libro alla pagina www.saintseiyanextgeneration.wordpress.com . Vi attendono tante sorprese ecuriosità sul mio fantastico mondo.

CAPITOLO 12

SEI MEI TEN - I PUNTI VITALI DELLA STELLA

Al largo della costa settentrionale di Cuba, quella più prossima alle Bahamas, un lembo di terra emerge dal blu dell'Oceano Atlantico, come una roccia in un immenso deserto di sabbia. Quel lieve baffo sabbioso, lungo poco più di 12 Km e largo 2 , chiamato con il nome di Cayo Santa Maria, fa parte di un paradisiaco arcipelago, il Sabana Camaguey. Questa terra, ancora selvaggia ed incontaminata dalla tecnologia famelica dell'uomo, fu acquistata da Ceo Temis qualche anno prima della sua prematura dipartita. «Un regalo alle mie due regine» disse chiamando a se le piccole Anna e Delia « Un gioiello degno della vostra bellezza. Vi faccio dono di una delle perle del Jardines del Rey » concluse in perfetto idioma Cubano. Le fanciulle, emozionate, passavano le loro estati bagnate dal sole rovente e coccolate dalla morbida e soffice sabbia ocra mentre, nelle ore più calde, si crogiolavano all'ombra della splendida villa dai lucenti marmi di Carrara, sorseggiando latte di cocco e esotiche prelibatezze. Un giorno Anna, correndo spensierata verso le acque cristalline e basse della spiaggia, inciampò sui suoi stessi piedi. Il pianto della bimba spaventò la servitù, ma a calmare tutti ci pensò lo statuario padre, dalla barba leggermente accentuata, i capelli come fili d'oro inumiditi dal mare e dagli immensi occhi azzurri. Era in vacanza quel week-and di luglio e si stava rilassando sulla sua vecchia sdraio di tela rossa, cercando di allontanare lo stress lavorativo. Accorse subito dalla figlia , piegandosi su di lei e asciugando col pollice i grossi lacrimoni che le scorrevano dagli occhi.

«Suvvia Anna, non è niente, smettila di piangere. Ti sei solo spaventata non è così?» le sussurrò teneramente in un orecchio.

La tenera bimba, rincuorata dalle parole del genitore, si calmò e le esili braccine circondarono il collo del premuroso Ceo.

«Si papà, non è nulla» rispose cercando di trattenere un altro grosso gocciolone sgorgante da un occhio.

«Bene allora, continua pure a giocare, ma sta attenta».

« Papà , posso dirti una cosa senza che Ippolito mi senta? ».

« Santi numi » fece sorridendo l'uomo « Certo che puoi. Hai paura che il signor Ippolito ti strappi via la lingua?» domandò cercando di afferrare giocosamente con due dita le labbra della figlia.

«No» fece sorridendo a sua volta divertita da quel buffo gioco «Ma non voglio che mi senta. Lui mi dice sempre che mi devo comportare da perfetta Lady».

«Ed ha ragione mia cara. Presto sarai tu a rappresentare la famiglia Temis nel mondo e il buon Ippolito non fa altro che insegnarti le buone maniere. Ora però dimentichiamoci un attimo dell’educazione, siamo in vacanza dopotutto. Cosa volevi dirmi?».

Anna si strinse alla faccia del padre, portando la piccola bocca vicino ad un orecchio. Stringeva forte, molto forte, tant'è che Ceo riuscì a sentire i tremori del corpicino e il calore delle lacrime che nuovamente tornarono a fuoriuscire.

«Mi manca tanto la mamma» bisbigliò teneramente.

«Lo so piccola mia, manca tanto anche a me » le rispose abbracciandola con veemenza mentre anche i suoi grandi occhi blu si arrossavano. «Facciamo una cosa, la villa che ti ho regalato non ha ancora un nome. Ti va di dargliene uno? Puoi scegliere quello che vuoi e io farò mettere la più grande targa di marmo all'esterno, in modo che tutti possano leggere»

Anna alleviò la morsa e sorrise «Io non ho bisogno di scegliere. Voglio che si chiami come la mamma!».

«E sia figlia mia, da oggi in poi la dimora estiva prenderà il nome di Villa Febe. Sei contenta? Ora va, dirò subito al signor Ippolito di provvedere».

« Evviva! Corro a dirlo a Delia!» esultò felice mentre saltellava verso la spiaggia in cerca della sorellina.

Gli anni erano scivolati via in fretta, ma quei ricordi erano ancora vividi e chiari nella mente di Anna, che ora guardava dalla sua finestra in ferro battuto la grande epigrafe con inciso il nome della maestosa dimora. Il sole era quasi tramontato e il turchese del cielo aveva lasciato posto al pervinca del tramonto. Da quella posizione riusciva a vedere anche il mare, calmo e luccicante, come un'enorme colata di pittura dalle tante sfumature. Si sentiva tremendamente sola da quando aveva litigato con sua sorella Delia che non aveva più rivisto da alcuni giorni. Ippolito la teneva segregata nella sua stanza promettendogli, ogni volta che entrava per servire il pasto alla protetta , di portarle notizie sulla salute di Delia. Stava per distendersi nuovamente sul soffice letto, ancora disfatto dalla mattina, quando sentì un rumore che la incuriosì. Si avvicinò alla porta , un grande rettangolo di legno massello intarsiato da ghirigori floreali e smaltata di un piacevole verde pastello. Si appollaiò su un angolo e appoggiò l'orecchio alla fredda superficie dell'ingresso e udì l'inconfondibile voce graffiata di uno degli zii. "Bene!" pensò fra se "Chiederò direttamente a zio Delo. Sono stanca di aspettare". Ai pensieri susseguirono immediatamente i fatti. Anna sgusciò via dalla stanza correndo con tutta la forza che aveva nelle gambe per sfuggire all'uomo in nero subito dietro alla porta.

«Dove va signorina? Torni subito indietro!» urlò il gorilla accennando ad un breve scatto.

Anna riuscì a discendere per la grande scalinata marmorea che conduceva al piano inferiore di Villa Febe e subito incrociò lo sguardo del parente. Era elegantissimo quel giorno, in uno splendido e fresco abito di lino bianco.

«Zio Delo, che fortuna che tu sia qui! Ti prego dimmi come sta Delia. Sono giorni che mi tengono chiusa nella mia stanza e sono preoccupata da morire».

Delo la guardò molto freddamente e fu ancora più glaciale quando Anna abbracciò il suo tutore. Le sue braccia rimasero ferme sui fianchi senza contraccambiare l'affetto della nipote.

«Non dovresti stare qui, ritorna subito in camera tua» le disse con tono severo.

«Ti chiedo perdono zio, ma sono molto preoccupata. Delia aveva una strana energia nera che la circondava, poi è svenuta e…. Per favore, dimmi solo come sta».

«Non devi preoccuparti di nulla. Delia è in buone mani e presto verrà a trovarti».

Dopo alcuni istanti, anche Ippolito fece la sua comparsa:

«Mi perdoni signorino. Sono stato appena avvertito dal mio uomo della fuga improvvisa della signorina. Lasciate pure che riconduca miss Anna nei suoi alloggi».

«Aspetta Ippolito, io non voglio stare chiusa in quelle quattro mura. Non sono una prigioniera!».

Lo sguardo di Delo cambiò improvvisamente divenendo tetro e infervorato. Dal suo corpo cominciò a sprigionarsi un'aura nera del tutto simile a quella emanata dalla sorella qualche giorno prima.

«Ma che succede a tutti?» chiese in lacrime Anna arretrando di qualche passo spaventata.

«La prego signorino, vada pure nella stanza principale, i suoi fratelli la stanno aspettando. Penserò io a tutto».

Il glaciale Delo non disse una sola parola. L'aura scomparve e il suo volto tornò ad essere calmo mentre si allontanava dall'ingresso della villa per raggiungere i fratelli. Ippolito prese per un braccio Anna che tentò di liberarsi, ma la stretta era ferrea e le procurò non poco dolore .

«Come osi farmi del male! Lasciami subito il braccio!» esclamò colpendo con un secco schiaffo sulla guancia l'uomo in nero.

Ippolito si aggiustò i rotondi occhiali che nascondevano i sottili occhi, la sua presa aumentò di vigore facendo sussultare la ragazza che dovette arrendersi alla forza bruta.

«Lo dirò agli zii, ti farò sbattere fuori!».

«Non credo che ai suoi zii interessino le lagne di una ragazzina viziata. Ora le conviene seguirmi senza troppe storie».

«Ho detto di lasciarmi!» tuonò Anna colpendo nuovamente il gorilla e facendogli volare via gli occhiali.

Gli occhi dell'uomo in nero si fecero rossi dalla rabbia e, seppur piccoli e sottili, ora si potevano vedere chiaramente le iridi di un intenso nero , scure così come l'energia che ora stava sprigionando.

«Anche tu! Ma che sta succedendo, qualcuno mi aiuti!» gridò senza che nessuno la soccorresse.

«Ti conviene fare silenzio ora o la mia ira si abbatterà su di te. Ti chiuderò in quella tua sciocca cameretta dove marcirai fino a quando i tuoi zii non mi ordineranno di lasciarti uscire e se tenterai di scappare ordinerò ai miei uomini di distruggere l'epigrafe col nome di tua madre a cui tieni tanto».

«Liam aveva ragione, sei proprio un verme schifoso!».

«Liam? Ti riferisci a quel moccioso ficcanaso di New York. Ti farà piacere sapere che lui non fa più parte di questo mondo».

Udendo quelle parole, Anna cadde in una sorta di catalessi. Aveva perso il suo unico amico e la sua libertà in un istante ed ora si sentiva il mondo crollargli addosso. Senza fare più resistenza si lasciò trasportare nella sua camera, dove fu chiusa. Con l'ultimo lembo di lucidità, si lasciò cadere sul morbido materasso avvolto da candide lenzuola di seta bianca mordendosi il labbro e piangendo a dirotto.

Seduto su una sedia, Bob si dondolava nervosamente cercando di distrarsi e non contare i secondi che passavano. Davanti a lui, immerso in una grande vasca con del liquido verdastro, galleggiava il figlio Liam. Una maschera grossa e nera gli ricopriva la bocca e il naso e gli dava ossigeno regolarmente. Grosse bolle di anidride carbonica fuoriuscivano ad intervalli regolari dalle alette di sfiato dell'apparecchiatura di sopravvivenza ad immersione. Dei sofisticati computer monitoravano i parametri vitali del giovane cavaliere allertando una squadra di scienziati non appena uno dei valori scendesse al di sotto della soglia di allerta. «Maledetta sirena!» così la definiva ogni volta il sensibile genitore, battendo le grosse mani sulla scrivania. Da qualche giorno, tuttavia, la "maledetta sirena" sembrava essersi dimenticata di Liam,rendendo molto ottimista il professor Caius Smith. «Presto si risveglierà mio buon amico» affermava ogni volta con maggior insistenza il dottore, ma fino ad allora il coraggioso guerriero giaceva immobile dondolato dal liquido curativo.

«Già sveglio Bob? Gradisce una tazza di caffè?».

Il professor Smith entrò nella sala tenendo fra le mani una tazza di plastica bianca ancora fumante.

«Oh professore, è lei. La ringrazio, ma preferisco di no».

«Deve pur mettere qualcosa sotto i denti, altrimenti quando proverà a riabbracciare suo figlio sverrà privo di forze».

Lo sguardo di Bob si fece più cupo mentre abbassò gli occhi verso il pavimento.

«Mi dica la verità dottore. Ormai è passata una settimana e mio figlio non ha ancora dato cenni di ripresa. Quante sono le possibilità che si svegli dal coma?».

Caius Smith fece un giro intorno alla vasca, alta circa 3 m e dal diametro di 2. Osservò attentamente il corpo nudo del giovane Saint, prima di dare una risposta.

«Vede mio buon amico, la medicina ha fatto passi da gigante grazie alla nanotecnologia. In questo liquido starter nuotano miliardi di micro robot che rigenerano i tessuti organici di un corpo umano. Tuttavia non esiste nulla al mondo in grado di guarire la mente. Liam ha subito una forte commozione celebrale, questo è vero, le sue fratture, seppur numerose sono state saldate magnificamente, ma a preoccuparmi non è il suo stato clinico. Il maestro Murasama ha provato a parlare con lui tramite il Cosmo, ma a quanto pare è stato respinto. Suo figlio sta bloccando di proposito la sua aura non so per quale ragione».

«Vuole dire che si risveglierà quando riuscirà a sprigionare la sua forza nuovamente?».

«Non sono un Saint mio buon amico, non so darle una risposta. Posso solo pregare che tutto fili liscio».

Il portale automatico che faceva da ingresso alla sala si aprì poco dopo . Rebecca, ancora fasciata alle braccia e alla fronte entrò sorreggendo Kenzo, claudicante per via di una frattura alla gamba. Era stata la prima a riprendersi dopo la battaglia anche grazie all'aiuto di Liam che aveva limitato i suoi danni facendogli da scudo. Il Saint del Dragone aveva una vistosa apparecchiatura sul braccio sinistro, quello dove era agganciato l'ormai distrutto scudo infrangibile della sua Cloth. All'interno dello strano congegno si poteva osservare un liquido azzurro fluorescente.

«Ragazzi, siete venuti a trovare Liam?» chiese Bob accennando un leggero sorriso.

«Come va oggi dottore? Ci sono segni di ripresa?» chiese Kenzo .

«E' stazionario, come sempre » rispose Caius Smith « Piuttosto dimmi, come va il braccio figliolo? A quest'ora il liquido ricostruttivo deve aver rigenerato quasi tutto il tessuto osseo e la pelle».

« Il dolore è sparito. Grazie a lei e alla sua tecnologia potrò riavere il mio braccio. Anche il pugno destro è guarito perfettamente grazie ai suoi macchinari».

«Eri messo male! Qualche anno fa avresti perso il braccio. Non oso immaginare quale sia la potenza dei nemici» osservò il professore.

«Già! Il mio scudo del Drago è ridotto in mille pezzi. Senza di esso sarei stato polverizzato».

Rebecca non diceva una parola. Stava incollata con il viso al sottile strato di vetro della vasca ad osservare il compagno giacere immobile con le braccia sospese nel liquido.

«Dovevo essere io al posto suo. Mi sento così inutile» mormorò .

Bob si avvicinò alla ragazza toccandole una spalla e facendola voltare di colpo. In quel momento sconfortante si fecero forza entrambi, quasi come se fossero padre e figlia.

«Non dire così ragazza mia. Liam ti vuole bene e non vorrebbe sentire tali sciocchezze».

«Grazie Bob » fece versando calde lacrime «Vedrai che a breve tornerà a fare il gradasso».

Passarono altri due giorni senza nessun risultato, poi nel pomeriggio, la "maledetta sirena " tornò a rimbombare forte nell'Hangar attivando Caius Smith e i suoi uomini. Il professore fu il primo a catapultarsi nella sala di degenza per vedere cosa i suoi macchinari dicessero. Notò subito che la frequenza cardiaca era balzata alle stelle.

«Presto, portatemi una fiala di calmante, il cuore sta andando in fibrillazione!» urlò ai suoi uomini.

Anche Bob entrò ansimando nella stanza chiedendo a destra e manca cosa stesse accadendo a suo figlio.

«Maledizione, non si arresta! Così facendo il suo cuore si spaccherà! Altro calmante, coraggio».

«Caius cosa sta succedendo? La prego mi risponda!».

«Non ne ho idea Bob, il cuore di Liam sembra impazzito. Se non lo fermiamo subirà un infarto del pericardio».

«Lasciate fare a me!» esclamò Murasama appoggiato al suo bastone di bambù entrando nella sala medica «Penserò io al suo cuore, toglietevi di torno».

«Maestro è sicuro che…»

«La prego Caius, si sposti. La medicina non può fare nulla in questa situazione».

«D'accordo , faccia pure tutto ciò che vuole » concluse lo scienziato.

Murasama si concentrò socchiudendo gli occhi. Dopo un breve istante una calda aura dorata cominciò a circondare il suo corpo. Kenzo e Rebecca rimasero increduli per ciò che stavano ammirando.

«Che Cosmo possente» puntualizzò sospirando il nipponico cavaliere del Dragone.

Il braccio di Murasama si levò a mezzo busto e dal dito indice partì un raggio energetico che distrusse la vasca medica e facendo riversare tutto il contenuto verdastro.

«Cosa fa maestro? E' forse impazzito?» urlò Bob andando incontro al vecchio uomo.

«Aspetti Bob , lasci fare a lui» fece Caius arrestando la sua minacciosa avanzata. «Dobbiamo aver fede».

«Ma così lo ucciderà!» tuonò Bob.

Il vecchio Murasama scagliò in totale 13 colpi sul corpo dell'inerte Liam che ora giaceva disteso a terra coperto solo da un sottile costume nero.

«Mi vuol spiegare cosa significa tutto ciò?» disse rabbioso Bob prendendo per la camicia il vecchio uomo e strattonandolo.

«Bob si fermi! Guardi Liam, si è svegliato!».

Era proprio così. Il cavaliere di Pegaso aveva nuovamente aperto gli occhi ed ora con le mani cercava di strapparsi via la maschera di sopravvivenza.

«Maestro,cosa ha fatto? Mi spieghi» domandò Kenzo ancora stupefatto.

Semplice figliolo, ho riattivato i suoi Sei Mei Ten (Punti Vitali della Stella). Il suo Cosmo è stato liberato. Coraggio, corri ad abbracciare il tuo amico. Io devo riposare le mie povere gambe.

«Un'ultima cosa la prego. Lei è…» tentò di chiedere.

«Non sono forse le stelle ad alimentare il nostro Cosmo? Ora va dal tuo compagno» concluse dandogli le spalle per lasciare quel luogo.

Erano state strane parole, misteriose e quanto mai insensate, ma Kenzo, assaporandone ogni sillaba, aveva capito e decise di assecondare la volontà del vecchio uomo. Si unì all'abbraccio collettivo per celebrare la guarigione dell'amico accantonando, per il momento, il segreto di quella frase, la stessa che ogni mattina il suo venerabile maestro Masami gli ripeteva ad ogni suo quesito.



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