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lavoro pubblicato lunedì 23 marzo 2015
ultima lettura mercoledì 25 marzo 2020

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Il bar della stazione

di Gabriella Cuscinà. Letto 574 volte. Dallo scaffale Generico

Il bar della stazione Mi chiamo Giacinto e gestisco il bar della stazione. Per molti anni ho vissuto nel Nord Italia, ma poi ho abbandonato tutto perché mi hanno tradito. Difatti mia moglie è scappata con il mio migliore amico. Sono rito

Il bar della stazione

Mi chiamo Giacinto e gestisco il bar della stazione. Per molti anni ho vissuto nel Nord Italia, ma poi ho abbandonato tutto perché mi hanno tradito. Difatti mia moglie è scappata con il mio migliore amico. Sono ritornato nella mia città natale come un barbone.

Quando scesi dal treno, riconobbi subito l’aria e i profumi di zagara della mia Palermo. Dopo un tempo immemorabile di tristezza e solitudine, ero di nuovo sereno, mi sentivo a casa, rivedevo il mio mare, risentivo il mio dialetto, mi trovavo tra gente che conoscevo da sempre. Per la prima volta, provavo un senso di pace e benessere. Quella notte la trascorsi su un marciapiede della stazione, ma il giorno dopo fui svegliato da una mano gentile e da una voce che mi chiese: - Fratello, non sai dove andare? Non hai mangiato? Sei solo? Vieni con me, ti porto alla missione dove accogliamo tutti i bisognosi.

Lo guardai e vidi un volto sorridente, con la barba e una specie di saio che gli copriva il corpo.

  • Sì grazie – risposi – non mangio da due giorni.

  • Da dove vieni? Non sei di qua. Io sono frate Anselmo e mi occupo dei derelitti e dei poveri di questa città.

  • Mi chiamo Giacinto- risposi- e vengo dal Nord. Ho abbandonato tutto perché mi hanno tradito e fatto soffrire. Ho preferito vivere da girovago.

  • Alla missione troverai da mangiare e prepareremo un letto anche per te. Là tutti i fratelli lavorano e si danno da fare. Dovrai farlo anche tu, ma ti abituerai presto.

    Mi fece salire su un vecchio furgoncino e partì. Arrivammo dentro una grande villa piena di alberi. Non avrei mai supposto che una missione per i poveri potesse avere un giardino così grande e bello! Vi erano fiori e aiuole ovunque, profumo di fiori e canti d’uccelli.

  • Ma è vostra questa villa?- chiesi stupefatto.

  • Sì, appartiene alla missione, ma quando il Comune ce l’affidò circa trent’anni fa, era una villa fatiscente e in completo abbandono.

    Nel frattempo s’era avvicinato un altro frate.

  • Salve! Chi sei? Un nuovo ospite? Benvenuto tra noi.

    Io sono frate Girolamo e qui alla missione aiuto e faccio di tutto.

    Mi salutò e mi batté una mano sulla spalla. Mi assegnarono un letto in una delle camerate e un posto in una delle tavole del refettorio.

    Al mattino lavoravo come muratore o come falegname per rimettere a posto le persiane dei vari padiglioni.

    Un giorno mentre lavoravo ad un muro della chiesa che stavano restaurando, udii un dialogo tra frate Girolamo e frate Anselmo. Il primo diceva che il pavimento della chiesa avrebbe dovuto essere di marmo per risultare più resistente.

  • Ma come possiamo costruirlo?- ribatteva l’altro- Costerebbe non meno di diecimila euro! E dove li pigliamo? Non t’illudere, la nostra è una chiesa per i poveri.

  • E’ sicuramente una chiesa per i poveri, ma i fratelli hanno lavorato con amore e qualcuno di essi ha già realizzato affreschi, lampadari in ferro battuto, nicchie di cemento e un bell’altare.

    Infatti, avevo ammirato tutta la chiesa ed era veramente graziosa, sobria e piena di manufatti dei fratelli.

    Mi ricordai di avere con me, conservati in un vecchio portafoglio, esattamente diecimila euro, frutto dei miei risparmi di venditore ambulante.

    Quando frate Anselmo si fu allontanato, mi avvicinai a frate Girolamo e dissi: - Ho ascoltato involontariamente il vostro discorso riguardo al pavimento di marmo e ho capito che avete bisogno di diecimila euro. Io li posseggo, vorrei offrirli per la chiesa.

    Mi guardò sbalordito, mi afferrò per le spalle e cominciò a urlare:

    - Dove li hai rubati farabutto? E noi che abbiamo avuto fiducia in te! Sei un ladro, Giacinto, ecco chi sei! A chi li hai presi?

    - Prima di accusare ingiustamente, dovrebbe accertarsi di come stanno le cose. Io quei soldi li ho guadagnati onestamente, ma ora capisco che i preti come lei non meritano nulla.

    Quelle mie ultime parole lo impressionarono e si calmò. Mi guardò con occhi diversi e chiese: - Giacinto, è proprio vero quello che dici? Come hai quei soldi?

  • Facevo il venditore ambulante. Ho abbandonato tutto. Ma quei denari risparmiati li ho ancora con me.

    Frate Girolamo sembrò persuaso e finì col dire: - Bene, aspettiamo che decida frate Anselmo.

    Qualche tempo dopo, fui chiamato da entrambi e frate Anselmo esclamò: - Giacinto! Ma davvero vuoi prestarci diecimila euro? Sono commosso figliuolo!

  • No -risposi- non voglio prestarli. Voglio regalarli alla chiesa per costruire il pavimento di marmo.

    Il viso di frate Anselmo espresse una grande commozione

    e i suoi occhi s’inumidirono. Abbassò il capo, poi lo rialzò guardando lontano: - Sai, ho sempre creduto che la provvidenza divina sia pronta a soccorrerci continuamente. Ancora una volta il buon Dio me ne da prova. Non avevamo i soldi, mi ha mandato te. Grazie Giacinto, te ne saremo eternamente grati, anche perché sono sicuro che i tuoi soldi siano del tutto puliti.

    Così consegnai i miei denari al frate e di lì a qualche giorno cominciarono ad arrivare alla missione dei camion pieni di lastre di marmo.

    Un giorno, uno dei fratelli doveva uscire per andare a comprare in farmacia delle aspirine. Avevo in tasca pochi soldi. Li diedi a quel fratello pregandolo di comprarmi dal tabacchino una schedina del Supernalotto. Pare incredibile a dirsi, ma è la pura verità: vinsi!

    Così adoperai quella vincita per prendere in gestione il bar della stazione.



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