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lavoro pubblicato sabato 21 marzo 2015
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

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Un ragazzo qualunque

di Scavadentro. Letto 792 volte. Dallo scaffale Storia

    Un ragazzo qualunque.    Lo sguardo deve scendere verso il basso dal cielo di un celeste incredibile, freddo. Davanti ad esso , antica e solenne, si staglia nitida la cima innevata di una montagna silente. Il ghiacciaio ricopre...

Un ragazzo qualunque.

Lo sguardo deve scendere verso il basso dal cielo di un celeste incredibile, freddo. Davanti ad esso , antica e solenne, si staglia nitida la cima innevata di una montagna silente.

Il ghiacciaio ricopre la parte più alta del massiccio , poi il grigio della roccia subentra per essere pian piano sostituito da prati verdolini, giallini, colorati di pallide tinte pastello, punteggiati qua e la da arbusti d'altura.

Ancora più in basso un esercito di abeti verde scuro si infittisce, come soldati intenti alla scalata ma immobili nel silenzio soltanto increspato da aliti freddi di vento. Verso valle si trovano boschetti di betulle , bianche dita flessuose e snelle, ricoperte dalle prime gemme di primavera, già calda nei villaggi ma ancora nascente in altura.

Una radura s'apre tra gruppetti di queste piante, quasi una conca ove l'erba verde si fa strada tra gli ultimi residui invernali. Alcune grosse pietre ammonticchiate invitano il viandante al riposo, da anni ferme nella stessa posizione ad osservare l'alternarsi continuo delle albe e delle stagioni, il breve ciclo vitale dei fiori e delle farfalle, il brulicare degli insetti appena nati e già impazziti in voli e corse per assaporare ogni istante delle loro brevi vite. I ronzii aumentano, soprattutto nei pressi di un paio di mucche pezzate al pascolo,lente e placide, immote nei gesti calmi della masticazione, del brucare senza fretta tra il suono costante dei campanacci , enormi e metallici, legati ai loro colli bovini. I loro sguardi antichi sono rassegnati al suono costante e reciproco, così come alle mani callose che ad ogni alba mungono il latte profumato d'erbe aromatiche e lo riversano in secchi metallici. Sono animali vecchi, superstiti di una mandria solo qualche tempo prima numerosa.

Ad una distanza imprecisata l'orecchio percepisce un altro rumore : si sente lo scorrere di un torrentello frutto dello sciogliersi delle nevi, centinaia di metri più su, in alto.

Poi, improvviso, lo sparo.

Il pastore che sta osservando il vuoto dietro le sue due mucche , le uniche rimaste, sobbalza. Sa che non si tratta di un cacciatore ; da quando la guerra ha allungato le dita sino alla montagna un colpo di fucile può essere solo diretto da un uomo contro un altro uomo. Infatti dopo alcuni istanti altri due spari si susseguono uno dietro l'altro: la fine della deflagrazione dell'uno si accavalla con l'inizio dell'altra.

Ancora qualche secondo e una figura inseguita esce dai boschi di abeti , lanciandosi proprio verso la radura. E' un ragazzo che tiene premuto un braccio sanguinante e che corre con il terrore negli occhi,come chi ha la morte alle spalle e sa che non deve fermarsi neppure un istante per voltarsi a guardarla. E' uno di quelli che sono saliti in montagna e che alcuni considerano eroi, altri banditi. Il pastore vede solo un giovane disarmato in preda alla paura, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio, quel figlio che all'inizio della guerra è partito cantando insieme a mille altri ragazzi della valle ed ancora non è tornato dal fronte.

E' un attimo eterno, un istante in cui tutto si ferma e nel quale il destino si compie come se fosse già stato scritto da secoli, come se gli dei avessero predisposto le cose perché si svolgessero in quel modo e soltanto in quel modo.

Dal bosco dopo un minuto emergono ansimanti tre uomini in divisa, leggermente distanziati tra loro, con fucili in mano pronti a scaricare il fuoco. Negli occhi hanno sete di uccidere: la guerra li ha resi così, peggio delle bestie. Il pastore li conosce e loro conoscono lui. Si avvicinano a grandi falcate, stanchi della corsa, guardandosi intorno nervosi e allucinati. Il più vecchio dei tre è coetaneo del pastore e anche se giunge per ultimo è il primo a parlare: ha sulle spalle un grado più alto. Le sue frasi sono rapide, secche, le sue domande brevi, dirette, urgenti. Chiede se ha visto un bandito fuggire verso la valle, descrive frettolosamente il ragazzo al quale vuole dare la morte; il suo senso del dovere ha superato l'umanità, la pietà. Il pastore ricorda l'uomo in divisa e anche gli altri due: due paesani che prima della guerra lavoravano la terra onestamente; ora è un ufficiale ma aveva un negozio di alimentari nel villaggio più grande e aveva carezze per i bambini ed un sorriso per i clienti abituali. Ora il suo volto è attraversato da una smorfia di odio che fa spavento , che oscura il paesaggio e ricopre tutto di una patina nera.

Il pastore ha già deciso.

Ha già deciso quando è spuntato il ragazzo che potrebbe essere suo figlio , anche se non lo ha mai visto né conosciuto.

Indica con il bastone la valle e il sentiero che si snoda verso il basso oltre la vista. Aggiunge qualche parola in dialetto affermando che il fuggiasco correva come una lepre e che si stringeva il braccio ferito. Come un vento senza neppure guardarsi attorno. Oramai sarà chissà dove da come scappava, un diavolo. L'uomo in divisa lo fissa negli occhi , ma in essi non vede che stupita tranquillità, quasi estraneità al mondo che si combatte ormai da tutte le parti, di casa in casa, metro per metro. Fa un cenno agli altri due, sbuffando che hanno già perso troppo tempo e salutando appena si rigettano sulla pista. Dopo pochi minuti è scomparso anche il rumore dei loro stivali sul terreno.

Gli insetti riprendono a ronzare.

Al tramonto il pastore raduna le sue due ultime vecchie mucche e si dirige verso la baita a mezz'ora di cammino ; porta con se il carretto pieno di paglia ed attrezzi agricoli che cigola a causa di un peso supplementare. Metterà a bollire l'acqua e tirerà fuori quei pochi medicinali che possiede. Fascerà la ferita al braccio e attenderà la guarigione che con il passare del tempo arriva , perché le ferite del corpo, diversamente da quelle dell'animo, si rimarginano sempre.

Cinquant'anni dopo un vecchio sale faticosamente verso la montagna.

Una baita diroccata ricorda un pastore ormai morto da anni nella vana attesa di un figlio disperso in guerra. Ma rammenta anche un lento ritorno alla vita, mesi di attesa con la paura degli uomini in divisa. E finalmente la liberazione, l'addio a quelle montagne e a quella figura seduta a fissare le due mucche sempre più vecchie e lente.

Ora il vecchio è il Presidente di una Nazione. Onorato, eroe della resistenza.

Ma se il pastore non avesse fatto un gesto folle, istintivo, pericoloso, se non avesse rischiato la propria vita per un ragazzo sconosciuto e terrorizzato un altro morto per una assurda guerra giacerebbe sotto la montagna che, massiccia e silenziosa, si staglia in un cielo azzurro da sembrare infinito.

Un ragazzo qualunque.

Lo sguardo deve scendere verso il basso dal cielo di un celeste incredibile, freddo. Davanti ad esso , antica e solenne, si staglia nitida la cima innevata di una montagna silente.

Il ghiacciaio ricopre la parte più alta del massiccio , poi il grigio della roccia subentra per essere pian piano sostituito da prati verdolini, giallini, colorati di pallide tinte pastello, punteggiati qua e la da arbusti d'altura.

Ancora più in basso un esercito di abeti verde scuro si infittisce, come soldati intenti alla scalata ma immobili nel silenzio soltanto increspato da aliti freddi di vento. Verso valle si trovano boschetti di betulle , bianche dita flessuose e snelle, ricoperte dalle prime gemme di primavera, già calda nei villaggi ma ancora nascente in altura.

Una radura s'apre tra gruppetti di queste piante, quasi una conca ove l'erba verde si fa strada tra gli ultimi residui invernali. Alcune grosse pietre ammonticchiate invitano il viandante al riposo, da anni ferme nella stessa posizione ad osservare l'alternarsi continuo delle albe e delle stagioni, il breve ciclo vitale dei fiori e delle farfalle, il brulicare degli insetti appena nati e già impazziti in voli e corse per assaporare ogni istante delle loro brevi vite. I ronzii aumentano, soprattutto nei pressi di un paio di mucche pezzate al pascolo,lente e placide, immote nei gesti calmi della masticazione, del brucare senza fretta tra il suono costante dei campanacci , enormi e metallici, legati ai loro colli bovini. I loro sguardi antichi sono rassegnati al suono costante e reciproco, così come alle mani callose che ad ogni alba mungono il latte profumato d'erbe aromatiche e lo riversano in secchi metallici. Sono animali vecchi, superstiti di una mandria solo qualche tempo prima numerosa.

Ad una distanza imprecisata l'orecchio percepisce un altro rumore : si sente lo scorrere di un torrentello frutto dello sciogliersi delle nevi, centinaia di metri più su, in alto.

Poi, improvviso, lo sparo.

Il pastore che sta osservando il vuoto dietro le sue due mucche , le uniche rimaste, sobbalza. Sa che non si tratta di un cacciatore ; da quando la guerra ha allungato le dita sino alla montagna un colpo di fucile può essere solo diretto da un uomo contro un altro uomo. Infatti dopo alcuni istanti altri due spari si susseguono uno dietro l'altro: la fine della deflagrazione dell'uno si accavalla con l'inizio dell'altra.

Ancora qualche secondo e una figura inseguita esce dai boschi di abeti , lanciandosi proprio verso la radura. E' un ragazzo che tiene premuto un braccio sanguinante e che corre con il terrore negli occhi,come chi ha la morte alle spalle e sa che non deve fermarsi neppure un istante per voltarsi a guardarla. E' uno di quelli che sono saliti in montagna e che alcuni considerano eroi, altri banditi. Il pastore vede solo un giovane disarmato in preda alla paura, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio, quel figlio che all'inizio della guerra è partito cantando insieme a mille altri ragazzi della valle ed ancora non è tornato dal fronte.

E' un attimo eterno, un istante in cui tutto si ferma e nel quale il destino si compie come se fosse già stato scritto da secoli, come se gli dei avessero predisposto le cose perché si svolgessero in quel modo e soltanto in quel modo.

Dal bosco dopo un minuto emergono ansimanti tre uomini in divisa, leggermente distanziati tra loro, con fucili in mano pronti a scaricare il fuoco. Negli occhi hanno sete di uccidere: la guerra li ha resi così, peggio delle bestie. Il pastore li conosce e loro conoscono lui. Si avvicinano a grandi falcate, stanchi della corsa, guardandosi intorno nervosi e allucinati. Il più vecchio dei tre è coetaneo del pastore e anche se giunge per ultimo è il primo a parlare: ha sulle spalle un grado più alto. Le sue frasi sono rapide, secche, le sue domande brevi, dirette, urgenti. Chiede se ha visto un bandito fuggire verso la valle, descrive frettolosamente il ragazzo al quale vuole dare la morte; il suo senso del dovere ha superato l'umanità, la pietà. Il pastore ricorda l'uomo in divisa e anche gli altri due: due paesani che prima della guerra lavoravano la terra onestamente; ora è un ufficiale ma aveva un negozio di alimentari nel villaggio più grande e aveva carezze per i bambini ed un sorriso per i clienti abituali. Ora il suo volto è attraversato da una smorfia di odio che fa spavento , che oscura il paesaggio e ricopre tutto di una patina nera.

Il pastore ha già deciso.

Ha già deciso quando è spuntato il ragazzo che potrebbe essere suo figlio , anche se non lo ha mai visto né conosciuto.

Indica con il bastone la valle e il sentiero che si snoda verso il basso oltre la vista. Aggiunge qualche parola in dialetto affermando che il fuggiasco correva come una lepre e che si stringeva il braccio ferito. Come un vento senza neppure guardarsi attorno. Oramai sarà chissà dove da come scappava, un diavolo. L'uomo in divisa lo fissa negli occhi , ma in essi non vede che stupita tranquillità, quasi estraneità al mondo che si combatte ormai da tutte le parti, di casa in casa, metro per metro. Fa un cenno agli altri due, sbuffando che hanno già perso troppo tempo e salutando appena si rigettano sulla pista. Dopo pochi minuti è scomparso anche il rumore dei loro stivali sul terreno.

Gli insetti riprendono a ronzare.

Al tramonto il pastore raduna le sue due ultime vecchie mucche e si dirige verso la baita a mezz'ora di cammino ; porta con se il carretto pieno di paglia ed attrezzi agricoli che cigola a causa di un peso supplementare. Metterà a bollire l'acqua e tirerà fuori quei pochi medicinali che possiede. Fascerà la ferita al braccio e attenderà la guarigione che con il passare del tempo arriva , perché le ferite del corpo, diversamente da quelle dell'animo, si rimarginano sempre.

Cinquant'anni dopo un vecchio sale faticosamente verso la montagna.

Una baita diroccata ricorda un pastore ormai morto da anni nella vana attesa di un figlio disperso in guerra. Ma rammenta anche un lento ritorno alla vita, mesi di attesa con la paura degli uomini in divisa. E finalmente la liberazione, l'addio a quelle montagne e a quella figura seduta a fissare le due mucche sempre più vecchie e lente.

Ora il vecchio è il Presidente di una Nazione. Onorato, eroe della resistenza.

Ma se il pastore non avesse fatto un gesto folle, istintivo, pericoloso, se non avesse rischiato la propria vita per un ragazzo sconosciuto e terrorizzato un altro morto per una assurda guerra giacerebbe sotto la montagna che, massiccia e silenziosa, si staglia in un cielo azzurro da sembrare infinito.

Un ragazzo qualunque.

Lo sguardo deve scendere verso il basso dal cielo di un celeste incredibile, freddo. Davanti ad esso , antica e solenne, si staglia nitida la cima innevata di una montagna silente.

Il ghiacciaio ricopre la parte più alta del massiccio , poi il grigio della roccia subentra per essere pian piano sostituito da prati verdolini, giallini, colorati di pallide tinte pastello, punteggiati qua e la da arbusti d'altura.

Ancora più in basso un esercito di abeti verde scuro si infittisce, come soldati intenti alla scalata ma immobili nel silenzio soltanto increspato da aliti freddi di vento. Verso valle si trovano boschetti di betulle , bianche dita flessuose e snelle, ricoperte dalle prime gemme di primavera, già calda nei villaggi ma ancora nascente in altura.

Una radura s'apre tra gruppetti di queste piante, quasi una conca ove l'erba verde si fa strada tra gli ultimi residui invernali. Alcune grosse pietre ammonticchiate invitano il viandante al riposo, da anni ferme nella stessa posizione ad osservare l'alternarsi continuo delle albe e delle stagioni, il breve ciclo vitale dei fiori e delle farfalle, il brulicare degli insetti appena nati e già impazziti in voli e corse per assaporare ogni istante delle loro brevi vite. I ronzii aumentano, soprattutto nei pressi di un paio di mucche pezzate al pascolo,lente e placide, immote nei gesti calmi della masticazione, del brucare senza fretta tra il suono costante dei campanacci , enormi e metallici, legati ai loro colli bovini. I loro sguardi antichi sono rassegnati al suono costante e reciproco, così come alle mani callose che ad ogni alba mungono il latte profumato d'erbe aromatiche e lo riversano in secchi metallici. Sono animali vecchi, superstiti di una mandria solo qualche tempo prima numerosa.

Ad una distanza imprecisata l'orecchio percepisce un altro rumore : si sente lo scorrere di un torrentello frutto dello sciogliersi delle nevi, centinaia di metri più su, in alto.

Poi, improvviso, lo sparo.

Il pastore che sta osservando il vuoto dietro le sue due mucche , le uniche rimaste, sobbalza. Sa che non si tratta di un cacciatore ; da quando la guerra ha allungato le dita sino alla montagna un colpo di fucile può essere solo diretto da un uomo contro un altro uomo. Infatti dopo alcuni istanti altri due spari si susseguono uno dietro l'altro: la fine della deflagrazione dell'uno si accavalla con l'inizio dell'altra.

Ancora qualche secondo e una figura inseguita esce dai boschi di abeti , lanciandosi proprio verso la radura. E' un ragazzo che tiene premuto un braccio sanguinante e che corre con il terrore negli occhi,come chi ha la morte alle spalle e sa che non deve fermarsi neppure un istante per voltarsi a guardarla. E' uno di quelli che sono saliti in montagna e che alcuni considerano eroi, altri banditi. Il pastore vede solo un giovane disarmato in preda alla paura, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio, quel figlio che all'inizio della guerra è partito cantando insieme a mille altri ragazzi della valle ed ancora non è tornato dal fronte.

E' un attimo eterno, un istante in cui tutto si ferma e nel quale il destino si compie come se fosse già stato scritto da secoli, come se gli dei avessero predisposto le cose perché si svolgessero in quel modo e soltanto in quel modo.

Dal bosco dopo un minuto emergono ansimanti tre uomini in divisa, leggermente distanziati tra loro, con fucili in mano pronti a scaricare il fuoco. Negli occhi hanno sete di uccidere: la guerra li ha resi così, peggio delle bestie. Il pastore li conosce e loro conoscono lui. Si avvicinano a grandi falcate, stanchi della corsa, guardandosi intorno nervosi e allucinati. Il più vecchio dei tre è coetaneo del pastore e anche se giunge per ultimo è il primo a parlare: ha sulle spalle un grado più alto. Le sue frasi sono rapide, secche, le sue domande brevi, dirette, urgenti. Chiede se ha visto un bandito fuggire verso la valle, descrive frettolosamente il ragazzo al quale vuole dare la morte; il suo senso del dovere ha superato l'umanità, la pietà. Il pastore ricorda l'uomo in divisa e anche gli altri due: due paesani che prima della guerra lavoravano la terra onestamente; ora è un ufficiale ma aveva un negozio di alimentari nel villaggio più grande e aveva carezze per i bambini ed un sorriso per i clienti abituali. Ora il suo volto è attraversato da una smorfia di odio che fa spavento , che oscura il paesaggio e ricopre tutto di una patina nera.

Il pastore ha già deciso.

Ha già deciso quando è spuntato il ragazzo che potrebbe essere suo figlio , anche se non lo ha mai visto né conosciuto.

Indica con il bastone la valle e il sentiero che si snoda verso il basso oltre la vista. Aggiunge qualche parola in dialetto affermando che il fuggiasco correva come una lepre e che si stringeva il braccio ferito. Come un vento senza neppure guardarsi attorno. Oramai sarà chissà dove da come scappava, un diavolo. L'uomo in divisa lo fissa negli occhi , ma in essi non vede che stupita tranquillità, quasi estraneità al mondo che si combatte ormai da tutte le parti, di casa in casa, metro per metro. Fa un cenno agli altri due, sbuffando che hanno già perso troppo tempo e salutando appena si rigettano sulla pista. Dopo pochi minuti è scomparso anche il rumore dei loro stivali sul terreno.

Gli insetti riprendono a ronzare.

Al tramonto il pastore raduna le sue due ultime vecchie mucche e si dirige verso la baita a mezz'ora di cammino ; porta con se il carretto pieno di paglia ed attrezzi agricoli che cigola a causa di un peso supplementare. Metterà a bollire l'acqua e tirerà fuori quei pochi medicinali che possiede. Fascerà la ferita al braccio e attenderà la guarigione che con il passare del tempo arriva , perché le ferite del corpo, diversamente da quelle dell'animo, si rimarginano sempre.

Cinquant'anni dopo un vecchio sale faticosamente verso la montagna.

Una baita diroccata ricorda un pastore ormai morto da anni nella vana attesa di un figlio disperso in guerra. Ma rammenta anche un lento ritorno alla vita, mesi di attesa con la paura degli uomini in divisa. E finalmente la liberazione, l'addio a quelle montagne e a quella figura seduta a fissare le due mucche sempre più vecchie e lente.

Ora il vecchio è il Presidente di una Nazione. Onorato, eroe della resistenza.

Ma se il pastore non avesse fatto un gesto folle, istintivo, pericoloso, se non avesse rischiato la propria vita per un ragazzo sconosciuto e terrorizzato un altro morto per una assurda guerra giacerebbe sotto la montagna che, massiccia e silenziosa, si staglia in un cielo azzurro da sembrare infinito.



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