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lavoro pubblicato venerdì 20 marzo 2015
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le Cronache dell'Impero Infinito (parte 3)

di Frank721. Letto 651 volte. Dallo scaffale Fantasia

Questo racconto è la continuazione di una serie di racconti nata come erotica (trovate i primi due capitoli nello scaffale Racconti Erotici o sul mio profilo) e che poi ho deciso di continuare facendogli prendere una piega diversa. Spero vi piaccia!..

Tutto comincerà con una lacrima. Guance rigate, e un urlo di disperazione e impotenza. Un pianto infantile. Fango nelle strade e polvere. Miseria. Uniformi dai bottoni scintillanti e sorrisi feroci.
Tutto comincerà con una lacrima...

Vytrum.
Geralt si svegliò all'improvviso, aprendo semplicemente gli occhi. Una fitta di dolore gli sferzò il collo quando provò a muoverlo. Aveva la gambe indolenzite e la schiena gli bruciava. Si tirò su, sedendosi meglio sulla sedia, gemendo, con tutti i muscoli del corpo che si lamentavano. Si strofinò gli occhi e si guardò intorno, ricordando dove si trovava e perché. Le stanze della principessa. Come un fiume in piena i ricordi di quella mattina gli tornarono alla mente prima che potesse arginarli. Dalla luce dovevano essere le sei del pomeriggio. Un'aria gelida entrava dalla finestra aperta, le tende di broccato svolazzanti. Si alzò in piedi lentamente, stirandosi i muscoli. Uscì sul balcone, massaggiandosi il collo e osservando il panorama. La vista toglieva il fiato. Da lì poteva osservare l'intera città, la quale si estendeva a perdita d'occhio fino ai Laghi Argentati e da lì i fiumi proseguivano fino al Mare Esterno. Da lassù era tutto così perfetto, con una completa visuale della Cittadella dell'Imperatore. Questa, chiamata anche la Città Alta o la Città Bianca, era la dimora dell'alta nobiltà dell'Impero. Le strade, i palazzi, le decorazioni erano completamente fatte di marmo e oro bianco, portato da ogni angolo dell'Impero. Era il centro nevralgico del governo galattico, nonché sede delle più importanti corporazioni commerciali. Definita come la Corona dell'Impero, la Città Bianca aveva il suo gioiello nel Palazzo Imperiale, dalle cui alte torri e guglie l'Imperatore e i suoi consiglieri plasmavano il destino e il futuro della galassia. Come se da esso, rinchiusi in esso, si potesse governare saggiamente e giustamente tutto l'Impero. Uno squillo di trombe argentate fece voltare la testa a Geralt e lo fece sporgere oltre il parapetto. In cima al Torrione Nord fu esposta una bandiera Blu elettrico. La principessa Ametista aveva finalmente scelto un marito. Geralt chiuse gli occhi. Sperava solamente che almeno Amy non avesse scelto un ufficiale idiota come sposo. Scosse la testa non vedendo l'ora che tutta quella storia finisse. Si volto e rientrò in camera, chiudendo la finestra alle proprie spalle. Si avvicinò lentamente al letto di Zefira, silenziosamente, come da anni lo avevano addestrato a fare. Ormai era diventata un'abitudine. Scostò con una mano le tende di seta del baldacchino e osservò la principessa dormire profondamente. Si sedette sul letto facendo attenzione a non svegliarla. I capelli biondi, come fili d'oro, erano sparsi sul cuscino. Il corpo, contratto in posizione fetale, si andava lentamente rilassando. Quando l'aveva riportata in camera, in braccio, non accennava a muoversi, gli occhi sbarrati e smorti, incapace di metabolizzare quel che era accaduto. Non perché era stata presa con violenza e sottomessa ma perché, sotto sotto, le era piaciuto. Amber, anche lei molto scossa, l'aveva lavata e ripulita per poi aiutarla a ingerire un infuso di erbe per conciliare il sonno. Amber e Geralt si erano guardati per un istante e lui si offrì di badare a lei, convincendo l'ancella ad andare a riposarsi. Alla fine Zefira si era addormentata e poco dopo anche Geralt, sperando, col sonno, di dimenticare la mattina appena passata. Naturalmente non era stato così. Geralt voltò la testa tornando a guardare la principessa, l'amica, il suo primo amore. Ricordava quando da piccoli correvano per il palazzo, sottraendosi ai tutori, e scappando nei giardini a giocare o nelle cucine a rubare i biscotti. Quanto tempo era passato e come era cambiata quella bambina ribelle. Prese fra le sue dita una mano di Zefira. La accarezzò dolcemente con il pollice, palmo contro palmo, la pelle vellutata di lei contro la sua ruvida e callosa. L'uomo, non più bambino, chinò il capo, con i capelli che andarono a coprirgli il viso, e deglutì, contraendo la mascella, ripensando alle scena di quella mattina. Le sembrava di vederla ancora in quella posa volgare. Il viso contratto in smorfie di dolore e piacere. Non c'era più niente della bambina con cui aveva giocato, della ragazza che aveva amato. Ora c'era solo una principessa. E per lui non era abbastanza. Lentamente si chinò e depositò un bacio d'addio sulla sua mano. Dormiva ancora. Geralt si alzò e afferrò la cappa, appoggiata su una poltroncina li vicino. Doveva andarsene ora finché poteva. Sapeva che se si fosse svegliata non avrebbe avuto il cuore di abbandonarla. L'aveva già fatto una volta, anni prima, e sentiva ancora il suo pianto. Strinse la cintura intorno alla vita e la guardò un ultima volta, la mano sulla spada. Poi si voltò e uscì dalla stanza, pregando di non doverci mai più rimettere piede.

Due mesi dopo...

Pianeta Gemini IV.
La lettera era arrivata improvvisa. Il comandante della guarnigione l'aveva mandato a chiamare. Geralt era nella palestra d'allenamento, la spada in mano, ripetendo ancora e ancora i movimenti che migliaia di volte aveva già compiuto in passato. Inizialmente aveva cominciato ad allenarsi da solo, combattendo contro un nemico invisibile. All'improvviso sentì la porta aprirsi alle sue spalle e si voltò di scatto, la spada in pugno, in posizione da combattimento. Erano due soldati, due ragazzi per la verità, in uniforme. Non appena si resero conto di chi fosse fecero un passo indietro spaventati, fissandolo. -Ci scusi, signore... Pensavamo che questa palestra fosse libera... Non intendevamo disturbarvi...-. Gli occhi gialli di Geralt si spostavano dall'uno all'altro, valutandoli. Dopo qualche istante si rilassò e abbassò l'arma. -Scusatemi voi per il poco degno comitato di benvenuto... Non sono abituato ad avere compagnia mentre mi alleno... Ma prego non fate caso a me...-. Il primo lo ringraziò, ed entrambi cominciarono a togliersi l'uniforme., rimanendo solo con la tuta da allenamento. Geralt riprese i suoi esercizi, sotto gli occhi impressionati dei due soldati, i quali facevano fatica a seguire la sua spada. Dopo qualche minuto uno dei due, timidamente, lo guardò e gli chiese se potevano allenarsi con lui. Geralt sorrise sinceramente e annuì col capo. I soldati erano eccitati e al tempo stesso spaventati. Allenarsi con un Camminatore del Buio non era un'occasione che capitava tutti i giorni. -Come vi chiamate?- -Tenente Arnaud e lui è il Sottotenente Lars, signore- rispose uno dei due. Geralt scosse la testa e disse -niente "signore", non ce n'è bisogno. Chiamatemi Geralt- -Si signore... Ehm volevo dire Geralt!-. Lui rise e guardò quei due ragazzi in uniforme osservarlo con un misto di curiosità e paura, ma era la prima a prevalere. Geralt reclinò la testa di lato e disse -Ditemi... Non vi faccio paura? Molti vostri compagni... Beh diciamo solo che non apprezzano molto la mia compagnia... Perché voi no?- -beh Geralt...- rispose Arnaud strofinandosi nervosamente le mani sui fianchi -non penso che gli altri abbiano paura... È che sei molto diverso... E le storie che girano su voi Camminatori...-. Geralt strinse gli occhi in uno sguardo penetrante e chiese -e voi ci credete?- -Cosa? No, no assolutamente... Io non... È che...- Arnaud cominciò a farfugliare qualcosa finché non si ritrasse, colto alla sprovvista dalla sonora risata di Geralt. -Tranquillo ragazzo... Non c'è bisogno che tu dica nulla... Ma se ti fa stare più tranquillo: Non beviamo sangue di vergini o altre scemenze simili, ok?-. Il soldato annuì vistosamente. Geralt li squadrò entrambi. Classico fisico da ufficiale fresco d'accademia, sguardo un po' spaventato, tenevano in mano le spade come se fosse la prima volta. Ovviamente tutti i soldati erano addestrati nell'uso delle armi da fuoco ma erano anche obbligati all'addestramento all'arma bianca. Molti ritenevano fosse solo una questione legata alle tradizioni dell'esercito di Vytrum ma la verità era che se un nemico riusciva ad arrivare a pochi passi da te, il fucile non serviva a niente. Un soldato doveva essere in grado, invece, di difendere se stesso e i suoi compagni in qualsiasi frangente. Era chiaro che se gli avesse messo in mano una spada o una clava, avrebbe fatto poca differenza per loro. In molti la ritenevano ormai un'arma obsoleta. L'arma bianca da ufficiale era lo stocco. A fine addestramento, a ogni ufficiale veniva consegnato uno stocco uguale ai loro. La lama era dritta e lunga circa un metro, a sezione triangolare. L'impugnatura era rivestita modellata in modo tale che fosse facile e comoda da impugnare. L'elsa a cesto era in argento cesellato che si sviluppava in volute e cerchi concentrici intorno all'impugnatura per proteggere la mano.
Geralt inguainò nel fodero il suo spadone a due mani e lo appoggiò al muro, prendendo dalla rastrelliera sul muro, anche lui, uno stocco. L'addestramento da Camminatore del Buio prevedeva che fosse in grado di usare ogni tipo di arma e conosceva i limiti e i pregi di ognuna di esse. Lo stocco era un arma micidiale se la si sapeva usare ma serviva a poco contro nemici armati di asce e sciabole. Per sua esperienza era meglio usare qualcosa di più robusto.
Geralt estrasse lo stocco dal fodero e lo bilanciò nella mano, facendolo ruotare col polso. Soddisfatto si voltò verso i due soldati e disse - avanti... Fatemi vedere che sapete fare...- e si mise in posizione da combattimento, la schiena dritta e il braccio rigido. I due soldati rimasero spiazzati all'inizio e lo fissavano come se non avessero capito, poi il tenente si fece coraggio e si mise in posizione di combattimento, imitato dopo qualche attimo dal suo compagno. I due soldati lo attaccarono contemporaneamente, sperando di sopraffarlo col numero. Il combattimento con lo stocco era completamente diverso da quello con lo spadone. La forza fisica non conta, è solo questione di polso. La stanza si riempì dei rintocchi del metallo contro metallo, degli ansiti dei due soldati mentre cercavano di penetrare la difesa di Geralt. Dal canto suo, lui non si impegnava molto, limitandosi a parare e a difendersi dai loro assalti. Se avesse voluto li avrebbe liquidati in pochi attimi, ma non c'era bisogno di infierire. Continuarono ad allenarsi per quasi un'ora con Geralt che svelava loro qualche trucchetto. Ogni tanto correggeva la postura o gli mostrava come dovevano tenere la spada in una determinata situazione. Stava operando una specie di scrematura di tutte quelle regole o posture inutili che la scherma accademica imponeva. Gli istruttori evidentemente avevano dimenticato che non addestravano atleti ma soldati, e che l'onore e la correttezza non esiston mentre lotti per la tua vita. Il combattimento continuava e i due ragazzi si facevano mano a mano più audaci nelle mosse ma diventavano via via anche più stanchi.
All'improvviso la porta della palestra si aprì e un messaggero annunciò a Geralt che il comandante della guarnigione richiedeva la sua presenza. Lui annuì e rispose che l'avrebbe raggiunto subito, senza smettere di combattere. I due soldati erano visibilmente stanchi e affaticati dal combattimento, ma continuavano a tentare. Anche Geralt cominciava a sentire i muscoli indolenziti e la pelle del torso nudo imperlata di sudore. Il comandante lo aspettava e perciò decise che era ora di porre fine al combattimento. Lui e Lars tornarono al contatto, le lame degli stocchi che si incrociavano di continuo, in un mulinello di affondi, fendenti e parate. Geralt aumentò il ritmo, la sua spada era sempre più veloce, facendo arretrare l'avversario. Si ritrovano di nuovo in un situazione di stallo, lama contro lama. Con una torsione improvvisa del polso fece ruotare le due spade insieme e disarmò l'avversario, facendo volare via la sua spada. Prevedendo la reazione di Arnaud fece una piroetta su se stesso schivando un suo fendente dall'alto, in modo anche da portarsi al suo fianco e, sfruttando il proprio slancio rotatorio, lo colpì alla schiena con il piatto della spada, facendolo cadere a terra. Rimase un attimo immobile, ansimante. Nonostante tutto il combattimento l'aveva fatto faticare, in aggiunta all'allenamento precedente. Inguainò la spada e porse una mano ad Arnaud, aiutandolo ad alzarsi. Entrambi lo guardavano esterrefatti, Lars che ancora cercava di capire cosa fosse successo. -Per gli Dei... Come hai fatto?- gli chiese Arnaud mentre afferrava la sua mano e si tirava su -non ti ho neanche visto muoverti e un attimo dopo ero già a terra...-. Geralt sorrise e rispose -Allenamento, tanto allenamento... Quello è il vero segreto dietro la nostra abilità. Io mi alleno così da quando avevo quindici anni. Fatelo anche voi, allenatevi cinque, sei ore al giorno e diventerete abil quanto se non più di me-. I due soldati si ripromisero di farlo, eccitati come ragazzini all'idea di imparare a combattere a quel modo.
Salutò i due soldati, i quali si profusero in ringraziamenti per aver dato loro quell'occasione e andò nello spogliatoio a vestirsi. Indossò l'uniforme da ufficiale che gli spettava di diritto ma dalla quale aveva eliminato tutti i simboli dei Camminatori. Tutti sapevano chi fosse nell'accampamento e i suoi capelli bianchi certo non erano comuni, ma cercava comunque di non dare nell'occhio, specialmente quando lasciava l'accampamento e andava nella città vicina.
Uscì dalla palestra che fuori stava ancora piovendo, offrendo un ben misero paesaggio della città. Pioveva ininterottamente da quasi tre settimane. Le strade erano un pantano di fango e liquami, tanto che erano state piazzate delle assi di legno su cui camminare per non affondare nella terra. Gemini IV. Un buco di pianeta, ai margini della galassia, dimenticato dagli Dei e dagli uomini. Per Geralt era un paradiso.
Quando aveva lasciato Vytrum mesi prima aveva chiesto ai suoi superiori di essere spedito il più lontano possibile dalla capitale, dal palazzo e, cosa più importante, il più lontano possibile da Zefira.
Si tirò su il cappuccio e si incamminò verso la caserma principale. Pochi passi ed era lurido di fango fino alle ginocchia cercando di farsi largo fra la gente e i carri, molti dei quali usavano ancora la trazione animale. Una risata sguaiata eruppe da una taverna dove i contadini andavano ad affogare nell'alcool, i propri pensieri e le proprie disperazioni. Il raccolto era stato un disastro e il governatore Liriax si inventava ogni giorno nuove tasse con cui spremerli. Tutto in nome dell'Impero, ovviamente. La gente era allo stremo e si erano susseguite numerose rivolte, saccheggi e aggressioni, con la Polizia del governatore che il più delle volte o era la causa di questi, oppure non faceva nulla per fermarli. Geralt era stato mandato lì per affiancare il comandante della guarnigione locale per porre fine alle violenze, ma presto gli fu chiaro che la radice del male che affliggeva quel pianeta era ben più profonda, senza che il governatore fornisse la benchè minima collaborazione.
Geralt entrò nella caserma diretto, a passo deciso, verso l'ufficio del Comandante Dagon. Un urlo eruppe dall'ufficio, facendo sobbalzare l'attendente seduto ad una scrivania fuori dalla porta. -È inaccettabile! Questa ve la farò pagare Dagon!-. La porta dell'ufficio si spalancò, dalla quale uscì il governatore Liriax, schiumante di rabbia. A grandi falcate attraversò il corridoio senza neanche degnarlo di uno sguardo.
L'attendente, visibilmente imbarazzato, lo guardò e disse -ora il comandane può ricevervi...-. Geralt annuì ed entrò nell'ufficio, chiudendosi la porta alle spalle. Guardò Dagon, in uniforme, mentre si serviva da bere. Alzò lo sguardo su di lui e gli offrì un' ampolla di vetro contenente un liquido blu scuro -vuoi?- Nelle Colonie Esterne lo chiamavano Elasa, il Liquore del Coraggio. Nessuno sapeva perché si chiamasse ma era un liquore col quale bisognava stare attenti. Più che altro bisognava essere sicuri di quello che si voleva. Un bicchiere ti scaldava l'anima, una bottiglia e ti ritrovavi a strisciare fuori dalla taverna sulla pancia.
Geralt rifiutò scuotendo il capo e lo guardò significativamente -che hai fatto stavolta?-. Il comandante bevve il contenuto del suo bicchiere in un solo colpo e se lo riempì di nuovo -di che parli?-. Geralt fece una smorfia e disse -il governatore della Colonia è appena uscito di qui urlando che te l'avrebbe fatta pagare...- - oh quello... No, nulla... Quel pallone gonfiato di Liriax se l'è presa perché i miei hanno arrestato un po' di gente...- e indicò dei fogli sul tavolo. Geralt si avvicinò e li prese in mano. Leggendoli un sorrisetto si disegnò sul volto di Geralt -e suppongo sia solo un caso che su sei persone arrestate, cinque siano esattori delle tasse della città...-. Il comandante sorrise sornione -la giustizia è uguale per tutti, no?- -e con quale accusa?- - Disturbo della quiete pubblica...- gli rispose mentre si voltava a guardare fuori dalla finestra. Geralt appoggiò i fogli e ci ripensò, versandosi anche lui da bere -chi è il sesto?- -l'esattore di provincia...-. Smise di versare per qualche istante, poi scosse la testa. Prese il bicchiere e si mise a fianco all'amico, rimanendo in silenzio a guardare anche lui fuori. Lui e Dagon si conoscevano da tanto tempo, avevano fatto entrambi la campagna di Torfan, servendo sotto Eliodoro, ed entrambi avevano pagato per essersi opposti a lui. Dagon dovette dire addio alla sua promettente carriera nell'esercito, e fu spedito su quel pianeta dimenticato. Tutto solo perché si erano rifiutati di compiere un massacro.
-Non puoi andare avanti così ancora a lungo, lo sai, vero?- gli disse. -Non mi importa... Non mi interessano le sue minacce. Hai visto quella gente là fuori, Geralt? Questo pianeta sta morendo di tasse. Il raccolto di quest'anno è stato pessimo e la gente ha a malapena i soldi per sopravvivere. E a quel porco di Liriax non importa nulla! No, lui manda i suoi esattori in giro a esigere con la forza le tasse, non gli importa se poi la gente non sa come sfamare i propri figli. E io dovrei restare qui a guardare senza fare niente? Perché lui mi minaccia? Non penso proprio! Sono stato costretto già una volta a farlo, Geralt, non lo farò di nuovo!-. Il viso di Dagon si era arrossato per lo sfogo e lo guardava alterato. Era chiaro che si teneva dentro tutto quello da molto tempo. Dagon si voltò, vergognandosi un po' per quella reazione, e prese un sigaro da una scatola sulla scrivani. Geralt lo guardò, sapendo a cosa si riferisse. Torfan aveva scavato una ferita nei cuori di entrambi. Una ferita che non riuscivano, o che forse non volevano, far rimarginare. -Ti ha davvero minacciato?- -Sì, ha minacciato di fare rapporto ai miei superiori...- gli rispose accendendosi il sigaro. -E tu? Che gli hai risposto?- - L'ho minacciato di fare rapporto ai suoi superiori... Chissà forse saranno interessati a sapere che usa metà delle tasse che raccoglie, scusa estorce, per scopi personali. Non so perché ma si è subito calmato...-. Geralt si voltò a guardarlo -se sai che è corrotto perché non lo denunci? Dubito che qualcuno qui lo rimpiangerà...-. Dagon non rispose. Rimase in silenzio a guardare fuori dalla finestra, il sigaro fumante fra l'indice e il medio. I capelli grigi lo invecchiavano più di quanto non fosse in realtà, ma gli occhi erano attenti e penetranti. Aspirò dal sigaro e poi si sporse all'indietro, sulla scrivania, lasciando cadere la brace del sigaro nel posacenere. -mio padre era un pescatore, sai? Mi portava spesso con sé, al largo, e mi ha insegnato un sacco di cose. Una più di tutte, però, mi è rimasta impressa: Il pesce puzza dalla testa-. Anche lui si voltò a guardare Geralt -mi chiedi perché non lo denuncio. Non lo faccio perché non servirebbe a niente. La verità è che Liriax può fare quello che vuole perché glielo permettono-. Dagon tornò alla scrivania, versandosi un altro bicchiere di Elasa -vedi Geralt il problema non è Liriax. Quelli come lui sono solo i sintomi di una malattia ben più profonda, un cancro. Un cancro partito da Vytrum e che è andato in metastasi in tutto il resto della galassia. E questo cancro ha un nome e un cognome- disse battendo le dita sul ritratto dell'Imperatore appeso al muro. Geralt alzò gli occhi su quel viso dipinto, su quell'uomo che aveva considerato come un padre per anni. Aveva creduto nella grandezza dell'Impero e nella sacralità della sua missione di civilizzare l'universo. Ma non più ormai. Non dopo Torfan. E aveva smesso di credere in quell'uomo dal giorno in cui l'aveva designato come Custode.
Geralt scosse la testa, scacciando brutti ricordi. Tornò a guardare l'amico e disse con un sorrisetto -non mi hai chiamato solo per parlar male del nostro Impero, vero?-.
Dagon rispose al sorriso e afferrò una lettera da un cassetto, lanciandogliela. -È arrivata stamattina-. La lettera recava il sigillo Imperiale, chiusa con ceralacca blu. Geralt la lesse velocemente diventando sempre più pallido ad ogni riga che terminava, poi alzò lo sguardo sul suo amico, che ne gettò una identica sulla scrivania, aperta. -Ne ho ricevuta una uguale...-
Era un invito ufficiale al matrimonio delle Principesse Imperiali. Geralt, in quanto uno dei due Custodi, non poteva non esserci. -Hanno invitato tutti i comandanti di guarnigione e governatori dell'Impero. Ci saranno tutti: Militari, politici, ambasciatori... La crème de la crème di tutti gli ambienti, con mogli annesse, ovviamente...- disse con un certo sarcasmo prima di ingollare l'ultimo goccio rimasto nel bicchiere -sarà una concentrazione di ipocrisia e pompose stronzate...- -Ci andrai?-. Dagon guardò Geralt come se fosse rincretinito. -Scherzi? E per cosa? Per avere il piacere di condividere la cabina della nave con Liriax? E correre il rischio di dovermi congratulare con quel porco di Eliodoro? No grazie...-. Geralt andò a sedersi, lasciandosi cadere sulla sedia, sospirando. Aveva sperato di non dover più tornare su Vytrum per molto tempo, o quanto meno, non a palazzo. Dagon lo guardò attentamente e chiese -tu andrai vero?- -Devo-.
Sembrava che Dagon volesse dire qualcosa ma alla fine disse solo -Ci sarà anche Azrael... Salutamelo...-.
Azrael era il Mentore, Il Comandante dei Camminatori del Buio e aveva addestrato personalmente Geralt. Il suo maestro. L'aveva scelto lui, come allievo. E col tempo si era affezionato a lui, anche se erano anni che non si vedevano.
Rilesse la lettera ancora una volta. La cerimonia era prevista per la settimana successiva, ma la sua presenza era richiesta quanto prima. -quando parte la prossima nave per Vytrum?- -Stasera-.
Geralt annuì e si alzò dalla sedia. Lui e Dagon si salutarono calorosamente e poi uscì dall'ufficio. Preparò in fretta le sue poche cose e poi col cuore pesante si diresse allo spazioporto.
Il viaggio durava un paio di giorni. Aveva tutto il tempo per riflettere su come affrontare Zefira e il Colonnello...

Continua...



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