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lavoro pubblicato lunedì 16 marzo 2015
ultima lettura mercoledì 16 ottobre 2019

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Il giardino delle rose spoglie (Capitolo 4)

di PJ23. Letto 432 volte. Dallo scaffale Fantasia

Le vacanze estive furono di grande aiuto. La spensieratezza di quelle giornate e il calore del sole sulla pelle mi schiarirono le idee e mi mettevano spesso di buon umore. L’estate ha sempre avuto un’ottima influenza su di me. Adoro questa .....

Le vacanze estive furono di grande aiuto. La spensieratezza di quelle giornate e il calore del sole sulla pelle mi schiarirono le idee e mi mettevano spesso di buon umore. L’estate ha sempre avuto un’ottima influenza su di me. Adoro questa stagione, il suo clima mi da energia e mi fa sentire una persona migliore. È un peccato che col passare del tempo questo meraviglioso periodo diventi sempre più breve. Col passare degli anni, le giornate soleggiate diminuiscono, e le piogge o le nuvole ne fanno sempre più da padrona. Ormai le settimane di cielo azzurro si contano sulle dita di una sola mano.

Ogni volta che c’era bel tempo, cercavo sempre di stare fuori casa il più possibile. Passavo le giornate con gli amici, andando in spiaggia con Franco, Silvia e Paolo per fare un bagno o giocare a pallone. Con loro facevo persino piccole escursioni nei boschi in mountain bike che si concludevano in picnic sui prati di qualche parco, oppure trascorrevo serate in qualche locale all’aperto ad assaporare la brezza marina. Raramente passeggiavamo in centro città o viaggiavamo in qualche altro posto lontano da casa nostra. E in quei giorni in cui non c’era nessuno di loro, come al solito mi recavo in solitaria al giardino delle rose spoglie, per passare qualche momento in solitudine.

L’estate mi aiutò un po’ anche a dimenticare lei. Il suo ricordo continuava a persistere costantemente nella mia testa, ma riuscivo ad assimilarlo meglio. Sentivo sempre meno la sua mancanza, e il dolore diventava giorno dopo giorno più lieve. Ma ancora la sua assenza la avvertivo, era quasi palpabile. Per un mese intero dopo la fine delle lezioni non la vidi mai da nessuna parte, come se fosse sparita nel nulla. Non la vidi più nemmeno uscire di casa, come succedeva durante la primavera. Quasi mi dimenticai completamente di lei, ci stavo finalmente riuscendo. Finché un giorno, accadde qualcosa di davvero inaspettato.

Dopo una mattinata passata immerso negli studi mescolato all’intenso calore estivo, sentii il bisogno urgente di prendermi una boccata d’aria. Quel giorno non avevo alcun impegno in particolare, e appena finì di pranzare, decisi di prendere la mia vespa e fare un giro per le strade di campagna nella periferia della città. In un‘oretta raggiunsi i paesi vicini, percorsi strade secondarie e sentieri fitti di vegetazione, immergendomi completamente nell’aria fresca dei boschi romani. Era rilassante e piacevole. Divenni così di buon umore da allungare ancora un po’ la strada che abitualmente ero solito percorrere, ma dovetti purtroppo prestare attenzione all’indicatore di carburante che ormai stava per segnare la riserva. Sfortunatamente il mio viaggio non sarebbe durato a lungo, perciò decisi di cambiare itinerario, e fermarmi al giardino delle rose spoglie. Dopotutto non era una cattiva idea.

In quindici minuti di viaggio raggiunsi la proprietà abbandonata e parcheggiai, come facevo sempre, li vicino alla cancellata principale, in ferro arrugginito e sigillata dall’edera e dai rampicanti. Entrai come al solito attraverso una breccia tra le grandi ringhiere che circondavano l’immensa villa e che dava direttamente l’ingresso al giardino. Seguii lo stretto sentiero che portava sul retro della villa, cercando di evitare le spine dei gambi delle rose e vari arbusti spinosi e secchi che spuntavano qua e là. Come al solito dovetti scavalcare una serie di macerie, alberi caduti e raggiungere alcune colonne crollate sparse nel giardino. Non capii mai quale fu l’utilità di quelle colonne, non avevano alcun senso dove si trovavano. I pini erano così alti e folti che coprivano quasi completamente il cielo, filtrando i raggi del sole e creando un’atmosfera ancora più fredda e sinistra. In determinati punti si poteva persino sentir freddo anche in piena estate, non ho idea di come fosse possibile.

attraversati una serie di cespugli folti, finalmente raggiunsi lo strapiombo. Tirai un sospiro di sollievo e come al solito mi sedetti sulla mia roccia e chiusi gli occhi, assaporando il vento e ascoltando i rumori della foresta. Passai mezz’ora a guardare l’orizzonte a rilassarmi per conto mio osservando il mondo sotto di me, una foresta che si estendeva fino alle spiagge del Mar Tirreno, con qualche tetto di case o villette sparse qua e là che spuntavano timidamente tra la flora. Sopra di me di tanto in tanto cinguettava qualche rondine o gabbiano che spuntava da un albero e volava in ogni direzione. Tutto era perfetto, finché ad un certo punto mi spaventai udendo dietro di me dei rami spezzarsi. Qualcosa stava per avvicinarsi, e di scatto mi voltai, osservando confuso che cosa fosse, ma rimasi completamente scioccato quando vidi materializzarsi attraverso le foglie una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi verdi. Era lei!

Fu qualcosa di inaspettato per tutti e due, perché nessuno di noi si aspettava di trovare qualcuno proprio in quel posto a quell’ora del giorno. Tanto meno io.

Entrambi eravamo confusi e sorpresi. Nessuno si mosse o disse qualcosa. Per qualche istante ci guardammo solo negl’occhi, intimiditi l’uno dell’altro. Il mio cuore batté all’impazzata, forse dallo spavento, o probabilmente dall’adrenalina che avevo accumulato in corpo per l’eccitazione. Non sapevo se definirmi felice oppure agghiacciato. So solo che lei era li, a pochi passi da me, reale e non una finzione. Avrei voluto dirle tante cose, ma la paura mi bloccava le parole in gola, e quella silenziosa attesa incrementava i miei complessi.

Volevo che fosse lei la prima a dire qualcosa, ma rimase li in silenzio, a fissarmi, probabilmente spaventata. Io non avevo il coraggio di parlarle nonostante avessi la sua completa attenzione. Ero in panico.

Senza volerlo mi alzai dalla roccia su cui ero seduto, ma lei improvvisamente indietreggiò, e tutto ad un tratto scappò correndo verso la strada. Solo in quel momento, quando lei se ne fuggì, mi resi conto della mia stupidità e dell’occasione che avevo appena lasciato sfuggire. “Che stupido! Che stupido che sono!” pensai continuamente, ma lo ero ancora di più se restavo li a pensare, perché avrei potuto ancora fermarla in tempo e lasciarmi spiegare. Solo pochi istanti dopo, quando realizzai questa cosa, mi misi subito a cercarla.

Corsi disperatamente lungo tutto il giardino in cerca di lei, sradicai gli arbusti, mi tagliai più volte con le spine. Mi affannai nel raggiungerla e persino mi ferii leggermente ad un braccio, ma quando ormai giunsi alla breccia dalla quale ero entrato, capii che non sarei più riuscito a trovarla.

Raggiunsi la strada guardando entrambe le direzioni, attraversai la corsia per osservare meglio ma non c’era più segno di lei. Se ne era già andata. Non riuscii a capire come fosse possibile, ma era già sparita nel nulla.

Mi sentii improvvisamente male dentro, soprattutto per quanto fossi stato un idiota a comportarmi in quel modo di fronte a lei. Non riuscivo a credere che fosse capitata una cosa del genere, facevo ancora fatica a concepire di aver avuto un simile incontro. Era impossibile. Non volevo credere di aver buttato via un’occasione d’oro.

Improvvisamente notai che si stava facendo tardi e sarei dovuto tornare a casa a momenti per l’ora di cena. Raggiunsi la mia vespa ancora scosso, presi il mio casco da sotto il sellino e, poco prima di partire, notai che vicino alla via vespa, su un arbusto che correva lungo la cancellata, una rosa era appena sbocciata, con dei petali color rosso intenso.



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