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lavoro pubblicato domenica 15 marzo 2015
ultima lettura venerdì 30 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il giardino delle rose spoglie (Capitolo 3)

di PJ23. Letto 575 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il giorno seguente mi recai a lezione può stanco del solito. Avrei voluto non essere mai nato in quel momento, ma il dovere purtroppo mi impediva di rimanere a letto, e il fato di rinviare le lezioni a causa di qualche sciopero. A malavoglia rag.....

Il giorno seguente mi recai a lezione può stanco del solito. Avrei voluto non essere mai nato in quel momento, ma il dovere purtroppo mi impediva di rimanere a letto, e il fato di rinviare le lezioni a causa di qualche sciopero. A malavoglia raggiunsi la mia aula, mi sedetti su una sedia a caso e attesi che la lezione incominciasse. Passarono diversi minuti prima che il professore si degnasse di presentarsi in cattedra all’orario ufficiale stabilito dalla facoltà, e come al solito ammazzai il tempo andando su internet col mio telefono, navigando in tanti siti senza provare un minimo interesse. La lezione ben presto iniziò e cominciai a prendere appunti per un’intera e fatidica, ora che sembrava durasse un’eternità. Quando ci fu la pausa, mi recai in bagno e presi un caffè alla macchinetta, per poi ricominciare nuovamente a prendere noiosissimi appunti per una seconda, pesantissima, ora di lezione. Quel giorno stavo morendo di sonno, più di una volta la mia testa cadde sul banco e riuscivo a malapena a stare sveglio. In questo modo finì l’odissea della prima lezione, per passare poi ad un’altra peggiore in un’aula diversa della facoltà. Camminare mi aiutò a svegliarmi un po’, ma non fu un toccasana rigeneratore. Raggiunsi l’aula strascicando le gambe dal sonno, ma quando entrai vidi qualcosa di completamente inaspettato.

Non so se fosse un’allucinazione dovuta alla mancanza di riposo, ma vicino al posto dove spesso ero abituato a sedermi in quell’aula, vidi la ragazza bionda del trasloco. Non credetti ai miei occhi e subito andai nel panico. Oltre a non saper dove sedermi, continuai a fissare la ragazza come un beota, incredulo, camminando per l’aula senza una meta precisa. Decisi di mettermi sulla stessa fila di sedie in cui era seduta, proprio sul lato opposto al suo. Tra noi due c’era una enorme voragine di posti vuoti, ma nessuno quel giorno, fortunatamente, si volle mettere a sedere tra noi due, lasciando la visuale completamente libera.

Iniziata la lezione cominciai a prendere appunti, ma pochi istanti dopo il mio sguardo si diresse nuovamente su di lei. La osservai prendere appunti, ma qualsiasi cosa facesse era cosi affascinante. Persino i suoi semplici gesti, come scrivere con la penna o mettersi a posto i ciuffi dei suoi capelli dietro l’orecchio, erano così aggraziati da farmi sciogliere il cuore. È strano detto da me, solitamente qualsiasi ragazza non mi faceva alcun effetto. Tranne lei. Aveva qualcosa di speciale, qualcosa che catturava la mia attenzione. Ma non sapevo cosa.

Per un’ora intera non feci altro che osservarla e distogliere lo sguardo quando alzava il suo, e sempre per un’ora intera non riuscii quasi per niente a prendere appunti. La seconda metà della lezione fu qualcosa di molto simile, tra sguardi furtivi e appunti presi completamente alla rinfusa, e quando arrivò l’ora di pranzo, lei si alzò dal banco e se ne andò dall’aula sparendo come un fulmine nel corridoio. Quando tornai a casa, la vidi entrare nel suo palazzo accanto al mio, e quell’istante fu l’ultima volta che la vidi quel giorno.

Per tutto il pomeriggio non facevo altro che pensare a lei. La cercai su internet, un suo profilo, un suo contatto o la sua email, senza mai trovarla. Diamine! Quanto avrei dato per sapere almeno il suo nome. Andai a dormire, e ancora per una notte feci fatica a prendere sonno. Non avevo altro per la testa che quella ragazza.

I giorni passarono, e lei era sempre li, tra i banchi di quella sola aula, sempre in quella sola lezione. Ma mai una sola volta è stato qualcosa di più che un semplice sguardo sfuggente. Non avevo il coraggio di avvicinarmi e lei era sempre sola. Non aveva amici e non parlava quasi mai con nessuno. Era schiva nei confronti di chiunque le cercassero di parlare, e quando finiva la lezione scappava via, e nessuno la vedeva più all’università. Mi sentivo quasi simile a lei.

Col tempo la sua riservatezza divenne molto popolare, e alcuni studenti di quella lezione non fecero altro che parlare della nuova arrivata. Ben presto qualche ragazzo cominciò a chiederle appunti, a parlare della lezione, del professore, di qualsiasi cosa dell’università soltanto per fare conoscenza, mentre altri più spudoratamente ci provavano senza mezzi termini. Non so come spiegarlo, solitamente nessuna persona mi ha mai causato problemi, ma tutte queste invece le detestavo. È strano, ma in qualche modo provavo un gran senso di odio per chiunque si avvicinasse a lei. Non cercavano amicizia, erano proprio ossessionati, ed erano così pesanti nei suoi confronti, insopportabili, vanitosi, arroganti …

Ero così preso da loro al punto da considerare tutti idioti in quell’aula, ma non capivo invece che il vero idiota ero io. Così bloccato dai miei stessi complessi da non riuscire a farmi avanti nemmeno una volta. Ero un perfetto cretino. Al punto che la mia ossessione compromise persino la mia carriera universitaria. Smisi di prendere appunti, a lezione procrastinavo continuamente e lo studio diventava sempre più impegnativo. Ma poco mi importava, non mi ci voleva molto a dare un esame, potevo anche fare a meno degli appunti. Il mio vero problema era l’invidia per quei ragazzi che riuscivano dove io non ce la facevo. Era un’agonia tremenda.

In quei giorni a lezione credevo di impazzire vedendo lei circondata da cosi tanti ragazzi, la rabbia che reprimevo era così irrefrenabile. Ma chi stava impazzendo realmente in realtà era proprio lei. Tutte quelle attenzioni, quelle confidenze, quelle amicizie false la rendevano nervosa, inquieta, spaventata. Certi giorni non veniva neanche a lezione proprio per questo motivo, per evitare di essere circondata, ma ogni sua assenza mi creava un vuoto incolmabile dentro di me, e immediatamente pensavo a cosa le fosse successo. Mi preoccupavo per lei, e in quei giorni, ogni volta che mi recavo in camera, osservavo la sua finestra dalla mia, pensandola per tutto il pomeriggio.

Ma presto la sua frequenza diminuiva sempre di più, finché, ad un certo punto, svani nel nulla. La sua assenza si fece sentire per qualche giorno in aula, qualcuno ne parlò chiedendosi che fine avesse fatto, ma ben presto tutti quanti si dimenticarono di lei, come pure i suoi aguzzini.

Da quel momento, quelle due ore di lezione divennero le più tristi della giornata. Non riuscivo a dimenticarla e il ricordo della sua presenza mi faceva soffrire. A volte mi sedevo al suo stesso posto per avvertire in qualche modo la sua presenza, ma non era la stessa cosa. Le giornate universitarie divennero ancora più vuote di quel che erano, e ringraziai il cielo quando finalmente arrivò la pausa estiva. Non riuscivo più a sopportare quell’università, il ricordo di lei lo fece diventare un inferno.



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