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lavoro pubblicato sabato 14 marzo 2015
ultima lettura martedì 7 aprile 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Again (Narrazione Sperimentale)

di alenappo. Letto 704 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Tutto ciò che è scritto è voluto. Tutto ciò che è sbagliato è giusto. Fate domande, non cercate risposte. Buona lettura.

LA MIA PERCEZIONE E' DIVERSA DA QUELLA DEGLI ALTRI

Apro gli occhi e sono nel vuoto.
Un vuoto che non lascia scampo.
Un vuoto che tutti sentono, ma nessuno ascolta.
Un vuoto che può significare tutto. E niente.
Un vuoto in cui nemmeno io so di esistere. O meglio, semplicemente me ne dimentico.
Apro gli occhi, sono vivo. Bene.
Mi giro verso la sveglia che è ancora sul comodino dopo tutta una notte passata senza che nessuno la controllasse. Probabilmente è stata inutile, ma è ancora lì. Si può dire che sia stata fedele.
Vicino c'è una confezione di pastiglie di sonnifero, vuota. Probabilmente ho usato quelle ieri per addormentarmi, anche se di solito le ripongo nel cassetto dei medicinali. Non mi ricordo assolutamente di averle prese, ma forse questo è uno dei tanti effetti collaterali. Dovrei smetterla.
E' Domenica, ancora. Perfetto! Posso prendermi una giornata di riposo, ottimo.
Ma ora che sono sveglio di certo non posso sprecare tempo nel letto. Non devo essere egoista.
Dicono che ogni giorno dovrebbe essere utilizzato per qualcosa di produttivo.
Fondamentalmente la trovo una teoria senza senso, ma alla fine mi sono adattato a trascorrere una vita qualunque.
E' ora di alzarsi dal letto.
Un altro sguardo veloce alle lancette che scorrono inesorabili all'interno della sveglia, come se fosse la custode del tempo. La custode di niente. Inutile oggetto.
Ora è proprio il momento di alzarsi.
Sono le 10 e qualche minuto, dovrei proprio comprarmi uno di quegli orologi analogici da appendere in camera. Di certo mi semplificherebbe la vita. Forse troppo.
E' davvero difficile uscire da sotto le coperte, soprattutto in inverno.
Metto a terra una gamba. Dove... dove sono finite le mie pantofole?
La mia pigrizia mattutina non mi concede il lusso di avventurarmi alla loro ricerca. Poco male, ho addosso le calze, non sentirò troppo freddo.
Mi avvicino al pomello della porta dopo aver barcollato per alcuni metri in preda ad una stanchezza che poche volte avevo sperimentato fino ad oggi. Fino ad ora.
Mi giro di nuovo. Fisso il letto che mi invita a lasciarmi cullare dalla morbida stretta di Morfeo.
No. Ho preso una decisione.
Strano però, ieri non mi sembrava di aver fatto così tardi. E nemmeno di essermi stancato molto.
E poi mi ricordo di averle messe accanto al letto le pantofole!
Sarà la stanchezza...
Scendo le scale con un'attenzione che raramente mostro nello svolgere qualsiasi tipo di attività.
Mi avvicino alla cucina. Devo assolutamente farmi un caffè.
Mi avvicino alla lavastoviglie per prendere una tazzina pulita. Spero ce ne siano, di certo non ho voglia di lavarne una in queste condizioni.
Qualcosa coglie il mio sguardo. Vengo distratto dal lampeggiare di una luce. Rossa. A intermittenza. Vengo rapito per qualche secondo da questo gioco di luci tanto banale quanto ipnotico.
Ho un messaggio in segreteria.
Apro la lavastoviglie. Un'unica tazzina color giallo opaco mi guarda. Oggi non devo faticare.
Ma vengo vinto dalla curiosità. Lascio l'oggetto al suo posto, sperando non fugga e mi precipito verso il telefono. Sono abbastanza eccitato. Non capita spesso che qualcuno mi chiami. Pensai a questo fatto e subito persi il mio entusiasmo. Saranno le solite chiamate pubblicitarie.
Schiaccio il pulsante di registro senza nemmeno guardare il numero di colui che mi aveva chiamato. Lascio che sia l'apparecchio a rivelarne l'identità.
Comincia a parlare. Torno alla mia colazione come se non mi importasse niente di ciò che stava dicendo. Nonostante il piacere della scoperta non fosse completamente svanito.
- Il mio nome dovresti saperlo, oggi è Domenica 21 Gennaio, oggi non mi sento affatto bene quindi sarò veloce. -
Che diavolo? Ma quella voce...
La registrazione continua senza prestare attenzione alle mie considerazioni.
- Oggi c'era il sole. Se mentre mi stai ascoltando sta piovendo, elimina il messaggio. In caso contrario, attieniti al solito piano-
Oh dannazione, di nuovo! Proprio oggi che pensavo di potermi rilassare...
Quella voce è la mia.
La devo smettere di farmi scherzi utili come questo. Sono troppo serio. Però prendo tutte le precauzioni necessarie.
A volte non mi riconosco proprio. Evidentemente certi giorni sono più ispirato di altri.
Ritorno alla mia colazione. Sono le 10 e 32 minuti. Menomale che il telefono non ha le lancette.
Se nessun me stesso mi avesse distratto a quest'ora l'avrei già finita. Ma ora non è tempo di pensarci.
Apro il frigorifero in cerca del latte. Il caffè senza latte non lo digerisco.
Non c'è. Il latte non c'è.
Non che mi stupisca, alla fine non c'era neanche ieri. Mi ero ripromesso che sarei andato a comprarlo, ma non l'ho fatto. Che diavolo ho fatto ieri?
Ho trovato le pantofole, erano sotto il tavolo. Cosa ci fanno qui? Probabilmente ieri lo avrei saputo.
La tazzina color canarino spento mi esorta a bere quel concentrato di caffeina che è al suo interno. Fingo di non notarlo, ma non resisto al suo richiamo.
Ma quando ho preparato il caffè? Non mi ricordo. Eppure devo averlo fatto.
Mi giro di scatto verso lo schermo del telefono, quasi come lo volessi cogliere di sorpresa.
Sono le 10 e 45. Lui ha colto di sorpresa me.
Non è possibile. Non possono essere passati più di 10 minuti.
Forse è solo la mia percezione del tempo che è un po' distorta. Questo mi accade spesso. Il tempo, o quello che è, trascorre in maniera totalmente differente da come la percepisco.
Ma non lo capisco. E se non lo capisco tendo a negarlo, facendogli acquisire più importanza.
E me ne stupisco ogni volta, anche se ormai dovrei esserci abituato.
Oggi sono seriamente intenzionato ad andare a comprare il latte.
Mi vesto rapidamente, prendendo i primi vestiti che ho lasciato, o così credo, sulla sedia ieri sera. Morti. Oppure mai stati veramente vivi.
Felpa blu con pantaloni neri, di certo non un accostamento azzeccato, ma non mi importa, tanto nessuno deve giudicarmi. O perlomeno non ne avrebbe alcun motivo.
Esco di casa.
Le chiavi? Prese... prese. Portafogli? C'è. Cellulare? Da usare solo in caso di emergenza. Ho tutto. O quasi.
Sono le 11 precise. Il mio cellulare non mente.
Camminare a volte fa bene, ma non ci sono abituato. La verità è che non ho molte occasioni per andare da qualche parte.
E così in completa riscoperta delle sopite potenzialità delle mie gambe, mi ritrovo davanti alla porta di un supermercato. Chiuso.
Oggi è Domenica, tutti negozi sono chiusi.
Ieri era Sabato, giusto? Perchè diavolo non ci sono potuto andare ieri?
Ora rimango a mani vuote.
Questo potrebbe essere stato tempo sprecato, che sto sprecando. Non sto facendo nulla di produttivo. Sono solo davanti ad una serranda abbassata, incapace di nulla.
Ora capisco come si deve essere sentita la sveglia questa notte.
Mi incammino verso casa.
Sono le 11 e 15 circa.
Il fatto che guardo spesso l'orologio significherà qualcosa, oppure no?
Potrebbe essere che sono una persona ansiosa, ma chi potrebbe negare di esserlo?
Sono una persona metodica? Diciamo che volontariamente potrei non esserlo, ma in quel caso non sarei me stesso.
La mia è una vita alla stregua della monotonia, il che potrebbe giustificare i miei scherzi o il mio lavoro.
Mi alzo nel mio piccolo mondo, vivo nel mio piccolo mondo.
Nient'altro.
O forse c'è una logica inconscia in tutto questo...
Penso ci sia un perchè nelle mie azioni. Non tutti potrebbero capirla, nemmeno io. Ma sto cercando di imparare.
C'è solo un'incognita nel mio piccolo universo, e credo che solo io sappia quale sia. O, per meglio dire, potrei saperla. Avrei potuto saperla.
Di certo ora ne sono consapevole, proprio grazie al fatto che ne sono stato consapevole.
Domani potrei dimenticarmela. Dipende dai giorni.
Salgo le scale che portano al mio appartamento.
Noto la mia vicina di casa, una logorroica vecchietta, credo sulla settantina, che sta cercando di portare dei pacchi in casa.
Di certo non le offrirò il mio aiuto. Quelli sono problemi suoi. Ma non voglio essere un cattivo vicino, quindi prendo il cellulare dalla tasca destra dei miei pantaloni e fingo di rispondere ad un messaggio. Almeno avrei avuto una scusa.
Ed è proprio questa tendenza al cinismo che mi ha portato a dubitare dell'unica cosa di cui tutti siamo sicuri. O perlomeno non sentiamo il bisogno di scoprire se abbia un senso oppure no. Proprio perchè se solo ci pensassimo, capiremmo che un senso non ce l'ha.
Ogni cosa che funziona non ha bisogno di essere aggiustata.
E nel mezzo dei miei pensieri, buttando ancora una volto l'occhio all'ora, che segnava le 11 e 33, una mano fredda si pone con delicatezza sulla mia spalla. La destra. Una leggerezza quasi impercettibile.
So benissimo di cosa si tratta, e non ne sono sorpreso. Anzi, mi sarei stupito del contrario.
Ma ho preso la mia decisione. Non voglio faticare. Di certo non l'aiuterò.
Faccio finta di non averla vista né sentita e mi dirigo verso l'ascensore, sperando che non sia occupato.
Sono le 11 e 35. Ora sta parlando con me. L'anziana signora con cui non avrei voluto avere nulla a che fare questa mattina è in piedi, davanti a me, e mi sta parlando.
Che cosa è successo?! Cosa sta succedendo? Credevo di averla evitata.
La mia stupida percezione errata del tempo!?
No, non c'entra. O meglio, c'entra solo in parte.
Come posso non ricordarmi di una cosa successa poco meno di un minuta fa? Di un'azione che io stesso ho compiuto! Non un fatto strettamente temporale, ma che è successo in un luogo preciso! Che è accaduto nello spazio!
E' tutto sbagliato!
Forse ho avuto una sorta di amnesia... Ma non avrebbe alcun senso, questo non è il mio caso!
Non è ora di farsi prendere dal panico, anche se non mi è mai successo di saltare completamente degli eventi, o delle azioni. Almeno da quello che mi posso ricordare.
La vecchietta continua a parlare come se pensasse che io la stia davvero ascoltando. Credo mi abbia chiesto di aiutarla. Dannazione, ora non posso proprio evitarlo.
-Giovanotto, giovanotto! - Ripete l'anziana signora cercando di richiamare la mia attenzione, nonostante non sappia quanti anni veramente io abbia vissuto.
- Allora puoi prendere quei sacchetti laggiù vicino al portone e portarli in casa, sul tavolo! -
Neanche un grazie. La accontento, anche se non avrei voluto farlo.
Mi avvicino ai pacchi, li sollevo con molta più forza di quanto sia necessaria. Un altro inutile spreco di energia, ma perlomeno non di tempo. Non erano pesanti, anche se pieni di oggetti. Perlopiù cose da mangiare. Ora capisco cosa volevo dirmi. C'era anche il latte. Magari glielo posso prendere quando tutto sarà finito.
Prendo tutti e tre i sacchetti insieme e dopo un viaggio di qualche decina di metri arrivo alla meta. Poggio tutto sul tavolo e aspetto che la vecchia ritorni. Magari mi offre qualcosa da mangiare, visto che le sono stato così utile. Sarebbe bello. Sarebbe il minimo.
Intanto guardo l'ora, sono le 11.40. Bene, sembra che il mio orologio interiore non faccia più scherzi. Di solito succede solo una volta al giorno. Per oggi è finita.
La vecchietta è rientrata in casa senza fare alcun rumore. Come uno spettro. Menomale, tempismo perfetto.
- Grazie, giovanotto, ti chiamerò ancora se avrò qualche altro peso da portare! - Purtroppo non ne avrà occasione.
- Vorresti qualcosa da bere? - Mi ha chiesto.
- Potrei solamente prendere un po' di latte, dopo? -
La signora mi guarda con aria interrogativa: - In che senso "dopo"? -
Poveretta, non ne è ancora consapevole. E non dovrà mai esserlo.
- Ha un coltello in casa? O qualcosa che possa uccidere una persona? -
Ad essere onesti odio la faccia delle persone che si rendono conto del proprio destino in circostanze innaturali come questa.
Attira la mia attenzione il luccichio di un coltello spesso, affilato, di quelli che si usano per tagliare la carne, o almeno così credo, non sono mai stato un bravo cuoco. E' appoggiato vicino ad una tavola di legno sul ripiano in marmo della cucina.
Distacco lo sguardo dall'anziana signora che probabilmente non ha ancora capito le mie intenzioni. Strano. Meglio, tutto ciò renderà il mio lavoro più semplice.
- Non si preoccupi, faccio da solo- Le dico quasi sarcasticamente.
Prendo l'arma, la punto disinvolto alla gola della mia vittima.
E' proprio in questo momento che di solito realizzano di essere arrivati ad una fine. Lei, che fino a quel momento era stata così... viva, avrebbe potuto passare altre domeniche come questa, per chissà quanto tempo ancora.
Il caso ha voluto che io l'abbia scoperta oggi.
In fondo è stata tutta colpa sua, non avrebbe dovuto chiedermi aiuto. Anche se in effetti non so come abbia fatto a convincermi.
Se non l'avessi aiutata tutto questo non sarebbe successo. Non avrei dovuto sporcarmi le mani.
I suoi occhi incominciano a lacrimare, non vuole crederci.
- Perchè, perchè io?!- Chiede.
- Non puoi saperlo, è ovvio che tu non possa saperlo- Le rispondo
Non capisce, continua ad agitarsi.
Forse dovrei farla finita subito.
No. Prima ho bisogno di certezze.
- Ora risponda ad alcune domande. - Spero voglia collaborare. - Dunque, cosa ha fatto questa mattina? -
- S-Sono andata a comprare queste cose...- Indicando i sacchetti della spesa
- Nient'altro! - Non mentiva, purtroppo.
- Come ha fatto, oggi i negozi sono chiusi, lo sa? Non ha potuto farlo! - Non avrebbe potuto. - Dove ha preso quella roba?!-
- Al supermercato in centro! - Aveva paura, e faceva bene.
Purtroppo raramente mi sbaglio. In qualsiasi caso l'ultima domanda è la più importante.
Alzo la voce: - Mi risponda, signora- Il coltello che una volta guardava dritto la sua gola, ora era voltato verso il pavimento. - Oggi che giorno è? -
Buio.
Mi risveglio come se fossi rimasto addormentato per giorni. Sono veramente stanco. Ma ricordo.
Uno sguardo veloce all'orologio. Le 11.42. E' successo. Deve essere successo!
Seguo con gli occhi la direzione del mio braccio. Il polso, la mano, il coltello...
Ora ne sono sicuro.
Con una mano reggo il corpo ormai privo di vita di quella che una volta era la mia vicina di casa, con l'altra tengo il coltello sporco di sangue, del quale solo le due estremità sono visibili. Tra di esse c'era il collo della vecchia, o quello che ne rimaneva, grondante di sangue. Devo aver reciso la carotide. Ottimo lavoro.
Ormai non ha più senso tenerlo in piedi, lascio cadere il cadavere per terra. Non ha emesso un suono. Disteso tra il tavolo e la cucina, in un pozzo di sangue, lo guardo. Peccato non sapere il perchè della propria morte. Questa è una vera ingiustizia. Non importa. Non importa più ormai.
Mi destreggio tra le macchie per arrivare al frigorifero. Lo apro, prendo il latte. Mi serve, inoltre gliel' ho anche chiesto, non ho problemi di coscienza.
Esco dalla casa, mi dirigo verso l'ascensore.
No, oggi prenderò le scale. Fa bene muoversi ogni tanto.
Mi tolgo i vestiti, mi faccio una doccia veloce. Rilassante. Mi metto qualcosa di comodo. Scendo in cucina, guardo l'orologio, mezzogiorno e cinque minuti. Direi che è ora di pranzo.
Mi siedo in cucina. Noto di nuovo le pantofole, non si sono mosse, almeno per ora. Sostituisco le scarpe con le ciabatte, una sensazione meravigliosa. Ora sono veramente felice, per quanto abbia un senso esserlo, in ogni caso.
Un'altra occhiata all'ora prima di andare a preparare qualcosa da mettere sotto i denti.
Impossibile.
Non era mai capitato!
Cioè, è capitato spesso, ma mai per un lasso di tempo così lungo!
Sono le 23 e 45.
Non ho fame, è come se avessi già mangiato. Ho già mangiato di certo!
Inoltre ho un gran mal di testa. Meglio andare diretti a dormire.
Non ce la faccio più, sto scoppiando!
Non... non ho mai sofferto così di emicrania.
Noto un messaggio in segreteria ma non mi interessa, lo leggerò domani.
Salgo di corsa le scale.
Ho lasciato le ciabatte di sotto. Non importa!
Vado in bagno, apro il cassetto dei medicinali. Dove diavolo sono le pillole per il mal di testa?!
Non ci sono, non le ho comprate.
Sento che potrei svenire.
Esco e mi dirigo in camera, non prima di aver preso qualche sonnifero.
Mi stendo sul letto, prendo due pastiglie.
Non bastano!
Svuoto la confezione e spero che tutto passi con una buona dormita.
Mi rilasso, il sonnifero incomincia a fare effetto, bene. Sono sotto le coperte, il tepore mi avvolge. Sento che sto per cadere preda del sonno. Bene. Una cosa... buona.
Chiudo gli occhi è sono nel vuoto.


LA MIA PERCEZIONE E' DIVERSA DA QUELLA DI ME STESSO

Dormii bene quella notte.
Senza troppi pensieri per la testa.
Ma ovviamente questo era solamente quello che potevo supporre.
In realtà non sapevo affatto come avessi trascorso le prime ore di quello che credevo essere un nuovo giorno. Diverso. Forse speciale.
Evidentemente non mi sbagliavo, ma non potevo ancora saperlo. Perlomeno con certezza.
Mi rigirai più volte nel letto, cercando di contrastare quella sonnolenza che fino ad allora mi aveva permesso di essere così in pace con me stesso. O semplicemente mi aveva illuso di esserlo, rendendomi incosciente, incapace di contrastarla. Legata in una morsa stretta, piegato al suo volere.
Ma in fondo solo un pazzo potrebbe ribellarsi ad una vita così soddisfacente.
Eppure mi svegliai.
Non so con quale forza, ma lo feci. Ci riuscii.
Scappai da un mondo in cui avevo tutto o, per meglio dire, non avevo bisogno di niente.
Tutto questo per cosa? Aggrapparsi ad un sottile filo, dettato da leggi e regole incomprensibili.
In quella sorta di lotta tra due mondi, dove non esiste un vero vincitore, tesi la mia mano verso quello a cui più sentivo di appartenere, almeno quel giorno.
Mi voltai verso il comodino alla destra del letto, cercando un appiglio. Lo trovai. Alzai lo sguardo, pur rimanendo per gran parte sotto le coperte.
Le 10 e sette minuti. Forse avevo dormito un po' troppo.
"Questa stupida sveglia non funziona più" dissi tra me e me.
Presi una decisione: dovevo alzarmi, altrimenti avrei sprecato altro tempo e di certo non volevo essere egoista.
Dicono che ogni giorno dovrebbe essere utilizzato per qualcosa di produttivo.
E io credevo in questo.
"Se non si utilizza per se stessi, si dovrebbe utilizzare per gli altri" pensavo. Il concetto di spreco non si addice veramente all'uomo.
E in preda a questi pensieri mattutini che così come casualmente saltano in testa, altrettanto casualmente ci abbandonano lasciandoci una sensazione di vuoto, colmata subito da altre idee e nuovi pensieri, mantenni la promessa e mi alzai.
"Dove sono le mie pantofole?" chiesi a chiunque potesse in quel momento ascoltarmi, sperando in una risposta che ovviamente non ottenni.
Le cercai per diversi minuti per tutta la stanza, ma evidentemente non si trovavano lì. Decisi di rinunciarci e non perdere tempo ed energie inutilmente.
"Tanto prima o poi le trovo".
Dirigendomi con passo lento ma deciso verso la porta che era aperta, nonostante solitamente di notte avessi l'abitudine di chiuderla, mi girai di nuovo verso la sveglia. Volevo sapere che giorno fosse. Volevo averne una conferma.
"La colazione prima di tutto". Questo pensiero per certi versi istintivo, ma in qualsiasi caso dettato dall'abitudine e dal mondo che siamo abituati ad osservare, mi colpì come una freccia e fece centro nella mia mente.
Avevo fame. Era naturale.
Scesi le scale con disattenzione, quasi come se non mi importasse della mia incolumità: ero sveglio e ormai la stanchezza dei primi minuti era sparita.
Mi diressi in cucina piuttosto sto frettolosamente.
"Ho bisogno di qualcosa di caldo". Era inverno, faceva freddo. E io ero senza ciabatte.
Attraversai il tavolo vuoto, ma con la tovaglia ancora piene di briciole.
"Probabilmente ieri non avevo voglia di faticare. E mi tocca farlo oggi..."
Mi diressi, non intenzionato a lavorare prima di aver mangiato qualcosa, verso il frigorifero sperando di trovare quello che stavo cercando. Se così non fosse stato, mi sarei preso solamente del freddo per niente.
Aprii la porta, ma prima gettai un occhio all'ora segnata dal telefono: sono le 10 e 30 minuti.
"Che precisione!" pensai.
Non potei non notare però che la spia della segreteria stava lampeggiando.
Avvicinai il dito al tasto play e lo premetti, abbastanza eccitato per l'inconsueto evento. Ma subito riflettei sul fatto che nessuno avrebbe mai avuto la necessità di contattarmi realmente. Pensando a questo persi il mio entusiasmo.
Il telefono cominciò a parlare, mentre io ero intento ad ispezionare fino in fondo il frigorifero aggrappato alla fievole speranza di imbattermi nell'ultimo cartone di latte, che sarebbe stato per l'appunto la mia colazione.
- Il mio nome dovresti saperlo, oggi è.- La registrazione si fermò di colpo.
Non ci feci caso, pensai che non fosse nulla di importante. Non potevo sapere che mi sarei sbagliato così tanto. E anche se avessi voluto, non avrei potuto.
Tuttavia ero in uno stato di felicità non indifferente, poiché non ritornai a mani vuote dalla mia ricerca.
Chiusi la porta di quella miniera di tesori non prestando attenzione alla fragile maniglia, che solo per fortuna non urtai.
Sollevai il latte. Lo misi sotto il lampadario, così che la luce potesse farlo risaltare in tutto il suo splendore.
Nulla è più eccitante che rincorrere il proprio desiderio. Una volta ottenuto lo si venera come se fosse l'unica cosa di cui a questo mondo si ha veramente bisogno per vivere felici. Dopodiché lo si abbandona, dedicandosi all' inseguimento di nuove aspirazioni.
Posai sul tavolo il mio oggetto del desiderio, ora che la mia necessità di possederlo era svanita.
Ma non era lo stesso per la mia fame.
Riempii una delle tante tazze pulite che popolavano la lavastoviglie, la feci riscaldare nel microonde per circa un minuto. Notai che l'orologio segnava le 10 e 35.
"Devo affrettarmi, se mangio dopo le 11 poi non avrò più fame a mezzogiorno, e dicono che saltare i pasti non faccia bene"
Pensando non avrei certamente sbagliato se avessi fatto colazione un'ora dopo. Mi sarei solo dovuto adattare con il resto dei pasti. In fondo è tutta una convenzione che ci porta ad un'abitudine. Abitudine che noi stessi seguiamo e ci imponiamo come regola assoluta. Se non la rispettiamo è probabile che andremo in contro a qualcosa di dannoso. Sarebbe dunque sbagliato. E risulteremmo "diversi" da tutto ciò che eravamo. Tutto per aver cambiato o semplicemente non mantenuto un'abitudine, una sorta di promessa inconscia. Una promessa imposta da qualcuno prima di noi e che noi stessi portiamo avanti. La vita di ognuno è basata su abitudini. E nemmeno ce ne accorgiamo. O non vogliamo esserne consapevoli.
Il suono del forno a microonde mi fece voltare di scatto.
Finalmente il mio stomaco poteva essere appagato. E tutto in perfetto orario.
Portai la tazza che ancora scottava tra le mie mani sul divano, e con estrema precisione la appoggiai sul tavolino davanti ad esso senza far cadere nemmeno una goccia per terra.
"Perfetto! Ora per completare l'opera aggiungo un po' di caffè." pensai, sicuro che sarebbe stato in cucina ad aspettarmi. Non fu così.
Non mi arrabbiai, ma fui piuttosto deluso. Tornai dunque al mio comodo divano, accesi la televisione e mi godei per quanto meglio potei il mio latte, privato purtroppo di quell'aroma macinato che solamente il caffè poteva donargli.
Eppure ne fui entusiasta.
Tanto che decisi di uscire e andare a fare la spesa, cosa che facevo piuttosto raramente. Tanto quel giorno non avrei avuto in qualsiasi caso nient' altro da fare. E così presi la mia seconda decisione della giornata.
Erano le 11.00.
Salii in camera e per un po' rimasi spaesato. Succede spesso di entrare in una stanza e non ricordarne il perchè. E' una cosa normale.
Ma subito mi tornò in mente. O almeno era quello che pensavo, che credevo.
Mi vestii, non troppo elegante, ma nemmeno troppo trasandato.
"Non voglio che la gente per strada pensi male di me"
Presi tutto il necessario frettolosamente, con il fare di colui che sa di avere anche troppo tempo per svolgere una banale commissione, ma a cui non piace perderne.
Non ero di certo un grande atleta in questa specialità, ma camminare è sempre stato un mio hobby, che coltivavo quasi ogni giorno, sfruttando il tempo libero, che purtroppo a causa del mio lavoro, non è molto.
Mi piaceva sentire l'aria che attraversava il mio corpo, il vento aprirsi e farmi strada attraverso le vie cittadine.
Amavo il sole che copriva i miei occhi, quasi come se volesse che io lo seguissi, donandogli la mia più totale fiducia. Ma non detestavo la pioggia.
E in quel tempo trascorso così piacevolmente, io mi perdevo.
Ma quel giorno non era il momento adatto per questo. Avevo un compito da svolgere. Imposto da me stesso.
Non feci molte decine di metri da casa mia prima di rendermene conto.
"Che stupido!" mi fermai. Avevo dimenticato il portafogli a casa.
Non potevo far altro che tornare indietro. Cosa che feci. O almeno ero intenzionato a fare.
Appena mi girai il mondo in cui avevo vissuto fino ad un attimo prima scomparve, sostituendosi con un altro completamente diverso che ad occhi esterni non sarebbe potuto non risultare differente. Eppure era lo stesso.
Non cambiò nulla. A parte il tempo e lo spazio in cui ora mi trovavo. Non si può dire un reale cambiamento.
Apparentemente non lo notai.
Tutto scorreva ordinatamente per me. Non era successo nulla. O almeno così io lo percepivo.
Mi ritrovai nuovamente immerso nei miei sogni. Non posso certo dire quanto rimasi addormentato, ma aprii gli occhi e mi sentivo come se fino ad allora lo fossi stato.
Non ricordavo nulla di quello che era successo poco prima.
Guardai la sveglia: Domenica 21 Gennaio, ore 7 e sette minuti.
Era tutto normale, era proprio il giorno in cui mi sarei dovuto svegliare.
Scesi le scale, feci colazione. Questa volta, avevo le pantofole ai piedi. Le notai sotto al tavolo, cosa di cui prima non mi ero accorto.
Eppure ora, lì e in quel tempo io non potevo sapere queste cose.
E la mia vita trascorreva normale.
I giorni passarono, ripetendosi per qualche decina, centinaia di volte. Senza che io me ne rendesi conto. Senza che io, in quel tempo e in quello spazio, avessi la possibilità di contarle.
A giudicare da come andarono le cose, notai che la mia vita, anzi, la mia Domenica non era poi così monotona.
Tutto risiedeva nella sua semplicità caratterizzata da un continuo susseguirsi di eventi simili, ma differenti per piccoli particolari. Tanto piccoli eppure così importanti.
Accadeva che a volte proprio a causa di uno di questi il giorno non riuscisse a completarsi, come già era successo.
E ritornavo nel mio letto, mi svegliavo, facevo colazione, uscivo per qualsiasi ragione, tornavo a casa e mi mettevo di nuovo a dormire. Per poi ricominciare lo stesso giorno, con lo stesso ritmo e le stesse metodiche azioni.
Oppure il giorno iniziava da un evento specifico della giornata, qualcosa che andava fuori dall'ordinario, per poi attendere una fine, che propriamente potrei definire "inizio".
Ma evidentemente questo io non potevo saperlo.
Oppure ne ero consapevole. No, ne diventavo consapevole col passare del tempo.
Spesso infatti lasciavo dei messaggi in segreteria, come forma di contatto per un futuro (o presente) me stesso.
E se il giorno dopo non capivo cosa volessi dirmi, questo trascorreva senza alcun intralcio, così come quelli seguenti.
Poteva succedere che guidato dall'istinto, se notavo qualcosa che poteva essere irreale in quel momento, non esitassi ad eliminarlo, per poi dimenticarlo una volta andato a letto.
Se mi accorgevo di qualcosa che non potevo capire, e ogni tanto accadeva, me lo segnalavo.
Altrimenti non succedeva nulla fuori dall' ordinario.
Un ciclo infinito si successioni di eventi simili che probabilmente, anzi, sicuramente, ogni essere percorreva in quel lasso variabile di tempo.
Ed è proprio questo che non capivo, e tutt'ora non capisco.
Perchè?
Mentre mi faccio queste domande, ripenso a tutto ciò che ho passato, ciò che ho fatto, e non riesco a capirne la logica. Non ci riesco.
Forse perchè anche la logica stessa è basata su concezioni preimpostate da chissà chi e chissà quando. Le quali non ci permettono di andare oltre ad esse.
In questo caso è dunque impossibile usare la logica per cercare di capire qualcosa di irrazionale come il tempo.
Il tempo.
L' apoteosi delle convenzioni umane.
Inspiegabile attraverso concetti logici.
Perchè se mi fermassi a pensare in cosa consista davvero, capirei che non avrebbe alcun senso parlarne. Eppure esiste. Esiste perchè l'uomo lo ha deciso.
E a chiunque va bene così, nessuno se ne interessa. Ed è comprensibile.
Assorto nei miei pensieri mi ritrovo nella mia camera da letto. Alzato.
La sveglia segna le 11.42, Domenica 21 Gennaio.
Che oggetto inutile.
Davanti a me, in piedi, a distanza di pochi metri, scopro il mio viso, il mio corpo, me stesso.
Non attendevo altro che questo, anche se non so bene il perchè. E penso che sia giunta finalmente la fine.
Guardo quell'uomo con aria attenta, ma compiaciuta, e lui guarda me.
Non so dire quale dei due sia io. In fondo non penso ci siano differenze. E non mi importa.
I miei stessi occhi, i miei stessi capelli. Tutto questo è incredibile.
Vorrei non stupirmi, eppure è più forte di me.
Io, entrambi, sembriamo esterrefatti, senza fiato.
Ed entrambi non sappiamo nulla.
Quelli che potrebbero essere minuti, ore, giorni o addirittura anni... non sembrano più avere un senso pratico, né tantomeno logico.
Guardo la sveglia, entrambi. Le 11.42
Vorrei parlarmi. Ci provo. Ma dalla mia bocca non esce una sola parola. Non saprei spiegarlo. Ora come ora non saprei spiegare proprio nulla. Anche le cose più banali e certe, sembrano sciocchezze. Non ho più appigli.
Tutto intorno a me non esiste più. Non lo capisco.
Io e me stesso. Nemmeno questo posso capire.
Io sono davvero io?
Oppure è tutto un qualcosa di irrazionale, creato solamente dalla mia mente?
La "mia" mente. La soggettività. Potrei mettere in dubbio anche questo.
Soprattutto questo!
Faccio un passo in avanti.
Un altro.
Ora sono a tre.
Non ha senso nemmeno contarli.
Un paradosso temporale? Come fa ad esistere un qualcosa basato su una cosa insistente?
Eppure era proprio su questo che la mia vita era basata.
Proprio non ci riesco. Non posso.
Ed è così che finirà.
Le domande rimarranno domande.
E le risposte, seppur peggiori delle domande stesse, saranno ben accettate.
Quindi perchè?
Vuoto.
Solo vuoto.
Vuoto.
Guardo il telefono. Nessun messaggio in segreteria.
Le 11.25, Gennaio.
Troppo tardi per la colazione, troppo presto per il pranzo.
Dicono che mangiare ad orari fuori pasto non faccia bene per la salute.
Non importa.
Ormai non importa.



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