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lavoro pubblicato domenica 8 marzo 2015
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tragic War

di vennyrouge. Letto 551 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nayef non riusciva a comprendere dove si trovasse. Credeva di avvertire freddo sul corpo, tuttavia non era sicura. I brividi erano all’interno e non sulla superficie. Quanto era certo, è......

Tragic War

*

Nayef non riusciva a comprendere dove si trovasse.

Credeva di avvertire freddo sul corpo, tuttavia non era sicura.

I brividi erano all’interno e non sulla superficie.

Quanto era certo, è che avesse la bocca impastata e la testa le girasse tanto da farle avvertire il voltastomaco ogni volta che apriva gli occhi.

Provò a dischiuderli, fino a quando il vortice parve diminuire intensità.

Fu allora che riuscì a distinguere il letto d’ospedale, le pareti giallastre e il divisorio grigio.

Il disgusto era tornato ad avvilupparla subito dopo e in forma maggiore. Allora aveva pensato di morire.

«Cerca di stare calma!», rimbombò a quel punto una voce maschile che parve arrivare da lontano.

Nayef stentò ad afferrarne il significato.

Era come se fosse venuta al mondo in quegli istanti.

Che cosa le avevano fatto? Dov’erano i ricordi?

Queste domande la agitavano.

La respirazione divenne affannosa e il cuore incominciò a battere forte nel petto.

S’interrogò sul fatto che dovessero esserci altre persone in quella stanza perché avvertiva armeggiare alle spalle.

«Gli dia del midazolam. Due milligrammi!». Disse la voce che ora era forte e vicina.

Nonostante il dolore, le doleva fortemente il collo, volse la testa a scorgere l’infermiera indaffarata con la fleboclisi.

Di nuovo tornavano in mente i medesimi quesiti: «Cosa mi avete fatto?», tentò di domandare. Dalla bocca uscirono suoni incomprensibili.

« Ti sei ammalata e ti abbiamo curato. Riposa, va già meglio!». Disse in tono paterno l’uomo accanto a lei. Pareva avere dimestichezza con i sofferenti.

Nayef fissò lo sguardo sul quel volto pallido. I capelli dell’uomo apparivano bianchi al pari delle ciglia ed era privo di barba e peluria.

Non poteva essere altro che un medico. Non ci voleva molto a comprenderlo e non aggiunse altro, perché avvertì di non potersi fidare. Un brivido percorse la schiena.

Calò il silenzio.

Il brontolio del respiratore la convinse di avere una maschera calata sul volto. Provò fastidio.

Tentò di toglierla e respirare liberamente.

Le mani robuste e cicciute del dottore si disposero sulle sue: «Non farlo, ti è indispensabile!», la avvertì.

Di nuovo il tremore.

Nayef non aveva forze, perciò lasciò che lo specialista ricomponesse l’aggeggio.

Tornò a chiudere le palpebre.

Gli occorreva tempo per ragionare e capire perché si trovasse là e in ultimo che cosa volessero da lei!

Tuttavia non trovò le risposte. La sua testa doveva essere un guscio vuoto. Non c’era molto daffare. Non ricordava. - Niente!

« Adesso è notte. Devi riposare!», terminò lo specialista nel voltarsi e uscire dalla stanza.

I tacchi dei suoi mocassini emisero un suono sinistro e regolare, finché svanirono in lontananza.

Tornò il silenzio, disturbato dal brusio dei macchinari.

Non poteva affermare quale realtà fosse presente oltre la soglia.

Nayef dormì solo a tratti.

Le volte che accaddero, le diedero l’impressione di vivere un incubo.

Sognava sorgenti prive di contenuto; paesaggi arsi e il vento che alzava sabbia. In alcuni momenti le parve di vedere un uomo dalla barba lunga e il capo protetto da un drappo rosso.

Lo aveva rincontrato più avanti nella notte con un copricapo blu.

Si risvegliò bagnata di sudore quando fantasticò su un bambino biondo che piangeva. Il ragazzo era a poca distanza da lei, poteva quasi toccarlo. Non capiva perché il volto le sembrasse tanto familiare. Qualcosa tra loro era avvenuto. Lo avvertiva. Un’ondata d’amore l’aveva spinta a stringerlo tra le braccia; purtroppo lui era scivolato via.

Il vociare aumentò in quel momento e assieme, parve che una vecchia macchina fosse tornata in movimento.

Si accorse di non avere nausee e poter distinguere con chiarezza il mobiletto in formica e il tavolo ai piedi del letto, senza svenire.

Tra poche ore sarebbe venuto il giorno.

Lo stridio ciclico emesso da una delle ruote di un carrello metallico la fece sussultare, impedendo alla lacrima di scivolare dall’occhio.

Il dottore tornò a trovarla in quel momento: «Come si sente? Va meglio?», domandò.

Almeno lui, pareva aver riposato a sufficienza perché il volto appariva fresco e curato. Persino il vestito indossato era quello delle occasioni solenni.

Nayef scosse la testa.

La bocca rimaneva impastata tanto, da muovere la lingua a fatica. Udì dire: « Ti visitiamo e se, come credo, stai bene, andrai via!».

Era sconcertata: la dimettevano?

Pensò che dispensassero ottime cure, giacché poco tempo era stato sufficiente alla ripresa. Rifletté che avessero avuto libero accesso a quelle tecnologie, molta più gente si sarebbe salvata. Considerò pure che sarebbe stato impossibile batterli.

Chissà perché, fino ad ora, non aveva compreso che lei e la sua gente erano destinate a soccombere!

L’infermiera le sollevò e liberò le spalle.

Nayef, cercò un’apertura da dove osservare il cielo. Non ci riuscì.

Attorno al giaciglio e alle mura giallastre prevalevano il metallo e la formica ma alcuna finestra.

Si convinse che non volessero farle scoprire dettagli sul luogo.

Cercò di memorizzare le impressioni.

Non sapeva perché, ma intuiva sarebbe tornato utile e sicuramente i suoi le avrebbero domandato di ricordare il particolare: erano piuttosto esigenti con i rilasciati!

Il motivo lo comprendeva perfettamente: bisognava salvare i compagni!

Anche per questa ragione s’ingegnavano a costruire infinite gallerie sotterranee, dalli quali penetrare nel territorio avversario.

Tornò a registrare il ronzio delle apparecchiature e il brontolio della valvola dell’ossigeno. Tuttavia, nulla di particolarmente fruttuoso da riferire!

La voce tornò a scuoterla: «Respira profondamente e rilascia a bocca aperta!».

Lei eseguì: presto o tardi l’avrebbero lasciata in pace!

«Ancora!». Tornò a tuonare il dottore.

Fu allora che si accorse del ventre scoperto. Il seno, un tempo fertile, pendeva molle sopra di esso.

Nel dormiveglia aveva avuto l’impressione di essere bambina e giocare sulla piazza del paese. Quell’idea d’innocenza, ancora vivida, impregnava l’animo e la rendeva libera.

In quel sogno aveva provato persino il sapore dolce della polvere provocata dall’arrivo della corriera piena di gente e bagagli.

Doveva essere per colpa della saliva che ancora le mancava!

«Erano brutte ernie, sai?», precisò il medico nel prenderle gli avambracci e farle riappoggiare le spalle.

«Ora farai colazione, poi i paramedici ti aiuteranno a lavarti.». Disse, prima di andare una volta di più. Di nuovo lo scalpitio nel corridoio.

Tornò più tardi. Il viso era allegro: «Verranno a prenderti!», affermò guardando l’infermiera dai capelli ramati armeggiare sul corpo tondo con guanti e saponi.

Nayef non sapeva cosa pensare. I carcerieri non erano stati mai garbati.

Ancora una volta cacciò dentro le lacrime.

Aveva sofferto molto, perciò pieno diritto di piangere. Farlo però, sarebbe stato segno di debolezza davanti al rivale.

Ora che era tornata a essere sola si domandò il motivo dell’odio provato. Possenti muri a dividerla dal mondo si palesarono di fronte ai suoi occhi scuri.

L’ultima parte della sua vita l’aveva trascorsa in una cella fredda. Divisa dai simili neppure fosse un’animale ribelle.

Il nemico le aveva inflitto la punizione per qualcosa di accaduto, nondimeno il fatto rimaneva nascosto nei meandri della ragione.

Tornò a batterle forte il cuore.

Sarebbe tornata a casa e assaporata la libertà.

Pure non era possibile sperare. Era lontana dalla meta e tutto poteva ancora accadere.

Tornò a rimuginare; alle incertezze.

Presto la sua gente l’avrebbe accolta con generosità e affetto. Granaglie e datteri non sarebbero mancati, ma la libertà non sarebbe stata reale, perciò servita a niente.

La vita precedente di Nayef era fatta di povertà e diritti negati, tanto quella trascorsa nel carcere.

Trascorse del tempo in dormiveglia.

«Andiamo!» Ordinò uno dei tre militari in mimetica verde che si presentarono alle dieci del mattino.

Dopo averla sistemata sulla sedia a rotelle, l’aveva spinta nel lungo androne pavimentato in linoleum celeste. All’uscita era ad attenderla un’autoambulanza.

Senza eccessivi scossoni il gruppo era partito quasi subito, scortato a vista da due camionette.

Un’ora più tardi la marcia si era fatta lenta e l’arsura era tornata a infastidirla assieme al sapore rancido.

Cercò di ingoiare della saliva, ma era amara.

Richiese dell’acqua.

Le diedero una bottiglietta e un bicchiere.

Passarono minuti, in cui non si udì rumore escluso il vociare di alcune persone lì attorno.

Aveva origliato quando il tono delle conversazioni si era fatto aspro, da lasciarle ritenere che ci fossero problemi.

Poi il portellone era stato aperto e l’aria fresca e profumata di resina le fluiva dentro.

Nayef, era torna ad avvertirsi bambina.

« I tuoi sono fuori, ti facciamo scendere!» Disse il soldato col casco in metallo.

Nayef scrutò quegli occhi azzurri. Il ragazzo doveva essere biondo e suo figlio morto, adesso avrebbe avuto la stessa età. Le sembrò ingiusto: quel giovane era là e il suo non c’era più!

Ebbe un moto di rabbia e gli occhi si velarono.

Il militare se ne accorse e cambiò direzione al proprio sguardo. “Vacci a capire!” pensò.

Nayef era stata catturata con una cintura di tritolo stretta tutt’intorno alla pancia. «Che sciocchi! Credevano che quelli della milizia non se ne sarebbero accorti per via del grasso che possedeva?» A quel punto aveva indurito l’espressione. «Non farti fregare!», si era detto . «Non ha scrupoli!». Quando Nayef aveva urlato e schiacciato il detonatore nel mercato affollato, questo, per un difetto, non si era avviato e un poliziotto l’aveva fermata.

Il soldato cominciò a toglierle le manette.

Nayef scrutò la divisa pulita.

Lui parve non badare.

La guerra durava da tanto di quel tempo, dapprima che nascesse.

Tra poche ore avrebbe fatto rientro alla base e una volta giunta la sera sarebbe uscito con la compagnia e festeggiato. Tutti loro, al termine del turno, avvertivano bisogno di leggerezza ed evasione. Si viveva in questo modo in quelle terre, quasi che ogni giorno potesse essere l’ultimo. Locali e belle ragazze disposte come lui a divertirsi, non mancavano certo. «Altro che vergini ad attenderlo in paradiso! » A lui di questa cosa gli importava?

La maternità era la vera opulenza!

Per questo motivo dovevano costruire nuovi insediamenti e sfruttare maggiormente il terreno. Trovare nuove fonti! Controllare il mare!

Lo Stato lo aveva aiutato a studiare e al termine del servizio lo avrebbe fatto di nuovo, fino a offrirgli un posto di lavoro e integrarlo del tutto. Lui doveva ricambiare con gratitudine e tapparsi il naso se qualcosa non muoveva come ci si poteva augurare.

Si trovava là per ordine del governo, non era certo un pezzente.

Questo fatto lo rendeva fiero.

Il metallo del fucile e la pistola accanto, gli offrivano sicurezza e davano euforia. Fortuna pure che il suo paese le avesse assieme ai soldi, perché altrimenti a tenere a bada quella gente sarebbe stata cosa difficile!

Insomma: si trovava dalla parte vincente della barricata.

Quel giorno era in corso uno scambio: un loro pilota abbattuto in circostanze fortuite contro la donna. «Povera pazza! », stava per pronunciare. Poi si calmò. Non sarebbe servito. « Dai. Forza! », disse nel farla scendere.

La corsa in auto riprese più tardi.

Nayef era sdraiata sulla lettiga e il suono della sirena incalzava a tutto spiano, invitando la gente a liberare la strada e farsi da parte.

Il corpo era sbatacchiato dalle asperità della via.

Tutto ciò non le incuteva timore e sembrava appartenere al mondo al quale era abituata. Quella tonalità l’aveva avvertita tante volte, dopo che i caccia nemici avevano fatto incursione e sganciato il carico di orrore e morte.

Suo figlio era andato via così.

Il razzo era entrato nella casa. La voragine si era aperta e riempita di calcinacci più in basso. Miracolosamente il pavimento sotto i suoi piedi era rimasto intatto. Ahmad, il suo unico figlio, invece, era stato risucchiato dentro.

Tre giorni avevano impiegato per recuperarne il corpo soffocato dalla polvere e dal cemento.

Nayef era vedova, con pochi parenti. Si era votata subito alla causa.

Le era apparso l’unico modo per ottenere giustizia.

Dopo anni tornava alla città natia e la gente era ad aspettarla.

Nell’autolettiga, mani maschili le tastavano il grembo facendole male: «Niente di consistente!» affermò l’uomo rivolgendosi al più anziano. Doveva essere una personalità importante. Il copricapo era azzurro come quello che aveva veduto in sogno. I suoi occhi due fessure profonde. Il viso una maschera di rughe.

«E quei tagli?» Domandò il vecchio preoccupato.

«Nayef riferisce di ernie. Dovremo procurarci degli antibiotici!».

Ci fu silenzio.

«Ci siamo!», affermò nello stesso tempo, il militare in servizio nel bunker in cemento, senza lasciar trasparire apprensione: « Il pacco è a destinazione!», aveva aggiunto dopo qualche istante guardando nel monitor. Ovviamente non era il solo presente. Adesso che era libero e attendeva istruzioni, udì parte di una conversazione: «Abbiamo estratto il grasso e miscelato con un tipo speciale di nitroglicerina e bloccanti, quindi reintrodotto con cannule attraverso le incisioni all’inguine. Ce n’è da far saltare un quartiere!».

«Ottimo!», affermò l’uomo in divisa e in ascolto. Aveva circa sessant’anni d’età, aspetto magro e piglio deciso: «Vediamo se comprendono che possiamo farlo anche noi e la smettono di provare a farci saltare in aria!». Quel tale poteva contare su ampie deleghe da parte del potere ed era anche spregiudicato. Fosse dipeso tutto da lui, avrebbero usato anche mezzi più cattivi per fermare quella piaga. Quanto, era il primo esperimento del genere. Rabbrividì per un momento.

Al luogo del raduno, intanto, la vamp era stata spenta e l’automezzo fermato.

Nayef era scesa a fatica dall’abitacolo.

Il sole era a picco e piccole nubi candide s’intravvedevano lontane.

Nayef inspirò profondamente l’aria profumata.

Era nervosa. La folla si accalcava nella piazzola sterrata e le veniva incontro. In prima fila riconobbe il figlio nel gesto di piangere, in passato però, lo aveva incontrato sempre sorridente. Comprese che qualcosa non andava, perciò fece il gesto di allontanarli: «Tornate a casa!», urlò.

Nessuno si preoccupò, perché Nayef doveva avere sofferto molto ed essere delusa e umiliata dalla prigionia. Poteva perfino, aver perso la ragione!

Nayef strinse le braccia sull’addome, quasi a voler trattenere le grosse sacche di adipe che si liquefacevano, valutando la possibilità di una cinica vendetta da parte del nemico.

Tentò di scappare, ma le gambe pesavano come macigni, riempite dal liquido percolato dal ventre.

Si gettò in terra pensando di ridurre gli effetti.

Una folata la accarezzò, calando le vesti indosso e restituendo moralità a quel corpo informe rotolato nella polvere senza le scarpe.

L’esplosione avvenne in quel momento e l’onda d’urto fu avvertita da differenti sismografi nel mondo.

Quel giorno il sole svettava anche sul tempio della cristianità.

Un gruppo di rondini compiva in alto magiche piroette.

Suor Nayef si era risvegliata al loro passaggio col collo indolenzito per avere preso sonno sulla panchina in cui si era seduta a riposare nella mezzora precedente.

Ammirò lo stormo in cielo e poi i gentili fiotti d’acqua limpida che fluivano dalla fontana a poca distanza da lei.

Volti di putti e angeli disposti in semicerchio le erano attorno nel giardino curato da mani esperte e affette dal desiderio di perfezione.

Nayef in quel luogo si avvertiva serena.

Nata a Gerusalemme nella fede cristiana, aveva pronunciato i voti da giovane e trasferita a Roma a svolgere la propria attività nell’ospedale della confraternita.

Per tanto tempo si era alzata di mattino presto e vissuto con dedizione e semplicità la propria fede. In fine era andata in pensione.

Ultimamente però, era preda di strani sogni ambientati nel mondo reale ma del tutto di fantasia.

Scene di dolore e combattimento si combinavano tra loro.

Dopo tanta miseria passata in gioventù, si domandava il perché quel luogo sacro non potesse appartenere ai soli cristiani.

Si era alzata inalando il refolo resinoso giunto da lontano.

«Chissà», mormorò nel riprendere a passeggiare: «Chi sarà alla fine, vincitore?».

Osservò la cupola di San Pietro poggiata su alto tamburo costruito sotto la direzione di Michelangelo e la croce stagliata di essa.

Del tutto indifferente, il traffico si svolgeva attorno con schiamazzi e colpi di clacson.

© Veniero Rossi



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