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lavoro pubblicato domenica 22 febbraio 2015
ultima lettura domenica 21 giugno 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il profeta: Capitolo II

di Mestessa. Letto 577 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Il mattino seguente fu la pioggia a svegliarmi. Il battito costante delle gocce sul tessuto della tenda aveva qualcosa di rassicurante, soprattutto do...

Il mattino seguente fu la pioggia a svegliarmi. Il battito costante delle gocce sul tessuto della tenda aveva qualcosa di rassicurante, soprattutto dopo una notte tanto agitata. Il terreno acciottolato e il freddo pungente avevano allegramente collaborato con incubi confusi nel tentativo di privarmi di un sonno tranquillo. Degli incubi, in verità, non avevo memoria (sin dall'infanzia il mio mondo notturno é sempre stato forzatamente distinto da quello diurno); conservavo, tuttavia, un'imprecisata sensazione di disagio, che lasciava supporre sogni tutt'altro che piacevoli. Alzarsi in piedi richiese dunque uno sforzo notevole, ma mi feci coraggio pensando che se la mia nottata aveva lasciato a desiderare, quella di Leonardo doveva essere stata molto spensierata, visto che il suo respiro profondo e regolare si disperdeva ancora in nuvolette. La nonna, invece, si era già svegliata, e sedeva a gambe incrociate in un angolo. Era vigile e attenta: forse si poteva sperare in una giornata meno delirante di ieri.
"Buongiorno nonna" dissi.
"Buongiorno" rispose lei, con una voce lucida e pacata che mi fece tirare un sospiro di sollievo. "È davvero un buon giorno" continuò, annuendo soddisfatta "piove".
Ebbi un istante di sconcerto. A Pavia la pioggia non è mai un buon segno: il Fiume strabocca con troppa facilità. Ma una cosa era certa: se pioveva, la temperatura doveva essersi alzata. Un largo sorriso si fece strada lentamente sul mio volto.
"Leonardo, piccolo, sveglia!" esclamai, senza badare al volume della voce. Il bambino ebbe un sobbalzo e si mise subito seduto, stropicciandosi gli occhi. Gli andai incontro: "Oggi si cammina!"
Leonardo sembrava ancora perplesso, ma non c'era tempo da perdere. Da giorni, ormai, avanzavamo con lentezza disarmante: eravamo costretti a fermarci di continuo, per risparmiare energia e riuscire a scaldarsi. C'era molto da recuperare, sulla tabella di marcia!
Un'abbondante colazione (poteva essere l'ultimo pasto della giornata), vestiti spolverati alla meglio, un po' di legna asciutta nello zaino, ed eccoci tutti fuori, pronti a partire! Il mio entusiasmo, pareva, in qualche modo, aver contagiato mio figlio che, mentre io e la nonna ripiegavamo la tenda (uno dei tanti gioielli salvavita scoperti in soffitta), saltellava in giro cercando di bere gocce di pioggia e saltando nelle pozzanghere. Avrei dovuto dirgli di smetterla. Si stava sporcando i vestiti ed erano gli unici che avevamo. "Lascialo divertire, ogni tanto: ne ha bisogno" pensai scuotendo le spalle.
Gli tesi una mano: "Andiamo?" proposi, con la voce impregnata di un'allegria stranamente sincera. Leonardo sorrise raggiante. Ci incamminammo senza fretta, e, dopo qualche passo, io e mio figlio iniziammo a cantare. Conoscevamo una sola canzone, un altro stralcio di passato emerso dalle pagine di un libro. Il significato delle parole non era chiarissimo, ma sembrava creata apposta per camminare...
"Fischia il vento, infuria la bufera,
Scarpe rotte eppur bisogna andar..."
Le nostre voci si dispersero per la brughiera e i campi abbandonati.




Diverse ore e una decina di chilometri più tardi, Leonardo sonnecchiava sulle mie spalle doloranti. Aveva coraggiosamente retto sino a mezzogiorno, dopodiché era semplicemente scoppiato a piangere. Non erano state quelle lacrime a convincermi, ma la tenacia che aveva dimostrato nel voler a tutti i costi tenere il passo della nonna, la quale, incredibilmente, era ancora piuttosto svelta. Camminavamo a piedi nudi, per risparmiare le suole che potevano risultare necessarie nei giorni più freddi: sentivo ogni goccia sulla pelle, ogni ciottolo sotto le dita. Eppure, una simile giornata non poteva che ridimensionare ogni sensazione negativa: lasciava perfino presagire la fine dell'inverno, benché mancasse ancora molto alla fine di febbraio. Il termometro si era rotto durante la fuga, ma non potevano esserci meno di sette o otto gradi. Il vento, che fino a un'ora prima fischiava proprio come quello della canzone, si era ormai placato e la pioggia cadeva ormai quasi con indolenza, formando grosse pozzanghere illuminate da un pallido sole. Fu in uno di quei minuscoli laghetti che mi capitò di specchiarmi per la prima volta da settimane. Un mostro. I capelli neri formavano una nuvola crespa attorno a un volto troppo magro; due occhi scuri mi fissavano con sospettosa insistenza. Evidentemente il clima umido non giovava al mio aspetto. Ero dunque così la prima volta che incontrai il padre di Leonardo? Probabile. Il Piccolo Fiume, quel giorno, si era particolarmente ingrossato: era arrivato a invadere le prime case del borgo. In quei giorni le sue acque portano sulle sponde un po' di tutto, e da qualsiasi oggetto si può trarre profitto. Ragion per cui la sera del 18 marzo, una settimana dopo il mio quindicesimo compleanno, vagabondavo nei pressi del Vecchio Ponte. I raggi obliqui del sole lasciavano un riverbero dorato sulle turbolente correnti del fiume, le foglie degli alberi sgocciolavano placidamente. E lui era lì. Stridente elemento di frenesia in quel quadro tranquillo, si aggrappava alla riva con tutte le sue forze, cercando di sfuggire ai flutti che lo trascinavano a valle. Ma il fango franava, il fiume era forte, le dita già perdevano la presa, e...la mia mano afferrò la sua. In seguito, non seppi spiegarmi quale processo mentale mi avesse spinto a farlo, eppure so con certezza di non aver esitato. Come in un sogno, spinta da una forza superiore, lo avevo fatto adagiare contro il tronco di un albero, e avevo atteso finché il suo respiro non era tornato normale. Il terrore che aveva dipinto in faccia lo rendeva mille volte più vulnerabile, tanto da annullare l'effetto di quell'austera divisa nera da Sorvegliante. I Sorveglianti sono Dirigenti che dedicano la loro vita a controllare il lavoro dei Periferici; negli ultimi quarant'anni questa carica è stata tramandata di padre in figlio. E di padre in figli si tramandano anche la crudeltà che li caratterizza. Se ai Periferici fosse concesso di odiare, le rivolte diventerebbero incontenibili: il numero dei Dirigenti diminuisce ad ogni generazione, mentre noi ci moltiplichiamo come conigli. Ma chi non sa amare non può nemmeno odiare, e resta intrappolato in un limbo di indifferenze. Eppure a volte capita che il mondo non funzioni esattamente come stabilito. Io credo di aver amato Tommaso (il solo fatto che avesse un nome lo rendeva praticamente immortale ai miei occhi) sin dal primo momento. Non so se lui, per me, abbia mai provato qualcosa di più del semplice desiderio di evasione dalla rigida società in cui era cresciuto. Sapevo bene che aveva altre donne (le vedevo uscire dalla sua camera ogni volta che andavo da lui), così come ero certa che la nostra relazione non poteva e non doveva essere trasferita su un piano sentimentale, ma niente di tutto questo mi ha mai minimamente infastidita.
Il mio amore per lui era qualcosa di estremamente vicino alla devozione: era devota quella creatura straordinaria che aveva accesso a quell'universo lontano fatto di sfarzi e lussi; gli ero fedele, ma non avrei mai preteso che lui facesse lo stesso. A tutti questi sentimenti estremi si mescolava un'infinita gratitudine per aver condiviso con me, forse spinto da una certa curiosità scientifica, la capacità di interpretare quei piccoli segni d'inchiostro che, nella mente di esseri superiori, dovevano corrispondere a parole. Sempre grazie a lui venivo punita molto meno spesso, e il mio salario era improvvisamente aumentato: non che si desse pena per me, niente affatto! Queste erano le sue briciole, la sua carità: ed io non avrei mai preteso altro. Ma il giorno in cui Leonardo aveva fatto capolino nella mia vita, il mondo aveva perso la sua maschera.
"Una barca..."
La nonna, con la sua voce tremula, mi riportò al presente. Volsi lo sguardo al Piccolo Fiume. Negli ultimi raggi della sera, un'imbarcazione vuota avanzava, trasportata dalla corrente.
NdA. se il capitol vi è piaciuto lasciate un commento! (Spero che la canzone non sia troppo assurda, infilata così nel mezzo)


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