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lavoro pubblicato domenica 22 febbraio 2015
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Freak's Eyes - [ Capitolo 1 - Denis ]

di mercuria11. Letto 393 volte. Dallo scaffale Fantasia

«Denis!» Il diretto interessato sobbalzò e si tirò a sedere di scatto, sbattendo ripetutamente le palpebre. ...

«Denis

Il diretto interessato sobbalzò e si tirò a sedere di scatto, sbattendo ripetutamente le palpebre.

Non appena ebbe recuperato un minimo delle consuete facoltà mentali, immaginò di non dover offrire un’eccellente immagine di sé, a chiunque avesse appena fatto irruzione nella sua tenda: i boccoli castani gli ricadevano disordinatamente sulla fronte e indossava ancora gli abiti di scena dello spettacolo della sera precedente, ormai irrimediabilmente spiegazzati. Si sfregò gli occhi, tentando di mettere a fuoco la figura del nuovo arrivato: una sagoma incredibilmente imponente occupava il suo intero campo visivo, precludendogli la vista dell’ingresso dietro le sue spalle poderose. Heinrich.

«Che cosa…?» fu la frase più articolata che le sue labbra furono in grado di formulare, la voce ancora arrochita dal sonno.

«E’ scappata! E’ scappato… Insomma, hai capito!»

Heinrich sembrava davvero fuori di sé, nonostante già in condizioni normali fosse di temperamento tutt’altro che pacato. E il fatto che fosse incapace di spiegarsi in modo anche soltanto vagamente comprensibile ne era la prova. Denis lo guardò senza capire, il capo appena inclinato sulla spalla destra.

«Heinrich.» Lo chiamò, modulando la voce affinché assumesse la morbidezza del velluto: sapeva dimostrarsi alquanto convincente, quando la situazione lo richiedeva. Puntò le iridi scure in quelle glaciali dell’interlocutore. «Chi è scomparso?»

L’altro inspirò prima di replicare: un sibilo irregolare, spezzato, mentre tentava di radunare le idee in modo da esporle quanto più coerentemente possibile, sebbene Denis nutrisse forti dubbi riguardo l’esito di quello sforzo. Restò comunque ad attendere pazientemente una risposta, l’espressione del volto che si augurava non lasciasse trapelare nulla dell’agitazione che gli ribolliva in petto: ardeva dal desiderio di conoscere il motivo per cui l’amico fosse sconvolto a tal punto. Inoltre, detestava la mera consapevolezza di non sapere: gli suscitava un involontario quanto irrazionale senso di ansia, quasi qualcosa di totalmente inaspettato dovesse capitargli fra capo e collo, cogliendolo del tutto alla sprovvista e incapace di reagire.

Le labbra sottili del tedesco accennarono finalmente a schiudersi; Denis si protese involontariamente verso di lui, quasi assecondando la spinta della curiosità che diveniva sempre più prepotente, i grandi occhi che esploravano impazienti il viso pallido dell’altro.

«Andy.»

Il silenzio che seguì quell’unica, apparentemente innocua parola gravò per una manciata di secondi sull’interno della tenda al pari di una cappa di piombo. Denis percepì il respiro mozzarsi in gola per un istante. Scosse lentamente il capo, la fronte corrugata in un’espressione che non lasciava dubbi riguardo la confusione che regnava nella sua mente; un unico, elementare interrogativo si era imposto su tutti gli altri, soppiantandoli con la schiacciante ovvietà di cui era pregno: perché?

«Impossibile. Non ne avrebbe avuto motivo, no?» E credeva fermamente nelle parole appena uscite dalla sua bocca, Denis.

«Era ciò che pensavo. Che pensavamo tutti.»
A Denis fu sufficiente un'occhiata fugace al volto dell'amico per scorgere una profonda afflizione in fondo alle iridi di ghiaccio; afflizione e un'ancor più accentuata, terribile delusione. Era in quei rari attimi in cui le sue emozioni si manifestavano liberamente che dimostrava la sua età: diciassette anni appena, benché la stazza mastodontica e i duri lineamenti del viso gli conferissero un aspetto incredibilmente più adulto.
«Non importa, probabilmente si tratta di una misura temporanea e tornerà indietro a breve.» Denis si sforzò di sfoderare almeno l'ombra di un sorrisetto forzato. «Andiamo dagli altri, dai. Potremmo ricavarne qualche informazione in più.»
L'altro annuì, palesemente poco convinto; ma non obiettò, limitandosi ad attendere l'amico sulla soglia dell'alloggio.
Denis si guardò intorno per un attimo, alla ricerca di indumenti puliti; infine, tuttavia, optò per non perdere ulteriore tempo: si lisciò frettolosamente le grinze del morbido tessuto scarlatto della tuta integrale che costituiva il suo costume di scena, si ravviò qualche boccolo ribelle e si affrettò verso l'esterno, seguito a ruota da Heinrich.
Il vento gelido del mattino gli frustò impietoso il volto. Un brivido gli risalì lungo la spina dorsale, e fu costretto a stringersi il busto con le braccia per arginare il tremore che aveva iniziato a scuotergli le membra. I primi, verdi fili d'erba scricchiolarono sotto i passi suoi e quelli, decisamente più pesanti, di Heinrich.
Individuarono il resto dei membri della compagnia sotto il padiglione destinato al consumo dei pasti.
«Nessuno avrebbe potuto prevederlo» stava dicendo
Viktoriya in un italiano infarcito del suo aspro accento russo. «E’ semplicemente… semplicemente…» gesticolò freneticamente, alla ricerca della parola giusta.

«Andata?» suggerì Denis, materializzatosi in quel preciso istante alle sue spalle.

La donna si voltò a guardarlo, dapprima aggrottando le sopracciglia per lo stupore, quindi mollandogli una pacca amichevole sulla schiena. «Andata.»

Denis strabuzzò gli occhi per il colpo subito: Viktoriya era l’essere umano più gigantesco sul quale avesse mai posato lo sguardo. Al confronto, Heinrich era un moccioso pelle e ossa: ad occhio e croce, si sarebbe detto che lo superasse di circa un paio di teste e, in quanto a forza fisica, aveva ben poco da invidiargli, nonostante egli fosse lo strong man del gruppo.

Era sempre corso buon sangue fra quei due, da quanto Denis rammentava: li univa un legame composto di taciti segnali, scambi di occhiate: ciò che pensava l’uno giungeva alla mente dell’altra in meno di una frazione di secondo e viceversa; e ciò aveva in molti casi consentito di prevedere ed evitare i rispettivi – e straordinariamente frequenti – gesti avventati.

Si trattava di un rapporto nel quale Denis non riusciva a fare a meno di considerarsi di troppo, una nota dissonante nell’armonia che muoveva le corde di quell’amicizia indissolubile; era per questo motivo che spesso tendeva ad allontanarsi, non appena si trovava in presenza di entrambi i compagni. Talvolta, la curiosità di sapere se i due avessero mai notato quell’atteggiamento da parte sua lo soffocava; eppure, non vi riponeva troppe speranze: né Heinrich né Viktoriya disponevano di quell’attenzione verso i comportamenti altrui che invece abbondava in Denis. Lui amava cogliere i dettagli che il mero conversare con un qualsiasi interlocutore poteva offrirgli: lo reputava interessante, costruttivo, quasi. E magari, chissà, qualche volta questo suo ingenuo divertimento avrebbe potuto risultargli utile.

«Già. Andata.» Quell’unica parola fu in grado di far ridiscendere un’ombra, prima lievemente attenuatasi, sui lineamenti marcati del tedesco. Ombra alla quale seguì pressoché logicamente una delle occhiate dell’amica, recanti qualche migliaio di messaggi che Denis non avrebbe mai potuto comprendere.

Ciò gli suscitò un vago imbarazzo, quindi voltò il capo, concentrandosi sul resto della compagnia poco più distante dal punto in cui lui si trovava: individuò Anne, la ragazza cammello, parlottare con fare concitato con Chun-Yan, la giovane dall’esile corpo pennuto. In un angolo, leggermente discosti dagli altri presenti, Edward ed Evan Griffiths, i gemelli siamesi direttori dello spettacolo, battibeccavano: non che fosse una novità. Immaginò che non dovesse essere semplice essere obbligati a condividere un unico corpo dal torace in giù; probabilmente, al loro posto, sarebbe impazzito.

Accanto ai fratelli, accomodata su una sedia appositamente rinforzata, Cornelia, la fat lady, tentava di placare gli animi, i lucidi capelli corvini legati in una coda che fendevano l’aria ad ogni movimento del capo.

Sorrise: pareva che quella donna fosse stata tacitamente e concordemente eletta a madre del gruppo. E, come attratto dal sentore di pace che spirava da quell’enorme figura, vi si avvicinò. «Salve, gente.»

Dimentica per un attimo della discussione in atto, Cornelia si volse verso il nuovo arrivato e gli rivolse in un sorriso materno; dopodiché si protese in avanti, le grasse dita che si muovevano svelte fra i disordinati boccoli castani, cercando, per quanto le fosse possibile, di domarli. La fronte aggottata e le labbra serrate per la concentrazione, ce la stava evidentemente mettendo tutta per restituire ai ricci ribelli del ragazzo una vaga parvenza di ordine; e, nonostante la palese inutilità di quel gesto, la caparbietà della donna non aveva mai accennato a scemare in tutti quegli anni di tentativi andati a vuoto.

«Buon Dio, Denis…» Quella frase, mormorata a mezza bocca, seguita a ruota dal sorriso di lui, costituiva ormai un rito di cui i due erano i taciti officianti.

Eppure, quel mattino, la curva sulle labbra rosee del ragazzo era incerta, e non tardò a morire.

Quel mattino era diverso.

Si sottrasse delicatamente alle mani di Cornelia, scostò dal tavolo una sedia rimasta libera e si accomodò sul bordo, la schiena curva, le mani penzolanti fra le ginocchia allargate. «Bel modo di iniziare una giornata, non c’è che dire» sospirò, lo sguardo incollato al terriccio smosso dalle gambe della sedia ai suoi piedi.

La bocca della donna si socchiuse, ma qualunque parola fosse in procinto di uscirne fu strozzata da una voce bassa e raschiante accompagnata da un lieve rumore di passi alle loro spalle. «Meraviglioso, direi. Dunque, mi sfugge il motivo per il quale ci troviamo ancora qui, a chiacchierare come la perfetta imitazione di un gruppetto di comari.»

Denis sollevò lo sguardo sul corpo filiforme di Nick, mollemente appoggiato contro lo schienale della sedia di Cornelia, le braccia incrociate sul petto. «Non hai tutti i torti.»

Le iridi simili a pozzi di tenebra dell’altro lo trafissero, sebbene fosse incapace di leggervi alcunché: era ciò che donava a Nick quell’aria vagamente inquietante che lo contraddistingueva. Quello, e il fatto che la sua intera fisionomia rammentasse quella di uno dei suoi serpenti: il pallido volto scavato in cui i piccoli ed infossati occhi neri spiccavano come frammenti d’onice, il cranio e l’arcata sopraccigliare completamente glabri, gli arti innaturalmente lunghi rispetto al resto del fisico magro e slanciato.

«E non è tutto» aggiunse poi, il tono privo di qualunque emozione, guadagnandosi in un istante l’attenzione di tutti i presenti.

Edward, strappato alla discussione con il fratello, poggiò il mento sulla mano destra, improvvisamente interessato. «Va’ pure avanti, Nick. Siamo desiderosi di apprendere di più al riguardo.»

Era ammirevole, si ritrovò a riflettere Denis: in simili frangenti, chiunque si sarebbe ritenuto più che giustificato ad accantonare ogni contegno, o a serbarne il minimo indispensabile, ma non Edward Griffiths: era certo che il gentiluomo originario di uno dei remoti Stati americani del Sud – gli pareva di rammentare che provenisse dalla Louisiana, ma non sarebbe stato pronto a scommetterci – avrebbe preferito sgozzarsi che tradire la propria educazione.

Per contro, Nick non appariva impressionato; ma, del resto, esercitava pur sempre un magistrale controllo sulle proprie emozioni. Raddrizzò appena la schiena con un movimento fluido, lasciando scorrere uno sguardo indecifrabile sull’uditorio innanzi a sé. Pendevano palesemente dalle sue labbra.

Di nuovo, una curiosità bruciante aveva acceso Denis: poteva percepirla galoppargli in petto, ribollirvi come lava incandescente che, se solo fosse trascorso un istante di più, l’avrebbe corroso, divorato dall’interno; si limitava a fissare il compagno in religioso silenzio nella speranza di vedergli socchiudere la bocca, l’attesa insopportabilmente dilatata dal desiderio di sapere. E, finalmente, Nick si accinse a parlare.

«Curioso come, a quanto pare, io sia l’unico a tentare di informarmi su cosa succede là fuori.» Un sorrisetto pesantemente intriso di caustico sarcasmo, a tratti crudele, gli increspò le labbra sottili. «Ad ogni modo, sono venuto a conoscenza del ritrovamento di un cadavere, qui nei dintorni.» Di nuovo, i neri occhi vuoti vagarono sul resto del gruppo. Nessuno parlò: era un chiaro sprone a proseguire, o almeno Denis sperò che Nick lo intuisse. Non lo deluse: si prese il tempo sufficiente per schiarirsi la gola, poi continuò, la voce bassa che obbligava gli astanti al silenzio più assoluto. «E com’era ridotto, oh sì, non lo immaginereste neppure.»

Si sarebbe detto che quell’ultima frase contenesse una malcelata nota di malsano divertimento, eppure Denis sorvolò: come tutti gli altri, conosceva bene Nick e i suoi atteggiamenti. Con il tempo, vi si erano pressoché abituati, e ormai essi non destavano più alcuna reazione, se non qualche sporadica, lieve espressione di rimprovero da parte dei più caparbi. Denis non rientrava fra questi: non gli dispiaceva il sarcasmo caustico del compagno, né si sentiva autorizzato a giudicarlo: non era affatto esente da quel particolare genere di umorismo, e talvolta la crudeltà di qualche sua affermazione superava quella dell’altro.

«Spiegaci, allora.»

La voce imperiosa di Jacques, il nano francese dalla zazzera rossa, lo strappò bruscamente alle sue riflessioni; non lo aveva neppure notato, quando aveva raggiunto il padiglione. La richiesta – che tuttavia rassomigliava più ad un ordine – aveva però ravvivato le fiamme della sua curiosità, dunque si predispose nuovamente all’ascolto, i grandi occhi castani fissi sulla sagoma smilza di Nick.

«Coloro che l’hanno visto sostengono che fosse a dir poco irriconoscibile. Stanno ancora tentando d’identificarlo, sapete. Immagino non sia semplice quando tutto ciò che si presenta allo sguardo è una polpa rossastra spaccata a metà, con le cervella sparse ovunque» stava aggiungendo il giovane, il tono particolarmente disinvolto. «Se non altro, era ancora attaccata al corpo. Certo che aprire un cranio come un cocomero deve richiedere una forza non indifferente…»

A quest’ultima considerazione, Cornelia lo fulminò con lo sguardo: Chun-Yan le si era rannicchiata fra le braccia, gli occhi scuri dall’elegante taglio allungato sgranati per l’orrore, enormi sul piccolo ovale olivastro del viso. Così raggomitolata, le candide penne arruffate, ricordava davvero un fragile uccellino impaurito.

«Può bastare. Grazie, Nick.» Edward Griffiths lo congedò con un regale gesto della mano e un tono più fermo del solito; Evan si limitò a mugugnare un assenso e a seguire con sguardo torvo l’uomo mentre scivolava aggraziato su una delle poche sedie ancora disponibili, distendendo le lunghe gambe davanti a sé.

A Denis non sfuggì l’occhiata di malcelato disgusto che gli scoccò Heinrich, poco prima di raggiungere la giovane cinese nel tentativo di tranquillizzarla. Sospirò, tornando a fissare il terreno sotto i suoi piedi: non era un segreto il fatto che fra quei due non corresse buon sangue. I loro rapporti si innestavano sul tacito accordo di non creare screzi all’interno della compagnia; e per tale motivo le loro conversazioni si limitavano alla distaccata cortesia dei convenevoli. Era incerto se considerarlo come un qualcosa di positivo o meno: nonostante l’impegno profuso da entrambi nel trattenersi dal tentare di squartarsi a vicenda, l’atmosfera che calava sul gruppo ogni qualvolta quei due si trovassero a meno di dieci metri di distanza l’uno dall’altro restava pesante e tesa. E, in quei casi, non mancava di essere grato della mera presenza di Viktoriya e dell’empatia fra lei e lo strong man; per lui sarebbe stato impossibile dimostrarsi granché utile se il suo colossale amico avesse smarrito la ragione.

Gli dedicò un’occhiata di sottecchi, tanto per assicurarsi che tale inquietante prospettiva fosse ancora lungi dal concretizzarsi: in effetti, il tedesco non appariva più irritato del solito. Aveva ormai smesso di badare a Nick, preferendo concentrarsi su Chun-Yan, il cui tremito che le scuoteva le esili membra accennava finalmente a placarsi; e ciò contribuì ad allentare, almeno in parte, il nodo che gli ostruiva la bocca dello stomaco.



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