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lavoro pubblicato lunedì 16 febbraio 2015
ultima lettura martedì 15 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Profeta- Primo volume: Il diritto di amare

di Mestessa. Letto 389 volte. Dallo scaffale Fantascienza

In un mondo dove l'Amore è un privilegio concesso a pochi, una ragazza è in fuga per salvare suo figlio. E' un'Eretica. Portatrice di un amore illegale. I Sacerdoti sono determinati ad ucciderla. Ma la strada è lunga e molte cose possono cambiare... ......

Dal Libro delle Origini:

…E così il Profeta si avvicinò agli uomini. Ed Egli disse: “Posate le armi, sedetevi ed ascoltate. Sto per rivelarvi il sacro cuore della ben rotonda Verità*”. Alcuni fecero come era stato loro detto, aprirono gli occhi e cominciarono a comprendere... Altri, tuttavia, si allontanarono e vollero trovare da soli la verità...

Prologo

60° anno dalla Liberazione_Pavia

In quel gelido mattino autunnale, una spessa nebbia si alzava lentamente dal Fiume, andando a premere contro le finestre degli appartamenti. Dietro una di queste finestre, in un’umida stanza all’ultimo piano dell’edificio 124, una ragazza di quindici anni sopportava i dolori del travaglio. Da quasi due ore, ormai, stava distesa su quel lettino improvvisato, sperando ardentemente che i suoi fianchi ancora così giovani fossero larghi sufficienza da sopportare il parto. Poi le arrivarono alle orecchie i primi vagiti. Emise un sospiro spezzato, mentre sollievo e disperazione si agitavano confusamente dentro di lei. Si chinò e prese suo figlio fra le braccia. Un maschio. Sollevò il coltello: la mano sudata le tremava incontrollabilmente. Avvicinò la lama al collo del bambino, le sue lacrime bagnarono quel minuscolo viso rosso. Il battito del cuore le risuonava nei timpani.
Recise il cordone ombelicale. E divenne un’Eretica.

Capitolo I

Tutto era immobile. Il terreno gelato sotto i miei piedi aveva lo stesso colore plumbeo del cielo: cime innevate di montagne lontane si stagliava fredde contro l'orizzonte. Dalle mie labbra uscivano nuvolette di respiro, unico segno di vita in questa landa desolata.

"Mamma?"

La voce di mio figlio distrusse e ricompose il quadro in un istante, come svegliandomi da un sogno. Il mondo perse la sua irrealtà e io rientrai nella tenda. Era uno spazio piccolo ma accogliente, reso tale soprattutto dal fuoco acceso al centro, il cui scoppiettio costante infondeva la sicurezza di portarsi dietro un pezzo di casa, malgrado ne fossimo così lontani. La luce tremolante rivelava, poggiato in angolo, uno zaino coperto di sterpi, e proiettava ombre sul viso di un bambino tremante, disteso su un giaciglio improvvisato.

"Ho freddo"

La sua voce spaventata mi trafisse le orecchie come una lama, ma mi costrinsi a rimanere ferma.

"Vieni più vicino al fuoco"

Il bambino si accostò al falò, portandosi dietro l'unica, rattoppata coperta che ero riuscita a offrirgli. Vidi che allungava le mani.

"Attento!" esclamai. Troppo tardi. I piccoli palmi, che si erano avvicinati troppo fiduciosi alla fiamma, si ritirarono all'improvviso, gli occhi verdi cominciarono a luccicare di pianto. Aveva occhi grandi, incredibilmente espressivi. Non erano i miei.

"Fa' vedere" dissi con un sospiro, allargandogli con delicatezza le dita "Non è niente, passerà presto"

"Ma brucia..."

"Meglio così, la prossima volta ti ricorderai di fare attenzione".

Lo guardai con severità, per quanto mi dispiacesse vederlo soffrire. Ma doveva imparare a essere forte: se non sopportava una scottatura, come avrebbe potuto reggere le difficoltà che ci attendevano? Non avevo mai visto un inverno tanto rigido e noi, avanzando verso Nord, gli andavamo incontro.

Mio figlio ricacciò indietro le lacrime e riallungò le mani, tenendole, questa volta, alla giusta distanza. Per fortuna imparava in fretta. Mi sforzai di rivolgergli uno dei miei rari sorrisi d'apprezzamento, e lui ricambiò con entusiasmo. Per un istante, vivemmo nella nostra piccola bolla di perfezione.

Poi un violento colpo di tosse mi rammentò la presenza di una terza figura nella tenda. Scattai in piedi e riempii l'unico bicchiere con un po' dell'acqua che la sera prima avevo raccolto al Piccolo Fiume.

"Bevi, nonna, piano" mormorai, versando il liquido fra le sue labbra dischiuse.

La vecchia aveva un'età incalcolabile. Era senza dubbio la più anziana donna di Pavia, forse la più anziana fra tutti in Periferici. Rughe profonde formavano una ragnatela sul volto stanco e le ossa fragili risaltavano sotto la pelle sfibrata: sembrava sul punto di rompersi al minimo tocco. Eppure, dagli occhi di un azzurro chiarissimo, trasparivano i resti di un'antica saggezza, che gli anni e il peso della vita dovevano aver dissipato quasi del tutto.

"Pini..." mormorò nel dormiveglia agitato. Roteai gli occhi al cielo. Ancora con questi pini. Aveva trascorso le ultime due settimane così:in completo delirio. Era ossessionata dai pini; ogni volta che, lungo la strada, ne notava uno, cominciava a indicarlo con foga, come se volesse disperatamente dirci qualcosa ma non riuscisse a esprimersi.

Ma non era sempre stata così. Quando l'avevo conosciuta, il giorno in cui mi era stato assegnato un'abitazione, la sua mente non era offuscata sino a questo punto.

Avevo undici anni, ma ricordo come fosse ieri quell'occhio che mi fissavano da uno spiraglio della porta semichiusa, fra stupore e paura. I nostri appartamenti avevano una parete in comune. Sviluppammo una forma di convivenza particolare: nei suoi momenti di lucidità, io mi sedevo al suo fianco e lei mi raccontava storie sull'antica guerra e sul l'epoca che l'aveva preceduta, vicende mito e storia, che il tempo aveva confuso. Eravamo necessarie l'una all'altra: lei aveva bisogno di qualcuno che l'ascoltasse e io di qualcuno che soddisfacesse, almeno in parte, la mia sete di verità. Nonostante tutto questo, non so se nel nostro rapporto sia mai esistito dell'affetto.

In quel momento, nella penombra della tenda, fissando il sangue che la sua tosse aveva lasciato sulle mie mani, sperai vivamente di no. Era probabile che avrei presto dovuto disfarsi di lei. Portarla con me era stata una mossa azzardata, ma rubarle cibo e medicinali per poi abbandonarla al suo triste destino, pareva il genere di azione vile per cui avrei severamente punito mio figlio. Cercavo di crescerlo con ideali che mi erano sconosciuti, che non facevano parte del mondo in cui ero vissuta fino ad allora; eppure, ogni giorno mi stupivo di come, insegnando a lui, finissi per imparare io stessa. O forse stavo solo ricordando?

"Noi siamo coloro che rifiutarono, coloro che voltarono le spalle al profeta, coloro che vollero allontanarsi dalla verità: per la nostra colpa, noi ora paghiamo, e le ferite che ci verrano inferte saranno frutto della nostra stessa mano"

Era con queste parole, pronunciate in coro da voci indifferenti, che cominciavo ogni mia giornata di lavoro all'industria tessile. Non c'era dunque niente di vero, in esse?

La vecchia si era riaddormentata. Con uno sforzo, mi alzai in piedi e mi diressi verso lo zaino.

"Consultiamo un po' di cartine, Leonardo?"

La sua espressione si illuminò e io ebbi la riconferma di aver scelto bene. Era stato il mio primo furto: quella parola, preclusa ai Periferici, che dà dignità a un uomo e lo designa come tale. Un nome. Quello di mio figlio mi era caduto fra le mani all'improvviso, nascosto fra le pagine di un libro: pareva che, molti anni prima, un uomo di nome Leonardo avesse vissuto in una città chiamata Firenze. Non sapevo molto altro. Gran parte del testo era piena di vocaboli che non comprendevo e moltissime pagine erano strappate o mangiate dai topi. Ma il solo fatto che un uomo in carne e ossa, come me e voi, fosse riuscito a catapultarsi in quel mondo straordinario fatto di carta e inchiostro mi riempiva di stupore e meraviglia.

Da quella stessa biblioteca, in disuso da tempo immemore, avevo rubato le mappe per cui Leonardo impazziva. Per quanto obsolete, vi erano segnati i punti di riferimento fondamentali: soprattutto la sottile riga blu del Piccolo Fiume. Questo, sgorgando dalle montagne, passava attraverso la nostra città, si univa al Grande Fiume e arrivava al mare. Era la nostra guida. Nei giorni più neri e freddi, quei giorni di cui non riuscivo a vedere la fine, quelle acque scure e torbide, che mi scorrevano al fianco con costanza, erano di grande consolazione.

Sulla carta ingiallita erano segnate, sulle sponde dell'affluente, molte piccole cittadine, ma fino ad allora avevamo incrociato solo poche case abbandonate.

Spostando lo sguardo a Est, ecco comparire un agglomerato ben più grande, e ben più temibile. Milano. Lo sguardo di Leonardo, carico di infantile preoccupazione, vi si posò esitante.

"Non temere, non ci avvicineremo" lo rassicurai io. La mia voce suonò estranea alle mie stesse orecchie: pareva appartenere a una persona responsabile, con la situazione in mano, non ad una ragazzina spaventata.

"Allungherai la strada di più di trenta chilometri". Queste erano state le prime parole della nonna, dopo che le avevo mostrato l'itinerario che avevo progettato.

"Fossero anche tremila" avevo risposto io "terrò mio figlio lontano dalla città dei Dirigenti".

NdA. Se la storia vi è piaciuta, commentate! Appena possibile arriverà il secondo capitolo




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