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lavoro pubblicato giovedì 12 febbraio 2015
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

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Sharpa

di LaPluma. Letto 444 volte. Dallo scaffale Fantasia

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 Quello sguardo era indimenticabile. Ce...

Quello sguardo era indimenticabile.

Ce l’aveva inciso in mente mentre vomitava piegato sulla tazza del cesso. Ristabilirsi dall’operazione era più dura di quel credeva. Non riusciva ancora a capacitarsi di essersi fatto convincere dalle stronzate di Luege. Lui non aveva di certo bisogno di un paio di artigli retrattili, ma quello aveva insistito, erano all’ultima moda e gli sarebbero sempre potuti tornare utili, certo, ma solo fosse stato un gatto. Per non parlare del pericolo del rigetto.

Che poi quella casa era stata pensata apposta per fornirgli tutto ciò di cui aveva bisogno. Uno Stato intero lo era. Non perché lui fosse importante in alcun modo; solo era quella la politica di governo. Da centoquarant’anni a questa parte nessuno sentiva più il bisogno di uscire di casa. Lì si lavorava, si mangiava e si faceva ogni altra cosa dato che quell’unica stanza aveva la capacità di cambiare aspetto a piacimento. Uniche pecche il colore uniforme di ogni oggetto e la vista monotona dalle finestre. Anche se quest’ultimo problema si poteva modificare facilmente dato che bastava cambiare l’immagine visualizzata sullo schermo tra più di cinquemila foto. Chissà però com’era sentire la terra che scorre tra le dita o il vento fra i capelli. Erano cose che aveva visto un sacco di volte nei film, e certo le aveva anche provate, ma tutto all’interno di quella stanza sembrava così finto, così insoddisfacente.

Tirò l’acqua e si pulì la bocca. Sullo schermo era rimasta fissa l’immagine dei begl’occhi nel loro ultimo istante. Il regista aveva avuto il buon gusto di fermarsi un fotogramma prima che la telecamera venisse schizzata di sangue e brandelli di carne. Ad ogni modo lui avrebbe fortemente preferito che non si fosse fermato proprio su quel frammento. Quegli occhi continuavano a guardarlo e la cosa lo turbava. Erano di un blu profondo e sembrava volessero scavargli dentro, raggiungere le sue profondità nasconde. Li sentiva come se stessero violando la sua intimità. Contemporaneamente però erano incredibilmente belli, ed era veramente curioso che violenza e bellezza potessero andare così d’accordo…

Qualcuno bussò alla porta. La cosa lo stupì. Non sapeva nemmeno di avere una porta. Bussarono ancora. Ti prego apri, rantolarono dall’altra parte. Si avvicinò incuriosito, voleva aprire un attimo per dare una sbirciata. Appena fece scattare la serratura sentì che la porta si apriva sola, con forza, ed entrò una ragazza.

Era tutta coperta di sangue. Il respiro era così flebile che non lo si poteva nemmeno definire tale. Cadde a terra. Gli afferrò una mano per provare a tirarsi su. Il contatto con un altro essere umano era così strano. Aveva già toccato altre persone, o meglio, gli umanoidi incaricati di occuparsi di lui, ma erano diversi, così bianchi, candidi e poi soprattutto freddi. Erano macchine.

Fissò la mano che toccava la sua. Era sporca di sangue. C’era troppo sangue. Sentì che gli stava nuovamente per tornare su la colazione, ma questa volta non a causa dell’intervento. Quella ragazza, lì, sdraiata per terra, stava morendo. Aveva perso troppo sangue, solo nei peggiori film pulp ne aveva visto perdere così tanto. Si chinò su di lei e la abbracciò. Era stato un gesto automatico. Anche a lui sarebbe piaciuto poter morire tra le braccia di qualcuno.

Il suo respiro era sempre più lento, sempre più lento. Emetteva qualche suono dovuto all’agonia. O forse no. Forse erano parole. Si mise ad ascoltare attentamente. Voleva cogliere ogni singola sillaba. Ba…Baci…Baciami…Baciami? Gli stava chiedendo di baciarla? La guardò perplesso. Si guardò intorno. Era seduto in mezzo ad un lago di sangue tenendo tra le braccia una sconosciuta che agonizzava. La fissò negli occhi. Era lo stesso sguardo blu che aveva visto in televisione, ma coperto da una pellicola di nebbia. Chissà a chi stava pensando in quel momento? Decise di soddisfare l’ultimo desiderio di una moribonda. La baciò.

Sentì uno strano calore sulle labbra. Le sentiva come bruciassero. Il cure gli palpitava fortissimo e lo sentiva martellargli nelle tempie. Le orecchie anche erano roventi. Tutto intorno a lui sembrava fatto di pura luce. Alla luce seguì il dolore. Un dolore fortissimo, insopportabile. Al dolore seguì il buio. Svenne. Aveva appena dato il suo primo bacio.

Rinvenne dopo alcune ore. Era disteso nel sangue ma lei non c’era più. Si alzò lentamente. La testa gli faceva malissimo. Intorno a lui non sembrava esserci anima viva. Avrebbe benissimo potuto credere che si fosse trattato di qualche tipo di controindicazione post-operatoria se solo non ci fosse lì tutto quel sangue a dimostrare il contrario. Ma sarebbe potuto benissimo essere il suo…

-Ti sei svegliato finalmente.

Era seduta in un angolo della stanza. Sana come un pesce.

-Stai bene?

Agitò la testa in segno di approvazione. Era gaia e gioiosa e tutto quel trambusto sembrava un incubo lontano, frutto di un’immaginazione distorta.

-Cos’è successo?

-Abbiamo unito i nostri flussi vitali.

-Scusa ma non ti seguo.

Quel giorno era già stato molto strano, ma questa frase sembrava appena uscita da un film fantasy di serie C.

-Semplice. Noi due non siamo più due esseri viventi separati, ma due corpi diversi con una vita unica. Siamo diventati più forti perché la nostra vita ora vale doppio. Un dolore che prima ci lancinava a metà ora lo fa solo per un quarto. Dovevo farlo, altrimenti quella ferita mi avrebbe uccisa di sicuro.

-Stai dicendo sul serio?

Di nuovo la stessa agitata di testa.

-Bene. Provamelo allora.

Indicò il pantalone strappato. Si scoprì la gamba. C’era una cicatrice enorme ancora fresca.

-Fai lo stesso.

Non poteva crederci. Sulla sua gamba c’era la stessa identica cicatrice. Intendiamoci. Non era nulla che della sana chirurgia plastica non avesse potuto curare. Ma diamine! C’era una cicatrice enorme identica a quella presente sulla gamba di una sconosciuta, comparsa subito dopo averla baciata. Era totalmente fuori di testa.

-Cos’è successo?

-Te l’ho già detto. Vuoi che te lo rispieghi?

-No. Credo di aver capito, anche se mi fa un po’ fatica accettarlo. Intendo, cos’è successo a te? Prima di bussare alla mia porta.

Il viso di lei si rabbuiò.

-Non lo so. Ricordo un’esplosione, stanze bianche, odore di biscotti, viali alberati…e poi casa tua.

-Bene…Cosa succederà adesso.

-C’è una cosa che devo fare. E non credo ci riuscirò da sola. Mi accompagnerai?

Sentì il cuore fermarglisi in petto. Quella sarebbe potuta benissimo essere la prima volta che usciva di casa. Non vedeva altra scelta però.

Era fermo sulla porta di casa. Il sole, quello vero, gli feriva gli occhi e gli impediva di vedere bene cosa lo circondava. Tutto era avvolto da una forte luce bianca. Non era proibito uscire di casa. Nessuna legge lo impediva. Ma in tutto internet non aveva mai letto di qualcuno che lo avesse fatto.

Davanti alla casa c’era la strada. O almeno un tempo lo era. Da quando non c’erano più macchine, né persone per le strade, la natura si era potuta tranquillamente riprendere il suo spazio. Sapeva che anni prima c’erano stati problemi di inquinamento e cattivo sfruttamento delle risorse ambientali. Ma quei problemi appartenevano alla Storia oramai.

Quella natura gli sembrava così forte. Cresceva senza il minimo bisogno di cure. Ogni albero, ogni fiore, ogni singola pianta era un germoglio che si era aperto da solo la sua strada nel mondo. Lo stesso valeva per gli altri animali. E poi c’era lui. Piccolo, insignificante, coperto solo da un paio di vestitini bianchi, impreparato ad affrontare qualunque cosa oltre le sue quattro mura domestiche, viziato da qualcuno che si preoccupava dei suoi bisogni, abituato a fare affidamento su vari tipi di robot. Era piccolo. Insignificante.

La ragazza lo superò oltre l’uscio.

-Andiamo?

Gli sorrise.

-Dove? Io non credo di potercela fare. Il mondo non mi appartiene. Sono un essere debole, impreparato ad affrontare i pericoli di questo viaggio, abituato alle comodità più estreme. Lasciami qui. Non credo di poter andare oltre.

Lo fissò con i suoi occhi blu e si toccò il cuore.

-Anch’io sono un essere debole. Ma nell’unione sta la nostra forza. Nessuno dei due potrebbe mai sperare di sopravvivere affrontando il mondo da solo, ma è proprio perché lo facciamo insieme che possiamo sperare di arrivare da qualche parte.

Il sentimento di vergogna era cocente. Davvero si sentiva uno stupido per aver detto quelle parole, per essersi sentito abbattuto. Se ne stava lì fermo a fissarsi i piedi e non aveva il coraggio di affrontare lo sguardo di lei.

-Sei ancora deciso a venire con me?

-Come ti chiami? Dimmelo e verrò.

-Sharpa. Mi chiamo Sharpa.

Camminavano già da un paio d’ore nella giungla metropolitana quando sentirono il primo fischio. Non era proprio un fischio. Era un suono strano. Un misto tra un ruggito, un grido umano e il verso di un’aquila. In quello stesso istante cominciarono a sentire fame. Non sapevano assolutamente cosa poter mangiare; cacciare animali era impossibile e di quelle piante non sapevano quali fossero commestibili e quali no. Per non bastare iniziò a piovere. Entrarono in quello che credevano essere un negozio. Somigliava molto a quelli dei film, solo che era totalmente deserto, i vetri infranti e la merce buttata per terra. C’erano anche delle scatolette. Quella roba sarebbe potuta essere così vecchia da poter essere un qualche tipo di cimelio storico. Ma la loro fame era troppa per preoccuparsene. A scapito delle aspettative il cibo era molto buono.

A quel punto sentirono il secondo fischio. Un essere passò di corsa davanti al loro rifugio. Era un uomo, ma era anche una giraffa. La parte inferiore del corpo era chiaramente quella di una giraffa, ma all’attaccatura del collo si trovava un busto umano, che terminava in una testa umana dopo un collo lunghissimo. Doveva essere un membro della sicurezza cittadina. Aveva letto qualcosa da qualche parte. Si diceva in rete che erano uomini il cui DNA era stato fuso con quello di altri animali o con la struttura fisica di altri elementi, era così che si era ottenuto un uomo-cavallo, un uomo-leone o addirittura un uomo d’acciaio. Ovviamente era quella la prerogativa essenziale per poter entrare a far parte dell’ordine.

Doveva essere successo qualcosa. Qualcosa di grosso. La sicurezza cittadina si mobilitava solo quando il normale svolgersi delle cose veniva infranto e ovviamente non poteva trattarsi di un qualche gruppo di tifosi molesti o disordini simili dato che tutti erano al riparo nelle loro comode case. Cosa poteva essere? Forse erano in pericolo.

-Sharpa. Ascolta credo che…

Shapra. Dov’era Sharpa? Si guardò intorno e si trovò totalmente solo. L’aveva abbandonato. Dove poteva essersi cacciata? Perché non era lì?

Qualcosa di bagnato e appiccicoso cominciò a cadergli sulla testa. Guardò in alto. Quattro paia di occhi lo stavano fissando.

-Buona sera.

Sibilò.

Erano in trappola. Quel posto doveva essere il suo territorio di caccia, il cibo gettato per terra era un’esca per le prede affamate, e loro erano andati dritti dritti in bocca al predatore. Quell’uomo-ragno lo fissava e lentamente gli faceva cadere addosso quella strana secrezione. Era molto meticoloso nel suo lavoro. Con ogni goccia diventava più difficile muoversi, con ogni goccia la sua vita era sempre più vicina al termine. Quella era la prova definitiva della sua incapacità di adattarsi all’ambiente esterno a casa sua.

Un rumore improvviso alle sue spalle lo fece voltare facendogli interrompere la sua lenta tessitura. Vide distintamente le otto zampe pelose allontanarsi da lui.

L’aria cominciò a puzzare di fumo. Qualcosa stava bruciando. Il fumo invase il piccolo negozietto. In un primo momento il profilo delle cose divenne indistinto. Poi anche i suoni si ovattarono. Ma il rumore intorno a lui non diminuiva: c’era rumore di cose che cadevano, urla, tonfi. Cosa stava succedendo? Avrebbe voluto andare a controllare, vedere che fine aveva fatto Sharpa, ma non poteva muoversi. Cominciò a girargli la testa. Colpa del fumo.

Fuoco. Era stata Sharpa ad appiccarlo? Le fiamme arancioni erano ora ben visibili, alte e incandescenti. E ogni secondo erano sempre più vicine, sempre più vicine. Non sarebbero state quelle ad ucciderlo comunque, e nemmeno l’uomo-ragno. Il fumo sarebbe bastato. Le fiamme erano ora così vicine che lo illuminavano in pieno e gli stavano abbrustolendo la faccia. La tela che lo teneva prigioniero prese fuoco anche quella. Di tutto questo comunque lui non si accorse. Era in uno stato limbico, perso tra i suoi pensieri e i suoi miraggi, quello che avrebbe voluto accadesse, quello che accadeva e quello che non sarebbe accaduto. Vedeva Sharpa, il suo sguardo. I suoi occhi lo fissavano. Sembravano il mare. Gli sarebbe piaciuto mettersi a nuotare in quelle profondità vitree. E nuotava, nuotava sempre più giù, verso il fondo…

Qualcuno intanto lo trascinava di peso fuori di lì. Il lancio fuori dalla porta e poi l’asfalto freddo sulla faccia. Pioveva.

Sirene dell’ambulanza.

Si svegliò in un letto caldo. Strani tubi partivano da complessi macchinari e gli entravano nel corpo. Bende lo fasciavano un po’ dappertutto. Un uomo era seduto accanto al suo letto. La faccia tra le mani, i gomiti sulle ginocchia. Piangeva?

-Dove siamo?

Biascicò. L’uomo si alzò di scatto. Era un uomo quadrato, sporco di cenere, qualche taglio, i vestiti laceri. I suoi occhi brillavano. Sembravano illuminati dal di dentro.

-Come stai?

-Un po’ ammaccato. Ma credo che sarebbe potuta finire molto peggio. Questo è un ospedale vero?

-Si…si, lo è…

Alcune lacrime cominciarono a solcargli il volto mentre sorrideva raggiante.

-Io…ormai non speravo più…dopo l’incendio…ti abbiamo soccorso ma non c’era nessuno che ti conoscesse o rimanesse qui con te, e io…

-E Sharpa? Dov’è Sharpa?

L’uomo lo guardò sorpreso.

-Sharpa?

-Si. Con me c’era una ragazza. Cosa le è successo?

L’uomo Si agitò. Il panico ne dilatò gli occhi. Cominciò ad agitare veloce i pollici.

-Sono qui.

La voce proveniva dall’atro capo della stanza. Sharpa era affossata in una poltrona di velluto verde. Era illesa e lo guardava terrea.

-Stai bene. Meno male. Cos’è successo in quel negozietto?

L’uomo stava per rispondere ma ebbe la sensazione che non stava parlando con lui. Gli occhi del ragazzo erano persi nel vuoto. Si guardò intorno. Non vide nessuno.

-Bhe, vedi a quanto pare…

-Scusi, ma non sto parlando con lei.

Rispose secco. L’uomo si guardò intorno ancora una volta. Si alzò dalla sedia.

-Forse hai bisogno di rimanere un attimo da solo…

Uscì dalla stanza. Erano rimasti solo lui e Sharpa.

-Vuoi sapere cos’è successo, vero? Te lo dirò. Hai dato fuoco al tuo appartamento.

-Non può essere- rise -noi eravamo usciti, me lo ricordo perfettamente. Mi ricordo che avevamo fame e che eravamo caduti nella trappola dell’uomo-ragno…

-Non sei mai uscito di casa. Non esiste nessun uomo-ragno. Non esiste niente di questa storia. Non esisto neanch’io! Diavolo!

Urlò. Urlò fortissimo. Urlò così forte che aveva l’impressione che il petto dovesse spaccarlesi, che l’intero ospedale dovesse venire distrutto da quel grido se non addirittura il mondo intero. Cominciò a tremare.

-Ma non può essere…tu sei qui…Io ti vedo. Ti parlo.

-Non mentire a te stesso. Io sono una tua creazione. Non sono che l’appendice estrema della solitudine. Un sogno. Un fantasma della tua mente. Tutto l’universo che hai creato esiste solo in rapporto a te e per nessun’altro.

-Ma l’unione dei nostri flussi vitali?...La cicatrice?

-Avevi semplicemente bisogno di sentirti umano, di sapere che esisteva qualcuno che dipendeva da te e su cui potevi fare affidamento. Di costruire un legame. E riguardo alla cicatrice ce l’avevi già, hai semplicemente deciso di vederla con uno sguardo nuovo.

-Perché? Perché me lo stai dicendo ora?

-Io non ti sto parlando! Sei tu che hai deciso che questo era il momento di aprire gli occhi. Credo sia stato l’incendio a farti decidere che non potevi più continuare in quel mondo di sogno…

Stava piangendo. Era tutto così bello. In quel brevissimo periodo aveva sfidato il mondo, il suo mondo. Era stato un demiurgo che non si lascia sconfiggere dalla realtà. Ma alla fine la realtà aveva sconfitto lui. Sharpa si avvicinò e lo abbracciò.

-E’ ora di svegliarsi…

Sussurrò. Svanì nel nulla.

Si alzò tra le lenzuola sudate. Dalla finestra filtrava la luce di una nuova alba.



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