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lavoro pubblicato mercoledì 11 febbraio 2015
ultima lettura giovedì 28 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Freak's Eyes [Prologo]

di mercuria11. Letto 488 volte. Dallo scaffale Fantasia

1948, Limes, al confine fra Italia e Francia. I gemelli Griffiths vi conducono il loro freak show, sebbene essi siano stati proibiti. Andy, l'ermafrodita della compagnia, si allontana; viene rinvenuto un cadavere devastato. Cosa faranno gli altri?....

Prologo

La pioggia battente non aveva cessato un istante di scrosciare dal momento in cui Andy aveva oltrepassato la staccionata che delimitava il campo che avrebbe ospitato lo show per almeno un altro mese; eppure, le gocce che le sfioravano la fronte e le gote arrossate dal freddo, che le si insinuavano nel colletto del cappotto logoro, scivolandole lungo la colonna vertebrale al pari di un dito gelido, che evocavano gli odori della città, portavano con loro un sentore di libertà completamente nuovo: un sentore di mutamento, di orizzonti che, se prima di quel giorno non aveva neppure osato figurarsi, adesso le spalancavano i loro abbaglianti portoni aurei, pronti ad accoglierla e ad esaudire anche i desideri più reconditi del suo animo, quelli che ancora si ostinava a mantenere celati persino a se stessa. Era un sentore di rinascita.

Proseguì lungo il bordo della strada immersa nelle tenebre talmente dense e fitte che, Andy ne era convinta, si sarebbero potute tagliare con un coltello. Il ticchettio ritmico dei tacchi sull’asfalto era l’unico suono che fosse in grado di percepire; ogni passo pareva rimbombare nell’oscurità e riecheggiarvi all’infinito; eppure, Andy non aveva paura: si evinceva distintamente dalla caparbia con la quale, un piede dietro l’altro, marciava lungo la via battuta dalla pioggia, l’unica preoccupazione quella di mantenersi a debita distanza dalla cunetta stradale onde prevenire qualunque conseguenza data dalla combinazione dei tacchi con il selciato umido, l’azzurro slavato delle iridi che puntava ostinatamente dritto innanzi a sé.

La borsa, riempita dell’essenziale e infilata a tracolla, le colpiva ritmicamente la coscia ad ogni passo; vi infilò una mano e vi frugò finché le dita non si strinsero attorno ad un oggetto sferico; nel ritrarsi, l’indice sfiorò appena qualcosa di freddo e seghettato: la lama per cui aveva deciso di lasciare dello spazio in quell’informe sacca di tessuto grezzo.

Dubitava però che avrebbe avuto bisogno di difendersi, dal momento che ogni eventuale aggressore avrebbe trovato la sgradita sorpresa celata dagli slip chiari che indossava quel giorno; a meno che l'aggressore in questione non avesse dimostrato strane tendenze: in quel caso l’arma non avrebbe esitato a descrivergli una curva netta da un orecchio all'altro.
Ad ogni modo, non riteneva che una simile eventualità fosse eccessivamente probabile: i locali adibiti a soddisfare tali appetiti esistevano ed erano accessibili a chiunque, dunque perché qualcuno avrebbe dovuto disturbarsi a cercare?
Non volle tuttavia soffermarsi sull'ingenuità pressoché infantile di cui quella supposizione era pregna: ne era perfettamente conscia, ma desiderò evitare qualunque ripensamento potesse indurla a fare dietrofront verso la sua vecchia vita: il denaro era la risposta sottintesa a quell'innocente interrogativo.

Scosse la testa, un goffo quanto vano tentativo di distogliere la mente da simili prospettive, quindi si portò la mela alle labbra e ne staccò un morso piuttosto generoso: vagava senza sosta da quelle che ormai dovevano essere ore, a giudicare dal soffuso chiarore che andava accendendo l’orizzonte, e lo stomaco aveva iniziato a reclamare la propria parte.

Erano approssimativamente le due del mattino quando era sgattaiolata fuori della propria tenda, e i primi, timidi raggi del sole primaverile che cominciavano a scaldarle il volto segnalavano l’inevitabile sopraggiungere dell’aurora. Gettò il torsolo del frutto nell’erba incolta che costeggiava il ciglio della strada, masticando con furia l’ultimo boccone: era tardi, non c’era più tempo. Doveva sbrigarsi, doveva interporre la maggior distanza possibile fra sé e il passato prima che quest’ultimo potesse tornare a ghermirla fra i suoi artigli di orrore e umiliazione.

Quasi in risposta a quel tacito comando le gambe si mossero più svelte, il passo accelerò fino a mutare in una corsa leggera, ma i muscoli cedettero a breve: non erano abituati a sostenere alcuno sforzo, persino quel goffo tentativo comportava un’immane fatica per le sue deboli cosce scarne.

Fu costretta a fermarsi, una mano premuta sul petto perfettamente piatto; necessitò di qualche minuto perché il suo respiro riacquistasse un ritmo regolare e il torace cessasse di alzarsi e abbassarsi come un mantice. Se non altro, la pioggia si era finalmente placata. Quando finalmente risollevò il capo si guardò attorno, in cerca di possibili deviazioni che potessero aiutarla a recuperare il tempo perso, ma nulla: da un lato, la via era oppressa dalla parete rocciosa del monte – del quale a Andy sfuggiva il nome -, così alta da perdersi nella volta che andava tingendosi di rosa del cielo; dall’altro, si affacciava su una verde valle centinaia di metri più in basso.

Non le restava che proseguire lungo l’unica direzione rimasta: in avanti, dritto verso l’ignoto.

Non poté fare a meno di notare la metafora racchiusa in quella consapevolezza: aveva sempre dimostrato un’inclinazione innata verso il bello ed il poetico, complice la sua spiccata sensibilità; e non era raro che si cimentasse in brevi componimenti, cosa di cui sarebbe stata debitrice a vita verso Edward ed Evan, che si erano occupati personalmente di istruire lei e i suoi compagni.

Sorrise al ricordo di Edward, che insisteva con fare accomodante innanzi agli errori commessi da quell’improbabile scolaresca, e di Evan, che invece roteava lo sguardo e borbottava fra i denti; eppure, giunse anche un bruciante senso di colpa: in cambio della loro dedizione, della loro caparbietà, non offriva altro che ingratitudine. E un buco nello show, oltretutto difficilmente colmabile.

No, no, no.

Doveva piantarla di assecondare i dubbi che l’avevano assalita nel momento in cui aveva imboccato quella strada e che continuavano a tartassarla: la scelta era stata compiuta. Non poteva tornare indietro.

Raddrizzò le spalle e sollevò il mento, quasi quei semplici gesti fossero in grado di restituirle, almeno in parte, l’apparentemente ferrea convinzione che l’aveva accompagnata durante le prime decine di metri.

Si chiese quanto avesse effettivamente percorso: probabilmente una distanza non indifferente, sebbene l’impressione di non essersi allontanata abbastanza perdurasse nel pungolarle la mente e spronasse le sue gambe a proseguire, nonostante fosse dell’avviso che non l’avrebbero sorretta ancora a lungo.

E infine, come aveva temuto, esse furono incapaci di sostenerla oltre; un crampo al polpaccio destro peggiorò la situazione. Doveva riposare, almeno qualche minuto, il tempo necessario per rimettersi in sesto; o, almeno, sperava sarebbe stato così.

Un po’ zoppicando, un po’ trascinandosi, raggiunse il punto in cui l’erba incolta sul ciglio della strada era più folta e si sedette a fatica fra gli alti ciuffi verdi: avrebbe sostato per poco, continuava a ripetersi mentalmente, ma era più opportuno essere prudente e discostarsi quanto più possibile dalla vista di eventuali passanti o, peggio, dei compagni che si era lasciata alle spalle.

Avvicinò le gambe al torace, allacciando le braccia attorno alle ginocchia nel tentativo di nascondersi ulteriormente: in quel momento appariva minuscola, persino più esile e fragile del solito.

Se ne stette immobile per un po’, giocherellando pigramente a smuovere con la punta delle scarpette di vernice un sasso che sporgeva dal terreno umido e costellato di piccole pozzanghere.

Si scostò una ciocca di sottili capelli rossi dietro l’orecchio destro, lo sguardo rivolto verso il cielo che ormai andava tingendosi di lievi pennellate azzurre.

Si tastò cautamente una gamba: l’indolenzimento di qualche minuto prima pareva essersi alleviato sensibilmente. Era nelle condizioni di proseguire, adesso. O almeno tentò di convincersene, mentre si rimetteva piano in piedi, raccoglieva la morbida nuvola di tulle che era la sua gonna e ne spazzolava via il terriccio con le mani: avrebbe dovuto optare per un abbigliamento meno appariscente, ma non si era concessa neppure il tempo sufficiente per spogliarsi dell’abito di scena, preferendo invece raccattare alla svelta il resto del suo alquanto povero guardaroba prima di allontanarsi. Si sarebbe cambiata in seguito, si ripromise, magari appena prima di entrare in città.

Ringraziò mentalmente il fatto che il cappotto che indossava fosse di almeno due taglie in più della sua: se non altro, avrebbe potuto celarvi il costume senza troppa difficoltà.

Lo abbottonò accuratamente per l’intera lunghezza, nascondendo il corpo esile in quell’informe ammasso di ruvido tessuto liso, sbiadito dal prolungato utilizzo.

Inspirò profondamente e riprese il cammino.

Sempre dritto, senza esitazioni.



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