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lavoro pubblicato lunedì 2 febbraio 2015
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL GIGANTE E IL BAMBINO (UNA FIABA PER LA TERRA DI GAZA)

di Cartaphilus. Letto 661 volte. Dallo scaffale Fiabe

    Mio padre mi ha risposto: se Dio vuole, sopravviveremo.    Gli avevo chiesto se i razzi cadranno anche sulla nostra casa. Non si è voltato, ha continuato a leggere il suo giornale senza sorridere e mi ha rispost...


Mio padre mi ha risposto: se Dio vuole, sopravviveremo.
Gli avevo chiesto se i razzi cadranno anche sulla nostra casa. Non si è voltato, ha continuato a leggere il suo giornale senza sorridere e mi ha risposto: se Dio vuole, sopravviveremo. Se l’avessi domandato alla tazza di the fumante, silenziosa e immobile davanti a lui, probabilmente non mi avrebbe dato una risposta diversa.
E’ da tre giorni che i razzi non smettono di pioverci addosso, di notte e di giorno. Io continuo a tenere lo sguardo piantato nel cielo, lassù in alto, ma non sempre li vedo arrivare. Non li vedo eppure lì sento, sì, perché sarebbe impossibile non sentirli: una lontana risata di cemento, fuoco e polvere che si solleva fino a solleticare il sole e la luna.
Mia sorella ha detto: è come un terremoto che ti squarcia da dentro. Ha detto: lo senti tutto attorno a te e improvvisamente ti ritrovi all’inferno. Era al mercato con alcune amiche quando è caduto un razzo proprio lì vicino. Quando è tornata a casa era pallida di polvere e di paura, non solo la faccia ma pure tutto il vestito; anche i suoi grandi occhi neri avevano perso il loro bellissimo colore. Ha detto quelle parole e poi è sprofondata in un silenzio terribile, quasi più terribile di quello di mio padre e mia madre. Un silenzio che odio con tutto me stesso, perché sembra contenere segreti che non posso conoscere.
Qui nel nostro quartiere non ne sono caduti, di razzi, anche se ho l’impressione che le esplosioni siano sempre più vicine. Di notte resto sveglio ad ascoltarle e ne sono quasi sicuro: si stanno avvicinando. Le immagino come i passi di un gigante di fiamme e fumo che calpesta i tetti della città, avanzando, avanzando. Prima o poi arriverà anche qui, mi dico. I miei amici mi chiedono se ho paura e io rispondo di sì, anche se non so se è vero. Ho paura? In verità vorrei che quel gigante arrivasse qui per potergli parlare, per chiedergli perché, perché ce l’hai tanto con noi?
Il mio maestro, alla scuola, ha detto che quel gigante si chiama Israele, che è figlio di un Dio malvagio e crudele. Ha detto che ci vuole morti perché ha paura di noi e della nostra fede, che è più forte, più giusta. Ha anche detto, però, che alla fine vinceremo e che i nostri piedi calpesteranno quella terra di bestemmiatori e assassini. Le sue parole, ora che ci penso, un po’ di paura mi fanno, anche se sono contento che pure lui, il gigante, abbia paura di noi e che un giorno vinceremo, così magari mio padre alzerà finalmente gli occhi dal suo giornale e dirà qualcosa di diverso da: se Dio vuole, sopravviveremo.
Anche mio fratello ne è sicuro, che vinceremo. Lui è grande e forte, anche se non è più lo stesso fratello che mi portava a osservare gli aerei che sollevavano le loro grandi pance bianche sopra di noi e il mare infinito dalle dune erbose a nord di Rafah. Ora non c’è mai, a casa, e quando viene mi dice: morte a porci giudei. Dice: i nostri razzi ripagheranno la morte con la morte. E poi: morte ai tiranni della stirpe di David.
L’aeroporto da cui partivano gli aerei è stato distrutto dai razzi tanti anni fa, anche se non ricordo più bene quando. Forse quando le colline erbose sono state occupate da centinaia di tende, che quasi l’azzurro del mare non si vede più. Mio fratello ha detto che ci abitano uomini e donne in fuga dal nord, nostri fratelli e sorelle. Io sono tornato lì a vedere qualche volta, ma non c’è molto da vedere, in realtà. Tende grigie disseminate senza ordine sulla sabbia grigia, fino alla spiaggia, con uomini e donne grigi che appaiono e scompaiono come fantasmi. Ci sono anche bambini grigi, ma non mi sono mai avvicinato per parlarci; non perché ho paura o perché sono timido, non è così: il fatto è che non li ho mai visti parlare e quindi me li immagino completamente muti, con i loro occhi bassi che nemmeno ci pensano a rivolgersi al mare o al cielo, ma si limitano a specchiarsi sulla sabbia, altrettanto muta e insensibile.
Mio fratello è stato da noi per qualche giorno, poi questa notte se n’è andato senza salutare. Ho sentito che parlava a lungo con nostro padre. Anzi, per dirla tutta non è che ci parlasse proprio, con lui. Camminava in lungo e in largo per la stanza, agitava le braccia, infiammandosi come una torcia al suono delle sue stesse parole. Mio padre invece non diceva nulla, si limitava a fissarlo o forse neanche quello; forse se ne stava con gli occhi piantati nel suo giornale, sorbendo ogni tanto un sorso di the fumante, silenzioso come un oracolo.
Allora ho chiesto a mia madre perché tutto questo, perché mio fratello è scappato, perché la spiaggia è abitata da fantasmi, perché, perché, perché tutti tacciono e nessuno vuole dire quello che tutti sanno.
Lei si è voltata e ha detto: vai a letto. Lo ha detto in un modo che non sembrava le importasse che io ci andassi davvero, allora sono rimasto sveglio alla finestra aspettando qualcosa che non sapevo neanche io bene cosa. Solamente rimanevo lì, aspettavo.
Alla fine mi si sono chiusi gli occhi e sono scivolato nel mio letto, in silenzio, perché anche i miei pensieri si erano fatti muti, come se nemmeno quella voce che mi parla in testa, la mia voce, sapesse più cosa dire. E allora, come se non avesse aspettato altro che vincere quella battaglia silenziosa contro la mia volontà di non addormentarmi, si è mosso, finalmente, con i suoi piedoni di fiamme e impenetrabile fumo nero, di calcinacci, cemento e pezzi di case, di cose e di colori smorzati dal buio. Un passo dopo l’altro si è mosso, attraversando la città con un agile balzo delle sue gambe.
Approfittando del mio sonno, forse con l’intenzione di farmi una sorpresa, il gigante è finalmente arrivato.



Commenti

pubblicato il 02/02/2015 12.00.13
alnair, ha scritto: Bellissimo. Scrivi tanto bene e l'argomento merita un cuore come il tuo. L'identità di appartenenza non è realtà umana, è la pazzia. Grazie del regalo

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