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lavoro pubblicato venerdì 30 gennaio 2015
ultima lettura giovedì 10 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

SAGGIO SULLA LEGGE DI CONSERVAZIONE DELL'ENERGIA

di Cartaphilus. Letto 487 volte. Dallo scaffale Pulp

C’è un fatto, o se volete una legge, che governa i fenomeni naturali sinora noti. Non ci sono eccezioni a questa legge, per quanto ne sappiamo è esatta. La legge si chiama “conservazione dell’energia”, ed è ...


C’è un fatto, o se volete una legge, che governa i fenomeni naturali sinora noti. Non ci sono eccezioni a questa legge, per quanto ne sappiamo è esatta. La legge si chiama “conservazione dell’energia”, ed è veramente un’idea molto astratta, perché è un principio matematico: dice che c’è una grandezza numerica, che non cambia qualsiasi cosa accada. Non descrive un meccanismo, o qualcosa di concreto: è solo un fatto un po’ strano: possiamo calcolare un certo numero, e quando finiamo di osservare la natura che esegue i suoi giochi, e ricalcoliamo il numero, troviamo che non è cambiato...
(Richard Feynman)


La signora Anselma addenta la sua cotoletta con scarso entusiasmo, poi la rimette giù. Osserva l’olio colare dall’impanatura molliccia che si stacca dalla fetta di carne come la muta di un serpente. Ne taglia un pezzettino col coltello, lo avvicina alla bocca, poi ci ripensa. Meglio un sorso di vino prima. Quindi mette in bocca il pezzettino, e impastandolo con la consistenza aspra e pastosa dei tannini, lentamente lo sminuzza coi denti fino a inghiottirlo.
«Ammazza che schifezza»
Il signor Lorenzo, suo marito, schiaffa la propria cotoletta contro il piatto producendo un viscido plop, e schizzando olio da tutte le parti. «Guarda te se uno deve tornare a casa dopo aver lavorato per mangiare la tua merda»
La signora Anselma sorride compiacente, ma senza allegria.
«Ti sei sporcato la camicia, tesoro»
La tv sta dicendo: «Sembra che il figlio abbia colpito la madre con 13 coltellate, di cui quattro nell’occhio destro, prima di tagliarla a pezzi e metterla nel...»
Il marito della signora Anselma la fissa in cagnesco per altri dieci secondi, poi finalmente si decide a guardare in basso. Allora bestemmia. Comincia a strofinarsi la camicia col tovagliolo bisunto, poi con le mani, strofinando le palme e i polpastrelli con energia. Ogni dieci secondi esamina attentamente la zona incriminata, la guarda da un lato, poi dall’altro, ci sputa sopra. La macchia, ad ogni ispezione, è grande almeno il doppio. Allora bestemmia, e ricomincia. Sa che alla moglie danno fastidio le bestemmie, e allora ogni volta che lo fa la guarda, increspando le labbra e indicandole la macchia che, trattandosi di una frazione di tempo troppo breve per focalizzare un oggetto a quella distanza, lei non riesce mai a vedere.
«La laverò dopo, non preoccuparti»
Dopo un’ultima sonora bestemmia scandita con tanto di mimica delle braccia e del collo, come un direttore d’orchestra padrone del suo mestiere, il signor Lorenzo si decide a smetterla. Si toglie la camicia rimanendo in canottiera e si scola una dietro l’altra le due metà di un bicchiere di rosso. Si tratta di un Merlot discretamente schifoso. Due euro e dieci al discount, un’occasione.
«Se vuoi c’è dell’insalata russa in frigo»
La signora Anselma ha 62 anni e lavora per una ditta di pulizie che si occupa principalmente di capannoni industriali da quando ne ha 25. Il week end opera come volontaria alla Mensa Parrocchiale di Santa Cosma e Damiano, servendo purea scadente e cotolette a una tribù di zingari irrispettosi che puzzano di alcol e piscio di cane. A volte al posto delle cotoletta ci sono gli spaghetti col tonno, altre l’hamburger alla piastra con i piselli.
«L’insalata russa mi fa cagare» Sentenzia il marito. «Dovresti saperlo, porca miseria»
La tv gli fa eco dicendo: «Il raid di Isis nell’accampamento curdo si conclude con la decapitazione di 35 guerriglieri e la lapidazione di 13 donne che...»
Ha 67 anni invece, il signor Lorenzo. Dall’età di 18 ha lavorato in una fabbrica che costruisce macchinari specializzati per altre fabbriche. Poi il consiglio d’amministrazione aveva deciso di spostarsi a Chinnathimmanagolla Halli, nella regione di Karnataka, India, per ragioni di “priorità economico-amministrative”. Ora il signor Lorenzo si sveglia alle dieci e dopo aver guardato una-due orette la tv sul divano scolandosi del vino scadente, raggiunge gli ex-colleghi al Bar Luciano, a due isolati da casa, dove beve vino scadente guardando la tv. Ogni tanto aiuta il suo amico Biagio al mercato in cambio di qualche chilo di carne da congelare e più raramente una bottiglia di spumante da una trentina di euro a bottiglia. Mediamente pregiato, quindi. Quando dice “Guarda te se uno deve tornare a casa dopo aver lavorato per mangiare la tua merda” il signor Lorenzo vuole essere preso sul serio. Sua moglie lo sa e cerca di venirgli incontro cucinandogli quello che gli piace e facendogli trovare sempre del vino fresco nel frigo. Lui però non lo sa quello che gli piace. Dipende dalla serata. In generale, due volte su tre le cotolette o l’insalata russa vanno bene.
La signora Anselma negli anni, nonostante la sua istruzione quasi inesistente, è diventata un’eccezionale elaboratrice di proiezioni e statistiche.
«Vammi a prendere la gazzetta va’. Mi è passato l’appetito, cazzo»
La signora Anselma sorride e si alza. Una volta di là, si versa un altro bicchiere di vino e si accende una sigaretta. Il suo sguardo percorre gli incroci di linee perfettamente ortogonali delle piastrelle. Segue una linea per qualche secondo, poi all’improvviso scarta a destra o a sinistra per la lunghezza di qualche piastrella, quindi riprende la direzione di marcia lungo un’altra scanalatura. Sa che passeranno almeno altri due minuti prima che suo marito si ricordi di quello che le ha chiesto. Più o meno il tempo di una mezza sigaretta, fumata lentamente e accompagnata a uno o due sorsi di merlot.
La sua vita è composta da quelle piccole nicchie che riesce a scavarsi, con pazienza e metodo, nello spazio sempre più stretto in cui gli altri cercano di confinarla. Una volta che quello spazio sarà esaurito completamente, chissà. Ma non è persona da spingersi troppo in là con l’immaginazione. La scanalatura che stava seguendo si infrange contro lo stipite del forno.
«La gazzetta, cazzo! La gazzetta!»
La voce allegra della tv dice: «Sboccia un nuovo amore per Dudù, il cagnolino di Silvio Berlusconi che...»
La signora Anselma prende distrattamente il giornale dal ripiano dietro di lei, e senza accorgersene spegne la sigaretta sul fondo del bicchiere invece che nel posacenere. Quel piccolo dettaglio, che nella sua vita assume quasi le dimensioni di una frattura metafisica, la scuote come un terremoto che cerca di fendere la terra per scatenare la sua furia in superficie. Rimane turbata a fissare il cilindro bianco tingersi lentamente di viola, fino ad esserne divorato, trasmutato in una flaccida poltiglia galleggiante in un piatto e uniforme specchio di sangue.
«Sei sorda, cazzo?»
La tv interviene esultante: «E adesso parliamo di sport. Balotelli può essere considerato o no un bravo padre?»
Presa dal panico la signora Anselma esce dalla cucina, senza accorgersi di nient’altro che non sia il ritmo del suo cuore improvvisamente accelerato.

***


Una volta la signora Anselma e suo marito erano al mare. Alloggiavano in una pensioncina a cinquecento metri dalla spiaggia, che era sempre affollatissima dalle otto del mattino alle otto di sera, e quindi essere vicini era un bene. Per arrivare dalla pensione alla spiaggia dovevi attraversare una piccola strada, poi gli stretti binari per cui una volta al giorno passava un trenino ammaccato con soli cinque vagoni, infine una piazzetta con al centro la scultura in bronzo di un’ancora, irrimediabilmente ricoperta da cacche di gabbiano che le conferivano un’insospettabile aria di solennità.
Sulla piazzetta si trovava anche un piccolo bar che faceva coppe gelato molto elaborate, sormontate da un simpatico ombrellino e della frutta fresca. La sera che erano arrivati il signor Lorenzo aveva insistito per andarci e lei aveva ordinato una coppa all’amarena che le era piaciuta molto.
Mentre la attaccava timidamente alla base col cucchiaino, lui aveva afferrato le due ciliegie che stavano sul cucuzzolo di panna e una se l’era mangiata. L’altra invece l’aveva allungata sopra il suo naso perché la mangiasse lei. La signora Anselma si era abbastanza vergognata sul momento, ma in realtà le aveva fatto piacere.
Non si considerava una bella ragazza e il suo corpo goffo non la faceva sentire a suo agio in costume, ma il marito in spiaggia l’aveva abbracciata più volte e aveva detto con la sua voce virile, bassa e un po’ roca, che non gli importava se li vedevano così. Non era niente di che paragonato ai ragazzini di 15 anni che adesso si spompinano a vicenda sotto le docce a pochi metri dei genitori, ma quelli erano altri tempi. Era stato bello.
Durante il giorno lei rimaneva sotto l’ombrellone a fare la Settimana Enigmistica, perché aveva la pelle sensibile e in acqua si ustionava peggio di una tedesca, mentre lui se ne andava in giro, o nuotava e ogni tanto le diceva semplicemente: vado a bermi una roba. Lei diceva: va bene. Lui sorrideva e fingeva di interessarsi per qualche istante alla 7 verticale o alla 5 orizzontale, poi le scompigliava i cappelli e si allontanava.
Un pomeriggio la signora Anselma aveva deciso di tornare in albergo perché si sentiva una leggera cistite, che era un po’ come un ferro rovente piantato nella vagina, ma si vergognava ad andare nei bagni della spiaggia. Allora aveva attraversato la piazzetta, i binari e la strada ed era salita al secondo piano. Sul pianerottolo aveva incontrato la signora Aranzulla, la vicina, di Napoli, che era in vacanza col marito e i due figli. Era una donna simpatica e solare, e le aveva raccontato che un suo conoscente aveva vinto al Lotto. Io con tutti quei soldi non saprei che farci, aveva aggiunto ridendo e lei aveva risposto: anche io.
Poi aveva raggiunto la loro camera, aveva infilato la chiave ed era entrata. Il signor Lorenzo l’aveva squadrata imbestialito, e senza degnarsi di estrarre il suo pene dalle cosce della bionda sotto di lui che si strizzava i seni sudati miagolando, le aveva semplicemente detto: non pensi che sia il caso di andartene, cazzo? Anche la bionda l’aveva guardata, e nei suoi occhi aveva intravisto qualcosa che poteva assomigliare alla compassione.
La signora Anselma allora aveva richiuso la porta e non sapendo dove andare e dove nascondersi, aveva camminato per un chilometro in direzione della statale, fermandosi infine in un orto abbandonato dietro un basso rudere di calcinacci e pietre. Lì aveva finalmente pisciato e poi aveva pianto per diverso tempo, con la faccia sprofondata nel terriccio, distesa su un fascio di giornali ingialliti dove probabilmente aveva dormito un barbone.
Era il loro viaggio di nozze.

***


Suonano alla porta.
La signora Anselma, sprofondata nella poltrona, si risveglia come se le avessero gettato una secchiata d’acqua in piena faccia. Lentamente mette a fuoco il riflesso bluastro del televisore, che irradia la sua presenza sulle gambe del marito stese sul tavolino, la bottiglia di vino, il posacenere congestionato come la schiena di un istrice, oggetti quasi irriconoscibili sprofondati in una nebbia lattiginosa. Cerca gli occhiali sul comodino ma non li trova, allora si tasta le ginocchia, il grembo, il collo. Ah, ce li ha in testa.
«Idiota» commenta il signor Lorenzo senza staccare gli occhi dallo schermo.
In tv un comico vestito da banana sta dicendo «...e quindi gli ho dettu: fanculu! Fanculu a te, culune cugliune!» Mentre lo dice fa una faccia come se si stesse cagando nei pantaloni. Il pubblico ride.
Il suono del campanello si ripete. La signora Anselma si risolve a tentare un breve scatto, per prevenire una terza scampanellata che potrebbe avere un’effetto irreversibile sui nervi di suo marito. Di scenate ne ha abbastanza per quella sera. Quando chiede chi è, le parole sono seguite una rantolo da moribonda. Non risponde nessuno. Bussano.
La faccia che appare sul pianerottolo è la stessa che la signora Anselma, con una frequenza quasi giornaliera, sogna appiccicata a una parete come bersaglio di una micidiale macchina lanciacoltelli. A volte invece, quando conscio e inconscio si tendono la mano, complici, immagina se stessa come un’infallibile lanciatrice di coltelli, nell’atto di testare la propria abilità contro la sagoma inchiodata su un gigantesco bersaglio rotante della proprietaria della faccia in questione. Solo che, al contrario dei soliti spettacoli di lancio di coltelli, l’obiettivo della signora Anselma non è quello di sfiorare la carne senza ferire, ma di trafiggere i punti vitali del bersaglio, opportunamente contrassegnati da piccole X rosse. La vagina, i capezzoli, le gambe, le mani, l’ombelico, gli occhi, il naso. Nei suoi sogni la vista di quel corpo martoriato e dilaniato, del sangue che cola lungo la pelle soffice e delicata, dei brandelli di carne che penzolano rivelando una struttura perfetta di ossa bianchissime, ahhh, è una specie di balsamo che le permette poi la mattina di svegliarsi come scaricata dalla tensione accumulata il giorno precedente. Di preparare il caffè a suo marito e andare al lavoro senza dover reprimere ogni passo inconsulti pensieri suicidi.
«‘Sera signora»
«Ciao Sonia»
«Suo marito è in casa?»
«Sono le dieci di sera. Dove dovrebbe essere secondo te?» Sonia ha 32 anni ma ne dimostra 20. Ha due occhi azzurri stupendi, forse solo un po‘ vacui. Se stanotte la sognerà, riflette la signora Anselma, magari glieli caverà con un trapano elettrico.
«Chi cazzo è a quest’ora?» riecheggia la voce del signor Lorenzo, seguita da quella del comico che dice «Ti ammazzu, stronzu! Fanculu!» Il tutto coronato da una fragorosa risata collettiva.
Al nome “Sonia”, dal salotto giunge il rumore confuso di carne umana in movimento, misto a quello più acuto ed elegante del vetro che cozza contro qualcosa, probabilmente il tavolo. Quindi passi. E alla fine la testa del signor Lorenzo fa capolino dal corridoio. Quando parla la sua voce sembra aver subito una metamorfosi. Pare sia ringiovanito vent’anni. Il suo grugno si distende in un sorriso, o almeno, aiutato dal vino, ci prova.
«Ciao Sonia. Come stai?»
«Bene tu?»
Lei non sorride affatto. Rimane con le braccia incrociate e le labbra carnose increspate in una maschera indecifrabile, sospesa tra l’insofferenza e la noia, come se avesse aperto casualmente una porta e vi avesse trovato un cadavere di animale ricoperto da mosche. Un animale che le era appartenuto e di cui si era finalmente liberata. Per un po’ i tre rimangono in silenzio, come un triangolo rigurgitante pensieri i cui lati si sfiorano appena senza incrociarsi veramente.
Alla fine Sonia dice «Lo scarico del bagno si è rotto. Puoi venire giù un secondo ad aggiustarlo?» Mentre lo dice la sua espressione rimane imperturbabile.
Può un uomo di 67 anni essere così stupido da pensare che una donna con la metà dei suoi anni voglia scoparselo perché lo trova attraente? Alla signora Anselma la risposta appare chiara, cristallina, ed è un secco e reciso no. Ma le basta rivolgere uno sguardo neanche troppo analitico agli occhi di suo marito per riconoscere in lui la tendenza ad attribuire a quella domanda elementare, retorica se vogliamo, una risposta diametralmente opposta.
«Ok. Prendo gli strumenti e arrivo»
Gli strumenti, la signora Anselma lo sa, sono una chiave inglese a rullo, un cacciavite dalla punta intercambiabile Ikea, un martello (sempre Ikea) e una banconota da cinquanta euro prelevata dal suo nascondiglio segreto. Una scatoletta cinese con il coperto laccato di rosso, ormai sbiadito in un marroncino cacca in fase terminale di scrostamento, che evidentemente tanto segreto non è.
Sonia infatti, oltre che una vicina invadente, è anche una puttana. Non in senso morale, ma strettamente professionale. Nel senso che di giorno fa la cassiera part-time alla Despar, quella all’incrocio tra Via degli Alfani e Via Savonarola, mentre di notte arrotonda gli introiti lasciandosi trapanare il posteriore da qualche estraneo. I vicini di una certa età, pronti a sbavare sulla prima fighetta rasata che incontrano, sono i suoi bersagli preferiti. Un’attività molto discreta, la sua, pulita, senza rischi. L’unico inconveniente che potrebbe capitare è che uno di quegli eroici matusa, sovraccaricato emotivamente e fisicamente dallo sforzo sovrumano di quella sua occasionale e faticosa erezione, schiatti.
Le due donne stanno una di fronte all’altra sul confine della porta. Non hanno niente da dirsi e lo sanno. La signora Anselma sa chi è Sonia e la odia a morte per questo. Sonia sa che lei sa, così come sa che la odia a morte, ma non gliene fotte nulla. Si limitano a fissarsi in silenzio, una con le braccia incrociate, l’altra lungo i fianchi, inerti e prosciugate di ogni energia. La luce nelle scale si spegne improvvisamente, e per un istante cancella il volto di Sonia dal suo campo visivo, ma subito lei la riaccende. I suoi occhi non si sono mossi, stanno sempre lì, fissi nei suoi. La signora Anselma vi cerca qualcosa di cattivo, di perverso, ma non lo trova.
Il signor Lorenzo le passa accanto senza nemmeno salutarla, limitandosi a scomparire con Sonia oltre il profilo geometrico delle scale. I loro passi riecheggiano, sempre più lontani. Poi arriva il rumore della chiave che ruota nella toppa; un rumore che sembra volersi prolungare all’infinito, come l’inquietante cantilena di un grillo meccanico. O un grimaldello che penetra a vuoto negli ingranaggi del vecchio cuore della signora Anselma, nella speranza vana di rimettere in moto un meccanismo inceppato.

***


Quando si erano sposati, il prete aveva detto: non è tanto l’amore tra di voi ad essere importante, ma quello di ognuno di voi verso Dio, che ricambiando questo vostro amore e riversandolo sulla vostra unione, la renderà salda.
Aveva detto anche: la vostra unione non è una linea retta tesa tra due estremi, ma un triangolo. Tra di voi ci sarà sempre un terzo a interporsi con la sua presenza. E quel terzo è Dio.
La signora Anselma ricorda spesso quelle parole nelle sue preghiere. E si chiede se forse non hanno amato Dio abbastanza. A volte cerca di immaginare lo strumento per misurare l’amore verso Dio come un gigantesco termometro, con una spessa tacca rossa come contrassegno del livello di amore sufficiente, sotto il quale il Signore non si sente probabilmente in dovere di ricambiare. Si immagina che ogni azione alzi e abbassi di volta in volta il livello della barra dell’amore, in un’oscillazione continua che alla morte delle persone stabilisce il destino della loro anima immortale. O su, o giù.
Forse il livello della loro barra, come coppia, non è sufficiente. Eppure a lei sembra di aver fatto tutto il possibile. Il comportamento di suo marito, le bestemmie, l’alcol, l’adulterio, hanno sicuramente abbassato il livello, come una specie di zavorra di peccati, ma lei non ha forse fatto di tutto, di tutto per rendere giustizia alla Parola di Dio tra quelle mura?
Quando erano tornati dal viaggio di nozze, lei non aveva voluto concedersi al signor Lorenzo. E se lui provava a toccarla lei urlava e urlava, e anche con gli schiaffi non era possibile calmarla. Non era tanto l’offesa in sé a ferirla, il sentirsi oltraggiata o che, non era quello, quanto il fatto di non riuscire a liberarsi da una sensazione di sporcizia, l’idea di un’infezione progressiva e irreversibile che proliferava dentro di lei e quando si guardava allo specchio, nuda, provava una vergogna quasi dolorosa. Spesso, quando era sdraiata nel letto accanto al marito, completamente immersa nel buio, scoppiava a piangere senza motivo.
Allora aveva parlato con il prete, lo stesso che li aveva sposati e quello aveva detto: c’è un solo modo per superare la cosa, ed è realizzare il vero e unico scopo dell’unione matrimoniale. Fare un figlio, questo le aveva suggerito. Solo così la loro unione sarebbe potuta procedere nuovamente sotto il segno della purezza. Tutto sarebbe stato cancellato.
Quando lui le era montato sopra la signora Anselma aveva tenuto gli occhi saldamente chiusi. Il signor Lorenzo aveva cominciato a dare colpi avanti e indietro, dentro di lei, mentre con una mano si teneva arpionato allo stipite del letto e con l’altra le strizzava la chiappa sinistra. Lei si era convinta che non avrebbe dovuto piangere, che era una cosa normale quello che stava succedendo. Ma quando lui aveva grugnito e la pressione sulla chiappa si era allentata, non aveva retto ed era esplosa in un’appena percettibile serie di singhiozzi, asciutta però, senza lacrime. Lui si era lasciato cadere di lato, si era acceso una sigaretta ed era andato in bagno sbattendo la porta. Dopo un minuto circa la signora Anselma aveva sentito un orrendo peto, poi lo sciacquone, quindi il rumore sordo e continuo dell’acqua della doccia che scorreva oltre la tendina di plastica.
Il figlio però non è arrivato.
Erano arrivate le offese del signor Lorenzo però, che almeno una volta al mese, con una ricorsività quasi rituale, le ricordava quanto fosse inutile scoparla e quanto le sue ovaie fossero aride. Aride come il tuo cuore, diceva. Il tuo cuore freddo come un ghiacciolo.
All’inizio lei piangeva disperata, senza riuscire a difendersi da quell’umiliazione continua. Poi aveva smesso. La profezia di quelle parole dette non tanto per crudeltà, sentimento di cui il signor Lorenzo nella sua globale indifferenza per l’altrui sensibilità era assolutamente incapace, ma per inerzia, per noia, si era avverata: qualcosa dentro di lei era appassito. Morto. Il suo cuore era diventato davvero freddo come un ghiacciolo. Si vedeva come San Sebastiano, così com’è sempre rappresentato nei quadri famosi. Trafitto dalle frecce, sanguinante, ma con un sorriso serafico e un po‘ ebete stampato sulla faccia. Le frecce lo hanno colpito, ne arriveranno altre forse. A lui però non gliene frega niente. Neanche della morte gliene frega. Perché è un martire lui, e i martiri non sono altro che questo: animali che hanno superato la paura del macello. Sono già hamburger impacchettati nelle loro confezioni di poliestere, braciole, costate, salami penzolanti, anche se sono vivi. Tutto quello che sta tra la carne viva e l’hamburger, il martire non lo considera che un inevitabile accessorio di quel destino che accetta, che ama, anche se non ha nessun interesse a comprenderlo.
Poi un giorno, sette anni dopo, era andata all’ospedale per un controllo. Aveva sempre sofferto di cistiti. Ma quella per cui aveva convinto il marito a scarrozzarla lì durava ininterrottamente da una settimana. La notte, era costretta a mordere il cuscino per non pisciarsi addosso tra atroci fitte di bruciore. Attraverso i suoi occhi pesti d’insonnia e dolore, aveva osservato il giovane medico muoversi attraverso la stanza, poi finalmente sedersi di fronte a lei, come un vecchio amico. Non aveva mai smesso di sorriderle. Era giovane e portava lunghe basette alla moda. I suoi denti erano bianchi e luminosi.
Vuole chiamare dentro suo marito? Le aveva chiesto. Lei aveva detto che non serviva, che le dicesse semplicemente cosa avrebbe dovuto fare per far smettere il male. Allora durante tutta l’ora seguente il giovane medico le aveva illustrato, aiutandosi con una lavagnetta e un gesso, che cos’era l’endometriosi. Probabilmente il tessuto interno del suo utero, l’endometrio, era proliferato in altre zone del corpo. Come la vescica, per esempio. Le continue irritazioni e cistiti erano dovute a quello. Le erano mai capitate perdite di sangue al di fuori delle mestruazioni? Sì, esatto. Si chiamava metrorragia. Non era grave, solo discretamente dolorosa. Poi era andato a prendere un altro gesso, perché era finito. Mi scusi, le aveva detto. Lei era rimasta a fissare il disegno del suo apparato riproduttore, che sembrava la faccia di un caprone demoniaco. All’altezza della fronte del caprone, una freccia ondulata si allungava fino al naso e alla bocca, confluendo nella parola, scritta con una grafia molto elegante: sangue mestruale. Tutto quello che stava succedendo la imbarazzava molto.
Quando il dottore era tornato stava ancora sorridendo. Le aveva spiegato che, sfortunatamente, sembrava che l’endometrio fosse proliferato anche in altre zone, come le ovaie. Le conseguenze in questo caso erano dolore ovarico intermestruale, minzione dolorosa, costipazione, infertilità.
Mi scusi dottore, ha detto infertilità?
Sì, signora.
Vuol dire che non potrò avere figli?
Tecnicamente no.
E si può guarire?
A quel punto il giovane medico aveva avvicinato la sua voluminosa poltrona nera e, senza smettere di sorridere, le aveva appoggiato le mani sulle ginocchia. Nel suo sguardo era apparsa una sfumatura cupa, come una leggera pennellata di grigio sui riflessi azzurri dell’iride. Poteva indicare pietà, o smarrimento, o addirittura paura. L’esattezza di un’ipotetica scienza dell’empatia è così utopica per l’attuale umanità quanto quella dell’esattezza di una scienza medica. Se la signora Anselma fosse stata in grado di dare ai suoi pensieri un’adeguata forma verbale, sarebbe stata più o meno questa.
Faremo tutto il possibile, aveva detto il giovane medico. Ma gli occhi, fissi nei suoi, dicevano che non c’era assolutamente nulla che si potesse fare.

***


Quando il signor Lorenzo ritorna, la signora Anselma si trova sul divano, coi piedi infilati nella ciabatte e tra le dita una sigaretta spenta.
Accanto a lei c’è la Bibbia. La legge ogni tanto, si è abituata fin da bambina a farlo. Accecata dal suo odio verso Sonia, quella sporca troia ciucciacazzi, ha aperto una pagina a caso e ha letto: “E Gesù disse loro: in verità vi dico: i pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio”. Matteo 21,31. A volte è veramente difficile capire cosa il Signore stia cercando di dirle. Ora sta guardando un talk show monopolizzato da una signorina dai lunghi capelli castani e l’accento straniero che continua a dire ininterrottamente, da cinque minuti: «Io non vi stimo»
Quando la porta si chiude con un secco schiaffo metallico, il presentatore, un cinquantenne dall’aria giovanile e la camicia con le maniche arrotolate all’altezza dei gomiti, sta dicendo: «Non siamo qui per dare giudizi morali»
I passi del signor Lorenzo si allontanano lungo il corridoio, scomparendo assorbiti dall’abbraccio ovattato della moquette in camera da letto. Poi riappaiono, conducendo i suoi 92 chili di carne cirrotica proprio di fronte a lei, accanto al basso tavolino di legno.
«Non sei stanca di guardare questa merda?»
La signora Anselma finge di non sentirlo. Porta la sigaretta alle labbra prima di accorgersi che è spenta.
Lui, rallegrandosi malignamente di quella circostanza, dice «È spenta» Quindi riparte all’attacco, biascicando un po’ le parole: «Non sei stanca?»
«Non lo so»
«Io sì. Andiamo a letto»
«Va bene»
Si alza meccanicamente e, altrettanto meccanicamente, comincia a raccogliere i bicchieri sul tavolo. Lui intanto afferra la bottiglia di vino mezza vuota e se ne scompare di là. La signora Anselma si è trasformata anno dopo anno sempre di più in un insetto dalle sorprendenti capacità mimetiche. Sa di essere chiusa in gabbia insieme a un grosso esemplare di cobra, suo predatore potenziale, perennemente sbronzo e affamato, e sa che l’unico mezzo per non essere sbranata è mimetizzarsi il più possibile con l’ambiente circostante. Se il serpente striscia accanto a lei, minaccioso, non deve fare altro che assumere lo stesso colore del muro o della moquette, diventando invisibile. Così lui passa oltre. Pericolo scampato.
Mentre rassetta il tavolo da pranzo deve bere un altro mezzo bicchiere di vino prima di rendersi conto che anche lei è un po‘ sbronza. Sente le gambe pesanti e la testa come sospesa sopra un circuito elettrico che ogni tanto la stuzzica con una forte scossa, dissipando la momentanea confusione e lasciandola più lucida e attiva che mai. Non sente nessun desiderio di dormire. Nessuno. L’alcol non le ha mai fatto quell’effetto.
Rimane per qualche minuto a fissare la stretta finestra della cucina, un rettangolo che ogni mattina le restituisce la stessa identica monotona porzione di mondo. Un alto muro che sovrasta il parcheggio di un supermercato, scrostato, lurido di manifesti incollati uno sopra l’altro, che nel tempo hanno formato un secondo muro fatto di parole e immagini che adesso, mescolate in una macedonia di cartaccia illeggibile e colla rappresa, non significano più nulla. La signora Anselma si chiede cosa ci sia oltre quel muro.
Che idiozia. Lo sa benissimo cosa c’è oltre quel muro. C’è via San Gallo. La fa ogni mattina per andare al lavoro. E oltre quella case, macchine, strade, giardini recintati in cui genitori coscienziosi portano a giocare i cani e i bambini. E poi probabilmente altri muri, altri supermercati su cui si affacciano altre finestre, con altre stronze come lei che fissano altri vetri opachi senza osare spalancarli.
Pensa che sarebbe bello aprire la finestra e volare fuori, solo per sapere se a guardare tutto quello dall’alto cambia qualcosa. Riderebbe di questa sua stupida fantasia se avesse voglia di ridere. Ma l’ultima volta che ha riso è stato parecchi anni fa, quando alla mensa un rumeno ha cominciato a palpeggiare una ragazza mezza ubriaca, e quella gli ha vomitato addosso. Poi lui l’aveva presa a calci spaccandole due costole e quindi non c’era stato più niente da ridere, anzi.
Le viene in mente suo padre, che faceva l’elettricista. L’aveva fatto per 40 anni. Era noto per essere molto scrupoloso e attento nel suo lavoro. Poi un giorno mentre si faceva il bagno un asciugacapelli era caduto nella vasca e lui si era beccato la scossa ed era morto.
Ci sono forze che per tutta la vita cerchiamo di controllare, e alla fine se ne vengono fuori improvvisamente e ci ammazzano.
Sul momento le sembra un pensiero molto vero e profondo. Ma infondo, si rende subito conto, sono solo le fantasie di una vecchia che ha bevuto un bicchiere di troppo. Allora ne beve un altro, spegne la luce e va in camera da letto.
Il signor Lorenzo dorme alla grossa. Il suo petto si alza e si abbassa mentre dalla cavità orale mostruosamente spalancata si sprigionano rantoli che non avrebbero niente da invidiare a quelli di un suino. Tanto meglio, visto che lei non ha nessuna intenzione di dormire. Si sdraia accanto a lui e prende in mano la Bibbia. Apre una pagina a caso e legge. Dopo un quarto d’ora si volta verso suo marito e lo guarda. Sembra quasi che stia guardando un punto indefinito al di là di quel corpo, sulla parete o sul pavimento, tanto i suoi occhi sono opachi e distanti. Poi legge ancora un po’. Si fuma una sigaretta. Lo guarda di nuovo. Ad un certo punto si alza e cammina un po‘ per la stanza, avanti e indietro, compiendo un percorso a ferro di cavallo dalla porta d’ingresso a quella del bagno, e viceversa. Cammina tanto da perdere la concezione del tempo. Quindi va in cucina e torna con del nastro adesivo nero. Lega saldamente mani e piedi del signor Lorenzo alla ringhiera di ferro del letto, quindi si siede accanto a lui. E aspetta.
Lui continua a dormire. I grossi peli che fuoriescono dal naso hanno qualcosa di osceno. Da giovane era davvero un bel ragazzo, pensa la signora Anselma. Peccato che lei abbia goduto così poco di quella bellezza. Lo scuote dolcemente per svegliarlo, ci vuole qualche minuto.
«Porca troia, cazzo»
Il signor Lorenzo non si accorge subito di essere legato. I suoi occhi rimangono chiusi mentre la bocca, meccanicamente, per abitudine, formula le offese di repertorio all’indirizzo della moglie.
«Che cazzo vuoi. Lasciami dormire, porca puttana. Inutile idiota che sei. Che domani devo lavorare cazzo»
Poi, quando si accorge che i movimenti del suo corpo non rispondono correttamente agli stimoli inviati dal cervello, il che non è normale per quanto lui sia sbronzo, spalanca gli occhi. Quei piccoli bulbi irrorati di piccole venuzze rosse, sembrano dovergli schizzare fuori dalle orbite.
«Ma che cazzo di...»
Lei si limita a fissarlo con un’espressione abbastanza neutra. Poi prende il telecomando e accende la tv, la cui voce elettronica assorbe in un istante quella della signor Lorenzo. Danno un western con Henry Fonda. Le giocose grida dei pistoleri riecheggiano nella stanza, coronate dall’incessante ritmo degli zoccoli dei loro cavalli.
«Slegami subito lurida...» Il signor Lorenzo continua a sbraitare le sue minacce, contorcendosi come una biscia, ma la moglie non lo sta più ascoltando. Appoggia la Bibbia sul letto, proprio accanto a lui. Poi si alza e va di là. Quando torna ha in mano un grosso paio di forbici, quello che il signor Lorenzo usa per tagliare i fili di rame. Ignorando le urla di terrore del signor Lorenzo, gli abbassa le braghe del pigiama, poi accomoda le forbici accanto a sé e sollevata la Bibbia, la sfoglia finché non ha trovato quello che cerca. Con voce calma e scandendo bene le parole, comincia a leggere:
«Veramente le labbra di una straniera stillano miele, e più viscida dell’olio è la sua bocca; ma alla fine ella è amara come assenzio, pungente come spada a doppio taglio. I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono al regno dei morti»
In tv il pianista del saloon sta strimpellando una gioiosa polka. Tutti ballano.
Poi aggiunge: «Proverbi 5, 3»
Sembra soddisfatta. Impugna quindi con la mano destra le forbici, mentre con la sinistra afferra saldamente il pene del marito, tirando in alto la pelle in modo che alla base, proprio sopra la fitta giungla di peli neri, la superficie sia tesa e uniformemente liscia. Il colore della pelle, di solito ingrigito dagli incavi tra le spesse e flaccide rughe, adesso appare rosea come quella di un bambino. Avvicinando il volto e increspando le labbra come quando strofina i pavimenti con la candeggina per rimuovere le macchie più insidiose, la signora Anselma comincia a tagliare. La carne umana, riflette, è molto meno resistente di quanto possa sembrare.
Dopo aver finito, contempla per qualche istante il pezzo di carne che tiene tra il pollice e l’indice e lo appoggia sul comodino. Quindi procede con i coglioni, che rivelano qualche difficoltà in più, data la loro conformazione in qualche misura meno adatta ad essere impugnata e una porzione maggiore di superficie aderente al corpo, rispetto al pene. In compenso però, offrono una consistenza decisamente più morbida e cedevole.
Quando ha finito va a lavarsi le mani. Si farà una doccia, forse, ma più tardi. Le urla del signor Lorenzo sono cessate da un pezzo. La sua faccia tinta di un bianco spettrale è rivolta al soffitto avvolto nella penombra. Dalla bocca scorre un rivolo di sangue che si mischia alla saliva schiumosa e alle lacrime. Dev’essersi strappato un pezzo di lingua a morsi. Volta per un attimo la testa in direzione del bagno, boccheggiando qualche parola muta. Probabilmente sente il rumore dell’acqua che scorre. Forse cerca di dare un senso alle sensazioni che lo avvolgono come un paradossale involucro di follia. I suoi occhi sono vacui, spenti. Non vede realmente nulla di quello che ha attorno. Così come la signora Anselma sembra non accorgersi neanche di lui quando attraversa la camera per avvicinarsi al comodino su cui si trova la virilità vivisezionata del signor Lorenzo. Mette tutto nel bicchiere in cui i due coniugi per 47 anni hanno tenuto gli spazzolini e il dentifricio, quindi scompare in direzione della cucina.
In tv, la voce di Henry Fonda, sullo sfondo arido di una strada di terra battuta e di case di legno in cui sembra non vivere nessuno dalla notte dei tempi, sta dicendo: «Non lo so Doc... gli uomini sono fatti così»


? FINE ?




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