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lavoro pubblicato sabato 24 gennaio 2015
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Morte in una mattina di fine Luglio

di MattiaQuerci. Letto 588 volte. Dallo scaffale Pulp

Kazim avanzava svelto sotto il cielo sbiadito di un martedì di fine luglio. Il parcheggio della banca era arroventato da un sole impietoso e, ad ogni passo, sentiva gli stivali affondare nell’asfalto molle. Si portava appresso i...

Kazim avanzava svelto sotto il cielo sbiadito di un martedì di fine luglio. Il parcheggio della banca era arroventato da un sole impietoso e, ad ogni passo, sentiva gli stivali affondare nell’asfalto molle.

Si portava appresso il borsone di pelle: era pesante e lo rallentava, costringendolo ad un’andatura sbilenca, pendente da un lato. Lo spallaccio di cuoio gli stava consumando la spalla, protetta solo dalla t-shirt bianca, impregnata di sudore.

In lontananza, ancora distanti ma in avvicinamento, Kazim sentiva le sirene della polizia recitare un messaggio che conosceva fin troppo bene: scappa.

Il colpo era andato più liscio del previsto. Si era aspettato le urla dei clienti, il panico, gli impiegati che giuravano e spergiuravano di non poter aprire le cassaforte, l’allarme attivato da qualche eroe improvvisato.

Invece nulla. Il calibro 50 stretto in mano, aveva fatto stendere i clienti –pochi, per un martedì mattina- sul pavimento e li aveva tenuti sotto tiro mentre Thad si faceva consegnare la grana e la ficcava nel borsone. Cinque minuti, poi fuori. Non avevano sparato neanche un proiettile. Facile.

Ammazzare Thad era stato più difficile. Anche se probabilmente era l’unico a pensarlo, Kazim si sentiva un uomo d’onore e ficcare una pallottola nella nuca del suo complice di sorpresa, senza dire una parola, non era nel suo stile. Il botto era riecheggiato nel piazzale deserto. Thad era rimasto in piedi per qualche secondo prima di crollare. Non l’avrebbero identificato, la faccia era volata via.

Non era la prima rapina che facevano insieme e Kazim aveva iniziato a considerare quel messicano sovrappeso qualcosa di più di un complice, forse un amico. Peccato, stavolta non poteva permettersi di dividere il bottino.

La macchina sportiva con cui erano arrivati era parcheggiata vicino all’ingresso. Avevano imparato a lasciarla aperta, le chiavi nel quadro, per poter ripartire il più velocemente possibile. Kazim aprì la portiera e sbuffò quando l’aria bollente dell’abitacolo lo investì in pieno volto. Con uno sforzo si sfilò il borsone di dosso e lo lanciò sul sedile del passeggero. Dieci secondi dopo si era già fiondato fuori dal piazzale e stava sfrecciando lungo la strada a tre corsie che divideva in due la città. Nello specchietto retrovisore già lampeggiavano le luci rosse e blu delle volanti.

La strada era poco trafficata e Kazim poté guidare con relativa tranquillità per diversi chilometri, filando spedito, prima di incontrare traffico. Aveva cambiato direzione tre o quattro volte, invertendo il senso di marcia come un turista sperduto in un città straniera prima di infilarsi nel piazzale di un autolavaggio. Si era fermato e aveva trattenuto il fiato, tendendo l’orecchio al suono delle sirene.

Niente. Solo auto qualunque guidate da gente qualunque, che viveva una vita normale. Anche Kazim ce l’avrebbe avuta una vita così. Doveva tener duro qualche ora, il tempo di chiudere l’ultima questione, e poi sarebbe fuggito per l’ultima volta.

Passò altro tempo. Quando fu sicuro di aver seminato gli sbirri si rilassò, il borsone ancora al suo fianco, e ripartì adagio verso le periferie.

La corsa di Kazim si concluse ad un semaforo sotto un cavalcavia, accanto all’ insegna scolorita di un bar tavola calda. Aveva acceso la radio su un canale a caso, per tenersi compagnia e fare finta di non aver appena ammazzato l’unico amico che aveva. I finestrini aperti, teneva una mano sulla plastica bollente del volante e l’altra fuori, penzoloni lungo la portiera. Il caldo era insopportabile.

La motocicletta si accostò da destra rombando e si fermò all’altezza dello specchietto retrovisore. Kazim guardò il motociclista: irriconoscibile sotto il casco integrale, indossava una canotta nera da cui spuntavano braccia robuste, coperte di tatuaggi. Sulla spalla sinistra aveva una specie di geroglifico; Kazim non aveva idea di cosa significasse ma credeva di averlo già visto, disegnato sui muri scalcinati del quartiere. Il motociclista indossava un gilet di pelle con la zip mezza tirata giù e il davanti troppo gonfio.

Kazim vide il tizio in sella abbassare lo sguardo sul sedile e lo imitò. Il borsone, forse nel trambusto della fuga o forse per l’incompetenza di Thad, era rimasto un po’ aperto. Dalla cerniera faceva capolino un fascio di biglietti da cento. Invitante.

-Che cazzo c’hai da guardare ?

Kazim lo disse rialzando la testa; le ultime sillabe gli morirono in bocca spegnendosi in un sibilo roco. L’ uomo sulla moto gli aveva già puntato contro il revolver.

Successe tutto lentamente: il dito, guantato di pelle nera, tira indietro il cane, le dita della mano si chiudono sul calcio, l’indice si piega sul grilletto, il metallo vibra riflettendo il bagliore giallo del sole.

L’ultima cosa che Kazim vide fu la sua stessa faccia sudata riflessa nella visiera del casco. In altre situazioni avrebbe trovato buffa la sua espressione. Poi lo sparo, ovvio eppure inaspettato, che lo centrò nel petto, trapassandolo.

Non fu il dolore. Fu il rumore. Un rimbombo assordante che gli esplose nei timpani e gli annebbiò la vista mentre il mondo tutto intorno iniziava a collassare. Si stava già facendo buio e Kazim credette di distinguere la sagoma del motociclista che si infilava nell’abitacolo. Un secondo dopo era sparito, lasciando dietro di sé solo l’eco del motore lanciato al massimo dei giri.

Il borsone non c’era più ma,ormai, per Kazim non sarebbe più stato un problema.



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