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lavoro pubblicato giovedì 22 gennaio 2015
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'amantide religiosa

di YuriVincent. Letto 612 volte. Dallo scaffale Pulp

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Sbatté la porta e uscì di casa, non poteva credere di averlo fatto. Un intero mondo spariva, chiuso in quella scatola di mattoni, d’infissi, di lampadine da cambiare. Amore, rancore, vitalità e depressione si erano alternati negli anni al ritmo lento di quel matrimonio ormai esausto. Quella sera bastò una litigata qualunque, scaturita dall’aver lasciato il dentifricio senza tappo, che si evolse inevitabilmente in accuse generiche sulla noncuranza dell’approccio alla vita quotidiana in casa e come coppia. Parole grosse e stoviglie presero il volo tra quelle quattro mura sorde e Giacomo avvertì la sensazione che si fosse superato il confine oltre il quale non vi è più alcun rispetto. Si sentì dare del fannullone e topo di fogna e rispose così: “benissimo; il topo lascia la fogna e la merda che la abita”. Pervaso da un’energia maligna e furibonda riempì uno zaino dello stretto necessario, sotto lo sguardo celatamente triste della sua coscienza smarrita e della sua consorte livida in volto. Improvvisamente venne colto da una voglia spasmodica di bere. Recuperò portafogli, chiavi dell’automobile e la sua preziosa bottiglia di Grappa di Amarone barricata, che solitamente centellinava, e attraversò definitivamente l’uscio facendolo tuonare alle sue spalle.

La serata era fredda e lucida, colorata solo dai lampioni e dai televisori che illuminavano le tende alle finestre delle case, in quello che, solo allora, apparve ai suoi occhi come un tetro quartiere residenziale per benestanti. Giacomo partì senza far riscaldare la vettura, com’era solito fare per rallentarne l’usura. Siccome non sapeva dove andare, si diresse in tangenziale, lì avrebbe potuto spingere il piede sull’acceleratore e attaccarsi avidamente alla bottiglia, così da schiarirsi le idee e scrollarsi di dosso quel grigiore che gli era piombato rovinosamente dentro. Non provava alcun rimorso per il suo comportamento tuttavia non sorrideva; le uniche due azioni che riusciva a compiere in quell’istante erano bere e guidare. Cominciò a sentirsi meglio quando decise di prendere la prima uscita disponibile per poi rientrare in tangenziale nella direzione inversa e tornare a S. Felicità, il paese dove era nato e cresciuto e dove si era radicata la sua vita con Carla. Aveva già percorso quaranta chilometri (trenta in una direzione e dieci in quella opposta che l’avrebbe riportato indietro verso una meta inesistente) quando, come ci si accorge di un infarto imminente, percepì la macchina perdere colpi mentre la spia della benzina lampeggiava disperatamente. Imprecando riuscì a raggiungere, con la vettura in preda a convulsi colpi di tosse, la prima piazzola di sosta disponibile e vi si arrestò.

Alberto aveva da poco terminato di mangiare la sua pizza surgelata, comperata al discount e si stava rollando uno spinello di ascisc, la moka del caffè gorgogliava sul fuoco lento. Un momento sacro e irrinunciabile per quel quarantenne scapolo, un tempo sognatore. La dura giornata di lavoro era conclusa, aveva sbrigato anche la necessaria pratica del cibo e ora non gli restava che cullarsi nel lento offuscamento dei sensi. Sorseggiò il caffè facendo attenzione a non scottarsi la lingua. Prese la canna e cercò l’accendino, con lo sguardo, sul tavolo. Non trovandolo fu costretto a malincuore ad alzarsi e a perdersi per le camere alla sua ricerca. Quando lo vide, vicino al cellulare sul comodino accanto al letto, si sentì leggermente sollevato; prese anche il telefono per evitare la remota scocciatura di doversi scomodare in seguito. Aprì lo sportello, come faceva per abitudine ogni volta che l’aggeggio gli capitava tra le mani, come una specie di tic, sicuro tuttavia che nessuno l’avesse cercato. Quella sera non fu così, l’arnese gli rinfacciava tre chiamate senza risposta e un messaggio che recitava: Sono nella merda, ti prego chiamami. Nonostante l’indolenza e lo spinello pronto a farsi fumare, richiamò subito quel vecchio amico di infanzia. Terminata la conversazione Alberto indossava già il cappotto e, tanica alla mano, si accingeva a uscire nella fredda scomodità di quella serata invernale.

Durante quella sosta forzata, Giacomo ingurgitò fino all’ultima goccia di grappa, telefonò e mandò sms all’unica persona che non gli avrebbe fatto domande riguardanti Carla, scese e risalì dalla macchina svariate volte, si accese una sigaretta dietro l’altra senza sentirne né il gusto né quel piacevole e familiare dolore che aveva sempre provato nell’aspirare quel veleno. Invidiò le macchine che passavano, rispose alla chiamata risolutrice di Alberto dopo aver preso a calci le gomme della sua amata BMW. Quando, quaranta minuti più tardi, vide dallo specchietto retrovisore l’auto dell’amico che accostava, una vecchia Fiat Punto convertita a metano, si trovava nuovamente seduto in macchina e tamburellava nevroticamente le dita sul volante.

- “Patente e libretto” - scherzò Alberto aprendogli lo sportello.

- “Grande sei arrivato, mi salvi la vita”. - Queste parole, lievemente biascicate, bastarono ad Alberto per intuire lo stato non certamente sobrio in cui versava l’amico di vecchia data.

-“Dai Jack scendi e aiutami che facciamo ripartire sto rudere”

-“Attento a come parli” farfugliò Giacomo smontando pesantemente dall’auto.

La macchina fu rifornita abbastanza da raggiungere un distributore di benzina, durante l’operazione Giacomo accennò in modo superficiale alla situazione in cui si era improvvisamente trovato quella sera, raccontando di come il suo matrimonio si fosse sgretolato dall’interno nel corso degli ultimi anni e di come, adesso che l’ultima goccia aveva fatto traboccare il vaso, non riuscisse a soffrirne per niente.

-“Ti seguo, fermati al primo distributore” - disse sogghignando Alberto, poco convinto delle affermazioni appena ascoltate - “Ti va di venire a casa mia?” “Magari ti rilassi.” “Grappa ne hai?” “Certo che si.” “Andata!” Sentenziò Giacomo.

Finalmente una meta, non era certamente definitiva ma adesso Giacomo aveva un posto per passare la serata e chissà, confidando nell’antica amicizia che legava i due, anche la notte. Il viaggio di ritorno filò liscio e parve durare un batter d’occhio. L’asfalto lucente cullò le due automobili con materna dedizione, avvolgendole in profumi inaspettati che nulla avevano in comune con l’inverno in corso, ancora alquanto distante dal volgere al termine. Il cielo, che all’orizzonte si mescolava a quell’informe massa di abitazioni, capannoni e fabbriche, parve meno scuro e tetro agli occhi lustri di Giacomo. Riuscì perfino a scorgere il brillare di alcune timide stelle, tanto nel cielo quanto nel proprio animo che andava inspiegabilmente acquietandosi.

Il minuscolo appartamento di Alberto si trovava anch’esso a S. Felicità, in un complesso residenziale incastrato tra i palazzi, come un anonimo villaggio turistico che nessuno avrebbe mai scelto come destinazione per la villeggiatura. Entrandovi Giacomo si sentì tuttavia improvvisamente in ferie, una sensazione che non provava da molto tempo. Il suo pensiero volò alle vacanze al mare e in montagna con Carla, che, negli ultimi due anni gli erano pesate molto più delle giornate lavorative. Il lavoro, nonostante la dose di quotidiana e tediosa ripetitività, lo obbligava con sollievo a passare buona parte della giornata lontano da quella ormai gelida e scricchiolante relazione.

I due si diressero con passo spedito verso l’interno quattro, quello dell’appartamento di Alberto, percorrendo il tratto lastricato che separava i piccoli giardinetti privati delimitati da ringhiere azzurre. Le abitazioni, basse e bianche con i tetti di un marrone rossiccio e leggermente spioventi, scorrevano inosservate ai lati dei due amici e Giacomo faticando a reggere il ritmo imposto dal suo ex compagno di scuola, s’interrogò su quale potesse essere il motivo di tanta urgenza. “Perché sta fretta?” Ansimò quindi. “Non ho fretta… cammino così.” Rispose seccamente Alberto che incalzandolo ancora disse: “Senti che fiatone che hai?” “Non ho il fiatone… respiro così.” “Dovresti fare un po’ di sport.” Rispose Alberto esibendo rilassatezza.

Arrivarono sull’uscio dell’appartamento senza pronunciare più alcuna parola, ma entrambi appagati per essere riusciti a rompere il ghiaccio così facilmente, dopo tanto tempo trascorso a vivere due esistenze diametralmente opposte. Una di queste, era indirizzata alla sopravvivenza solitaria, inchiodata al senso del dovere e alla ricerca di evasione dallo stesso, se pur alimentata dalla flebile speranza che qualcosa sarebbe potuto cambiare, perché il destino va atteso, raccolto. L’altra apparteneva a una persona di successo, all’apparenza forte e decisa, cooprotagonista di un matrimonio meraviglioso (minato in realtà da interi villaggi brulicanti di tarli) esistenza alimentata dalla convinzione cieca che tale matrimonio rappresentasse l’unico ostacolo alla felicità.

Tale sicurezza vacillò tiepidamente quando Giacomo varcò l’uscio dell’appartamento. Un odore acre di fumo stantio permeava la stanza che fungeva da ingresso cucina e salotto, ma per uno che, nel giro di due ore, aveva fumato undici sigarette e bevuto quasi mezza bottiglia di grappa, la cosa poteva tranquillamente passare. Appena entrati in casa Alberto si fiondò nei pressi del tavolo dove era rimasto ad attenderlo lo spinello, preparato con cura ormai più di un’ora prima. Se l’infilò in bocca e si rivolse al suo ospite: “Petardo jack?” “Cos’è l’ultimo dell’anno?” Replicò distrattamente Giacomo intento a guardarsi intorno. “Questo petardo.” Disse Alberto attirando l’attenzione sull’oggetto che teneva tra le labbra. “Cazzo fumi ancora Albe?” In quell’istante Giacomo comprese il motivo dell’andatura quantomeno insolita che, dalle automobili, li aveva portati all’appartamento. “Bella storia, è una vita che non fumo e stasera mi ci vuole.” “Bene accendila tu allora.” Giacomo annuendo accettò di buon grado l’invito e, mentre l’altro versava due bicchieri di birra e tirava fuori la bottiglia di grappa (comperata anch’essa al discount), si accomodò sul divano a gambe incrociate e mani dietro la nuca, pronto ad aggiungere altra nebbia a quell’ambiente e a quell’organismo. “Albe è stata una fortuna che avessi la tanica in casa!” “Direi di sì, visto che la mia macchina va a metano.” “Infatti, che cazzo ci fai con una tanica in casa?” chiese veemente Giacomo. “Non è sempre andata a metano…” Alberto nel pronunciare tali parole, osservò l’amico, o meglio quella simpatica e irregolare sigaretta che gli volteggiava tra le dita, sigaretta per la quale aveva corso come un pazzo attraverso il paese e spinto al massimo la Punto in tangenziale. Al ritorno aveva preferito contenere la velocità, accortosi dello stato non propriamente brillante del suo compagno d’avventura, per poi, parcheggiate le auto, aumentare il passo al punto di affaticare e insospettire il vecchio Jack. “Lo accendiamo sto cannone?” Giacomo annuì ancora mentre si versava la grappa. La sua mente fu sorpresa da un pensiero tanto inaspettato quanto freddo. Stava, in quel momento, confrontando l’archetipo di quella che presupponeva fosse la serata più usuale del vecchio Albe con la propria. Il Vecchio Albe, dopo aver trasportato mattoni al cantiere per l’intera giornata, non vedeva l’ora di sfogarsi e sgomberare la mente nel modo che riteneva più opportuno, forse più comodo, ovvero con le canne e magari col calcio in tivù, unici momenti di evasione di quel solitario quarantenne moderno. La serata tipo di Giacomo succedeva a una monotona ma ben remunerata giornata lavorativa, passata a dirigere una delle tante banche sorte negli ultimi tempi. Vista dalla sua prospettiva appariva ormai noiosa e priva di stimoli: cena con la moglie, tv con la moglie e, quando andava di lusso, sesso meccanico e freddo sempre con la moglie. Sicuramente però riteneva, certo dell’oggettività della propria convinzione, che il proprio stile di vita fosse parecchio più sano. Questo concetto si materializzò nella sua testa durante l’assunzione del distillato appena versatosi, presumibilmente in nove secondi; il tempo di ammirarlo, bagnarcisi le labbra e la punta della lingua e di scaraventarlo in gola per ascoltarlo bruciare. Il tempo necessario ad Alberto per rubargli il petardo dalle mani e accenderlo con espressione inconsciamente agguerrita ma al contempo estatica. “Se aspettavo te il secondo lo fumavamo a mezzanotte.” Fu redarguito Giacomo che balbettò a sua volta spalancando gli occhi: “Il secondo?”

“Raccontami cosa è successo con Carla, Sempre se ti va.” Azzardò Alberto che cominciava a sentirsi rilassato e di buon umore. “Cosa vuoi che ti dica, abbiamo litigato come ogni giorno, passami quella canna dai.” Alberto obbedì stuzzicando ancora il suo ospite: “Avete litigato o è stato un battibecco?” Prima di rispondere, Giacomo aspirò due lunghe boccate di fumo, trattenendo il respiro prima di espirare, in modo tale da assorbire al meglio la sostanza psicotropa che, dai tempi dell’università, non aveva più assunto. “Che differenza fa?” “Ogni argomento è buono per attaccarci a vicenda, per umiliarci.” “Ormai è diventato un rapporto impossibile, hai presente la convivenza tra genitori e figli cresciuti?” “Tra l’altro non ricordo neanche granché di stasera, mi sembra che siamo arrivati perfino a lanciarci dei piatti.” “Un’angoscia talmente profonda che sono dovuto uscire, quasi scappare; tieni fuma, mi sento già troppo fuori.” “Vuoi dirmi che non ti ricordi perché avete litigato?” Domandò curioso Alberto. “Ma sì, parte sempre tutto da una sciocchezza, ricordo bene il chiasso dell’ultimo piatto che le ho lanciato.” “Magari la situazione non è così grave come credi, sarebbe un peccato buttare via tutti gli anni insieme.” “In fondo voi siete una bella coppia che forse ha solo perso la rotta, qualcuno potrebbe aiutarvi…” “Non ci vado dagli psicologi!” Lo interruppe Giacomo riprendendosi la canna che era quasi consumata. “Dagli psicologi ci vanno i disturbati ed io fino a prova contraria non lo sono.” “Sappi Jack che se fossi in te penserei molto bene al da farsi, trovare una persona con la quale condividere l’esistenza qui a S. Felicità non è facile come credi e non siamo più ragazzini.” L’aria malinconica con cui Alberto si rivolse a Giacomo non sfuggì alla sensibilità di quest’ultimo che spegnendo definitivamente quell’elisir di lunghe chiacchiere consumatosi tra le dita disse: “Ci penserò, probabilmente non servirà a molto ma ci penserò.”

Dopo un lungo silenzio, durante il quale Alberto si versò un bicchiere e tirò fuori l’armamentario necessario per preparare un altro cannone, Giacomo scoppiò improvvisamente in una risata insensata. L’hascisc che aveva assunto stava creando un caos sbalorditivo all’interno del suo cervello. Si sentiva invaso da sensazioni altalenanti. Era come se corpo e mente occupassero due dimensioni diverse: aveva l’impressione di compiere dei ragionamenti veloci e astrusi con semplicità sorprendente mentre i movimenti gli apparivano impacciati e grossolani. Il riso sguaiato era la conseguenza di una di quelle riflessioni, scaturita da un ricordo risalente alle prime uscite con Carla.

Si trovano nella vecchia Renault di Giacomo che ha i sedili sciupati e il cruscotto spento per colpa di chissà quale contatto. Sono di ritorno da una breve uscita in un orribile locale, colmo di gente vestita di firme indelicate, uno di quei locali dove la giovane coppia si sente inspiegabilmente a proprio agio, dove la gente parla e parla ma non dice niente di rilevante. L’autostrada è buia e deserta, e la vecchia e stanca Renault si trascina come un bue costretto a trainare l’aratro. Il viaggio sembra non finire mai, ma se la cosa non disturba i due, avvolti in quell’elettrica relazione agli esordi e nella consapevolezza che la nottata sfocerà in un mare di meravigliosi orgasmi. Giacomo non ha alcuna idea della velocità che sta sostenendo, tuttavia non vorrebbe correre troppo. Proprio mentre alza leggermente il piede dall’acceleratore, i due sentono un roboante rumore di clacson provenire dalla corsia di sorpasso, che, li fa esplodere in una risata molto simile a quella emessa da Giacomo nel ricordarsi di questa storia: un autotreno enorme, una montagna su gomma difficilmente in grado di superare uno scooter cinquanta, li sta agilmente passando. Carla, dopo aver pianto dal ridere, si diverte per tutta la notte a canzonare il suo ragazzo, apostrofandolo con qualsiasi nomignolo utilizzabile per rendere l’idea della lentezza.

Giacomo si ritrovò a fantasticare su di lei, a chiedersi cosa stesse facendo in quel momento. Un respiro più rumoroso degli altri seguì la sua risata giunta al termine; un respiro che forse aveva l’aria di un sospiro, ma che orgogliosamente fu bollato dal suo esalatore come normalissimo respiro. Nel rivolgere il pensiero alla moglie sentì un trasporto insolitamente positivo, probabilmente quell’allontanamento repentino aveva dato il via a una serie di ripensamenti che Giacomo non poteva controllare (o forse si trattava solamente dell’effetto scoperchiante dell’hascisc).

“Che c’è da ridere?” Chiese Alberto con sorpresa. “Niente di che… guardavo le foto che hai sulla parete.” “Trovi divertenti i ritratti dei miei nonni morti?” “Be…” Giacomo arrossì lievemente. “Tuo nonno doveva essere proprio simpatico!” “Mio nonno era un becchino che violentava le figlie.” “Violentava tua madre?” domandò sbigottito Giacomo. “Era il nonno paterno.” “Quindi violentava tuo padre?” “Violentava le mie zie Jack!” Capisco. “E le tue zie come stanno?” “Morte suicide.” “Oh cazzo, Tutte e due?” domandò sempre più esterrefatto Giacomo. “Tutte e quattro.” Rispose mestamente Alberto. “Che storia di merda, certo che aveva un bel da fare tuo nonno con quattro figlie.” I due risero a questa cinica battuta, lasciandosi completamente invadere dai fumi dell’alcool e dallo sballo generale che aveva cominciato a prendere il sopravvento sulle loro menti. “Ha avuto ancor più da fare quando sono morte.” Aggiunse Alberto in preda agli spasmi. “Perché era pure necrofilo?” “No scemo, era becchino te l’ho detto!”

Quando smisero di ridere Alberto aveva terminato di rollare il secondo joint, quello che, al solo pensiero, aveva fatto strabuzzare gli occhi del vecchio Jack. “Lo accendi tu questo?” “Se non me lo rubi di nuovo.” Rispose Giacomo strafottente, prendendo la canna e infilandosela dietro l’orecchio. “Prima però concedimi una pisciata.” “Concessa.” Ribatté Alberto, insofferente per l’attesa cui era nuovamente sottoposto. “Il cesso è sempre lì.” Entrando in bagno, barcollante come un anziano barbone, Giacomo fu sorpreso da un nuovo ricordo:

I due sono sposati da qualche mese, una storia d’amore destinata a durare in eterno, lui sotto la doccia ascolta il canto della sua donna mescolarsi con il crepitio dell’acqua.

Giacomo chiuse la porta a chiave, mentre con l’altra mano si slacciava la cintura di pelle poiché il bisogno di urinare s’era fatto impellente.

S’insapona. Un paradiso caldo e profumato lo circonda. Ora il corpo è ricoperto di morbida schiuma. Quel canto gradevole di donna aumenta d’intensità. L’uomo comincia lentamente a risciacquarsi, i muscoli sono distesi, calmi.

Fece appena in tempo a estrarre il membro che il piscio cominciò a zampillare a flotte, centrando miracolosamente la tazza.

Adesso ha gli occhi chiusi, il sapone è scivolato dalla pelle lasciandola vellutata. Decide di rimanere sotto il tepore dell’acqua per goderne ancora. La porta della doccia si apre e l’uomo, dischiudendo appena gli occhi, intravede la figura sinuosa di sua moglie. Nuda. Sente un brivido arrampicarsi sulla schiena. La donna adesso non canta più, cantano le sue mani.

Mentre Giacomo guardava fisso la propria pisciata, che durante la sua emissione vantava una potenza feroce, sentì dei piccoli rigurgiti giungergli in gola. Sapore di birra mescolata con grappa e succhi gastrici.

La donna non perde tempo, inginocchiata davanti al suo uomo lecca, accarezza e gioisce del piacere che sta donando. Il respiro dell’uomo si fa tangibile e maestoso mentre un gradevole formicolio prende a salirgli dalle dita dei piedi attraverso le gambe.

Il terzo conato arrivò alla bocca riempendola. Giacomo finì in fretta di urinare prima di piegarsi in avanti verso il water per sputare quell’orrendo intruglio che si era ritrovato tra le fauci. Sventura volle che nel chinarsi lo spinello, posto dietro l’orecchio, scivolò insieme al vomito nel cesso e finì galleggiante in una pozza di piscio, grappa, birra e succhi gastrici. Ogni ricordo soave svanì all’istante, Giacomo affondando la mano né tirò fuori un cilindro miracolosamente intatto ma inzuppato di odori e colori nefasti. Occhio non vede, cuore non duole pensò, poggiando la canna fradicia sul davanzale di marmo, caldo per via del termosifone che stava sotto. Lavandosi le mani si guardò allo specchio. Strizzò gli occhi e si guardò nuovamente. Il volto era gonfio e pallido, velato di un verde ironico, lo sguardo spento e i capillari rossi. Finì di lavarsi le mani, si sparò un po’ di dentifricio in bocca e fece dei gargarismi silenziosi per evitare di insospettire Alberto che, nell’altra stanza, scalpitava per fumare quell’arnese ormai impregnato di schifezze.

Quando rientrò nella sala/cucina/ingresso il suo compagno era pressappoco nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato e beveva un sorso della stessa birra. “Molto meglio dopo essersi svuotati.” Affermò Giacomo per rompere nuovamente il ghiaccio. Alberto, immerso nelle sue divagazioni, capì soltanto l’intento retorico della domanda rivoltagli e rispose con un diplomatico “eh sì.” “Dai accendi!” Aggiunse subito. “Ho fatto una cazzata Albe.” Gli fece eco Giacomo desolato. “Cos’è successo?” “Niente, mi è scivolato lo spinello dall’orecchio.” “E allora, l’hai raccolto?” “Sì, però mi è caduto nel lavandino mentre mi lavavo le mani” rispose tutto di un fiato Giacomo, e aggiunse: “Non avevo ancora usato il sapone, quindi quando si asciuga, lo puoi fumare.” “Vabbè ne faccio un altro” dichiarò Alberto noncurante.

Prese l’astuccio di pelle decorato con ricami tribali, né estrasse un ciuffo di marjuana, lo sgretolò in un istante riversandoci del tabacco avanzato dalla sigaretta usata per la canna sventurata. Dopo un minuto e mezzo Alberto era poggiato sullo schienale del divano e fumava con sorriso soddisfatto. “A tempo di record!” Esclamò Giacomo stupito per l’impresa. “Davvero ti lavi le mani ogni volta che pisci?” “Sì, ho preso l’abitudine.” “Quando lavori in cantiere più che altro, pensi a lavartele prima.” Disse in tono ironico Alberto covando, sotto sotto, un filo d’invidia per la posizione raggiunta da quel compagno di banco che a scuola non aveva mai brillato se non in ambito amoroso. “E’ colpa di Carla.” Replicò Giacomo. “Lavati i denti dopo pranzo, le mani dopo la pipì, fai il bidè dopo la cacca, la doccia prima e dopo il sesso, era fissata con l’igiene.” “Era?” “Mica è morta.”

La figura di Carla morta si raffigurò nel cervello di Giacomo scuotendolo, visse quell’immagine come un insensato déjà-vu. Adesso stava fumando sebbene cominciasse a ripudiare se stesso, la condotta che l’aveva portato su quel divano, in compagnia di quel vecchio amico, a tenere quei comportamenti pateticamente adolescenziali e dissennati. Sentì il bisogno di tornare a casa, dalla sua Carla, ne avvertiva la mancanza e stentava a crederci. Era proprio così? Era bastata una serata distante da lei e la compagnia del suo amico, che viveva un’esistenza così disperata e solitaria, a farlo capitolare? L’assunzione smodata di alcol e spinelli cominciò a produrre percezioni contrarie all’ebrezza, di appiattimento dei sensi. Le conversazioni tra i due si fecero via via meno briose. “Fumi tutti i giorni così tanto?” “Solo quando ne ho poca voglia.” Rispose Alberto con un ultimo slancio di simpatia. “Forse dovresti smettere e uscire un po’ da questa casa.” “Lo so, ci penso spesso ma lo sai com’è, il tempo passa.” Fece una pausa, come volesse riflettere, ma che in realtà servì solo per finire il bicchiere di birra, “I vecchi amici sono tutti sistemati, mogli, figli, anche se uscissi non saprei dove cazzo andare e soprattutto con chi.”

Alberto vedeva l’amore e la famiglia come un lungo e faticoso volo intercontinentale e non era per niente sicuro di volerne intraprenderne uno, visti gli atterraggi d’emergenza che gli erano capitati durante le sue precedenti esperienze. Giacomo invece su quel volo c’era salito, aveva assaporato l’eccitazione della partenza, la serenità del viaggio, la tensione delle turbolenze e ora giaceva col paracadute sulle spalle, in procinto di gettarsi di sotto ma, allo stesso tempo, in preda a un cumulo di considerazioni che lo spingevano a non saltare. Forse invece, quel salto era ormai irrimediabilmente compiuto e Giacomo, strafatto, non riusciva nemmeno a rendersene conto. “E’ ora che io torni a casa adesso.” “Torni da Carla?” Domandò apatico Alberto. “Magari non è tutto perduto.” “No certo, però se ti vede con quella faccia…” “Tieni, mettiti due gocce di questo negli occhi.” Giacomo accettò il collirio, le prime due gocce non centrarono l’obiettivo, rigandogli il viso. Il secondo tentativo andò meglio. Quando entrambi furono sull’uscio si abbracciarono senza troppa enfasi, consapevoli che sarebbe passato molto tempo prima di rivedersi. “Grazie di tutto.” Sussurrò Giacomo, che nel frattempo aveva aperto la porta. “Quando vuoi mi trovi qui.” Rispose Alberto negando, di fatto, qualunque possibilità di cambiamento.

Giacomo tornò alla macchina con passo molto più spedito di quello impostogli dal vecchio Albe qualche ora prima. Quella camminata veloce lo rivitalizzò. Anche i pensieri ripresero velocità. Eccitato, stava tornando da Carla per ricominciare, da lì a poco l’avrebbe abbracciata e baciata come la prima volta. Si sarebbero chiariti e il ricordo di quella serata avrebbe rappresentato un passaggio fondamentale della loro lunga vita insieme.

Entrò in auto sperando di non trovare posti di blocco, conosceva molte vie interne poco battute dagli sbirri ma, per arrivare a casa, avrebbe comunque dovuto attraversare un preoccupante tratto di strada principale. Avviò lo stereo per evitare di pensare troppo. Nell’auto riecheggiò un vecchio blues dei Doors. Durante il percorso non vi furono intoppi, a quell’ora S. Felicità era completamente deserta. Adesso Giacomo era davanti all’ingresso di quella casa che sentiva più che mai propria e con le mani tremanti si accingeva a entrarvi per l’ultima volta.

Alberto, dopo aver salutato il vecchio Jack, si lasciò cadere pesantemente sul divano, accese una sigaretta, poi un’altra. Quando suonò la sveglia del cellulare, il mattino seguente, schiuse gli occhi a fatica. Il collo gli doleva per colpa dell’innaturale posizione in cui aveva dormito come un sasso. Quell’ultima sigaretta aveva bucato il copridivano. La testa pulsava di dolore post-sbornia. Agguantò il telefono che strillava impazzito e fermò quella tortura. Cercò in rubrica il numero del capocantiere avviando la chiamata. Spiegò al capo, senza dover recitare (come faceva talvolta) di non stare bene e che sarebbe tornato al lavoro il giorno seguente. Appena interrotta la chiamata, Alberto trovò la forza di andare a letto. Dopo essersi destato un paio di volte e aver deciso di sonnecchiare un altro po’, fu svegliato, intorno a mezzogiorno, dal suono del campanello. Mentre si domandava se il suono che aveva appena udito arrivasse davvero dal suo campanello, quello suonò di nuovo, togliendogli ogni dubbio. I pensieri ora si concentravano tutti su una semplice domanda: “Chi cazzo sarà adesso?” Si alzò dal letto senza molta energia, e mentre si dirigeva lentamente verso il citofono provò a darsi delle risposte. Saranno quelli dell’ I.N.P.S. venuti per fare un controllo, stronzi. Che sia Giacomo? Forse gli è andata male ieri sera o non ha avuto il coraggio di entrare in casa. Quel senza palle, come ha fatto a fare successo. Avrà leccato i culi giusti.

Afferrò il citofono e rispose con voce rotta e impastata: Chi è?” “Carabinieri, sono il tenente Sauro Cagnotti, le dovrei fare alcune domande.” Alberto sentendo quelle parole, pronunciate con un severo accento del sud, s’irrigidì come un palo da Lap-dance, facendo trascorrere qualche secondo prima di rispondere: “Sì, venga pure, interno quattro.” Si voltò verso il tavolino posto davanti al divano. Sei bottiglie di birra, una quasi vuota di grappa scadente, il posacenere pieno di sigarette varie, il borsello tribale pieno di droghe leggere. Fu invaso da una botta adrenalinica, si avventò su quel disastro cercando di sistemare tutto alla meglio mentre rivoli di sudore acido gli imperlavano la fronte. Dopo mezzo minuto, quando sentì bussare alla porta, aveva sgomberato il tavolino e nascosto per bene tutto ciò che di illegale la sua umile dimora offrisse. “Arrivo.” Urlò Alberto, che prima di andare ad accogliere il carabiniere pensò di aprire le finestre di quella camera a gas, nel vano tentativo di arieggiarla.

“E’ permesso?” Domandò Cagnotti con autorità. “Certo, prego si accomodi.” Rispose ossequiante Alberto. L’uomo in divisa non celò un’involontaria smorfia di disgusto entrando, e capì subito che quelle finestre, così come gli occhi di Alberto, non dovevano essere aperte da molto tempo. “Le posso offrire un caffè?” “Grazie, volentieri.” Rispose il militare accomodandosi sul divano. “A cosa devo la sua visita Tenente?” “Non è per niente facile per me darle questa notizia, la sua ex moglie Carla Sartori e il marito Giacomo Speri sono stati trovati deceduti questa mattina dalla donna delle pulizie.” Alberto sentì le proprie ginocchia cedere ma trovò la forza di restare in piedi e, mentre accendeva il fornello sotto la moka, chiese sbigottito: “Dio santo Cos’è successo?” “Stiamo Cercando di capirlo anche se abbiamo già qualche indizio.” “Lei cos’ha fatto questa notte?” “Niente, non penserete...” “Le domande le lasci fare a me!” Affermò il tenente interrompendo quell’uomo stropicciato. “Sappiamo che ieri sera ha parlato al telefono con Giacomo Speri, e sappiamo anche che è stato lo stesso Speri a contattarla.” “Sì, è vero.” Dichiarò Alberto tenendo lo sguardo basso. “Mi ha mandato un sms dicendo che si trovava in difficoltà, perciò l’ho chiamato.” “Quindi?” Domandò impaziente Cagnotti. “Quindi mi è toccato andare a recuperarlo perché si trovava in tangenziale con la macchina senza benzina.” “E dopo?” “Era scosso, mi ha accennato a un suo litigio con Carla e io gli ho proposto di venire da me, cos’altro potevo fare?” “Che rapporto aveva con il dottor Speri?” “Eravamo molto amici, prima che mi rubasse la moglie, è passato tanto tempo però, non volevo portargli rancore in eterno e quella di ieri mi sembrava una buona occasione per riallacciare i rapporti.” “Che cosa avete fatto una volta qui?” “Gli ho offerto qualcosa da bere, per far sì che si rilassasse, abbiamo fatto due chiacchiere, sarà rimasto un paio d’ore.” Pressappoco il tempo che è trascorso tra il decesso della donna e quello dello Speri, pensò il tenente Sauro Cagnotti, mentre passava il dito sul tavolino accumulando una piccola montagnetta di tabacco. Alberto si sentiva scrutato e sotto torchio, mentre la caffettiera cominciava a urlare come una strega sul rogo. “Posso utilizzare il bagno?” Domandò l’ufficiale che nell’intimo provava un forte senso di disprezzo per quell’individuo così miseramente scialbo e per quel minuscolo appartamento senza carattere, chiara fotografia del proprio residente. “Certo, la prima porta a destra in corridoio.” Alberto versò il caffè in due tazzine, le mise su un vassoio di plastica insieme a una ciotola con lo zucchero e lo poggiò sul tavolino. In quell’istante si rammentò di quello spinello che la sera prima era finito nel lavandino e che probabilmente era stato lasciato in bella vista da Giacomo. Prese a tremare in modo incontrollabile. Passò un paio di minuti orribili. Si sedette sul divano mangiandosi le pellicine intorno alle unghie. Non sapeva se essere più preoccupato per lo spinello nel bagno o per i possibili sospetti che poteva aver attirato su di sé. Quando Cagnotti apparve nuovamente Alberto cercò inutilmente di scorgere qualcosa in quello sguardo severo. Il carabiniere si accomodò sul divano ringraziando per il caffè servitogli. “Ha qualcos’altro da dichiarare?” Domandò quindi. Alberto pensò bene alle parole che stava per pronunciare (indeciso se confessare l’utilizzo di droghe leggere o meno) e disse: “Mi ha detto che si sono lanciati dei piatti.” “Questo l’ho potuto accertare di persona.” Rispose l’uomo in divisa. “Quando è andato via, era pentito, sembrava che volesse far pace con Carla.” E trovandola morta ammazzata da un piatto che lui stesso gli aveva lanciato, è entrato in panico e a deciso di farla finita, tutto torna sentenziò silenzioso il tenente Cagnotti. “Bene signor Galli.” Disse il carabiniere alzandosi in piedi. “Grazie per la collaborazione e si tenga a disposizione, probabilmente avremo bisogno di parlarle ancora.” “Certamente, posso farle una domanda?” “Adesso sì.” Rispose Cagnotti avviandosi verso l’uscita. “Sa quando saranno celebrati i funerali?” Domandò sommesso Alberto. “Ci vorrà almeno una settimana prima che il medico legale dia il consenso alla sepoltura dei corpi.” “Grazie, arrivederci.” “Arrivederci e mi raccomando, fumi meno.”

Uscendo dall’appartamento sul viso del carabiniere comparve un sorriso beffardo. Infilò la mano in tasca e ne tirò fuori uno spinello marrone. La cartina appariva opaca, malconcia e leggermente aperta dalla parte del filtro. Cagnotti diede una bella leccata su tutta la lunghezza della colla e la fece aderire per bene, avvertendo un sapore quanto meno insolito. Questa stasera me la fumo con piacere pensò uscendo da quel triste complesso residenziale.

Nei giorni seguenti Alberto si tenne informato leggendo i giornali e guardando la tv: perfino qualche telegiornale nazionale aveva citato un tragico omicidio-suicidio avvenuto in una tranquilla località della pianura padana. Non riuscì assolutamente a metabolizzare il fatto di aver passato un’intera serata in compagnia di un mostro. Preferì perciò, credere che Giacomo avesse stroncato l’esistenza di Carla inconsapevolmente, per sbaglio. E poi trovandola morta al suo ritorno, come un moderno Romeo distorto, si fosse tolto la vita per disperazione. Il tenente Cagnotti non si fece più vivo. Nessuno capì mai cosa accadde veramente in quella casa degli orrori, dove due corpi furono trovati, uno con la testa fracassata e l’altro con le vene dei polsi tagliate.

Alberto, la settimana seguente, partecipò a entrambi i funerali che furono celebrati in giorni diversi. Quello in onore di Carla vide la chiesetta di S. Felicità gremita di gente commossa. Egli stesso non riuscì a trattenere le lacrime per quella che, fino a quel momento, era stata l’unica donna che avesse mai amato veramente: L’unica che gli aveva regalato una straziante disperazione abbandonandolo e adesso se ne era andata per sempre. Il funerale del vecchio Jack fu molto diverso, chiesa pressoché deserta, due donne in prima fila, tra cui Alberto riconobbe a malapena la mamma di Giacomo, invecchiata e affranta. Gruppetti di curiosi, sparsi per i banchi della chiesa, guardavano in direzione della bara con occhi giudicanti. Una donna bellissima sembrava soffrire silenziosamente in fondo alla chiesa. Quando la funzione giunse al termine, Alberto fece in modo di passare accanto a quella meraviglia, lanciandole un’occhiata di comprensione. La donna rispose allo sguardo accennando un sorriso e Alberto uscì dalla chiesa con quel sorriso conficcato nel cuore. Si avviò verso casa con passo lento, avrebbe voluto tornare indietro e supplicarla di scappare con lui, in un posto senza violenza, non la violenza fisica che aveva troncato la vita di Carla e Giacomo, bensì la violenza dell’abbandono, della solitudine, quella violenza che ti ammazza pur lasciandoti in vita. “Ciao.” Una voce timida di donna lo sorprese alle spalle. Alberto sentì il cuore arrampicarsi dal petto fino alla gola. Si voltò trovandosi al cospetto di quei meravigliosi occhi verdi, quelle labbra delicate, quelle incantevoli lentiggini spruzzate intorno al naso perfetto. Deglutì un mare di saliva e rispose con un banale: “Ciao, ci conosciamo?” “Non lo so.” Rispose quel sorriso. “Ti va un gelato?” Chiese Alberto stupito dalla propria audacia. “No grazie, magari un caffè.” Durante il tragitto che li condusse in uno dei molti bar del paese, i due si presentarono e chiacchierarono senza sosta, cercando di evitare l’argomento del funerale. Una volta seduti, Alberto non poté fare a meno di domandare: “come mai lo conoscevi?” La donna abbassò lo sguardo in direzione delle tazzine, e con un filo di voce disse: “Sono stata la sua amante, un paio di anni fa.” “Sono convinta che mi amasse ancora e fosse lacerato dal desiderio ma non ha avuto il coraggio di lasciare quella stronza, finché morte non ci separi, ironico no? E tu cosa c’entri con Giacomo?” “Quella stronza è stata mia moglie prima che di Giacomo.” La ragazza, con un’espressione alienata e guasta non rispose mentre pensava: “Potrei uccidere anche te allora.”



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