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lavoro pubblicato lunedì 19 gennaio 2015
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il diario dell'anonimo Simone

di eruka. Letto 543 volte. Dallo scaffale Viaggi

Introduzione   I lavori nella vecchia soffitta sono quasi ultimati. Scatoloni, riviste, cimeli di guerra. Tanta sporcizia, molti oggetti, poco il valore di ognuno. Non riuscirò a vendere alcunché. Nessuno è interessato a del...

Introduzione

I lavori nella vecchia soffitta sono quasi ultimati. Scatoloni, riviste, cimeli di guerra. Tanta sporcizia, molti oggetti, poco il valore di ognuno. Non riuscirò a vendere alcunché. Nessuno è interessato a delle bottiglie polverose di vino scaduto, ormai sarà diventato tutto aceto. Posso almeno consolarmi pensando di averne ricavato l’utilizzabilità di una nuova stanza che, per il momento, non è di grande utilità. Avrei apprezzato decisamente di più se queste cianfrusaglie avessero fruttato qualche spicciolo nell’immediato. Rimane comunque una possibilità, a detta delle mia amica Chiara e, per quanto io non ci spero molto, è lei sensibile e colta. Tra le scartoffie ammuffite, quaderni di scuola, contratti di vendita di proprietà ormai inesistenti, abbiamo trovato dei fogli inconsueti, scritto in bella copia. Pubblicandolo, otterrò magari un piccolo guadagno. Ci sono idee di un tale, che deve essere vissuto qui, anni passati; si firma Simone. I discorsi sono caotici, sfugge il senso dell’insieme. Quello che segue sono le intuizioni e ricostruzioni operate da Chiara.

Edoardo

“Lo scrittore, unica figura palpabile del racconto, presenta un testo inizialmente analogo a un epistolario tra due giovani, egli stesso e Guia, i quali, appena intrapresa una storia d’amore, sono costretti ad una separazione momentanea causata dalla partenza del ragazzo per un viaggio, ormai organizzato. Di lì, per varie vicissitudini, immaginabili e sporadicamente espresse con chiarezza, cambia il suo relazionarsi con la vita, il concepire le idee. La comprensione delle vicende si complica ulteriormente dato che, della corrispondenza, siamo in possesso delle lettere inviate da lui e non delle risposte. Ciò farebbe supporre che l’abitazione di Edoardo sia appartenuta in passato alla ragazza, se non che, dopo poche pagine, il tutto volge in un diario privato, per la paura e la vergogna di condividere con lei le nuove considerazioni e diviene occasione per il protagonista di operare una rapida maturazione. E’ quindi plausibile che l’autore, abbia conservato i propri scritti (mantenendone una copia, prima di inviare l’originale all’innamorata) indipendentemente dalla lettere ricevute in risposta, delle quali tanto appassionante sarebbe il rinvenimento. Quindi, la consecuzione logica del racconto, la trama, è evanescente, o meglio, non si forma mai, anzi sfuma lentamente sfociando in un libero fluire delle riflessioni. Si dischiudono nuovi mondi e prospettive, sono vissuti i drammi che ogni giorno affliggono l’uomo di ogni epoca. La necessità del benessere fisico e mentale stride, si scontra con la ricerca della verità di ciò che siamo, della parte di noi che censuriamo, incapaci di integrarla all’interno di una società schematica e rigida. Vengono spazzolate le condizioni più subdole della mente, spaziando su tematiche diverse, includendo temi tra cui passione, odio, vergogna, pazzia e suicidio.

L’onestà ci spaventa e, soltanto chi ha il coraggio di affrontare la propria individualità, diviene libero dalla schiavitù dei preconcetti e autore cosciente del proprio comportamento.

Termino rivolgendomi a voi lettori, a chi fosse in possesso degli altri pezzi del mosaico, per averne ragguaglio, così da poter appagare il mio desiderio curioso e di quant’altri troveranno avvincente e meritevole di completezza la storia riportata.

Chiara

10/06/67

Iniziare un monologo, un saggio, una conversazione, è sempre, per quanto mi riguarda, l’impresa più difficile. L’impressione iniziale è fondamentale e può subito farti incanalare nella giusta via o pregiudicarti pesantemente. In questo caso invece, è più semplice del solito, perché debbo unicamente dirti che sono impazzito per la tua bellezza, e non quella interiore (che dovrei evidentemente fingere di conoscere), ma nella maniera meno superficiale e più profonda da me percepibile, sono estasiato dalla tua angelica presenza. Un apparire di altri tempi, dolce e sensuale, puro e intrigante. Sembra quasi che una ragazza avvenente, oggi, per dimostrare di valere, debba sfoggiare una lista di capacità, quando non si capisce e si trascura il fatto che, una magnificenza come la tua, comunica più di mille parole e di una lista smisurata di competenze da curriculum. Come non si chiede a un’aurora boreale o ad una cascata di essere anche piena di significato, non si dovrebbe nemmeno condannare la bellezza umana. Dall’altra parte, l’aspetto estetico, come del resto le doti dell’animo, non sono espressione genetica e appena in piccola parte modificabili da noi misere entità? Non intendo offenderti, perché frequenti la facoltà di Lettere e dunque sarai anche estremamente perspicace e sensibile. Innumerevoli altre saranno le tue virtù, non farai del fascino la tua sola arma e per quanto sia importante questo secondo aspetto, equivalente al primo, non posso, per esigenza di onestà, considerarlo nella suddetta sede. Permettimi solamente, come D’Annunzio sarebbe felice di fare, di elogiare il tuo “corpo di donna” [Neruda], “i capei d’oro a l’aura sparsi” [Petrarca], e gli occhi che, per citare un amico poeta, posso scrivere:

“Che scherzo fu quello di sorte

che nel guardar quei dolci laghi
sentii del cuor bussar le porte? ”

Per non caricarti di parole alla prima lettera, volevo dirti solo questo e, anzi, ne sono stato molto combattuto, perché le presenti chiacchere potrebbero recar dispetto e irritazione a persone a te intime, se ne hai, perché non ti conosco, e chissà per quanti altri motivi. Ma, stasera, la brama di confessarti della forza attrattiva verso di te, è tanta, che se l’avessi trattenuta, sarei esploso nella testa e nel petto. In fondo poi, dei complimenti non possono assolutamente ferirti.

Ha importanza minima, comunque io sono Simone.

Buonanotte.

Simone

21/07/67

Dopo il nostro primo incontro ho trascritto quanto segue.

Abbraccio

E tutto era uno. Erano il maschio e la femmina. Erano l'uomo e la natura. Erano l'amore passionale e quello intimo-spirituale. Nell'abbraccio circolare, ogni cosa era al suo posto e si amalgamava confusamente a tutte le altre. Un armonia perfetta, non imposta da canoni, non classica, non delle forme regolari. Mescolati uno nell'altra, iniziarono a farsi più labili i contorni, meno definiti i colori. Le braccia cinte al collo erano da esso assorbite, i corpi si inglobavano assieme e le gambe perdevano il loro peso. In quel luogo di potere, le mura del castello e i tronchi secolari, inzuppati di storia, di conoscenza, riempivano l'aria con manifesta chiarezza. Un traboccare continuo e inesauribile, un freddo sublimare che saturava tutto l'ambiente circostante di impalpabile vapore. Guardai il rotondo gioco di polveri farsi sempre più piccolo e in silenzio annichilirsi. Non ci furono scoppi e scintille, non suoni, non luci. Il tempo, lo spazio, tutto era come misteriosamente e inevitabilmente, collassato su se stesso. Non vi fu scelta, fu così ovvio. Le mie emozioni furono le tue, e le nostre furono le medesime del mondo. Persero energia, persero peculiarità, persero la loro provenienza e il loro scopo. Divennero via via più tenui, del trasparente colore della notte e a me, che assistevo da lontano, parve di vedere (attraverso i nostri corpi) al di là, fino a distinguere sempre con maggior chiarezza le pietre del muretto retrostante. Guardavo quel lento affievolirsi di immagini fino a dimenticarmi dei due giovani. Non erano mai esistiti.

I loro padri non li avevano concepiti, nessun ricordo, nessuna azione era più assimilabile a loro. I trent’anni, contati fino a qualche momento prima, mai stati vissuti. Nessun amico aveva scherzato con loro, né madre li aveva accarezzati. Mi rimaneva soltanto il sentore di un dejà vu, che presto scomparve, a bassa voce. Soltanto dopo, a casa, ponendo memoria e sentimento alla scena, sentii di nuovo l'abbraccio caldo. E ogni volta che porto l’attenzione al respiro, si rinnova l'incantesimo: la calzamaglia tattile frizza, le labbra assaporano ancora la bocca desiderosa, il capo si pronuncia verso l'altro e le spalle si rilassano per meglio farsi cingere il collo. Ma è come una pentola: tolta dal fuoco è incapace di trattenere il calore per colpa delle pareti non adiabatiche e della irremovibile entropia. È un lento decrescere e con il trascorrere dei minuti diventa meno sentito e più ricordato. Rimango immobile, lo rivivo e ne sono grato.

Nessuno prima di te mi aveva comunicato sensazioni dolcemente turbolente da farmi sentire indispensabile il trascriverle; un po’ per non rischiare che andasse perduta, un po’ e soprattutto perché, dato il suo violento moto espansivo, il mio fisico non sarebbe stato più in grado di contenerla senza traumi. Per quanto riguarda la tecnica di narrazione ci ho pensato alcuni momenti, poi mi si è mostrato inevitabile l’uso di tale sdoppiamento che nasce come un fatto vissuto. Mi sembrava di non trovarmi più lì, a differenza della parte iniziale del testo. I protagonisti si dissolvono, smettono di esistere come entità indipendenti, quindi doveva essere descritto da un osservatore esterno. Pur essendo immaginazione mi è parsa talmente chiara che mi ha divertito il riportarla. Chiaramente non si può esprimere a parole a chi non ne abbia fatto esperienza preventiva.

Simone

29/07/67

L’amore, si sa, è tra le esperienze più preziose della vita. Sia che faccia sognare e scalpitare, sia che strazi a brandelli il cuore, rimane indiscutibilmente parte integrante e irrinunciabile del percorso di ogni individuo. Da quando ci siamo visti nessun pensiero riesce a passare senza immediatamente mutare forma e assumere un tuo connotato. Quella che prima era una remota speranza sulla quale sorridevo, quegli sguardi rubati che pensavo contraccambiati solo nei miei sogni, erano indizio di un curioso interesse reciproco. Logicamente non li avevo colti ma, per fortuna, un atto apparentemente inconsapevole, spontaneo e avventato, è stato spinto da una percezione più profonda di un legame che ci attraeva entrambi. E tutta la felicità, tanto sognata, sperata, finalmente giunta a compimento, perché deve svanire? perché devo partire? Lo so, sarà per poche settimane, tuttavia abbiamo vissuto insufficientemente l’uno dell’altro; chissà se ciò sarà sufficiente a tenerci legati o i giorni, che passano senza chiedere il permesso, spazzeranno via, catalogando nei ricordi lontani, quelle ore, intense e irripetibili. Ormai il viaggio è fissato e sai quanto mio fratello ha impellenza di farlo, per ritrovare se stesso; spero che i paesaggi scandinavi riescano ad aiutarlo. Questa promessa, squisitamente moderna, che offre novità, divertimento e la falsa speranza di poter meglio indagare la propria psiche, lentamente ti travolge. Ho visto il suo tracollo, l’incapacità di discernere il tangibile dal fantasioso, scompare la vitalità e il torpore, che offusca i sensi, inebria e inebetisce, diviene l’unica condizione ricercata e vissuta. E’ mio dovere stare al suo fianco, eppure se seguissi il mio egoismo sarei di nuovo da te, non sarei partito. Un mese sembra eterno, ora è ancora tutto da trascorrere.

Simone

08/07/67

In treno.

Rocce formatesi in era glaciale fanno da pavimento ai soliti alberi che, snelli e alti verso il cielo, stanno piano piano diventando più radi. L’aria si fa sempre più fredda, muta impercettibilmente il paesaggio. E io insieme con lui. Ormai manca appena un’ora per arrivare alla fine di questo lungo viaggio sulla Inlandsbanan[1]. Momenti indimenticabili, impressi come marchio indelebile sulla pelle e, ancora sotto, nelle pareti più interne di ogni singolo organo. Dopo un’altra giornata a Storuman, l’arrivo a Jokkmokk[2], a sera, regala come sempre attimi di frenesia per la ricerca di un posto dove passare la notte. La sistemazione ai bordi di una grande recinsione è quanto di meglio riusciamo a fare. Aspettiamo la notte che, con sorpresa, non arriva. Sono le 12.00 p.m. il tramonto non si conclude, l’alba sembra farsi avanti. Dormiamo. Passeggiata nei sentieri vicini e bagno nel lago riempiono la nostra giornata. Il pranzo elemosinato di fronte al piccolo mercato sami[3] è come al solito momento di ristoro, dello spirito prima che delle fauci! Una graziosa catenina fatta con l’osso di renna diventa un ricordo delizioso. Pensandoti, l’ho comprato. Il treno fa pause per mostrarci gli scorci più emozionanti, anche la bella ragazza seduta vicino a noi fa una pausa dalla lettura di” Die unendliche Geschichte” per godere di cotanto splendore. Pare poco convinta. Qualche renna ci attraversa la strada e corre nei dintorni, musiche folk intermezzano il viaggio e ora la guida si improvvisa cantante, live, a cappella. Deliziosa e gentile. Il Sarek[4] è all’orizzonte, troppo inaccessibile per noi sprovveduti viaggiatori. Uno sguardo incantato è quanto ci rimane da fare. Nella solitudine, come conseguenza prossima, la luce illumina la nostra essenza, diventa difficile accettare ciò siamo stati, tuttavia conoscerlo è il punto di partenza per costruire una creatura diversa. La fatica è enorme. Ma, quando il mio cuore si fa limpido e i miei pensieri rallentano il loro corso caotico, ecco, con il sorriso, compare la tua figura. Impalpabile e forte, sfumata e inebriante. Non sono io a portarti con me; ormai sei parte inseparabile del mio più intimo. In compagnia di un altro tramonto fatato che mi scalda la guancia sinistra, ti mando saluti dalla Svezia.

Simone

11/08/67

La piazza è ricolma, c’è chi parla, chi beve, l’allegria fa da sovrana. Atteggiamenti al limite del teatrale quasi a ribadire e osteggiare il proprio divertimento. Da spettatore di questo siparietto, ben ideato, in breve, me ne ritrovo attore. Sfilano gambe morbide, i vestiti sono una cornice strutturata con meticolosa attenzione per attirare sguardi e cuori. Il sapore del bello, ripulito da ogni falso moralismo, divampa. Quanta voglia di farne parte, brama di toccare. Le mani fremono, frizzano, tutto la carne vorrebbe possedere e sentire la dolcezza delle forme, il profumo dei ricci capelli. Non c’è esclusiva, ciò che è armonico mi attira. L’estate, le forti arsure quotidiane, hanno risvegliato l’impulso primordiale del mostrarsi per attrarre. Un sottile confine tra ingenuità ed esigenza di freschezza cela, nemmeno troppo velatamente, la gioia dell’appagamento sensoriale e del sentirsi ambiti.

Un forte senso di colpa mi pervade, sono passati pochi giorni dal nostro primo e unico incontro, eppure, precipitato a migliaia chilometri di distanza, vedo che una forza mi allontana da te; l’istinto comanda ed io me ne vergogno. È però giunto il momento di smetterla di porre limite al piacere, alle idee preconcette di quello che mi deve appetire; di sabotare il meccanismo perverso che dovrebbe farmi ridestare e far comparire il valore del giusto, della morale. Le sere precedenti ho sempre smorzato e auto censurato il benessere derivante. Avevo finalmente te, dopo tanti anni, come potevo dar adito a siffatte considerazioni bestiali, dopo tutto non sono lo stereotipo dell’uomo rozzo, intento a commentare banalmente con gli amici le peculiarità di ogni fanciulla. Un sano rimprovero autoinflitto, ogni volta, è stato pronto a bastonare qualunque idea che si scontrasse con il modello che ho di me, della persona costruita nel corso di tanti anni e che volevo essere.
Ma stavolta è diverso, perché continuare a mascherare e fingere con me stesso ciò che veramente sono?

Lo sguardo si perde sulla camminata, sulla carnagione rosa, appena colorata dal sole; le vesti chiare sventolano sopra i tacchi, perfezionando la muscolatura della caviglia. Quanta poesia c’è in nell’immagine dinanzi, mi sfugge un sorriso pensando alle tristi filastrocche studiate per una vita, incapaci di comunicare una sola goccia di quella bellezza. La fanciulla era molto giovane, quattordici, quindici anni al massimo. La società, quanto disprezza e condanna tali amori! Stupida civiltà! L’uomo ha cambiato i costumi, le abitudini, ma pensare che appena qualche secolo fa, una sciocchezza nella storia dell’uomo, erano usuali unioni con donne che oggi chiameremo ragazzine. Poco è cambiato nella natura e tanto nei giudizi, nella liceità. I freni al comportamento sono ineluttabili, ma il negare la genuinità del desiderio, la franchezza dell’istinto, oltre che disonesto è pericoloso. Facendo così si rende malato o intimorito chi li prova con più veemenza, per predisposizione propria, condannandolo al silenzio, alla vergogna, fino a quando, talvolta sciaguratamente, compie atti che vanno contro la volontà altrui o, per di più, manipola menti ancora troppo inesperte e immature. Quello non lo consento e con decisione lo condanno. Il problema è effettivo, attuale, nondimeno non è questo il momento per dar adito ad opinioni su critiche sociali, ora godiamo dello spettacolo offerto. Con discrezione e un paio di occhiali da vista, con le lenti brunite, continuo a passeggiare per la città. Ogni capigliatura con il suo movimento ammorbidisce le spalle; i seni, mezzi scoperti, richiamano la saliva tra le labbra, facendone assaporare il gusto. I visi brillanti suscitano tenerezza e smania di baciarli, gli occhi si spalancano alla vista della schiena, che, incontrando le cosce, assume una peculiare rotondità, tonica e delicata al medesimo tempo. Anche le signore con il marito appaiono fatate, gli abiti solitamente più lunghi e spesso più provocanti di quelli sfoggiati dalle rispettive figlie, concorrono ad attirare l’attenzione. È un elogio della bellezza, e del diletto provato osservandola. Ecco il punto di svolta. Non la fruizione, non lascerei compromettere il nuovo noi da un istinto momentaneo però, in questo sentimento, non c’è niente di sporco, di illecito, perché rinunciarvi? La speranza che tu possa capire sta perdendo consistenza e al contrario s’insinua il dubbio che tu non ne sia in grado. Chissà, magari terrò per me la lettera appena terminata.

17/08/67

La sensazione che meglio descrive il mio primo incontro ravvicinato con questa sostanza è estraneazione. L'impressione di non essere nella solita dimensione, catapultato in un nuovo mondo, come in un sogno, dove tutto appare più languido. Riesco per lo meno a percepire cosa vuol dire essere tutt'uno con l’ambiente, annichilirsi, scomparire e riapparire come parte integrante della strada, del fiume. Appena una leggera traccia, una dolce piacevolezza. Un buon inizio. È ciò che cercavo. La congiunzione con la Dea Madre. Tutto è durato fino a quando Lars non ha battuto le mani, lì c'è stato il risveglio, il ritorno alla realtà, il freddo percepito è tornato ad essere presente. Non lo riconoscevo perché la mente non gli prestava attenzione o magari i miei tessuti e organi riuscivano a mantenere il calore in quel particolare stato di coscienza? Finita la prima esperienza è stato come fare l’amore la prima volta: felicità e spensieratezza, senza la realizzazione profonda di quello che è accaduto. Mi ha dato più di quanto non pensassi, una marea di informazioni che mi rende piacevolmente bramoso di recepirne della altre. È presto per fare ogni pronostico tuttavia credo proprio di aver trovato la giusta strada da percorrere. Come sono stato sciocco a giudicare velocemente mio fratello! Dall’esterno tutto ciò sfuggiva, sembrava incoscienza, non pensavo portasse a tanto, quanta stupidità c’è nelle gente che classifica come “sbagliate” e “pericolose” azioni similari. Stasera avevo deciso di conoscere il mio nemico, prima di iniziare a combatterlo. Pensavo che facendomi carico dello stesso fardello e compartecipando alle medesime esperienze, riuscissi a capire e aiutare Giulio.

Io volevo correre in suo soccorso quando il bisognoso di aiuto sono io. Quanta presunzione in me, in tutti noi. Neppure venendo da una cultura radicalmente Cattolica, come la nostra italiana, ci rammentiamo della novella che dice “Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio”[5]. La nostra ipocrisia è seconda solamente al nostro egocentrismo, in effetti ne è diretta conseguenza. E tu? non ti conosco, sei bella e mi hai subito attratto. Avevo urgenza di una scusa per ignorare il tormento che ho dentro. E se non ritrovassi in te affinità d’interessi, dell’unico che muove la mia vita, come farei ad amarti? Mi accorgo che ogni lettera diviene scusa per indagare il mio mondo, non è adatta per essere letta dalla tua indole candida, non ancora pronta. Provvederò a inviartene un’altra e per adesso, la parola “droga”, sarà sostituita con “fede”. Mi occorre per parlarti di me con sincerità, dopotutto non è il mezzo che importa, quanto il fine; anche se non siamo principi[6].

17/08/63

Stasera la sorte mi ha donato sia la voglia di scriverti sia l’occasione. Molte sono le circostanze nelle quali pur contando sul primo elemento, mi trovo in difetto del secondo. Ad ogni modo non preoccuparti, non si trasformerà in una sconfinata distesa di parole dato che quello che vorrei dirti non si può raccontare, deve essere vissuto.

Il fatto sbalorditivo è l’aver trovato una strada da percorrere, nella quale sto piano piano entrando, con le mani protratte in avanti come chi procede a tentoni nel buio e, abituandosi lentamente all'oscurità, riesce a scorgere gradualmente ciò che lo circonda. Pur non riuscendo a capire la funzione degli oggetti intorno, li trova interessanti ed è felice della loro visione.

Da che istante ho iniziato a incamminarmi lungo questo percorso di preciso non lo so. Da quando mi sono avvicinato alla purezza di certi luoghi? O, magari, nel momento in cui il cuore, estenuato dal dolore sopportato soffrendo le pene familiari, mi ha costretto a trovare rifugiato nella lettura di dottrine tanto distanti dalle nostre? Libri che Giulio aveva inaspettatamente con sé. Oppure è stato il conoscerti, che mi ha aperto la mente e predisposto ad accogliere l’opportunità che sto vivendo. Ad oggi non so dare una risposta e probabilmente la situazione non cambierà mai. L’importante invece, è che adesso ho la consapevolezza di stare seguendo un cammino, di non essermi perso né di continuare a girare in cerchio, senza capire intorno a quale cardine. Non so dove mi porterà e né se mi darà le risposte cercate, da sempre. L'unica certezza è che mi rende felice, non mi vincola possessivamente a nessuno (quindi sarà tutto imputabile, riconducibile e causato unicamente da me) e mi lascia sperare. Comunque vada, ormai ha segnato la mia vita. Come una ragazza che, dopo poche ore passate insieme, è divenuta parte integrante di me, orma indelebile, pochi giorni fa, ora l’esperienza ultimata mi ha invaso e non se ne andrà mai completamente. Come ti avevo accennato, ciò ha un nome: Fede. Non lo fede bigotta, praticata da vecchie signore bacchettone o talvolta esclusivamente ignoranti. Non la preghiera recitata in molte chiese con l’unico scopo di sistemare i problemi ordinari, invocando aiuto all’esterno! Inaspettatamente, ho trovato in questa terra selvaggia la fede, intesa come unione, come esperienza mistica di Dio, inesprimibile. Impossibile immaginarsi dove mi porterà. Se lo sapessi, non potrei esprimerlo; le parole sono inutile inappropriate, come mettono in evidenza i maestri zen con i famosi koan. Non mi chiedere quello che sto facendo, non saprei risponderti. Passeggiando nel bosco, qualche giorno fa, abbiamo notato un tale, dall’andamento ambiguo, tra il goffo e il fiero. Ci siamo avvicinati a lui, attirati dalla sua personalità riservata, mite, magicamente silenziosa, capace di far vibrare la pellicola tattile a frequenza sinuosa e amabile. Poche parole, quasi per caso. Adesso è appena la seconda volta che condividiamo con lui tale esperienza, direi piuttosto che ce la insegna. Molti dei gesti suggeriti sono illogici, irrazionali, ciò nonostante prima di giudicarli devo viverli. Me ne sono accorto quando iniziai a dipingere; le prime lezioni mi apparivano strane, quasi ridicole, non riuscivo ad individuarne un senso. Adesso tutto mi è più chiaro e riesco già a distinguere le linee guida. Analogamente spero accada nelle "corse rilassate" che facciamo, nell'ascolto del corpo, della mente, degli alberi, come fossimo seguaci del più santo tra i Francesco. Detto così, risulto senz'altro poco credibile. In effetti, sono frequenti gli abbagli e rarissime i frangenti in cui si verifica un evento simile. Hai avuto l’occasione di conoscermi, sebbene non a lungo. Sai della mia razionalità scientifica e della mia estrema diffidenza per tutto ciò che non può venir spiegato e va accettato. Chiaramente, la condizione attuale non fa eccezione, dovrò capirla meglio, ma magari non serviranno la ragione e la logica, bensì uno strumento diverso, che non siamo più abituati ad utilizzare. Sono convinto, Guia, che anche te ne saresti coinvolta e rapita. Oltre al resto poi non ti ho parlato di Giulio. Per la prima volta, posso dire davvero di conoscerlo, date il tempo inevitabilmente spartito. Sembra che anche lui possa essere coinvolto da questa antica dottrina, nata per permettere di far approfondire la propria spiritualità.
Se non sono stato soddisfacentemente accurato nel descriverti la mia quotidianità, non significa che non mi interessi la tua. Sono ansioso di aver risposta a tutte le domande che sarebbe lecito e ovvio porti, oltre ad ogni altra notizia che avrai la premura di aggiungere.

Simone

18/08/67

Finalmente è di nuovo sera, sono pronto per una seconda avventura in quella terra inesplorata, vicina quanto impenetrabile. Lars mi dà la mia parte, stavolta i muscoli si allentano e nella piacevolezza si addormenta. Comincio a sognare. Iniziali movimenti vorticosi e le solite stranezze oniriche, ricorrenti nelle notti di ognuno, poi presagisco una presenza terribile ma inconsistente e incolore, in un angolo delle stanza. Subito è diretto il collegamento con il Male: Satana è ciò che il mio cervello attribuisce automaticamente alle percezione. Mi vuole aggredire. È un demone intento a prendere il possesso delle mie spoglie. Mi ricordo di non dar credito a simili superstizioni ormai da anni, invece, nascosta, scorgo l’idea che una parte del mio inconscio debba ancora sconfiggere a questa paura ancestrale. Repentinamente cambio atteggiamento, sono pronto a combatter per scoprire ciò che muove prepotentemente il mio stato d’animo; mi apro alla presenza mostruosa e decido di trascinarla dentro il torace. Con un fischio assordante che mi penetra le orecchie mi sveglio. Il tremore veemente mi ha fatto ricoprire da un velo di sudore. Mi guardo intorno, gli altri sembrano non essersi accorti di quanto mi stesse accadendo, li vedo lontani. In uno stato di ovattamento sensorio ripenso all’ultima esperienza. Mi sono imbattuto contro una forza poderosa; che si sia trattato del Terrore in tutta la sua potenza?

22/08/63

“Quella che vado a raccontare è una storia autobiografica, parla di presunzione, o supposta tale, di sensatezza e stupidità, parla di me, vostro maestro di vita, a confronto con la massa di inutili uomini che riempie il mondo.” Con le suddette parole, Lars ha iniziato oggi uno dei nostri incontri e ancora non sapevo, sarebbe stato l’ultimo. Proseguì: “E' una confessione che non gradirete, perché si abbatterà anche contro di voi e, ormai, cosa importa, tra poche ore non rimarrà niente oltre al mio involucro terreno. Non è la rabbia che me la fa sputare, ma la misera soddisfazione di liberarmi da un irritante fastidio; è la mia propria disinfestazione dai ratti, per farvi capire la scarsità del vostro valore. Adesso finalmente il vostro buonismo e la vostra scialba morale saranno oppressa dall’ascolto di queste, che reputerete nere parole. Malate vi sembreranno, uscite da una personalità violenta, saccente e problematica; potrete illudervi di compatirmi o magari vi spaventerete udendole. È certo che scivoleranno pian piano dentro di voi e per quanto follemente mentirete alla vostra individualità, non vi saranno indifferenti e si insinuerà in voi il dubbio che, la vostra vita, la vostra felicità, le vostre solide persuasioni, le vostre speranze e tutto ciò che avete imparato, sia stato il cercare di dare una ragione al nulla della vostra esistenza, alla meschinità di una vita non degna di essere utilizzata. Passiamo adesso ai fatti prima che vi venga la nausea; già, la verità, con la sua crudezza, quasi mai è riconosciuta, spesso mascherata, raramente cercata, eppure fa sempre rivoltare lo stomaco.

E adesso eccovi, per lasciarvi capire meglio, alcuni aneddoti sulla mia vita.

Fin dalle scuole medie fui toccato dalle parole di un onesto insegnante che ribadiva l’importanza di sapere quello che valiamo, che deve essere chiara e limpida tale consapevolezza. Io, di temperamento docile e cresciuto con il valore dell’umiltà, della modestia e forgiato da una educazione perbenista, cominciai a focalizzare ciò che avevo, in misura diversa, rispetto agli altri: studente diligente, rispettoso verso i genitori, abile nelle attività fisiche. Provavo, tuttavia, ancora molta paura del mondo, degli adulti, i quali separavano il giusto dallo sbagliato, pretendendo di istruirti, per quanto fossero stati incapaci di imparare loro stessi. Iniziai pian piano ad accorgermi di essere provvisto di una testa capace di pensare e che riuscivo a farlo bene, spesso meglio, di chi aveva l’arroganza o il titolo per dare e fare da modello.

Con il cuore giovane e nuove emozioni che si affacciavano, la mia attenzione era tutta catturata da quest’ultime e trascorsi gli anni come tutti gli adolescenti della mia età, ad anelare la grazia femminile. In parallelo cercavo di portare avanti lo studio, in quel contesto scolastico in grado di uccidere l’amore per la conoscenza, riempito com’è di professori frustrati e, prima che poco qualificati, poco assennati, come del resto è tema ricorrente, da sempre, nella gente.

Ebbi comunque l’enorme fortuna di imbattermi in una donna vera, maestra di vita e grande docente. Forgiata da un lungo passato cercando di spiegare ciò che agita la condizione umana. La correttezza davanti a tutto, il senso dell’onore più profondo. Inutile dire la misura in cui fosse odiata e temuta. Ancora mi si riproposero i medesimi concetti, ispirati da Dante, il fiorentino s’intende, anche lui del tutto cosciente del suo stato, della sua grandezza.

In breve mi accorsi, che a me, studente esemplare, salutista e scettico, dal carattere calmo e amichevole, urtava profondamente la stupidità. La stupidità, come contrario dell’intelligenza. L’intelligenza, è così difficile da formalizzare, da classificare. In tanti c’hanno provato e in pochi si accorgono dei limiti delle proprie definizioni. Ottimi sapientoni, fiori fior di scienziati, fenomenali nel loro campo, spesso si ritrovano ad essere bambini nei rapporti umani, frequentare un ateneo per crederci. I filosofi stanno giornate ad elucubrare, ebbene la loro vita non ne risente mai positivamente in qualità, ammesso che la loro ricerca sia davvero intensa e profonda. E allora conosci una persona equilibrata, sembra non vacillare in nessun campo, cura il corpo e la mente ma anche lei, cosa ha da insegnarti? Svanito l’entusiasmo iniziale scopri che vacillano diversi suoi modi di agire… magari nasconde alcune paure del tutto irrazionali, oppure, ed è senza dubbio il caso peggiore, non si pone più domande, perché tutto è chiaro, è definito, ha il suo posto. Beh, come posso definire intelligente colui che ha valutato e assolto alle domande che tormentano da secoli le menti eccelse e giammai ha ottenuto risposte consistenti e veritiere. Perché allora è finita la ricerca? L’arrendevolezza, il non capire che esiste la possibilità d’altro, questa è scaltrezza? Forse la risposta che si danno è ancora più da fanciulli. D’altra parte lo sviluppo della tecnica, della scienza, l’aver acquisito un mucchietto di nozioni, sebbene dal contenuto irrisorio, ci lascia il diritto di pensare che l’uomo abbia fatto passi di saggezza nei secoli e di valutare come credenze e miti il frutto degli considerazioni dei nostri avi più dotti. Eppure basta leggere poche opere, dei cosiddetti classici, per evincere quanto attuali siano i modi di agire, logiche le osservazioni e identiche le problematiche. Ora, antropologi, filosofi e studiosi vari, vi chiedo: come diavolo vi è venuto in mente di supporre, scrivere e affermare con insolenza che (per esempio) gli Egizi abbiano mobilitato una intera civiltà, per migliaia di anni, solo perché “credevano” che il defunto andasse nell’ aldilà con ciotole, gioielli e mille altri orpelli. Non notate la discrepanza tra gli ipotizzati ragionamenti da bambini e la sopraffina maestria con cui hanno concepito tutti i monumenti? Prima di scomodare qualsivoglia ipotesi bizzarra non si escluda, a priori, che quei popoli siano stati capaci di formulare un dialettica complessa e ben strutturata; non come i moderni cristiani creduloni, ma alla stregua dei migliori scienziati volti a svelare le leggi dell’universo. Il mio appello e la mia rabbia non possono essere rivolti contro il calzolaio all’angolo, che per lo meno vive la sua vita ignaro del mondo per cultura e disinteresse. In quanto a voi, dediti allo studio finalizzato alla comprensione, come vi arrogate il diritto di spiegare con complicate e inutili argomentazioni, prive di praticità, tutte le più grandi affermazioni dei veri uomini amanti del Sapere? Vi dilungate in discorsi privi di concretezza imbastendo analogie e paroloni, al solito sterili nella pratica, perché semplicemente e banalmente riportate alla vostra esperienza ciò che invece ignorate completamente, convinti che l’elucubrazione porti a chiarirne il senso. Troppa la fatica di una analisi seria? Pensieri dalla robustezza di una briciola, che imbrigliano la mente e non risolvono un accidente. Certamente io non posseggo risposte migliori, non sono il salvatore, tuttavia, se aveste letto, come spero abbiate fatto, qualche libro che avrebbe dovuto insinuare in voi il dubbio, vi dovreste essere accorti che vi sta sfuggendo il punto. Non dico di diventare seguace di Gurdjieff, anche se, nelle sue sparate, dovrebbe far riflettere. Si dia almeno credito alle fonti, innegabilmente rispettabili, quali Eliphas Levi, Giuseppe Tucci, o il nostro contemporaneo Mircea Eliade. Non che anche loro offrano la strada però i possessori di un intelletto svelto dovrebbero perlomeno capire quanto sia abissale la loro ignoranza su ciò che davvero, in fondo alla vita, conterà e, se sono interessati, che sia una spinta alla ricerca. Quantomeno, per onore dell’onestà, si ricordi con frequenza come, attualmente, la nostra presunta conoscenza del mondo, sia la reclame più ingannevole messa in atto dalla propria autostima e dal nostro compiacimento. Invero mi rendo conto che, se fossi inserito in questo unto meccanismo, avrei già assolto a tali incombenze e la voglia di ripartire da capo, buttando ogni mio convincimento, incattivitosi negli anni, non mi sfiorerebbe nemmeno la sommità del capo. Non vi resta che procedere verso la vostra morte, fine del tutto. In tale excursus sull’intelligenza non si sentano appagati i praticanti delle nuove discipline importate dall’oriente, più o meno new age, che vomitano amore e fratellanza, hippy rimbecilliti. Che andiate dietro ai “preti arancioni” o ai maestri di ogni altra arte, sappiate che dovreste immediatamente troncare se i benefici non sono reali e concreti e ne dubito grandemente. D’altra parte diffido ancora di più che siate abbastanza avveduti da rendervene conto. Adorate l’autoinganno per sentirvi appagati.
Torniamo ora alla mia vita, per vedere meglio la mia presunzione, se non fosse già un po’ trasparita dalle frasi sopra.”

Detto così è crollato, come morto. Come una profezia, si è avverato il suo enunciato di apertura. Melmose voragini hanno infestato le mie interiora. Chi aveva trascorso il tempo precedente con lui lo ha giustificato riferendoci della valanga di foglie masticate poco prima. Noi, sorpresi, delusi e nauseati da tutta quella rabbia, da quel rigetto maleodorante di parole, abbiamo deciso di partire; ormai l’ora di abbracciarti si fa più vicina.

25/08/67

Eccomi in treno, finalmente un momento per pensare. Sono stanco e soprattutto stremato dalle ultime parole ascoltate. Non tanto per i discorsi crudi, quanto per averli appresi da chi sembrava portatore di una nuova luce, rivoluzionaria, ultima roccaforte di speranza. Ho accettato ormai da parecchio l’insensatezza del mondo, l’infimità di certi individui, però, quando pensi di essere riuscito nell’impresa fortunata di conoscere chi può dare un contributo alla tua vita, allora, che amarezza è lo scoprire di aver dato fiducia e aver riposto le aspettative in chi, in fondo, mostra di essere addirittura peggiore della marmaglia. Ho sempre molto rispetto di colui che si impegna e commette una marea di errori; nemmeno provo antipatia verso chi nemmeno si accolla il peso di iniziare alcunché. Ma, chissà per quale strano motivo, subito mi stizzisco quando una persona che, spesso per sentirsi migliore degli altri, intraprende una qualsiasi impresa degna di merito e, compiuti i primi passi, l’abbandona e vira, raccontandosi di aver ben fatto e soddisfatta per i pochi mattoni murati. Aver costruito una casa di sole fondamenta, che riparo in più può offrire, rispetto a non essersi proprio preoccupato di farlo? Allora, in caso di pioggia, cercherei accoglienza da chi ha realizzato un tetto di paglia e inserito finestre al posto di porte. Lui che, schernito e sfiduciato, senza eleganza e con molti sbagli, ha perseverato portando avanti il proprio intento, ha adesso almeno una brutta capanna dove rifugiarsi ed io lo ammiro per il grande ardore.

E dopo l’ultima disillusione non posso non travalicare dal particolare al generale o, se non altro, dal singolo ai singoli. Ti ho appena incontrata, ti ho amata e, adesso, da lontano, inizio a vedere le possibilità di ciò che tu potresti essere, senza che abbia avuto occasione per approfondire la conoscenza delle tue caratteristiche. E’ un dubbio teorico, lecito; per onestà è necessario che indaghi anche su di te. Come farlo? Uno stratagemma sarebbe davvero scorretto, inappropriato. Ciò nondimeno far scorrere i mesi, lasciar stringere i legami e poi accorgersi delle problematiche, della non convergenza delle idee, del conflitto sulle importanze date alle esigenze della vita, renderebbe la frizione più stridente, lo scontro più penoso. Dunque mi sembra di aver già deciso.

Ecco, che bella trovata! Ti manderò una lettera, dissimulando che sia diretta ad un amico, per chiedere consigli e fingendo che solo per sbaglio abbia apposto il tuo indirizzo. Vediamo quale sarà la tua reazione.

26/08/67

Caro Virgilio ti scrivo a un ora tarda della notte perché in te trovo riparo e speranza.

Il mio lato oscuro? Beh, non sono i liquori, le droghe o sciupare il tempo in sciocchezze con gli amici. Molto peggio. La mia gestione dei sentimenti finisce o finirà sempre per portare dolore agli altri.

Irrimediabilmente, per quanto ci provi e stia attento, sembro non riuscire a sfuggire a questa legge.

Sono sulla strada del ritorno, tra poco abbraccerò di nuovo Guia. Da quando l’ho conosciuta, tutto è stato fluido e armonioso, è una ragazza meravigliosa, estremamente dolce e dal portamento appropriato. Fragile e incantevole nella sua ingenuità di bambina sognante. La conosci meglio di me e avrai ben letto nei suoi occhi quella bontà spontanea e schietta. Che dire, colei che senz’altro mi ci voleva vicino! E invece giammai è semplice per me. Tutto è iniziato tredici anni fa, quando conobbi una ragazza di Salerno. Siamo stati insieme una manciata di settimane, poi la distanza ha fatto l'inevitabile per un diciassettenne. Ad ogni modo ho continuato a sentirla; ci siamo rivisti in altre contingenze, specialmente negli ultimi tre anni. Diciamo una volta ogni sei mesi. C’è sempre stato un legame magico, il quale ci ha convinti che il nostro futuro sarebbe stato condiviso. Non ho mai voluto forzare le azioni, per paura di creare un rapporto sofferto, dove la lontananza ci avrebbe logorato e sconvolto l'armonia quotidiana. A Maggio, poco prima di conoscere la Guia, sembrava che ogni avvenimento spingesse nella nostra direzione poi, di nuovo, gli eventi si sono protratti e tutto è sfumato. Mi accorgo però, se guardo dentro di me, che Guia è ciò che di più bello mi spetti, se non esistesse Irene. Non so il motivo da cui dipende, se è principalmente una ragione cronologica. Ebbene sotto c'è Irene e fino a quando non avrò vissuto con lei momenti nefasti, tali da assicurarmi l’inconciliabilità dei nostri percorsi, non riuscirò ad avere il cuore libero per nessun'altra. Il rapporto che abbiamo creato in tutto questo periodo non ha eguali. Ci siamo visti poche volte eppure ognuna si fissava indelebilmente dentro di noi. Di sotto ti allego una lettera che le mandai qualche mese fa. Adesso, sepolto da un ammasso di dubbi, che mi resta da fare? Evidentemente ne dovrò parlare anche con lei. Del resto le mie non sono convinzioni. Comunque le paure sono fondate, le preoccupazioni martellanti. Non mi sento di portare avanti un storia con Guia e poi scoprire, tra migliaia di giorni, che non sono in grado di amarla. Provo per lei un grande affetto. Gocce scendono adesso dai miei occhi alla sola idea di rischiare di ferirla. Quanto male che le infliggerei. Ti faccio leggere la lettera, sperando tu possa intuire alcune informazione in più del rapporto con Irene. Non ti chiedo consigli, tuttavia dimmi, ti prego, tutto quello che credi occorra mi senta dire, che vorresti dirmi. Non sto bene. Altrimenti non avrei impegnato le tue riflessioni con dei lamenti patetici. Ti prego di scusarmi se approfitto ancora di te.

21/07/67

Dolce Irene,

Finalmente ti scrivo. Stanotte hai fatto una sfuggevole comparsa nei miei sogni e il tuo fantasma è saltato di nuovo fuori per ricordarmi ciò che abbiamo lasciato incompiuto, proprio adesso che mi stavo innamorando di nuovo. In seguito sono stato molto irrequieto e preoccupato. Quando poi, stamattina, il postino mi ha consegnato la tua lettera, il rammarico e i presentimenti, addensati nella mia pancia, si sono fatti più forti. Procediamo in ordine, per riuscire a farti intendere e magari a capire io stesso, quanto accaduto in questi mesi di silenzio, fatto non particolarmente anomalo per il nostro rapporto. Quando ci sentimmo, a Marzo, avevo creduto che di lì a poco ci sarebbe stato un svolta decisiva. Ti dissi di chiamarmi se avessi voluto passare il fine settimana insieme a me, in tono leggero ma senza scherzare affatto. Tutto sembrava spingere ad un nostro incontro. Avevo, all’epoca, anche un gran d'affare con il lavoro, quindi non mi lascia prendere troppo da considerazioni ed emozioni. Quello che successe dopo e ancora va avanti è, come dire, prevedibile e da te presentito e annunciato. Mi dicessi di credere che anch'io avessi trovato una persona, dato che di solito i nostri percorsi sono paralleli e affini. Pochi giorni dopo infatti, senza aspettarmelo, gli sguardi intrecciati tra me e una ragazza sconosciuta, ci hanno spinti l'uno verso l'altro e nel nostro primo, e per ora unico incontro, siamo stati travolti da un'inaspettata passione e coinvolgimento. Mi sono buttato in questa situazione, ricordando però sempre il nostro (mio e tuo) legame titanico. Come sai, le mie emozioni ondeggiano e, in alcuni momenti con lei, mi sono sentito in tremenda difficoltà. È germogliato un assillo che ha cominciato a scaldarmi di un bollore insopportabile e opprimente. Quasi con le lacrime, le avrei voluto spiegare le mie paure. Paura di vagheggiare e illuderla di poterla amare a pieno e di capire un giorno che avrei voluto almeno provare a stare con te; timore di accorgermi che tutto diventa una "seconda scelta". Non permetterò che succeda. Se sarò legato a lei dovrà essere perché è il mio primo desiderio, non a causa della tua assenza. Poi invece ho ingoiato le lacrime e da vero codardo ho stampato il più convincente dei sorrisi e da allora ho finto che ogni paura fosse scomparsa. Invece riappari. E non con questa lettera, bensì ti affacci nel mio profondo, quando si fa più vicina la tua presenza.

Dopo il sogno di stanotte, ho provato a rivivere tale sensazione, a creare nella mia mente l’immagine di te che avanzi, da lontano verso di me. 100 metri, 80, 50. Capivo che era il momento di vederti. Immaginavo di essere seduto ad un tavolo di un bar, all’aperto, insieme a Guia, mentre ti guardavo fissa, sconvolto dai turbamenti. Gli occhi lucidi, il terrore di affrontare la circostanza prospettata. Mille pensieri. Uno folle. Mi alzo, corro da lei, l’abbraccio, la bacio. Ci ho pensato, ho riflettuto. Ne ho avuto voglia. Poi una decisione per placare la concitazione. Quasi come un bambino ho fatto un patto con il caso, il più improbabile: se mi telefona tra pochi minuti è un segno che la mia follia è espressione di un disegno più ampio. Mi decido e vado da lei (da te). Stravolgere i programmi improvvisamente, compiere pazzie e avventatezze non è una mia peculiarità; con questa soluzione ho quindi calmato la mia silenziosa agitazione.
E adesso? Di giorno sono razionale e stabile. Sono tranquillo pur non possedendo risposte. Ciò che sto creando con la Guia non è paragonabile a niente che abbia provato, se non con te. Mi domando se il nostro legame sia da imputarsi all'idealizzazione che abbiamo creato, l'uno dell'altra, al sogno bello e proibito, oppure se non sia fatalità irrimediabile? Davvero non c'è nulla per noi fuori dall'altro? Ti giuro, non riesco a capirlo. Preferisco non creare aspettative, paure o sogni per nessuno. Né per te, né per Guia, né per me. Adesso ho il vuoto in testa. Dovrò parlare con entrambe e con Virgilio, fidato amico. Ogni scelta sembra destinata a fare stare male qualcuno ed io lo odio. Ho cercato di non commettere errori, costruendo il rapporto con lei, sono stato onesto, trasparente, autocritico ma, evidentemente, ci sono ancora dei problemi nel mio sistema di verifica. So che la mente, il fantasticare, ti porta a conclusioni più pesanti e irrisolvibili di quanto effettivamente siano. Accetterei di essere un amico per te, per lei, e amarvi di un amore puro, fraterno? E lo vorreste? E io lo vorrei? Parliamo. Cerchiamo di ridare un senso, una tranquillità distesa alla nostra vita. Non tollero più di stare male e ancor meno ho intenzione di essere causa di dolore per nessuno; soprattutto per voi. In linea con ciò che mi hai scritto nell’ultima lettera, nello spazio tutt'intorno all’idea di te, c'era una irresistibile magnetismo attrattivo. Allontanandomi decresceva, come la gravità. Di solito quando ti scrivo sono sempre abbastanza chiaro nelle idee, nelle mie decisioni. Oggi la mia testa è leggera, il cervello è fuggito. Riporto sulla carta una storia, come ricopiandola da un archivio nella quale è racchiusa. Non chiedermi i perché, i motivi, non sono l'autore, solo uno che riporta, senza curarsi del senso. Sentiamoci presto, le tue parole, credo, saranno d'aiuto.

Simone


Virgilio, non ti ho parlato prima di questa mio tormento perché credevo sarei riuscito a gestirlo, ad innamorami. Come hai letto avrei voluto farlo quando le scrissi la lettera sopra. Forse sarebbe stato meglio, invece tacqui per paura di mostrarti le mie malsane insicurezze e arrovellamenti mentali.
Da amico sensibile, spero tu riesca vagamente a comprendermi e aiutarmi, come già stai facendo essendo il destinatario della mia confessione.

Ti ringrazio.

Simone

15/09/67

La fronte era umida, il respiro concitato, il torace palpitava; il buio della notte accolse il suo risveglio tormentato. Le immagini dall’inconscio avevano preso il sopravvento ancora una volta e mascherati da languida verità si erano proiettati nella mente per disturbarne il sonno, ormai erano giorni che non lo lasciavo in pace. Il cuscino accartocciato urlava di riflesso il suo dolore, la sua agitazione.

Chiuse gli occhi irritati, voleva dormire, anzi doveva, perché l’indomani nessuno si sarebbe curato dei suoi stupidi problemi. La gente nel mondo si consuma, marcisce e muore; cosa può interessargli di quel giovane amore infranto. Ovviamente non dette ascolto al consiglio del giudizio, nutriva un forte attaccamento al suo cuore. Anche se non poche volte l’aveva messo a dura prova, questo resisteva, si frantumava e stremato cercava poi un appiglio per tornare a battere con vigore. Ora però, faceva percepire la sua presenza sempre più debolmente.

Con una mano scostò le sottili coperte, i piedi ghiacci tonfarono sul pavimento con rabbia e si diressero verso la cucina. Trascinò la porta scorrevole, chiudendola dietro di se, per non svegliare il fratello che dormiva nella stanza con lui e i genitori nella vicina. L’acqua scrosciante del rubinetto riempì il bicchiere e subito dopo fu utile per placare la sete nervosa. Alzò la stagnola che copriva una fetta morsicata di pizza, avanzo della cena. Non mangiava molto in quei giorni e l’arsura protrattasi in quel settembre non era palesemente il motivo principale del ripudio per il cibo. Si era anche ammalato recentemente, per quanto si trattasse di un semplice febbre, era per lui un fatto eccezionale visto che godeva di ottima salute, ininterrottamente da molti anni. Nessun dottore l’avrebbe ammesso, eppure per lui la causa era sicuramente univoca, palese e non necessitava di medicine chimiche o biologiche. La cura sarebbe dovuta essere portata là dove in molti studiano con grandi risultati e con la consapevolezza che ancora maggiori, tendenti all’infinito, sono i punti di completa ignoranza: la mente.

Borbottando in silenzio tornò a letto fino alla mattina seguente. Quando i primi raggi filtrati dalla persiana irruppero nella camera, si sentì sollevato per essere riuscito ancora una volta a passare, più o meno indenne, un’altra notte. La sera, prima di coricarsi, cercava infatti di stancarsi fisicamente e mentalmente e tardava ancora e ancora l’ingresso nel mondo dei sogni (ormai unicamente degli incubi). Ricordava con nostalgica malinconia i bei tempi passati, nei quali, la notte, era un’occasione per proseguire la favola del giorno, arricchendola con particolari ora sensuali, ora romantici. Due gocce bagnano il lenzuolo blu, vorrebbe fermarsi; non ci riesce. Si odia, pensa a tutte le tragedie sentite alla radio durante la giornata, si sente un verme per quelle lacrime, segno di un insulso amore che, per quanto insignificante nell’economia del mondo, lo ha ormai dilaniato e resta per lui uno stallo da cui viene filtrato tutto il resto.

La sveglia gli ricorda che la nuova giornata sta per investirlo. È un fantasma, immune alle quisquilie quotidiane delle vita, le stesse che una volta si prospettavano minacciose ora lo trapassano indifferenti. Ancora indugia, non si desta dal letto. Non è l’eccessivo attaccamento al cuscino che lo rende scontroso ma un inerzia angosciosa che lo priva completamente dell’energia.

Trascorrono pesanti i minuti, le lancette non hanno intenzione di muoversi, dopo mille giorni torna di nuovo la sera, la medesima capace di consolare gli amici poeti, Ugo e Giovanni[7]. Per lui non ci sono fresche parole di conforto, che spazzino via l’aspra bufera e plachino il travaglio della sua interiorità. Così io, autore di queste pagine, trasfiguro in una identità ipotetica avulsa da un qualsiasi contesto, le mie emozioni. Se non altro, riesco ad alleviare e a mettere in luce un malefico stato d’animo, che mi soggioga. Riversando su carta bianca ciò che sento, mi libero, almeno in parte, anche se per pochi istanti, della freccia efferata che mi trafigge dai piedi alla sommità del capo. Ed è soltanto colpa, o merito, mio. Di quella stupido e sensazionale espediente che ho attuato. Adesso, intimorita e offesa, ho perduto per sempre Guia. Ho forse superato quel limite di decenza e pudore, esagerando con la mia fretta di ottenere risultati e capire? Oppure sono stato abile nello svelare rapidamente le falle che presto si sarebbero comunque manifestate, portandosi dietro ancora maggior desolazione? Ormai non potrò più saperlo. L’unica verità è il dolore. La realtà unica, quella che vale adesso per me, che con esclusività e senza libero arbitrio posso provare, è fatta di sofferenza, della più assoluta e pura.

01/10/67

Il torpore che precede il sonno e preannuncia il risveglio, i sensi lenti, assopiti, la mente sgombra, libera, non esiste ancora la rappresentazione del mondo. La coscienza è animalesca, pura, genuina, singolarmente essenziale. Non chiedo o cerco la morte che affliggerebbe i miei cari, si stamperebbe sul giornale e condurrebbe un gran numero di unità nella chiesetta, quasi a prendersi gioco di tutto quello in cui credo. La disperazione della famiglia, un’afflizione troppo grande della quale sporcarmi. No, no, no! Se questa liberazione, tale stupendo brivido, cancellasse la mia presenza dal mondo, anche nei ricordi di Giulio e di tutti gli altri? Se di me rimanesse un piccolo spillo, un’orma inconscia, senza il ricordo di ciò che sono stato, di quello che rappresentavo per loro, dei nostri legami. E se un atomo di me aiutasse i saggi, come un fiuto innato, a compiere scelte e perseguire la strada della ricerca di una chiave per la porta della natura, allora sarebbe esaudito il mio desiderio. Scomparirei, annullato, mai esistito, una traccia nel mondo, finalmente ricomposta con l’ordine o disordine delle cose. Sarebbe talmente bello che in pochissimi, i più sapienti, durante i loro esercizi spirituali, venissero a conoscenza della mia esistenza passata, si ricordassero del fratello, dell’amico, dell’amato. Allora le lacrime cadrebbero, si cancellerebbe il loro supplizio. Gioia consapevole, cuore purificato dalla straordinaria storia da loro finalmente conosciuta. Segreto indicibile e privato. Se fosse possibile lo chiederei a Dio, a me stesso, al cosmo. Dissolversi una fresca mattina come oggi, con il rumore dei trattori riverberanti sulla pelle, nessuna angoscia, nessuna aspettativa, nessuna speranza. Un ricongiungimento e un aleggiare in quel prodigioso stato di transitorietà, fino all’annichilimento completo.

Il motivo principale per il quale sono passato da sei a nove ore e mezzo di sonno a notte, è dato dal fatto che prima avevo un motivo per svegliarmi, avevo la voglia di vivere la giornata oppure di impegnarmi per risolvere le vicissitudini che mi rendevano indaffarato. Adesso non vedo luce all’orizzonte, tutto è buio. Trovo consolazione solamente dormendo, nelle visioni oniriche sconnesse e fantasiose, dove l’unica possibilità di amare è rilegata in una pianta fantastica dalle sembianze umane. Parla, cammina, è una bella ragazza sensuale; simultaneamente è anche una alberetto, fantastico. E dire che il resto del mondo non conosce questa incredibile bizzarra caratteristica del cosmo. Sorrido. E’ un sogno, come l’utopia di innamorarmi di nuovo. Non è credibile alla stregua della storia sopra. Dunque preferisco dormire, immaginare, divagare con la mente. L’amore per la natura potrebbe essere una nuova fonte di vita? In verità quello c’è ugualmente, ogni altra fame è appagata, e infatti mi dispiace lamentarmi, ma viene meno la sublimazione, una giovane amata o forse l’innamoramento in se, quella spinta decisa e ardente che si rinnova continuamente. Oppure, proprio perché tutto il resto è al suo posto dovrei smettere di stare male e godere di tutte le disparate opportunità che già ho? Però mi manca tanto una entità femminile da amare, che sia una pianta settantenne dalle sembianze umane, una ricciola, una bionda, una giapponese o un’indiana. Ho bisogno di darmi, di sentire il calore sulla cute, di fare l’amore con chi veramente è in grado di darmene. Per il momento credo, senza eccezioni, di non aver ancora conosciuto una persona simile. Presumibilmente nemmeno esiste. Quindi se non sono stato capace di aspettare l’evolversi consueto del rapporto e ho bruscamente accelerato e forzato la mano, perché dovrei ora aver fiducia nel tempo? Ovvio, il motivo è che stavolta si tratta di me, so bene quello che significa rinunciare alla pazienza e alla speranza, e pur dicendo di voler morire, quell’istinto di conservazione, che di fondo regge ogni uomo, non mi lascerebbe compiere un atto del genere. Infima dimostrazione di debolezza sarebbe il non riuscire a sopportare un siffatto misero peso, colossale atto di egoismo anteporre la cessazione della mia sofferenza all’inflizione di una ferita, ancora più profonda, che causerei ai miei congiunti. Idee marce, putride e puzzolenti. Me ne devo liberare. E come? Disilluso dal mondo, cosa mi resta? Quale consolazione la possibilità di elevarsi con gesta storiche e rimanere per millenni nel ricordo dei posteri? Influenzarli, farli sognare e sperare, emozionarli. Che gloria c’è per i morti? Quale tornaconto me ne verrebbe? Nemmeno l’ego, quel vigliacco e presuntuoso, ne godrebbe. Solo polvere. Eppure, a dispetto del materialismo divagante, dell’agnosticismo dei più cauti e dell’accettazione passiva o falsamente riflessiva di quei vergognosi dogmi della religione, io credo che, proprio nascosta in questa, vi sia la soluzione cercata, il mio Santo Graal. Non morirò passivamente, né sconfitto dalla vita, guarderò passivamente calare il sipario sulla tragedia della mia esistenza.

Poggerò i piedi, a tentoni nel buio, sul tentativo di trovare quel senso, quella felicità, quella comprensione a cui l’uomo può massimamente aspirare. Raggiunta dai mistici, che sia (se non un abbaglio dato dall’astinenza e dal digiuno) percorribile e investigabile da tutti coloro che, con abnegazione assoluta, lottino per ottenerla.

31/10/67

Della morte non si parla più molto, rimane esclusivamente mezzo tramite cui attirare l’attenzione e l’interesse, per catturare l’ascoltatore. La nostra società la riconosce come monito e l’accoglie nella propria vita con un dispiacere da etichetta, che deve essere manifestato agli altri e a se stessi, affinché si ricordi l’importanza della vita, soltanto a parole, con una sterilità da far concorrenza ai miglior reparti di ematologia. Quasi mai si è compartecipi del dolore tuttavia sempre l’interessati divampa verso i fatti, i racconti e gli intrecci che si aggrovigliano intorno alla nefasta notizia. E’ l’intrigo ad appassionarci fugacemente e a farci schierare da giudici. Ci sembra imprescindibile il nostro apporto e sostegno alla causa, quando, giammai, ne siamo in alcuna maniera coinvolti.

Raramente ci possiamo spingere con destrezza a farne della filosofia. Come non incantarsi con i versi memorabili:


Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle. […]“[8]

Ancora: gli animi definiti sensibili, spesso semplicemente i più deboli, si possono immedesimare e vivere parte del dispiacere di un personaggio apparso in un racconto o al cinema. Ciò nonostante nessuna opera umana può far sperimentare, a chi ne sia a digiuno, il senso della morte. Massimamente virtuosa in materia è l’opera che riesce a risvegliare e rievocare la sensazione vissuta a coloro che l’hanno provata. È ovviamente un limite intrinseco nell’arte, che suggerisce esclusivamente a chi già sa; per i restanti, nient’altro se non discorsi. La nostra ragione si adegua quando colpisce coloro che trapassano per età avanzata o seguendo un percorso più o meno articolato. In quei casi ci possiamo preparare e logicamente convincersi che, talvolta, sia stato meglio. Davvero rare, sono le occasioni, tremendamente soggettive, in cui sperimentiamo la Morte in tutta la sua dirompente brutalità, con una violenza che lascia senza fiato, stringendo lo stomaco, in una morsa crudele e lacerante. Arriva, fine. La sua voce calma, sprofonda nella pancia, caricandoti di un macigno le spalle e spazzando ogni pensiero dalla testa, che si fa leggera, quasi intenzionata a volare via. Dentro vi è solo un messaggio. L’unico, assolutamente non revocabile. Per uno spirito combattivo come il mio è una resa intollerabile, perché non dà la possibilità di opporsi. E’ una grande lezione, la sottomissione alle leggi che regolano l’universo. L’unica regina inconvincibile che non tornerà mai sui suoi passi. Non c’è più una soluzione. Non c’è più niente da fare, anche la speranza, che pur potrebbe essere lontana, che fa logorare e marcire con lo scorrere del tempo, ma che sul momento, di solito, sembra offrire la mano, qui la ritrae, scompare, non ti è più amica. La prima difesa, il rifiuto, vacilla in breve, dopo non rimane nessuno scudo per incassare il colpo. La sferzata è micidiale. Qualunque sia la reazione, da guerriero nordico o da massaia siciliana, è un mero vestito esteriore per scaricare e indirizzare l’ondata gelida, che si beffa di te, della tua prestanza e ti dilania. Non importa se nel quotidiano rimane la determinazione e la voglia di vivere. Lei, la Morte, si è presentata, senza possibilità di scelta e ti ha portato il suo dono, ti si è rivelata. Di questo e basta gli importa; ha adempiuto così alla sua essenza.

L’uomo alla ricerca della sapienza, è povero e innocente senza averla conosciuta, come un infante; per quanto s’industri, sono innocue le sue indagini e deduzioni. Il dolore è il punto di partenza. La magia di trasformarlo, l’unica maniera per essere sul sentiero.



[1] Ferrovia che collega Stoccolma con il nord della Svezia, attraversando le foreste dell’entroterra.

[2] Storuman e Jokkmokk: due città del centro della Svezia.

[3] Popolazione indigena della Lapponia

[4] Maggior parco nazionale della Lapponia svedese, privo di sentieri e rifugi.

[5] Frase attribuita a Gesù nel Vangelo secondo Luca 6,39-42

[6] La celeberrima frase “il fine giustifica i mezzi”, attribuita nella cultura popolare a Machiavelli, viene grossolanamente intesa per giustificare qualunque fine, sebbene ne “Il Principe” ci si riferisca esclusivamente ad opere intraprese dallo Stato.

[7] Ugo Foscolo e Giovanni Pascoli hanno scritto due poesie su questo momento della giornata, rispettivamente “Alla sera” e “La mia sera”

[8] Incipit della poesia “Amore e Morte” di Giacomo Leopardi.



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