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lavoro pubblicato venerdì 16 gennaio 2015
ultima lettura venerdì 15 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

The poor Jean

di vennyrouge. Letto 581 volte. Dallo scaffale Fantasia

Era ancora nella zona dormitorio della città e da quegli angusti antri si accedeva agli appartamenti ricavati nella roccia. Non impiegò molto tempo per intravvedere le abbacinanti luci del cinema, i cui colori cambiavano repentinamente dal magenta.......

Il povero Jean

*

Eh sì, il clima era il solito di sempre. Non avrebbe piovuto per l’intera settimana, il mese e la restante parte dell’anno. L’aria sarebbe rimasta insapore e dell’evolversi delle stagioni sul pianeta i suoi concittadini non avrebbero avvertito nulla. Per giunta, tra poche ore la luce artificiale del giorno avrebbe lasciato il posto all’oscurità della sera e i pensieri cupi sarebbero venuti a tormentarlo. Il signor Jean Miller, un uomo oltre la mezza età, sulla cinquantina, dal volto dolce e dallo sguardo profondo con la voce percettibilmente roca, cambiò il corso ai propri pensieri decidendo di recarsi al cinema al termine del pranzo. Erano le tre del pomeriggio, considerata la durata dello spettacolo, sarebbe rientrato per cena. Riposto il tegame nella lavastoviglie, varcò la soglia della propria abitazione per raggiungere il corridoio Mongomery e da questo, svoltando sulla via Dietrich, arrivare alla graziosa piazzetta con il cinema Mercury. Per sua fortuna la strada in quell’orario era ancora sufficientemente libera. Verso le quattro, o giù di lì, l’avrebbero popolata le facce smunte degli impiegati pronti a stiparsi sui trasportatori a nastro e dirigersi a casa. Si avvertiva teso e nervoso nel percorrere quelle strade uguali, intervallate da portoni. Era ancora nella zona dormitorio della città e da quegli angusti antri si accedeva agli appartamenti ricavati nella roccia. Non impiegò molto tempo per intravvedere le abbacinanti luci del cinema, i cui colori cambiavano repentinamente dal magenta al bianco candido. Protetti al piede da ringhiere ornamentali in metallo, piante finte e sempre verdi rallegravano l’architettura nei pressi della sala. Salì sulla rampa eretta accanto al marciapiede e andò fino al tornello metallico, dove sull’impassibile occhio elettronico strisciò l’abbonamento. Era in leggero anticipo rispetto all’orario d’inizio, ma non si curò d’informarsi sul genere di film in programmazione. Per quanto intendeva svolgere quel pomeriggio, qualsiasi cosa sarebbe andata bene. Con gesti meccanici ripose la tessera nel borsello e una volta raggiunta la sala, si preoccupò di disporsi accanto agli altri spettatori. Non ebbe modo di rilassarsi che una voce femminile incominciò a diffondere per mezzo degli altoparlanti, un comunicato del governo. Si annunciava al pubblico che a seguito delle emergenti difficoltà economiche del paese, il Governo aveva deciso un aumento delle tasse. Per lo stesso motivo, continuava la registrazione, il prezzo d’ingresso sarebbe cresciuto. Le autorità, inoltre, stavano pensando alla riforma delle pensioni e alla revoca del sussidio agli invalidi. Alla notizia scrollò la testa come avesse avuto un tic. Nei fatti, un brivido freddo gli aveva risalito la schiena causando quello strano riflesso. Da mesi, Jean Miller, covava rabbia e avversione verso i progetti dello Stato. «Fin dove sarebbero giunti?», si domandava, convinto di essere tornato al medio evo. Del resto c’era da comprenderlo. Tutte le modifiche volute dalla classe politica negli ultimi anni, si erano rivelate capestro per la popolazione che nello stesso periodo aveva visto volatilizzare le proprie riserve finanziarie. Al contrario, i possidenti avevano incrementato le loro. E poi era un vero e proprio lavaggio del cervello quello messo in atto per mezzo di messaggi urlati in tutta la città. Sì, ma perché se la prendeva tanto? Perché pareva non si potesse fare altro! James si scosse dall’idea ridondante, evitando di farsi venire l’orticaria. Finse di riassettare i capelli rimasti. Un movimento liberatorio utile, anche nel caso avesse avuto intorno qualche spione al soldo della polizia e in cerca di sovversivi, pensò. A ogni modo non era là per ragionare a riguardo. Per questo s’interessò d’altro e pose l’attenzione sulle mura di là dello schermo, al quale erano applicati parati di colore blu. Erano sistematiche le scelte del blu alle pareti e del rosa per le poltrone! «Forse», ragionò, «un qualche psicologo caro ai politici aveva svolto studi attenti e considerato indispensabile e di buon auspicio tale tinte?». -Sì! Doveva essere andata in questo modo, assieme a una bella mazzetta, perché in tutta la metropoli non si poteva trovare un locale diversamente arredato e dipinto. “Unificare” era il concetto per la maggiore. Uniformare luoghi quanto le persone. Il loro credo. Le abitudini. Per reprimere in seguito ogni ragionamento. Da qualche giorno si era pure persuaso che un simile comportamento dovesse rientrare nel fare di un governo divenuto ladro e oppressore. Ciò nonostante non poteva evitarlo e sopratutto non aveva modo di renderlo chiaro ai concittadini, perché nessuno pareva prestare attenzione. Loro badavano, piuttosto, che nessuno portasse via l’orticello personale e quanto accadeva al vicino, di fatto non li riguardava. A Jean, ovviamente, i soprusi non andavano a genio e avrebbe fatto qualsiasi cosa per dimostrare che razza d’impostori presidiava la società. A quel punto la respirazione divenne convulsa. Con l’aria viziata respirata e l’età, gli era venuta anche l’asma! Tornò a osservare l’intorno. La sua impressione era che quei divisori imbellettati, spessi strati di calcestruzzo, frapponessero luoghi lontani solo in apparenza. Perciò, anziché avvertirsi rassicurato, magari per l’idea di vivere in un bozzolo e quindi, protetto, provava invece la sensazione di essere rinchiuso e senza via di fuga. Il povero Jean dovette riconoscerlo: era costretto a vivere in un luogo che non desiderava per com’era divenuto! Nuovamente provò ad allontanare i pensieri e rilassarsi. La pubblicità avrebbe avuto inizio con qualche istante di ritardo e dopo che lo schermo fosse diventato chiaro e poi scuro per diverse volte. A questa sarebbe seguita la presentazione del film in visione nei giorni successivi. Infine, e solo allora, avrebbe avuto inizio la proiezione pagata. Attese anche contando; per facilitare il fluire dei minuti. Il brusio di sottofondo, lo aiutò a rimanere sveglio. Non passò molto tempo che lo spazio tridimensionale si facesse opaco e dalle casse acustiche ai lati della poltrona incominciasse a essere diffusa una canzone ritmata simile all’inno nazionale. Squilli di tromba e rulli di tamburo si davano il cambio in maniera frenetica e ossessiva. Incominciò ad avvertire i timpani rimbombare. Appartenere a un gruppo e credervi ciecamente, rafforzavano l’identità ma non l’acume, pensò. Tuttavia doveva accettare, senza pretendere che ragionassero come lui. Lo schermo era ancora privo d’immagini e i pochi presenti incominciarono a sbadigliare fidando di essere alle solite. Lui, al contrario, mantenne l’attenzione. Era incuriosito dall’arte di comunicare e convinto che i pubblicisti sapessero anticipare tempi e mode. Era certo che se quegli uomini si fossero impegnati a favore, avrebbero migliorato le sorti della civiltà. Purtroppo non avevano intenzioni, salvo ricevere moneta profumata! Non a caso, operavano per rendere indispensabili produzioni commerciali discutibili. Rifletté in modo smaliziato. Le immagini incominciarono a scorrere in quel momento. Nella sequenza in onda, un macchinario elettromeccanico munito di arti probabilmente in silicone, accarezzava la schiena nuda di un’avvenente signora, arrivando a palparle i glutei sul finire della scena. «Nulla in contrario!» Ritenne Jean. Lui non era certamente bigotto e pensava che ognuno potesse soddisfarsi come voleva. Perché affidarlo però, a un freddo congegno rinunciando al piacere di darselo reciprocamente confidando in un’altra persona? Mah! Non lo riusciva a spiegare. L’offerta poi era riservata a un pubblico possidente. Lo s’intuiva dall’arredamento utilizzato nelle scene, dal salotto aristocratico, fino ad arrivare alla musica classica amabilmente profusa, oltre al costo del prodotto volutamente sottaciuto. In molti, assolutamente capaci di avere una relazione, lo avrebbero acquistato per adoperarlo in solitudine, costringendosi all’isolamento in una società individualista e cinica da condannarli con articoli simili. Davanti a lui, insomma, era in vendita un macchinario per realizzare il piacere, non l’amore. E ciò era male! Cos’altra poteva pensare a riguardo? Finì, nemmeno a dirlo, a giudicare pessima la trovata e a chiedersi se i compaesani sapessero difendersi. Le luci si accesero e Jean tornò a osservare l’ambiente. Saranno state presenti una ventina di persone calcolò a occhio e croce. «Comunque sufficienti!». Nel tentativo di farsi coraggio aggiunse pure: «che senz’altro sarebbe andata bene!». Fu colto in quel momento da un colpo di tosse pronunciato. Alcuni si girano a osservarlo. Vuoi vedere che pensavano al possibile contagio? «Bene, bene!» Tornò ad affermare. «Adesso lo avevano notato!». Tralasciò anche queste considerazioni quando lo schermo s’illuminò per proporre il thriller della successiva settimana. La scena era girata in notturna e la sequenza ritraeva una bella donna nell’atto di introdursi, da finestra aperta, in un appartamento situato nella città vecchia. La zona era quella dell’arte e dei ristoranti. «Da questo punto di vista, per nulla male!». Obbiettò. Erano luoghi che amava e aveva frequentato a lungo. Un quartiere dove gli intellettuali si riunivano a discutere e trascorrevano la notte sorseggiando il vino coltivato nelle serre e perfino sui terrazzi di alcune abitazioni. Tra essi c’erano pittori, cantanti, artisti e perché no? Sbandati e perditempo, ma anche da ragazzi che avevano desiderio di salvare il mondo. Tornò con indiscusso piacere ad assaporare gli odori speziati e stantii di quelle cucine dove per anni si era servito. L’estranea, dopo aver percorso un lungo corridoio stipato di quadri e specchi antichi, ora entrava nella stanza da letto del proprietario brandendo un coltellaccio da cucina. Quattro steli sorreggevano un vecchio baldacchino di legno intarsiato e sulle lenzuola linde, due donne amoreggiavano con passione. Quasi tutti i film prodotti negli ultimi anni erano infarciti di riferimenti al sangue e al sesso con intrecci pessimi e prevedibili. La presentazione terminava con l’intrusa assorta a infierire sul ventre di una dopo avere ucciso l’altra con un grossolano taglio alla gola. Passarono istanti di buio totale. Si udì una persona schiarire la voce. Poi ebbe finalmente inizio lo spettacolo.

Il grosso esemplare acquatico apparve stagliato come nell’ambiente naturale. L’effetto era a dir poco: mirabolante! Il mammifero procedeva con movimenti aggraziati sfilando avanti al busto degli spettatori. Il colore azzurrognolo, e la luminosità proveniente dall’alto, dalla superficie del mare, permeava lo spazio rendendo l’atmosfera surreale. Grazie alla pellicola ad alta risoluzione, Jean riusciva a distinguere i particolari della pelle del grosso cetaceo. L’animale sembrò andargli contro ancora una volta; poi voltò dinanzi ai suoi occhi. Lui avvertì un fremito allo stomaco. «In fin dei conti», disse per rassicurarsi: «é solo un documentario!». Jean non aveva mai conosciuto simili animali. Tornò a toccarsi il capo, felice di migliorare la propria conoscenza. «Un’antica pellicola, restaurata da un serio regista!» Disse ancora or ora di lasciarsi andare e godersi le immagini. Trascorsa una mezzora cambiò idea per recarsi in bagno. Seguendo l’indicazione dello joystick, i motori elettrici montati sulla sedia a rotelle ronzarono in modo leggero nello sforzo di risalire la passerella. Al termine, una porta insonorizzata si aprì con moto pneumatico per consentire il passaggio. Era in un ambiente rettangolare soffusamente illuminato e più freddo della sala. Agli estremi, indicate dal cartello luminescente, trovavano posto le toilette. “Uomini a destra, donne a sinistra”, indicava la scritta. Quando giunse nel bagno la luce rossa cablata fuori la porta, s’illuminò per indicarlo occupato. Si era accertato che in sala non vi fossero altri disabili. Perciò nessuno gli avrebbe messo fretta e domandato di renderlo libero. Tuttavia per avere maggiore sicurezza si aggrappò al maniglione dell’apertura. Anche qui osservò il paesaggio, dal water in porcellana con la bocchetta dell’acqua per pulirsi, al lavabo e lo specchio assicurato sopra di questo. Per un momento si vide in esso. Non era più il bell’uomo di una volta! Disse a voce bassa. Poi voltò lo sguardo in direzione opposta, pensando fosse inutile perderne altro. Anche da questo lato la parete era innalzata in solido cemento ma rivestita da pannelli vetrosi. «Adattissimi alle pulizie, per carità non si discute, però gelidi da far venire la pelle d’oca!». Disse questa volta con sarcasmo. Cercò ancora, fino a scovare dalle parti della cassetta dell’acqua un foro circolare di pochi centimetri. Poco oltre e sarebbe confluito in un nuovo condotto di portata maggiore. Di quelle feritoie ce n’era in ogni vano di quella città. Gradatamente si concentrò sull’immagine e sulla fitta rete di tubazioni, fin tanto da non avvertire il freddo e i rumori ma unicamente il fiotto d’aria.

Capitolo secondo:

Un giovane, badando a evitare ogni rumore percorreva un corridoio isolato dalle parti della via Lewis, nella zona Est. Neppure i passi risuonavano sul pavimento in linoleum. Doveva raggiungere quanto prima possibile la centrale telefonica in uso all’archivio generale dello Stato, perché il registratore occultato da giorni nel quadro elettrico e a questo collegato entro pochi minuti avrebbe completato il lavoro. Almeno in teoria, perché era arrivato in anticipo e l’apparecchio non aveva finito. Non gli rimase che nascondersi in una rientranza nei pressi del sistema antincendio e attendere i minuti rimanenti. «Finalmente!». Esclamò quando il segnalatore emise una piccola luce verde. Senza attendere aprì lo sportello in metallo posto sulla parete e con gesti sicuri estrasse il supporto. Non aveva ancora finito che una voce alta e decisa urlò: «Altolà! Polizia!». Lui provò a giustificarsi: «Sono l’operaio dell’azienda elettrica! Ho terminato di fare dei controlli. Adesso vado via», dichiarò con voce allegra, augurandosi che la guardia non fosse così vicina da scoprirlo svestito. «Altolà!», tornò a ripetere il gendarme per nulla tranquillizzato dalle affermazioni del sedicente tecnico. «Fatevi identificare!». Urlò in modo perentorio. “No, non poteva permetterselo!” Non sarebbe riuscito a spiegare un bel nulla e l’avrebbero messo in cella. Darsi alla fuga era la cosa migliore da fare, perciò incominciò a correre nella direzione dalla quale proveniva. Il poliziotto non si lasciò sorprendere. Probabilmente era pronto a reagire, così dopo avere estratto la pistola dalla fondina, sparò un colpo indirizzandolo alle gambe del fuggiasco. “Quasi certamente l’ho colpito!” Rifletté nell’udire echeggiare il colpo nell’ambiente. Solo che il brigante invece di cadere e rimanere a terra, aveva proseguito per diversi metri e svoltato l’angolo impunemente. L’agente, incominciò a rincorrerlo a tutta forza con l’intenzione di catturarlo e incassare la promozione. Il pesante suono dei suoi scarponi echeggiò sinistro e veloce nel passaggio solitario. Fin tanto che non fu sostituito dalle urla spaventate delle persone a passeggio nella via principale e che all’improvviso se lo trovarono davanti. Quelle meno prossime a lui, ebbero modo di gettarsi in terra per paura della sparatoria. Una donna gli finì tra le braccia facendogli perdere l’equilibrio. Tornò a inquadrare la sagoma del fuggiasco che era oramai a metà dello slargo. «È lui!», affermò prima di alzare nuovamente l’arma e sparare. Del resto non avrebbe ricevuto encomio se avesse colpito un innocente. Alcune parti del rivestimento del condotto volarono in aria dopo la deflagrazione. Ora quel ragazzone alto e dai capelli lunghi e biondi zoppicava visibilmente in direzione della via Murphy. L’agente prese la decisione di acciuffarlo per sempre, e ci fu un momento in cui parve recuperare la distanza. Purtroppo l’uomo si dileguò in prossimità di una biforcazione. «In ogni caso non sarà andato lontano!» Disse il poliziotto allo stremo delle forze. Non gli rimase che avvertire il comando e dieci minuti dopo furono sparpagliati i cani poliziotto in tutte le gallerie della città sotterranea.

Capitolo terzo

Un fruscio echeggiò nel momento di massima attesa per gli spettatori. L’invalido sulla carrozzina tornava al posto. Nessuno gli prestò attenzione e a lui, una volta giunto al ricovero, rimase da inclinare lo schienale e rilassarsi. Nulla al mondo da questo momento in poi l’avrebbe distratto. Impiegò poco a riprendere la scena: adesso la madre del cetaceo accudiva al piccolo con la poppata. «Fantastico» osservò, avvertendo salire la commozione. I suoi pensieri si dissolsero in un universo senza tempo, consentendogli di gioire o rattristarsi a ogni cambiamento.

Nel frattempo, al comando di polizia situato più in là di un paio d’isolati, diramavano alle varie stazioni e uffici le foto e i filmati del ricercato. «Quel tale non rimarrà uno sconosciuto!». Azzardò con piglio deciso il comandante parlando al microfono della sala riunioni. Del resto le immagini illustravano bene gli accadimenti. In esse si distingueva un uomo atletico, sui trenta, trentacinque anni, percorrere in corsa i corridoi più solitari della cittadella. «Indubbiamente un tipo in forma!» Disse l’ufficiale medico che aveva accanto. «Sappiamo che è giovane e ben allenato. Sicuramente uno sportivo!». Ribatté la massima carica guardando con severità i propri uomini. Le luci furono alzate anche in quella sala, e la proiezione fermata, così il comandante poté riferire della colluttazione e aggiungere la preoccupazione che il maniaco potesse avere delle armi. Quando fu chiarito a tutti con chi si aveva a fare, impartì le norme per identificare il terrorista. Per prima cosa i suoi ispettori avrebbero dovuto acquisire ed esaminare tutte le informazioni provenienti dalle palestre e dai centri sportivi. In seguito sarebbe stato necessario comparare i dati di quelli che le frequentavano e suddividerli per colore di capelli, razza e altezza. In quel momento avrebbero confrontato i caratteri generali e l’aspetto per trovare le attinenze con le registrazioni e selezionato la rosa di sospetti. Continuava a posare rigido e impettito nell’uniforme scura con le mostrine dorate bordate di verde. Alla luce del flash esploso dalle macchine fotografiche dei giornalisti, il suo volto si faceva spettrale. Indubbiamente il capo della polizia sapeva incarnare il potere! Da anni, nessun delinquente era riuscito a sfuggire alla polizia e ai metodi d’indagine peraltro abbastanza semplici. Ci sarebbe da chiedere che cosa ci voglia ad arrestare qualcuno in un ambiente tanto ristretto, e poi la città era piena di telecamere e le informazioni raccolte finivano in un grosso centro elettronico a disposizione del Capo del Governo. Per i rei era davvero dura e invero assai strano che in giro ce ne fosse anche uno solamente!

Non era passata un’ora dall’incidente che una busta contenente un “disco di memoria” giunse nella casetta postale della più importante redazione giornalistica. Altre consegne sarebbero avvenute presso giornali minori nella successiva mezzora. Tutte le volte in cui era stato eseguito il recapito, le apparecchiature dedicate all’osservazione ambientale avevano ritratto il corpo o le spalle di un uomo nudo. Ogni volta l’immagine era sparita all’occhio indiscreto, immediatamente prima che la successiva telecamera presente in zona fosse tornata a scorgerlo. Del volto misterioso per ora esisteva unicamente la descrizione del gendarme che aveva sparato.

Tutto questo, comunque, non era abbastanza o semplicemente un fatto isolato. Da venti minuti un dispositivo elettronico, piazzato chissà dove, inviava un video segnale sui canali delle abitazioni e dei centri commerciali. Si trattava di un cortometraggio realizzato con l’obiettivo nascosto. In esso si distingueva il Capo del Governo giocare con dei bambini e delle bambine. Le scene erano maliziose, per via degli spruzzi d’acqua sparati con l’uso di una pistola finta e mirata sui seni o sui genitali. Le sequenze successive lo ritraevano a letto con donne giovani, e i giochi erotici ideati erano audaci e indecenti. Assieme alle sue, erano riconosciute dal pubblico anche le sembianze di personaggi influenti nella città. In particolare, comparivano un’importante responsabile della fede religiosa e un giornalista. «Immagini gravi. Scioccanti; anche per occhi permissivi», riferiva il commentatore Tivù non sapendo cos’altro asserire, e dalle varie emittenti via cavo si continuava ad annunciare lo scoop! Quel breve filmato costituiva un duro colpo per le persone impegnate da sempre a difendere la maggioranza e l’opera dell’élite. Per garantire sulla loro onesta, avevano persino giurato pubblicamente! Ora, in un solo colpo perdevano la faccia. Il capo della polizia apprese dello scandalo dal vice. Ci mise ben poco a comprendere che la negligenza sarebbe ricaduta su di lui e sulla sua indolenza. Gli era forse sfuggito di potersi trovare dinanzi a un pirata informatico? Cosa mai poteva aver combinato quel demente, se dopo qualche minuto la guardia lo aveva scoperto? Chi poteva immaginare che dall’altra parte di quel muro vi avesse sede il centro elettronico dello stato? Le domando si affollavano nel cervello. Che cosa avrebbe dovuto fare adesso: censurare la stampa? Rimuginava al chiuso del proprio ufficio e avere riagganciato la comunicazione con il sindaco, mentre il telefono poggiato sulla scrivania tornava istericamente a trillare. «Chi altro è a chiamarmi adesso?» Disse ad alta voce prima di appoggiare i palmi delle mani sugli occhi e domandarsi: “Cos’altro di nefasto dovrà accadere ancora?” Quanto lo angustiava stava pure nell’attesa! Perché dall’archivio non emergeva un volto? Un colpevole? -Doveva far qualcosa. Decise di chiamare l’ufficio preposto. Il funzionario che rispose al telefono si dimostrò subito essere un’incompetente: «No signore! No!». Disse. «Purtroppo non abbiamo altro che semplici somiglianze. Mi dispiace.». «Per il momento solo ipotesi», aggiunse poi a bassa voce. L’aria inalata profondamente e a forza sembrò diventare arsa e infuocata e soprattutto segnò la fine della pazienza del capo: «È mai possibile non si riesca a identificarlo?». Esternò ululando. Al responsabile del servizio identità sembrò di udire il timbro giungere attraverso la parete. Eppure era ampia la distanza tra i rispettivi uffici. “Almeno cinque piani”, pensò prima di tornare a rispondere: «Sì signore! Anzi signore mi scusi, il problema vero è che nessuno degli indiziati regge al momento dei riscontri.». Rispose. «Allora datevi da fare! Volete vi sbatta a fare i controlli nella metropolitana?». Propose l’altro, e se avesse voluto, non ci avrebbe messo molto a smontare quell’ufficio. L’agente cercò di temporeggiare. «Senz’altro signore. Proveremo ancora, stiamo facendo il possibile! Vedrà nelle prossime ore... », avrebbe continuato a lungo per convincerlo ed evitare lo spostamento ma udì il capo della polizia dire: «... mbecille!», e sbattere la cornetta. Bussarono alla porta pochi istanti dopo. «Ancora? Che cosa c’è?». Domandò lui. Non c’era nulla da fare, insomma? Riuscivano per una volta a lasciarlo a ragionare? A quel punto gli si era alzata la pressione e le tempie cominciavano a battere. «Mi scusi Signore», disse il piantone senza varcare la soglia. «Tumulti in città. La gente è in strada e si è riunita in gruppi, sono inferociti!». Il capo della polizia accese il monitor presente sulla scrivania e lo sintonizzò sulla prima emittente di Stato per tempo in cui la regia cedeva spazio alle interviste: «Maledetti maiali!». Esordì una voce femminile al microfono e questo fu il commento più educato poté esporre la signora in pelliccia inquadrata in movimento. La ripresa gli aggiunse il mal di mare. «Ora vadano via tutti!» Dichiarava un signore in giacca e cravatta. E sullo schermo suddiviso in quarti, giunsero le prime immagini dei tumulti e delle devastazioni perpetrate dalla gente.

Saracinesche divelte, vetri in frantumi e un paio di locali incendiati nelle gallerie creavano sconcerto, dando l’idea che in città fosse svanito l’ordine.

La folla era davvero furibonda e a seicento metri sotto il livello del suolo, sfasciava tutto.

Capitolo quarto

Il piccolo cetaceo era finito in una rete per la pesca e un ingombrante braccio meccanico munito d’argano lo sollevava dalla profondità dell’oceano. La madre, sfuggita alla presa, si avventava sul tramaglio nel tentativo inutile di lacerarlo. Lo stridio dell’elica del natante, enormemente amplificato, lacerava il timpano. I due esemplari, l’uno di fronte all’altro, parevano comunicare e darsi l’addio. A dividerli, rimaneva quella stramaledetta trappola di fibra. Più tempo passava più il piccolo soffocava pestato dal peso dei tonni in cerca della libertà. “Può una madre abbandonare un figlio?” Si domandò Jean, nel piangere.

Mille anni prima era scoppiata la guerra sulla superficie del pianeta. Al tempo il pro-genitore, un famoso corridore olimpico, aveva richiesto di essere ospitato nella caverna fuggendo alla morte per avvelenamento. Essendo il luogo sorto per iniziativa di un ricco uomo d’affari e noto omosessuale, la metropoli si era evoluta con la medesima consuetudine comportamentale. Così, la rivolta non era scoppiata perché il capo del governo aveva fatto sesso con minori. La censura e la corruttela generale avrebbero con un poco di pazienza distolto l’attenzione. Neppure era da attribuirla al fatto che la popolazione si avvertisse offesa dalle bugie riferite. La gente era assuefatta, tanto valeva rimanere tranquilli. La peculiarità alla base della rivolta era, indubbiamente, l’avere offeso il senso comune. Il fatto puro e semplice che al Cancelliere piacessero le donne! E non avrebbe potuto essere diversamente. La città non sarebbe sopravvissuta con lo stesso nome e con i medesimi valori dei padri fondatori. Pertanto il senso di sgomento fu così profondo e tale che la rabbia prese il sopravvento.

Al sicuro dal fragore, nella fredda e puzzolente toilette di un cinema, un ragazzo osservava la propria gamba ritenendo di essere fortunato. La pallottola aveva attraversato il muscolo senza recidere alcuna vena o organo importante e si era dispersa. Dalla lacerazione usciva del sangue. Lasciò scorrere a lungo l’acqua del rubinetto prima di lavarla. Una volta raggiunte le mura domestiche, del cicatrizzante e qualche antibiotico di tipo comune l’avrebbero guarito. Cercò lo specchio pensando di non aver considerato il caso di portare un pettine o una spazzola. Perciò accompagnò con il palmo i lunghi capelli sul volto. Continuò a contemplare il riflesso e la linea esile del corpo. Si avverti fiero e doveva aver combinato un gran bel casino. Il popolo si sarebbe finalmente rivoltato! Quanto alle sembianze, quel ragazzo aveva il taglio degli occhi sia maschile sia femminile, e la bocca era carnosa e sensuale nella misura di una donna. Era pure un gran pensatore, convintissimo che la sessualità appartenesse alla sfera privata e nessuno Stato potesse decidere a riguardo, se non per proteggere le leve dalle attenzioni degli adulti. Nel nome del sentimento che sorge spontaneamente tra gli esseri, avrebbe accettato gli eterosessuali. Quel ragazzo biondo ed effeminato, trovava pure intollerabile che al potere fosse consentita l’ipocrisia. L’accaduto di cui si erano resi protagonisti i potenti, a prescindere se le giovani fossero consenzienti, era riprovevole e “quei pedofili dovevano pagare!”, pensò, fino a divenire paonazzo dalla rabbia. A ogni buon conto c’era la legge per questo, non spettava a lui e aveva agito per far conoscere al mondo il loro volto. Aggiustò nuovamente i capelli, disponendoli in ciocche dietro alle orecchie poi tornò ad avvertire il dolore: adesso doveva proprio andare! Aprì la porta del bagno. Proseguì zoppicando in direzione della sala rettangolare, al termine della quale sapeva di trovare gli spettatori. La porta pneumatica non sì aprì al passaggio, ma lui la varcò permeandola. Ritrovatosi al buio, faticò a organizzare la vista. Il lamento acuto proveniente dagli altoparlanti lo stordiva. Furono le luci del percorso, incastonate nel pavimento, a salvarlo da una caduta. Ripresosi dal pericolo, fissò l’attenzione più avanti e nell’aria di colore azzurro scorse delle enormi eliche d’ottone tranciare lo splendido mammifero. – Il cetaceo, dopo avere tentato inutilmente di capovolgere l’imbarcazione, se l’era presa con le pale dell’elica. Sul finire dei suoni individuò la carrozzina e l’anziano che vi era sopra. L’uomo pareva essersi sopito e sostava con il braccio piegato a trattenere il capo pressoché glabro. Quell’anima eterea ebbe un moto di tenerezza verso la persona ridotta da una malattia in tale stato, percorse pochi passi cercando di non farsi scorgere e garbatamente tornò all'interno del corpo al quale apparteneva, giusto per il tempo che le luci nel cinema fossero riaccese.

Lo spettacolo era terminato e i presenti si alzarono avviandosi all’uscita seguiti dal ronzio leggero dell’apparecchiatura elettrica montata sulla sedia a rotelle. Jean si avvertiva frastornato e stanco. Della rappresentazione ricordava unicamente qualche scorcio. Tuttavia aveva raggiunto lo scopo e possedeva un alibi: i presenti lo avevano visto e udito tossire! Ammise in quel momento, di non poter rinunciare al vitalizio, cosa sarebbe stata di lui? E se non direttamente, doveva continuare a ottenerlo per i propri discendenti.

Jean sapeva che erano stati versati, al momento della sottoscrizione da parte dell’antenato, tanti di quei denari da consentirgli di avere almeno altre tre vite intere e nel cuore serbava la speranza che fosse trovata una cura alla malattia che lo affliggeva. Unicamente per un difetto avvenuto nella duplicazione, era costretto all’uso del supporto meccanico. Quanto agli strani poteri posseduti, questi si erano manifestati dopo il compimento del ventunesimo anno. In una di quelle notti in cui, terrorizzato e solo in ospedale, sognò di percorrere delle scale e attraversare i corridoi e le gallerie della città. In principio aveva ritenuto fossero semplici fantasie di un ragazzo paralizzato. Più tardi si era accorto di avere riportato da una di queste scorrerie un profondo taglio alla pianta del piede e in quell’occasione, compreso che non si trattava di finzione. Gli era sufficiente intuire un via e credere di poter camminare che una parte del corpo riusciva a distaccarsi e realizzare l’impresa. Nel cinema era stata la presa d’aspirazione a permettergli di arrivare alle condotte costruite sopra alla città e da queste, andare al quadro elettrico, dove aveva istallato il registratore. Pure sapeva che in ogni passaggio o andito, vi era un condotto per la ventilazione in prossimità della svolta. Sorrise augurandosi che al termine dell’insurrezione il governo cambiasse il punto di vista verso i portatori di handicap e rimesso in discussione il loro valore nella società civile fosse ripristinato il vitalizio. “Diversamente sarebbe tornato a colpire di nuovo, con danni maggiori!”. Pensò.

Il potente colpo di una mazza mandò in frantumi la vetrata del cinema. Gli spettatori si accorsero così, della furibonda lotta sulle strade. Jean rimase avvolto nel fumo grigio e pesante di un fumogeno. Il poliziotto impegnato a fermare gli insorti, lo vide nel momento in cui la coltre si diradò. Il papillon rosso amaranto indossato con rigore sulla camicia bianca e la giacca a quadri verde bosco, denotava lo stile lasciando presumere potesse essere una persona fine e di cultura. Quell’uomo sembrava pure ricordargli l’identikit diffuso un’ora prima del terrorista e per diamine: non era male! Possedeva un bel viso e qualcosa d’interiore lo rendeva affascinante. Il pensiero recondito di innamorarsi lo allontanò dal compiere il dovere, favorendo i manifestanti che approfittando si diedero alla fuga. Nella brevissima riflessione che seguì, il vigilante pensò: “Chissà in un’altra vita!”

Sì! Nella società in cui vivevano, era possibile domandare di rinascere congiuntamente; nello stesso momento. In quel caso sarebbero divenuti adulti, insieme, vivendo accanto all’atro a iniziare dalla culla. In Gay City un amore così grande e unico era alla portata e non costava molto, perché in realtà era il potere a guadagnarci.

Di fatto, al momento della sottoscrizione il Governo aveva garantito da dieci a venti vite, secondo del capitale versato. Competeva al sottoscrittore, al cittadino, al caso e alle malattie sopportate risparmiare sui rinnovi e vivere più a lungo. “Sì certo!” Lui un amore così grande e forte da compiere un gesto tanto intenso e nobile da rinunciare a una vita per acquisirne una nuova in compagnia, non l’aveva trovato. A tal punto alzò la mano, affermando: «Signore mi scusi... ».

«Si? Dica pure agente!». Rispose Jean per nulla intimorito di essere riconosciuto. Il pubblico ufficiale notò le gambe malate e inconsistenti. Pensò che non potesse essere lui il ricercato. «Signore c’è una rivolta in giro. Consiglierei... ». Disse, lasciando sospesa la frase ancora una volta. James sapeva di generare in alcuni un leggero stordimento. Era per via degli occhi chiari che aveva. «Sì agente dica pure». Esortò senza troppo badare.

« ... di mettersi al più presto al riparo! Signore!». Si affrettò a dire il poliziotto, sperando non avesse notato l’emozione.

«Andrò subito a casa. Abito vicino!». Rispose Jean, ammiccando leggermente. Un minimo di vanità, null’altro, pensò. Rientrato nell’abitazione, un locale areato grazie a diverse griglie, mise del tè nel bollitore. Guardò la vecchia foto alla parete, ritraeva una persona nell’atto di tagliare il traguardo. L’arena era gremita da persone in festa. Quell’uomo era suo padre, o meglio lui era la sua replica. Sospirò profondamente. Più tardi, quando fosse giunta la sera, avrebbe risalito i condotti per andare sulla superficie. Doveva essere giunta la primavera e correre nel bosco per poi riposare in riva al lago, gli piaceva tanto.



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