ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 4 gennaio 2015
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In Nome Di Colui Che Fu

di Prometheus. Letto 580 volte. Dallo scaffale Fantascienza

És a világ lesz az, aki , Szürke szeme , hogy figyelik , és a bíró , Nyisd meg az elméd belé...

És a világ lesz az, aki ,

Szürke szeme , hogy figyelik ,

és a bíró ,

Nyisd meg az elméd belép meg törli gondolatok a halál.

Most szabadon a tartományból.

E verrà sul mondo Colui Che Fu,

Occhi grigi, che scruteranno e giudicheranno.

Apri la tua mente lui entra in te.

Cancella pensieri di morte.

Ora sei Libero dal tuo dominio.

1. IN NOME DI COLUI CHE FU

Apri la tua mente, lui entra in te cancella pensieri di morte, apri la tua mente lui entra in te cancella pensieri di morte, apri la tua mente lui entra…

Così intonava quella ragazza dai capelli corvini, non si poteva definire bella, eppure era identica alle altre della sua stirpe, donne destinate a servire. Io invoco colui che fu, Signore, Dio di questo tempo, padrone del cielo e della terra, apri la tua mente lui entra in te.

Da quanto tempo esisteva questa invocazione, si era persa la sua origine, incipit del mondo, dove tutto ebbe inizio, pochi sapevano, dove avesse avuto origine quel canto sciamanico, quello delle sacerdotesse. Sarai destinata ad amare un uomo che non potrai possedere, era questo uno dei moniti, o forse meglio definirle profezie, della nonna. Quando sarà, Colui che fu ti sceglierà. Sembrava una profezia non proprio felice e la ragazza non ne era per nulla entusiasta. Le donne intorno spargevano incenso per la stanza, profumi di pesco che inebriavano e avvolgevano il feretro al centro della stanza. La ragazza continuava a intonare il canto, apri la tua mente, lui entra in te cancella pensieri di morte, apri la tua mente, da quanto tempo la conosceva quella melodia? Forse già nel ventre materno le avevano insegnato quel canto, quella litania che sembrava dover essere intonata per tutta la vita.

Al diavolo la litania e al diavolo questo cadavere, pensò la ragazza dai capelli corvini, gli occhi color del ghiaccio. Non era particolarmente diversa dalle donne intorno a lei, tutte avevano capelli neri color pece e occhi color del ghiaccio, sembravano quasi frutto dell’ingegneria genetica. Donne create identiche, con gli stessi caratteri somatici, portavano le stesse vesti, qualcuna delle anziane diceva che era per un motivo talmente elementare da far spavento. Vesti grigie su una pelle leggermente ambrata, nulla che esteticamente potesse piacere, maniche lunghe, senza disegni, sandali stretti ai piedi da corde, intrecciate a formare sul dorso del piede un disegno: una foglia di alloro, di colore verde. Che strani accostamenti tonali vigevano in quel regno. Vesti grigie, calzari verdi, e occhi, occhi color del ghiaccio. E occhi grigi, tutto grigio.

Agli occhi del Dio devono essere tutte uguali, vergini innocenti destinate al sacrificio.

Per anni quando era stata bambina, aveva sempre avuto paura del termine sacrificio. Perché il sacrificio deve avere un’accezione così negativa? Perché nei libri, quando l’eroe si sacrifica, va sempre a finir che muore o che in qualche modo perda qualcosa a lui molto caro? Il sacrificio era, dal suo punto di vista, frutto di una falsa moralità, di un mondo che non voleva cambiare. Da quanto tempo era intorno a quel feretro? Non se lo ricordava più, era bambina. Ma se il destino di quelle donne era la verginità, e amare Colui Che Fu e che non si può avere, lei da dove veniva? Eppure, lei una madre la ricordava; eppure quella donna che le aveva insegnato tutto, lei la chiamava Nonna. Anche tutti quelli intorno a lei la chiamavano nonna. Qualcun altro, Grande Dama, qualcun altro ancora, Madre. Lei era stata l’ultima a vedere Colui Che Fu, ed era poco più di una bambina. Spesso ricordava quell’incontro raccontandolo alle più giovani, alle bimbe che sarebbero state consacrate a quel Sacrificio.

Amare Colui Che Fu e non possederne la carne, lo spirito, ma essere semplicemente il tramite, questo era uno degli insegnamenti della Nonna. Certo la ragazza conosceva solo vagamente cosa fosse il desiderio della carne. Non era insegnato in quel monastero. L’aveva letto da qualche parte o se l’era fatto spiegare dalla moglie di uno qualunque dei commercianti che venivano a portare cibo e acqua sfidando quelle lande desolate, imbiancate dalla neve eterna del regno. Quella neve rosa così esteticamente appagante, così mortale. L’amore. Argomento tabù. Figurarsi il voler possedere un uomo. A volte si chiedeva se fosse lei quella malata, nessuna delle altre compagne ci pensava, tutte intente a ornare i propri capelli. Unico vizio, -Colui Che Fu ama i lunghi capelli neri. In ricordo della Regina- ripeteva la Grande Dama. Vecchio depravato, canzonava la ragazza. Vesti grigie, occhi e corpi gracili, dai seni minuti, dai capelli neri legati in lunghe trecce, che cantavano, pregavano, e pulivano il feretro, in attesa. Non posso vivere una vita d’attesa, si diceva la ragazza, ha senso una vita così? Passata ad aspettare, a pregare, un qualcosa di cui s’ignora anche la veridicità.

Eppure agli occhi della Grande Dama quello era il destino da compiersi, quello era l’unico mondo visibile e possibile che si apriva dinnanzi. Nei suoi racconti aveva visto Colui Che Fu, il sommo Signore del mondo. Era stato poco prima del grande riposo. - Avevo cinque o forse sei anni e la vecchia dama, colei che mi ha insegnato tutto, stava raccogliendo le foglie secche dal tempio. Lei era la Sacerdotessa Madre, lei era il mezzo che fu. La battaglia era ormai finita da qualche anno, Colui Che Fu si avvicinò e le baciò la fronte e il volto. Io ero con lei e tenevo il secchio per gettarci dentro le foglie. Qui l’autunno è breve ed il cielo si riempie di foglie bianche che cascano subito dagli alberi morenti, in una grande danza che rende omaggio al nostro Dio;ma è anche preludio alla morte del nostro inverno. Un inverno che dura 10 mesi, incontrastato signore dei Ghiacci. Colui Che Fu si avvicinò. Ricordo poco del suo volto. Giovane, capelli lunghi neri e occhi grigi. Era la prima volta che lo vedevo. Un volto stanco, forgiato da mille e più battaglie. A noi bambine era concesso nominare il suo nome, ma quasi tutti all’interno del monastero lo chiamavano Colui Che Fu. Io quando ero bimba sapevo il suo nome. Poi dopo il suo riposo l’ho dimenticato. Ed ora sono l’ultima sopravvissuta della mia generazione. La Grande Dama dopo quel gesto d’affetto esplose in lacrime e s'inginocchiò. Non avevo mai visto il suo viso così piegato dalla sofferenza. Colui Che Fu parlò delicatamente al suo orecchio e allora il viso si rischiarò e divenne fiero. Ho sempre creduto in cuor mio che quel giorno Colui Che Fu avesse promesso il Paradiso alla Grande Dama. Un paradiso fatto di fiori, sole, rugiada e pioggia. Un paradiso eterno dove lei potesse vivere una redenzione a fianco del suo Signore. Destinate ad amare Colui che non si può avere, figlie mie. –

Puntualmente dopo questo racconto la Grande Dama si chiudeva nel silenzio e pregava. Ma era un pregare diverso. Forse in cuor suo augurava alla vecchia Dama di essere in Paradiso e di essere col suo Signore in un eterno e lungo sogno felice mai interrotto, dove il sole splendeva alto in cielo ed i sussurri del cuore divenivano l’unico Verbo. Ogni tanto il silenzio era intervallato dalla preghiera. Apri la tua mente, lui entra in te, cancella pensieri di morte, ora sei libero, dal tuo dominio.

És ez így volt, così aveva detto la ragazza, appena entrata sulla soglia della stanza dalle pareti verdi, occhi grigi disegnati ovunque, occhi esili e allungati, con due finestre che facevano trasparire una luce tendente al rosa. Faceva freddo in quelle terre, la luce era scarsa, il sole sembrava aver dimenticato gli abitanti di quelle lande. Freddo, tanto freddo. Si usciva poco per andare in giro, non c’era molto da fare: la preghiera, la meditazione e per fortuna la musica. Pandora, pensò la ragazza dai capelli corvini, forse la più sfortunata di noi, che destino infelice, nata cieca. Forse invece sei la più fortunata. Vivere in una terra dove il sole non viene a porgerti omaggio. Alla fine meglio essere cosciente della propria oscurità, che vagare nel buio. Coloro che vedono sono infelici perché capiscono ciò che sta accadendo. E poi ti eviti lo sguardo di questi occhi grigi. Occhi grigi, pareti verdi, tuniche grigie, tutto è grigio. Perché? Sacrificio, sacrificio. És ez így volt.

-A voi tutte sorelle - disse Pandora, la Musica dagli occhi grigi e dai capelli biondi, l’unica diversa dalle altre. Maledetta della sua stirpe fino a quando la Grande Dama non le aveva salvato la vita dai Puritani, i preservatori della razza, quelli che rinchiudono le ragazze non adatte o con difetti in una cella di purificazione, dove moriranno in preghiera. I Puritani, chissà poi come si chiamano per davvero. Non credo nemmeno sia il loro nome, io li chiamo così, noi tutte li chiamiamo così. Arrivano dal nulla, come una calamità. Non vedi i loro volti, coperti da grandi maschere che ne celano i tratti, sembrano fatte di vetro e riflettono la tua immagine. I Puritani, ornati da cappelli e tuniche bianche, con guanti di lana molto spessi. Chissà da dove arrivano. Non riusciamo nemmeno a capire se sono uomini o donne. Una voce metallica, che parla poco, con un accento che non conosciamo. Quando vennero a prendere Pandora entrarono come un branco di topi affamati che cerca di divorare in fretta la preda. Pochissime parole, quasi incomprensibili. - Sacerdotessa C- 2310, nome comune: Pandora; tratti distintivi: capelli biondi, cecità. Decisione: Purificazione. - Secondo molte delle mie compagne, quelli erano angeli della morte venuti dal cielo. Questi i pensieri che affollavano la mente della ragazza dai capelli corvini quando vide la giovane Pandora entrare. - Insegnerò l’arte del canto a colei che forse più di tutti potrà vedere - aveva detto all’epoca la Grande Dama. E fu così, És ez így volt, che a Pandora fu salva la vita. – Cantaci qualcosa, o dolce Pandora! - proruppe una delle giovani sacerdotesse. – Sì, raccontaci l’origine di tutto! - esplose un’altra. Due donne anziane sorreggevano la Musica, che non era nemmeno autonoma. Oh, infelice Pandora, pensò la ragazza, nemmeno libera di poter camminare per le grandi stanze di questa prigione di porcellana, chiusa nei tuoi pensieri e nella tua musica.

- Nyisd meg az elmédet, aprite le menti, lui entra e cancella pensieri di morte,

ora siate libere dal vostro dominio, És ez így volt, e così fu.-

Le due accompagnatrici le portarono il suo strumento, fonte della sua saggezza,

della sua forza, quell’energia che riusciva a scaldarle il cuore e a tenerla viva

in un mondo così duro e malvagio. Dodici corde, divise in tre blocchi da quattro, uno strumento verticale, sarà stato lungo poco più di un metro. Le corde erano rare: la leggenda diceva che per ottenerle fossero stati presi i capelli della Regina dei Soli, Colei Che Fu, la Dama Reggente, e per questo ce n’erano solo poche copie. Il suono di quelle corde era dolce e straziante allo stesso tempo, non ce n’era un’altro simile in tutti i Regni Riuniti. Forse qualche cavaliere errante era riuscito a procurarsene una copia, ma quello di Pandora era unico e inimitabile. A guardarlo era uno strumento bizzarro, diviso in due parti; quella superiore, dove c’era il manico e l’accordatura, portava sui pomelli i numeri delle corde, da uno a dodici. Ma il quarto pomello era l’unico con una lettera al posto del numero. Infatti era stata incisa su quel manico l'iniziale N. N stava per Négy, quattro, nella lingua di quel popolo. Per loro era un numero sacro e pertanto era l’unico numero che veniva scritto per intero in forma alfabetica; per non commettere eresia. Rare eccezioni erano concesse, e una di queste era per l’Eszköz a szél, lo strumento sacro. Il manico veniva chiamato 'La mano di Colui Che Fu' (Kéz). Le corde, arrotolate secondo un rituale sconosciuto persino alle sacerdotesse, e riservato alle Musiche, si estendevano per il corpo del Szél, come era spesso chiamato lo strumento, e venivano unite al fondo del corpo in un ventaglio che le raggruppava, e che spesso portava dei disegni o delle incisioni volute dalla Musica cui apparteneva; qualcosa che ne rappresentasse la sua essenza. Su quello di Pandora c’era un piccolissimo epigramma che diceva: Un giorno sarò davanti al Dio ed allora potrò sciogliere il mio pianto.

Pandora lo abbracciava e lo cullava quasi fosse un figlio, le sue belle gambe algide e i piedi morbidi ed esili, avrebbero fatto la felicità di qualsiasi uomo. La ragazza dai capelli corvini, in cuor suo, provava invidia. Quanto sei bella Pandora, e che destino triste. Le dita della giovane Musica, slanciate e sensuali, iniziarono a tessere una melodia arcaica, come arcaico era il racconto che stava per iniziare. Nel momento in cui Pandora parlò, gli occhi della stanza, quegli occhi grigi che sembravano uscire da un mondo lontanissimo, iniziarono a brillare, e la luce entrò nella stanza.

- És ez így volt, quando ai nostri antenati fu negata la luce e la libertà, Dio e Satana decisero di giocare con i cuori degli uomini. Ne crearono di malvagi. Ma molti erano i buoni e i giusti. Finché venne Colui Che Fu, Dicsoség, Gloria. -

- Gloria - ripeterono le altre.

– A quei tempi la terra era sconsacrata sugli altopiani della loro semplicità, ma i Diavoli e gli Dei del mondo vollero trasformare il ricordo in un vulcano. Colui Che Fu usò la sua Kéz e purificò il mondo sia dai buoni che dai malvagi, nessun uomo si salvò dalla sua ira. Poi radunò intorno a sé i dodici saggi, in un concilio, per dare il potere a Quattro eroici cavalieri, i Cavalieri dei Quattro Venti. –

Le ragazze guardavano e ascoltavano ammirate quel racconto, le più piccole con occhi sognanti accarezzavano le gambe della bella Pandora, alcune di loro si erano addormentate, come se una madre benevola stesse raccontando loro una favola.

– Lunga e sanguinosa fu la guerra che ne seguì, dove la Kéz di Colui Che Fu, implacabile, accompagnata dai Négy Kalorësit e erës, i Quattro Cavalieri del Vento, compagni fedeli del Signore. Tre uomini e una donna, per infondere loro coraggio e amore. Il mondo fu allora distrutto, pochi eletti si salvarono, scampando all’ira di Colui Che Fu. Il grande Dio creò allora il mondo a sua immagine, in cui pochi uomini si ergevano fieri su una natura incontaminata, in cui solo la luce potesse passare. E dopo che la grande battaglia contro i guerrieri di Gea fu terminata, il grande Re, Dio e Signore del mondo, si riposò. A noi custodi del Dono è stato affidato il compito di custodire il suo feretro e vegliare su di Lui. -

- Pandora, chi ti ha raccontato questa storia? – chiese una novizia del monastero. – Il modo in cui la racconti, sembra quasi che tu fossi lì in mezzo a loro, nella battaglia. -

- No, io non c’ero, giovane sorella mia, - continuò la Musica - o almeno non c’ero in queste sembianze né in questa vita. Forse il mio Signore ha voluto concedermi il dono della cecità, affinché potessi dimenticare e non vedere più gli orrori di quel mondo. –

- Ritieni dunque di essere stata lì e che questa tua forma sia solo una reincarnazione? - aggiunse un’altra. Il discorso si stava allargando ad argomenti fuori controllo, ma l’innocenza delle domande spinse la musica a proseguire. – Io sono dell’idea, sorelle mie, che tutto in questo nostro mondo ha uno scopo. Di notte io sogno, sogno di luoghi ove non sono mai stata. Di notte io vedo, la vista mi torna. Ma quello che vedo è solo la desolazione di ciò che fu, di qualcosa che è stato e che mi auguro non torni. Di notte io vedo uomini combattere, e il Dio di questo mondo che ha ucciso le Divinità dell’altro. E vedo gli occhi tristi di Colui Che Fu, che piange il suo destino di solitudine. In me tante sono le domande relative a quello che vedo. E’ il sogno di una vita già vissuta, in cui io in qualche modo sono stata testimone? O è il nostro Signore e Dio che cerca di comunicare, con me e attraverso me? Ricordate sorelle, noi siamo il tramite, siamo coloro che possono trasdurre il significato di Colui Che Fu all’umanità e.. - ,

- Ma quale umanità! Ma cosa farfugli, Pandora, noi siamo prigioniere. - Poco distante da Pandora, la ragazza dai capelli corvini si era alzata, le gambe divaricate, il capo chino e la schiena curva; i suoi occhi di ghiaccio tradivano la sua rabbia. – Perché racconti alle più piccole queste storielle da libro? Il tramite, il mezzo di quell’essere di cui non conosciamo niente e che giace in quella sua bara di vetro. Non sappiamo nemmeno se c’è qualcuno in quel feretro. E se il mondo che è davanti a noi fosse solo illusione? A noi, a me, a te, hanno raccontato che lì dentro c’è il Salvatore dell’umanità. Siamo qui, destinate a compatire il suo corpo nell’attesa che un giorno si risvegli e ci conduca tutti nella terra promessa. In questa terra desolata dove non appare mai il sole, dove quella neve rosa è claustrofobica. Ci alziamo ogni dannatissimo giorno e preghiamo, preghiamo, preghiamo. Preghiamo per cosa? E poi vieni tu, che sei pure diversa da noi, con i tuoi capelli biondi e ci parli di battaglie e di sogni premonitori, di redenzione. L’unico contatto che abbiamo con quell’essere è la Grande Dama che sicuramente ha qualche ricordo, ma oramai è vecchia e non c’è più con la testa. Magari la storiella della Sacerdotessa Cassandra se l’è inventata giusto per tenerci buone. E perché nel nostro paesino ci sono mura così alte da non riuscire a vederne la fine? Perché? – Una rabbia assopita per troppo tempo era esplosa in lei, le più piccole si erano rifugiate dietro le spalle della gracile Pandora che nonostante gli occhi chiusi riusciva a trasmettere il suo disappunto con una semplice espressione del volto.

– Mia giovane sorella, io non posso darti risposta. Risposte non ne ho e come te ho tante domande. Ma so che un giorno la mia sete sarà placata e allora potrò inginocchiarmi e sciogliere il mio pianto. Comprendo la tua rabbia, ma stai spaventando le nostre bimbe e novizie. Accomodati qui al mio fianco, intesserò una nuova musica per te. –

La ragazza dai capelli corvini stava per riprendere il suo discorso quando le note di una nuova canzone iniziarono a riecheggiare per la grande sala. Il cuore delle giovani donne tornò a trovar pace.

La musica che produceva Pandora elevava il cuor, un delicato arpeggio che ricordava animali ormai scomparsi o forse mai esistiti, un cinguettio di uccelli, e il rumore di una cascata. L’acqua allo stato liquido, tanto rara e tanto preziosa. Nell’immaginario delle sacerdotesse andava costruendosi un mondo verde, in cui erano libere di camminare a piedi scalzi sulla terra bagnata, al suono festoso di campanelli. Questo era il grande potere dello Szél, riuscire a trasformare in musica la realtà. Quello che appariva davanti alle ragazze non era solo un’immagine della mente, ma un vero e proprio paradiso che prendeva forma e si dipanava innanzi a loro, e riscaldava quelle ferite inferte dalle lunghe ore in ginocchio. Da anni di sofferenza e di sacrificio. Lo Szél e le dita di Pandora si muovevano morbide, e alla ragazza dai capelli corvini apparve una cascata, con alberi di melo. Si era isolata dalle altre in una visione talmente intima da far spavento. La felicità, anche se effimera, a volte lo fa. Era sogno o realtà? Eppure tutto sembrava così reale. A un certo punto iniziò a correre, toccando dei girasoli, e sentendo l’odore dell’erba fresca del primo mattino, e della rugiada. Nuvole nere si allungavano in lontananza, ma non le facevano paura. Distesa sull’erba sentiva il respiro di un cosmo superiore, una melodia antica e voci dal vento. Sentiva voci provenire dai quattro angoli dei mondi, accompagnati dalla forza di Zefiro. Una sensazione nuova e piacevole s’insinuò e il tormento dell’anima divenne piacere della scoperta e del riso. Négy, il numero sacro, Quattro gli angoli dei mondi e Quattro i venti. E a un certo punto una carezza, una mano forte e delicata, un volto ignoto. La piccola Nausicaa, la sacerdotessa promessa a Colui Che Fu, vide un volto, sereno ma al contempo triste, lunghi capelli e occhi grigi. Non quel grigio che entrava nella stanza della morte del feretro. Era un grigio tenero. Un volto sorridente ma dalla malinconia palpabile la guardava sorridendo, le parlava. Ma lei, purtroppo, non riusciva a capire cosa gli stesse dicendo quel volto; il suono delle cicale, che cantavano l’amore, disturbavano il discorso. Poi quel volto si rabbuiò, divenne tremendo, la bocca si spalancò in un ghigno di terrore, di paura, di sgomento e di omicidio. Oscurità. Le nubi sempre più vicine, grida strazianti aprirono il cielo in cerca di aiuto. Corpi squarciati e funghi giganti dinanzi a lei. E angeli. Ma non angeli d’amore. Angeli neri scendevano dal cielo, e coloro che erano vivi ora erano morti, coloro che avrebbero voluto parlare emettevano grida silenziose. Una mano malefica, quel volto, e gli occhi grigi che chiedevano aiuto e pietà, quegli occhi non misericordiosi. Occhi di guerra e di sterminio. Bambini falciati in due come se una mietitrice implacabile e diabolica li avesse fatti a pezzi, brandelli di carne ovunque e l’odore dello zolfo. Lo zolfo usato per purificare dalle malattie. Oscurità. E tutto divenne silenzioso. E un grido che entrò nelle orecchie si fece in lei un grido che tramutò in pianto e desolazione.

- Nausicaa, svegliati, che hai figlia mia? Tutto a un tratto ti sei addormentata mentre Pandora suonava e hai iniziato a gridare. – Nausicaa dai capelli corvini, che tanto rancore aveva espresso contro la giovane Musica, si ritrovò distesa nella sala del feretro, con alcune novizie che la osservavano preoccupate, altre invece avevano dipinto sul volto uno spavento indescrivibile. Pandora invece era ancora seduta, e accarezzava due bimbe che riposavano sulle sue gambe. – Io.. no.. non volevo.. Pandora, il giardino.. gli Angeli…- Un improvviso dolore allo stomaco, una nausea forte e improvvisa, Nausicaa esplose in un vomito tanto raccapricciante da far rabbrividire le ragazze. Mentre tentava di scappare con la mano sulla bocca a fermare quel flusso, Pandora alzò il capo e si mise in silenzio in ascolto. La Grande Dama aveva però fermato la fuga e Nausicaa scoppiò in pianto. Vomito e pianto. – Pandora - riuscì a dire – scusami, io, non volevo offenderti. – La mano della Grande Dama si posò sul volto sporco e in lacrime della giovane, accarezzandola come si fa con una figlia. - Non temere mia giovane figlia, sono sicura che le tue sorelle sapranno chiudere un occhio, questa volta, sul tuo atteggiamento. Ora va a lavarti; diciamo che non sei una sacerdotessa molto presentabile. – Tirando su col naso come una bambina di cinque anni, Nausicaa prese congedo, e così fecero le altre. Restarono nella stanza solo la Musica e la Grande Dama.

- Lo sai Madre mia, – esordì Pandora, - siamo prossime alla svolta. Questo mondo malato non può continuare così all’infinito, lo sai tu, e lo so io. E benché Nausicaa abbia un carattere ancora adolescenziale, oggi ha espresso il timore di tutte le altre sorelle. –

- Lo so, dolce Pandora. - disse la Grande Dama, - Ma solo tu e io sappiamo cosa è accaduto a questo mondo ed in che stato si trova ora; se le altre sapessero cosa c’è fuori dalle grandi Mura forse non avrebbero così voglia di uscire da qui. Lupi famelici si annidano in questo mondo. –

- Credi davvero che nel feretro ci sia lui. Le mie visioni mi dicono che anche con il suo risveglio forse il mondo ne trarrà solo ulteriore maleficio. Le leggende e i racconti da fiaba lasciamoli alle nostre bambine, se si risveglierà ci sarà di nuovo guerra totale. Se si risveglierà – La Grande Dama la interruppe – Pandora cara, io non so cosa c’è, se c’è un qualcosa o un qualcuno. Lo specchio è nero. In gioventù ho provato ad aprire e forzare quel feretro, ma ogni volta che mi avvicinavo provavo ribrezzo e terrore, e sentivo una voce dentro di me che mi diceva di non farlo, sentivo occhi incombenti su di me, malefici, demoniaci, eppure provavo compassione per la creatura all’interno di quella bara – si fermò d’improvviso a riflettere, poi riprese - A volte i cambiamenti non sono necessari, noi sappiamo solo una piccola parte di ciò che è accaduto nei secoli scorsi. E tra i molti racconti tutti concordano su una cosa: quest’Essere, Dio, Signore, Colui Che Fu o come si chiama, è immortale, nessuno sa da dove sia venuto. –

- Nessuno tranne i Quattro - intervenne Pandora, - i Quattro del Vento. –

- A patto che anche loro esistano - riprese la Dama, - L’unica che ne sapeva qualcosa era la nostra precedente Madre, quella di cui vi parlo ogni tanto, Cassandra. Era la sua Sacerdotessa, la Papno, ma dopo la scomparsa di Colui Che Fu, lei non ne parlo più. –

- Cosa accadde dopo che si congedarono? – chiese Pandora.

- Cassandra chiamò a sé le dodici sagge, e diede ordine di costruire questo tempio, dedicato a Lui. Un mattino una delle novizie corse per tutto il monastero gridando, allora le sagge e la Madre vennero in questa stanza e davanti a loro trovarono questo feretro. Mi fu raccontato che Cassandra s'inginocchiò, baciò la bara e si mise a pregare. E intonò il Canto. Ci riunì tutte e disse: “Loderete e canterete, aprirete la vostra mente, in modo tale che Lui possa entrare in Voi, solo così potrà tornare in vita; si alzerà e si fortificherà del vostro canto. Molte di voi non lo vedranno mai, siate pronte anche a questo, a spendere la vita in solitudine e preghiera. Chi di voi vuole andare è liberissima di farlo, ma sappiate che per più di cento anni i nostri mondi saranno nel caos, quello che potrà salvarci sarà solo lui. Io non posso darvi prova di quello che dico, ma come sapete figlie mie, non vi ho mai mentito e non lo sto facendo ora; dunque sedetevi con me e ripetete: ?Apri la tua mente, lui entra in te, cancella pensieri di morte”. Alcune delle Sacerdotesse non credettero e abbandonarono il monastero. Non le rivedemmo mai più, né mai sapemmo che fine fecero. Negli anni, poi, sono diventata io la Grande Madre. –

- E i Puritani? Chi sono? E Cassandra? – chiese Pandora curiosa. – Vuoi sapere troppo figlia mia, il tuo spirito non è ancora pronto per tutto. A suo tempo “vedrai” e solo allora comprenderai. Ora va a dormire anche tu, sarà una lunga notte, sento l’agitarsi del Vento intorno al monastero, siamo prossimi ad essere testimoni della storia. –

Pandora si congedò e la Grande Dama rimase sola. Si inginocchiò davanti alla bara e sentì la presenza che fino ad allora era rimasta nell’ombra, avvicinarsi. L’aveva intravista mentre cercava di rianimare Nausicaa dall’incubo, un incubo che la Dama sapeva benissimo indotto da chi e per quale motivo.

– Allora cosa dici? – disse alla figura nell’ombra la Dama, - Secondo te è giunto il tempo? – poi si voltò e si prostrò dinanzi alla donna che le comparve davanti.

– Hai fatto un ottimo lavoro Persephone, figlia mia. - Il pianto eruppe sul volto della Grande Dama Persephone, come fosse regredita a bambina. – Sono stanca Madre mia, o grande Sacerdotessa, la preferita e prediletta tra tutte. –

- Lo so che sei stanca, ma il sacrificio di alcune di noi è stato obbligatorio per giungere a questo punto. Sono passati oramai centoventi anni da quando ho lasciato questo mondo e ho lasciato in te il dono di lunga vita, affinché si potesse concludere il tutto. Il risveglio è oramai imminente, ébredés, e tu potrai finalmente riposarti. Ed io con te. –

- Quando potrò ricongiungermi a Te? – pietò Persephone.

- A breve, non temere figlia mia prediletta tra le mie Sacerdotesse. Nonostante i discorsi che ti ho sentito fare in questi anni, so di non aver sbagliato dando a te il compito di custodire e fortificare Colui Che Fu. La tua fede è forte, e sai che l’unica soluzione possibile è questa. –

- Ma, Nausicaa? - dicendo questo, Persephone si alzò di scatto, quasi a voler afferrare la mano della figura. La Luna era alta e splendente ed ora i lineamenti della figura nel buio divenivano più nitidi. Una donna alta, capelli neri corvini ed occhi color del ghiaccio, la pelle bianca come avorio, quasi trasparente, rappresentava in tutto l’immagine delle altre sacerdotesse, ma in lei c’era qualcosa che andava oltre l’umana comprensione, qualcosa di…Divino.

– Nausicaa, povera figlia, - continuò Persephone - Tocca a lei essere il tramite.-

– Sì – disse la figura nella notte,

- Lei sola potrà essere la Signora dei Venti; solo lei potrà dividere il fardello con Colui Che Fu.

– Ma perché? - canzonò la Grande Dama, - Una notte di venticinque anni fa ti sei presentata da me come ora, con questa bambina tra le braccia, un fagotto delicato e fragile, i suoi occhi erano verdi ed i capelli biondi come Pandora. E tutt’ora resta in me il mistero, del perché quella bimba abbia poi preso le fattezze di tutte noi.

– Per proteggerla dai Puritani. – fece la figura nell'ombra.

- Ma come è possibile?-

- Tante cose sono possibili figlia mia, e non a tutte potrai aver risposta. Quando sarai con me, potremmo parlare molto a lungo, e allora ti racconterò. La risposta è nella bara che si trova alle tue spalle. Ora va a dormire, che la Luna questa notte è bella e onnipotente nel nostro cielo e la neve rosa sta iniziando a sciogliersi. Non ve ne siete ancora accorte, ma è già da molto che il nostro paesaggio sta cambiando.-

- Come tu desideri, mia Signora- concluse Persephone.

- A presto Persephone, mia diletta. –

- A presto, madre mia e Grande Dama Cassandra. –

Il sonno oramai era entrato in Persephone, e la stanchezza accumulata in tanti anni di solitudine si era all’improvviso fatta viva e incombente. Il Satellite del Mondo, alto in cielo, misterioso e imperscrutabile.

Tum, tum, tum, apre il cuore, pulsante, il sangue ribolle, tum, tum, libera l’iniquità, sfocia nel delitto, apri la mente, tum, tutum, il sangue, sangue rosso, ribolle, occhi grigi, libera dal tuo dominio.

–Sono proprio una stupida, - disse tra sé e sé Nausicaa, - prendermela con la cara Pandora, una cieca, che voleva solo intrattenerci. Maledetto questo monastero e maledetta me, andrei di corsa via di qua se i racconti che mi hanno fatto del mondo fuori dalle mura non mi spaventassero a morte.-

Tante erano le dicerie su quello che poteva accadere fuori dalle mura del monastero, il più delle volte racconti senza un vero fondamento, fatti riportati più per fare clamore e spaventare le ragazze. Si dice che Callisto, una giovane di vent’anni, fosse scappata e che dopo un paio di giorni il suo corpo fosse stato martoriato, dilaniato e appeso a gambe divaricate ad un albero. Altri racconti erano positivi, narravano di campi di grano che splendevano al sole e di una natura incontaminata dove l’acqua scorreva liquida, senza tutto il ghiaccio e la neve. Altri riportavano che in realtà qualcosa ci fosse ma ci volessero mesi di viaggio. Si vociferava di un piccolo paesino con poco più di duemila anime dove la vita scorreva al ritmo della luna. Di giorno dormiva mentre di notte, rischiarato dalla luna, prendeva vita. Tutt’ora restava ignoto cosa ci fosse oltre le mura. La maggior parte delle sacerdotesse non aveva ricordo di come fosse giunta lì. La stessa Nausicaa non lo ricordava. Si era lì. Punto. Costrette a vivere in un mondo di ghiaccio e neve. Neve ovunque. Senza il calore. Il calore che deriva dal corpo caldo e dal sole. Lo si vedeva in lontananza ogni tanto. Ma era un sole freddo, che non dava conforto allo spirito.

La stanza di Nausicaa era come tutte le altre stanze all’interno del monastero, spartana, con una piccola alcova dove poter recitare i canti notturni. Quella del canto notturno non era un obbligo, su questo le dame minori che provvedevano all’educazione delle sacerdotesse erano molto flessibili. Ogni tanto lei, in atto di redenzione improvviso, si metteva lì a pregare. Tum,tum,tum, il sangue bolle nelle vene, vento dal passato porta in dono, tum tum, il sangue nelle vene occhi grigi, silenzio.

-Domani andrò da Pandora e le chiederò scusa, le spiegherò che la mia rabbia non era rivolta contro di lei, ma è questa vita che odio, questa vita che annienta la mia dignità.- Tum,tum,tum, il sangue nelle vene, un vento gelido si stava esibendo in tutta la sua furia fuori dalle mura, e il satellite nel cielo notturno carico di detriti e comete che spesso lo decoravano, esplodeva e sembrava presagire una notte dura. Apri la tua mente, Nausicaa, tum,tum,tum,tum. All’improvviso una fitta alla testa, un colpo durissimo, come se qualcuno le stesse penetrando nella carne con un coltello, un pulsare improvviso, un martellare incessante e continuo, un tonfo e poi tutto nero. Nausicaa era nuda, i lunghissimi capelli neri che scendevano oltre il sedere, un sedere di donna giovane, di quelle piacenti, che erano bramate da alcuni mercanti fuori dalle mura. Lo sguardo perso nel vuoto e la voce nella testa, e il rumore assordante che iniziava a farsi largo, lo sguardo catatonico; le gambe iniziarono a muoversi da sole. Tum,tum, apri la mente, il sangue, scorre il sangue nelle vene, tum, tum. Attraversò il gigantesco corridoio del monastero. Altissime e massicce colonne, un marmo antico, rosa, l’unico passaggio di colore in quel luogo malefico. Tum ,tum, tum, apri la mente, rinnega il calice dei padri, sacrificalo per la Patria, ora ti libero, tum, tututum, il sangue nelle vene, sgorga furioso, le sembrava di essere in un sogno. Nausicaa nonostante il corpo si muovesse da solo manteneva un certo controllo della sua mente. Quando l’aveva appreso? Saranno stati gli insegnamenti della grande dama, tutte quelle stupidate, sul controllo della mente, l’ipnosi regressiva tentata varie volte per farle ritornare la memoria. Da dove veniva? Apri la tua mente, apri la tua mente, tum, tutum, il calice dei padri. Senza che se ne rendesse conto era davanti al feretro… Aperto. Vuoto. Poi un grido disumano a sconvolgere il silenzio, un volto le apparve davanti all’improvviso, a un millimetro dalla sua faccia, capelli lunghi tesi all’indietro, occhi insanguinati e grigi, la pupilla grigia violenta e malefica. Scintille intorno a quei capelli come se la corrente viaggiasse attraverso il corpo. Sembrava una bestia affamata, denti aguzzi e bava. D’improvviso il volto scomparve, Nausicaa avrebbe voluto gridare, ma la voce era ferma, un nodo alla gola, tum, tum, tum, apri la tua mente. Pensieri cupi nella mente, Pandora, la Grande Dama, tentò di rilassarsi, ma sentiva aleggiare un’entità dietro le sue spalle come un serpente silenzioso che avvolge le spire. Dal feretro usciva fumo di ghiaccio, come da una camera criogenica o qualcosa di simile, ed ancora il grido, lo straziante urlo di un rapace, una voce che fosse venuta dall’inferno stesso. Una mano le afferrò il petto e le penetrò tra i seni fino a toccarle il cuore. Nausicaa emise un gemito, come se si stesse svolgendo un amplesso del male, i capezzoli duri, e il ghigno affamato dietro di lei. Con la coda dell’occhio riusciva a vedere solo occhi grigi insanguinati, una lingua usciva da quella bocca e le inumidiva il collo. Provò un misto di terrore ed eccitazione. Lei era una delle poche che faceva pensieri sulla carne, sulla virilità dell’uomo; a volte quando vedeva i mercanti le passava per la testa di farsi possedere da qualcuno di questi, tum ,tum, apri la tua mente, io entro, in te, il sangue, la guerra, io sarò, io fui, io sono,. E poi un dolore al cervello, forte, e voci confuse, una radio che perde la frequenza.

Crrrr, “ Generale la Coalizione d’Europa ci ha mosso guerra”, crrr

Crrr “Io sono…”, crrrrr

Crrr “É il vostro Generale che vi parla, io dichiaro guerra alle Americhe del Nord.”

Crrr “Come ti chiami piccola innocente”. crrr

Crrr, “Ascolterai la melodia che ti sussurra il vento”. Crrr

E la voce dietro le spalle tuonò, nell’unica parola che sentì proferire al mostro. “Ganimede”.

Nausicaa era sfinita, il suo corpo era distrutto dal peso di quei pensieri. Si trovò sulla terra rossa, e due occhi grigi le apparvero in cielo, e il ghigno, feroce e violento, e il fungo. E con lui quattro uomini, no erano tre, e una donna; occhi azzurri i loro, e il vento forte, un vento caldo di morte. Nausicaa vide la sua pelle strapparglisi di dosso ed il volto divenire pietra e scheletro. Vide bambini piangere, madri implorare pietà e capi di governo, uomini potenti soccombere sotto la mano della purificazione. Grida, ancora grida, e poi riuscì ad aprire gli occhi.

Nuda, era come sospesa per aria. Ma il caldo e la pace ora erano nel suo petto. Aveva davanti a sé gli stessi occhi grigi, ma questi non erano più cattivi e malvagi, erano buoni come quelli di un padre, e le sorridevano. Stava volando, o meglio quell’uomo stava volando, le lunghe ali d’oro e i capelli lunghi. E poi un grido di liberazione, il ruggito del leone che reclama il suo regno. Sotto, il mausoleo dove riposava Colui che Fu, distrutto; la cupola divelta. Per la prima volta Nausicaa vide al di là delle mura. Una terra rosa, con poche case, del fumo che usciva dai camini. Pace e serenità, non il mondo di terrore che le avevano raccontato, nessuno stupratore o mercante di organi. In quel preciso istante dimenticò la rabbia e l’odio, i Puritani, e le tornò in mente la dolce melodia di Pandora. Le sacerdotesse erano accorse. La Grande Madre fu l’ultima a giungere, e quando affiancò Pandora, disse alla giovane Musica – Vuoi che ti descriva la scena, figlia? –

- No Madre, riesco a vedere anche senza gli occhi. Ci attenderanno tempi bui, ma alla fine la luce tornerà su questo mondo. Forse il Sole non ci ha dimenticato. -

Quelle figure alte nel cielo, Colui Che Fu e Nausicaa sembravano uno di quei quadri rappresentanti la morte del Dio misericordioso tra le braccia del Padre Celeste. Ali d’oro, e un vento tiepido che iniziava a soffiare. La melodia del Vento ricadde su di Loro, le bambine iniziarono a correre beate verso la figura nel cielo, quasi a volerla toccare con le mani, alzando le braccia. La grande Madre si girò e disse alle figlie di prostrarsi. Centoventi sacerdotesse, per centoventi anni si stesero al suolo. I palmi rivolti al terreno, le braccia larghe, dall’alto sembravano tante piccole stelle, come quelle che brillavano lassù, e la grande Dama recitò l’antico canto.

- Ed allora lui scenderà tra gli uomini, ci sarà pace per i giusti, gigante dagli occhi del dolore, grigi, che giudicheranno e nessuno fuggirà. Colui Che Fu risorgerà dopo aver distrutto il mondo per ricostruirlo, il ghiaccio dei loro cuori si scioglierà in canti di giubilo ed i Venti verranno riuniti sotto le sue grandi ali possenti, la pace sia con voi. –

Persephone alzò lo sguardo. Sembrava un angelo Colui che Fu. Teneva la buona Nausicaa tra le braccia, e il satellite Caronte splendeva nel cielo.

Plutone non era mai stato così bello.




Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: