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lavoro pubblicato lunedì 22 dicembre 2014
ultima lettura domenica 2 giugno 2019

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Il Drago di Silvestro

di lucarossetto. Letto 610 volte. Dallo scaffale Fiabe

1 “Gioele? Svegliati! È tardi!”. Una bella signora sulla quarantina entrò a tutta velocità nella camera sbattendo la porta. Indossava dei pantaloni di tuta neri ed una maglia grigia ed in testa aveva una specie di band.....

1 “Gioele? Svegliati! È tardi!”. Una bella signora sulla quarantina entrò a tutta velocità nella camera sbattendo la porta. Indossava dei pantaloni di tuta neri ed una maglia grigia ed in testa aveva una specie di bandana che le raccoglieva i folti capelli neri appena striati da qualche ciuffo grigio. “Allora? Dormiglione! Forza, è ora di alzarsi! E io devo riordinare e pulire la stanza!”. Con un movimento fulmineo, quasi come muovesse una bacchetta magica, la signora fece volare via la pesante coperta dal letto con una mano sola. Un brivido freddo scuotè il piccolo corpicino che, strappato improvvisamente dal suo meraviglioso mondo dei sogni, si svegliò protestando. “Dài piccolo sfaticato! Non pensare di poter passare tutte le vacanze di Natale a dormire, sai?” “Va bene mamma” rispose il piccolo, “adesso mi alzo”. Anche se di malavoglia si alzò dal letto e, con le sue nuove pantofole a forma di scoiattolo ai piedi, scese le scale per la colazione. Il piccolo sperava di poter dormire un po' di più, in fondo aveva aspettato tanto questi giorni di vacanza, aveva cominciato a segnare i giorni sul calendario già da quando le prime foglie negli alberi del bosco avevano cominciato ad ingiallirsi. Gioele, così si chiamava il piccolo bambino, viveva con mamma e papà in una piccola ma confortevole casetta in un paese ai piedi dei Monti Pallidi: altissime montagne bianche che venivano chiamate così per un incantesimo messo in atto da un popolo di gnomi per riavvicinare un principe alla sua sposa. Ogni bambino che iniziava la scuola in quel paese imparava a memoria tutta la storia perchè in quel paese tutti sapevano quanto importanti fossero le tradizioni. Anche se purtroppo ancora per poco. Ma questa è un'altra storia. Le vacanze di Natale erano tanto attese dai bambini del paesino di Gioele anche per via della neve. Ogni anno, infatti, già qualche settimana prima della notte della Vigilia, i piccoli fiocchi bianchi si presentavano all'appuntamento ricoprendo dolcemente la vita degli abitanti del paese. Nei giorni da Natale alla festa dell'Epifania sparivano sotto un metro di neve gli orti, le cataste di legna, le biciclette ed i giocattoli dimenticati dai bambini più grandi nei cortili delle case. Solo nelle strade principali e nei vialetti d'entrata delle case la neve veniva tolta con grandi pale rettangolari dagli abitanti del piccolo paese. 2 Il fuoco acceso nella grossa stufa a legna al centro della cucina crepitava e lanciava bagliori di luce attraverso le fenditure della porticina in ferro. Una grossa pentola appoggiata sopra il piano superiore sobbalzava e nell'aria si spandeva un dolce profumo. Alzandosi sulle punte dei piedi e facendo attenzione a non scottarsi, Gioele alzò il coperchio per vedere cosa avrebbe mangiato a pranzo: arrosto con le patate, non proprio il suo piatto preferito. Improvvisamente, la porta di legno che permetteva di uscire in cortile, si spalancò con un tonfo sordo, ed un omone alto e grosso, con un cappotto pesante zuppo d'acqua ed un largo cappello di lana entrò nella stanza. Gioele rimase immobile a fissarlo, ma l'omone, dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, si accorse della sua presenza e tuonò: “Piccolo! Non ti sarai appena svegliato?” con una voce talmente forte che Gioele sentì tremare il pavimento sotto i suoi piedi. “Allora, che mi dici piccolo scansafatiche?” continuò l'omone e, battendo forte i piedi per terra si staccò dagli stivali dei grossi blocchi di neve ghiacciata che caddero gocciolanti nel pavimento. “N-no pp-pa-pà, è da un p-pò che sono sveglio” riuscì appena a balbettare Gioele. “Non ci credo!” rispose l'omone con la sua solita voce cavernosa, “E' da un po' che sono fuori a spalare quella maledetta neve io, e tu a dormire! Avresti potuto darmi una mano!”. Nel frattempo, la mamma di Gioele che aveva sentito tutto dalla stanza di sopra, scese le scale di gran carriera, due scalini alla volta: “Hai visto che pigro è tuo figlio? Devi dirgli che non può passare tutte le vacanze a dormire, deve darmi una mano con il lavori di casa” esclamò con una voce squillante leggermente contrariata. Gioele, sapendo di trovarsi di fronte all'ennesimo rimprovero da parte dei suoi genitori e approfittando della discussione che si era accesa tra i due, cercò di sgattaiolare via dalla cucina, dirigendosi verso il salotto dal quale arrivavano le luci colorate ed intermittenti dell'abete addobbato a festa. Era appena riuscito ad oltrepassare la porta aperta della cucina e tra un attimo avrebbe potuto sgattaiolare dietro la grossa credenza in legno per puntare dritto al suo nascondiglio segreto, ma un grido poderoso lo bloccò all’istante, con le mani a mezz’aria ed una gamba ancora sollevata da terra. “Dove credi di andare piccolo mascalzone? Guarda qui che confusione hai lasciato” ringhiò il padre, e con un movimento brusco della mano, grande come una pala da neve, scaraventò giù dalla tavola il castello di mattoncini Lego che Gioele aveva ricevuto solo due giorni prima come regalo di Natale, mandandolo in mille pezzi. Gli occhi del piccolo si bloccarono a fissare tutti quei piccoli pezzi coloratissimi sparpagliati nel pavimento della cucina e due piccole lacrime salate gli si formarono sugli occhi e presero a scivolagli lungo le guance. Avrebbe voluto urlare ed arrabbiarsi con suo papà, corrergli incontro e prenderlo a pugni, ma era troppo piccolo per reagire. Quel regalo lo aveva sognato così tante notti, cercando sempre di comportarsi meglio che poteva per dimostrare a Babbo Natale che anche lui doveva stare tra i bambini segnati sulla Lista dei Buoni. Si asciugò velocemente le lacrime – l’ultima cosa che voleva era farsi veder piangere dagli adulti – e provò a rispondere a suo padre “Ma papà, dovevo ancora finirlo, come facevo a spostarlo?”. La voce non gli uscì però con la forza che aveva sperato, e la sua protesta somigliò più ad un pigolio di un pulcino impaurito. Suo padre lo fisso per un attimo, poi esplose in una fragorosa risata: “Ma sentitelo! Pensa di fregare il suo vecchio”. La risata scomparve all’improvviso così com’era venuta, ed il tono ritornò ad essere minaccioso: “Basta storie! Preparati, devi venire con me e tua madre al centro commerciale, non puoi stare a casa da solo”. “E perché dobbiamo andare al centro commerciale?”, la domanda gli uscì spontanea e con un tono troppo lamentoso: subito dopo aver pronunciato quelle parole si accorse dell’errore ed istintivamente si tappò la bocca con le mani. Troppo tardi: suo padre aveva sentito tutto e con un balzo oltrepassò l’unico ostacolo che lo divideva da Gioele: il vecchio tavolo in abete al centro della cucina. Il piccolo era con le spalle al muro e sapeva che stava per arrivare una sonora sculacciata, chiuse gli occhi ed aspettò la prima sberla. Invece non arrivò nessuna punizione e, dopo quello che gli sembrò un tempo lunghissimo, aprì timidamente una palpebra, solo quanto bastava a dare una sbirciata e quello che vide lo tranquillizzò un pochino. Aprì bene tutti e due gli occhi e vide che sua madre, con uno scatto ancora più fulmineo, si era parata di fronte al marito per fermagli la corsa, e gli stava parlando su un orecchio. Gioele non riusciva a sentire di cosa parlassero, ma qualunque cosa fosse aveva un effetto calmante su quel grosso uomo arrabbiato. A questo punto la madre, che di nome faceva Natalina perché era nata esattamente il giorno di Natale, si girò verso di lui e con una voce che avrebbe potuto sembrare dolce gli disse: “Caro, non devi permetterti di rispondere così a tuo padre. Se lui dice che devi fare una cosa, la devi fare e basta, senza discutere. Va’ in camera tua e preparati, dobbiamo uscire a comprare tutto l’occorrente per la grande cena di capodanno, ricordi?”. La cena di Capodanno…Gioele aveva dimenticato, tra l’euforia e la gioia del Natale e dei giorni successivi, che si stava avvicinando quella sera. Diede uno sguardo veloce al calendario appeso alla parete della cucina, quello su cui si era divertito a disegnare una crocetta rossa sopra ogni giorno trascorso fin dal primo giorno di scuola dopo le vacanze estive: rimanevano solo due caselle bianche, e lui sapeva di essere indietro di un giorno. Doveva pensare ad una soluzione, altrimenti tutto sarebbe andato esattamente come l’anno scorso. Si convinse che una bella fetta di torta alle mele lo avrebbe aiutato ad escogitare un piano, ma, mentre si avviava verso la dispensa, incrociò lo sguardo divertito di Natalina che, muovendo il dito indice a destra e sinistra in un gesto inconfondibile gli disse: “Non ci pensare neanche bambino mio! Niente colazione, così imparerai il rispetto verso i tuoi genitori”. Gioele rimase pietrificato. Non voleva crederci, quelle due parole vicine “niente colazione” continuavano a ronzargli in testa. Come si può essere così crudeli da negare la colazione ad un bambino? Lanciò un ultima occhiata a tutta la stanza, sua madre aveva ancora quel ghigno sorridente ed anche suo padre - che si chiamava Alfonso, ma tutti in paese lo chiamavano Roccia, per via della sua enorme stazza – sorrideva compiaciuto. Non restava altro da fare che obbedire, disse definitivamente addio alla torta di mele, perché sicuramente non ne avrebbe trovato una pezzo per lui a pranzo, girò sui tacchi e si incamminò verso le scale per tornare in camera sua. 3 La cameretta era fredda, mamma Natalina, nella fretta di scendere le scale per rimproverare il suo unico figlio, aveva dimenticato la finestra aperta ed ora, ad ogni respiro, Gioele poteva vedere una nuvoletta di colore bianco pallido formarsi dalle sue labbra, rimanere sospesa per qualche secondo nell’aria della stanza e poi scomparire per fare posto alla successiva. Sembravano tanti piccoli fantasmi venuti a spaventarlo. Un brivido gli corse su per la schiena: era di freddo o di paura? In realtà non aveva molta importanza, dato che Gioele era, in ugual misura, spaventato ed infreddolito. Salì in piedi sul piccolo comodino di legno chiaro in parte al letto, usandolo come scala per arrivare alla maniglia della finestra e chiuderla; gli era proibito farlo (i suoi genitori lo ripetevano continuamente: “non salire sul comodino, ti farai male, e se succederà ti prenderai anche una sonora sculacciata”), ma non aveva intenzione di chiamare mamma o papà per farsi aiutare ed il freddo che entrava stava diventando ormai insopportabile. Si era completamente dimenticato della festa di Capodanno, perché avevano deciso di mettere una notte così orribile e paurosa vicino ad un’altra notte, quella della vigilia di Natale, piena invece di bontà, felicità ed eccitazione? Ora però non poteva farci niente, era costretto, come l’anno scorso e quello prima ancora a dover fare i conti con l’Uomo Nero di Capodanno. Da che si ricordava era stato suo padre Alfonso, detto la Roccia, a raccontargli la storia; e l’aveva fatto così mostruosamente bene e con così tanti particolari che non poteva che essere vera. Secondo questo racconto, ogni Capodanno, quando il buio inizia a scendere dai Monti Pallidi verso i paesi a valle, l’oscurità porta con sé un vecchio ricurvo, di nome Silvestro (proprio come il Santo festeggiato quella notte) che, zoppicando con il suo bastone per le stradine del paese, va alla ricerca di bambini piccoli (i suoi preferiti sono quelli tra i quattro e gli otto anni di età) ancora svegli, per rapirli e portarli nel suo nascondiglio. A quanto pareva era già successo molti anni fa ad una decina di bambini, e nessuno era stato mai più ritrovato. Alfonso aveva anche descritto molto bene a suo figlio l’aspetto del terribile vecchio, così che, se mai un giorno avrebbe avuto la malaugurata sorte di incrociarlo, avrebbe potuto riconoscerlo, scappare e magari salvarsi. Il vecchio, che doveva avere ormai più di centocinquant’anni, è magrissimo ed alto, porta una lunga barba bianca, nascosta però dall’alto bavero del suo cappotto nero come la notte. La testa è sempre coperta da un largo cappello di feltro, nero anche quello, che impedisce a chiunque di guardarlo negli occhi, se mai esista qualcuno al mondo così coraggioso da provarci, e nella mano destra stringe un lungo bastone nodoso intagliato da un albero di maggiociondolo, vecchio quasi, si dice, quanto lui. A causa di quest’oscura presenza, Gioele era costretto dai suoi genitori a chiudersi nella sua cameretta già verso la fine del pomeriggio del giorno di Capodanno, tremando impaurito sotto le coperte, cercando di fingere di dormire per cercare di ingannare il vecchio Silvestro. Anche se, a dir la verità, non aveva mai notato niente di strano durante quelle lunghe notti insonni, non aveva visto ombre minacciose formarsi sul muro della sua cameretta, né aveva sentito rumori sinistri che potessero indicare che qualcuno era entrato in camera, la paura era troppo forte per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio e vedere se era tutto vero. Non poteva nemmeno parlare di Silvestro con i suoi compagni di scuola; infatti, anche se riusciva ad immaginare che ognuno di loro passasse la notte di Capodanno esattamente come lui, non voleva rischiare di passare da credulone. Sarebbe ben presto diventato lo zimbello della classe, deriso e sbeffeggiato da tutti. E soprattutto non voleva essere chiamato “fifone”. L’unica soluzione quindi, era rassegnarsi a passare la stessa notte degli anni scorsi, sperando di riuscire ancora una volta ad ingannare il vecchio Silvestro. “Gioele? Sei pronto? Forza scendi!” una voce possente lo strappò ai suoi pensieri: era suo padre che lo chiamava, sicuramente i suoi genitori erano già pronti per partire verso il centro commerciale, mentre lui era ancora in pigiama. Con un balzo Gioele scese dal letto e, facendo un gran confusione all’interno della stanza, indossò i primi vestiti che riuscì a trovare. Dato che far aspettare suo padre voleva dire un’altra sicura sgridata e, probabilmente, una sonora sculacciata, preferì dover fare i conti con sua madre per il bizzarro abbigliamento scelto per l’occasione. 4 Seduto in auto, nel largo e comodo sedile posteriore, Gioele osservava lo scorrere veloce dei pini ai lati della strada. Alfonso, alla guida, stava discutendo con Natalina, quasi sdraiata nel sedile a fianco, sulla quantità di questa o quella prelibatezza che avrebbero dovuto comprare per deliziare gli ospiti per quella cena così importante. Erano appena partiti da casa quando, improvvisamente, il piccolo notò del fumo nerastro alzarsi sopra il limite degli alberi, nel fitto del bosco verso il pendio della montagna, ma comunque vicino alla strada. A quanto sapeva non c’erano paesi o villaggi lì in quel punto e subito gli venne in mente che il bosco stava andando a fuoco. Senza pensarci troppo si sporse in avanti, tirando così tanto la cintura di sicurezza che questa gli fece un segno sul collo, battè due volte il pugno sulla spalla del padre e, prima che quest’ultimo potesse reagire ed arrabbiarsi gli disse: “Papà! Guarda! Dal finestrino di destra, sta andando a fuoco il bosco!”. Passarono uno o due secondi di silenzio che sembrarono lunghissimi, poi Alfonso girò lo sguardo nella direzione segnata da Gioele e rallentò leggermente la corsa della macchina. Anche Natalina, sebbene non avesse ben capito cosa stava succedendo, seguì lo sguardo del marito attraverso il finestrino. L’auto rallentò ancora fino a fermarsi completamente in un piccolo spiazzo a lato della strada, usato molti anni fa come punto di osservazione su tutta la valle, ma oramai dimenticato dai turisti e purtroppo anche dagli abitanti del paese. Il piccolo Gioele, con gli occhi incollati al finestrino dell’auto, non si accorse delle risatine e degli sguardi d’intesa che si scambiarono velocemente mamma e papà. “E tu mi hai fatto fermare per questo?” disse Alfonso con uno strano tono di voce calmo. “Non c’è nessun fuoco e nessun incendio. Quello è solamente il camino del vecchio Silvestro”. Sentendo pronunciare quel nome Gioele trasalì, si girò di scatto verso suo padre e chiese tremando: “C-c-come Silvestro, intendi il v-vecchio c-c-che dovrebbe scendere in paese stasera?” “Certo! Proprio lui, E chi altrimenti?” gli rispose suo padre buttando la testa all’indietro e lasciandosi andare ad una fragorosa risata. “Abita lì da sempre” continuò sua madre, vedendo l’espressione spaventata sul viso di Gioele, “c’è un piccolo villaggio abbandonato in quel punto in mezzo al bosco. Quando ancora il nostro paese non esisteva, lì vivevano alcune famiglie, tra cui anche i tuoi bisnonni con i loro genitori. Facevano una vita dura, non avevano nessuna comodità: non c’era corrente elettrica, niente acqua corrente e per scaldarsi utilizzavano solo il fuoco del camino dato che legna ne avevano in abbondanza.” Ogni casa lì è costruita come si costruivano una volta le case: solo con rocce dei monti Pallidi ed assi di legno tagliate dal bosco. Ci sono solo un paio di stradine che salendo e scendendo il pendio della montagna, attraversano quel vecchio paese dimenticato, incontrandosi nella piccola piazza. Lì in mezzo resiste ancora, anche su ormai tutta rovinata dalle piogge, dalla neve e dal ghiaccio una vecchia statua dedicata al fondatore del piccolo paese. Gioele ascoltava rapito il racconto di Natalina (lei non era una di quelle mamme che leggono le fiabe ai loro bambini prima di addormentarsi) e mentre lei parlava, lui cercava di immaginarsi come doveva essere quel paese quando c'erano ancora i suoi abitanti, dimenticandosi per un attimo la paura dell'unico abitante rimasto. Chiese a sua madre: “Perchè le persone se ne andarono dal villaggio?”. “Per l'arrivo della ferrovia”, rispose sua madre. “Arrivarono molte squadre di uomini che abitavano nelle pianure per costruire la ferrovia. Quando però videro che c'era troppo lavoro da fare per portare le rotaie al piccolo villaggio, decisero di costruire la ferrovia più in basso, dove era più semplice. Costruirono così una grande stazione ed anche alcune graziose piccole case lì vicino, perchè alcuni operai decisero di fermarsi lì a vivere. Dopo poco tempo, vedendo che nessuno sarebbe salito fin lassù, gli abitanti del piccolo villaggio decisero di scendere e si costruirono delle case nuove, moderne, utilizzando i nuovi materiali che gli uomini avevano portato dalle pianure, abbandonando così il piccolo villaggio e dando vita al nostro paese.” “Proprio così”, disse Alfonso, che era rimasto in silenzio anche lui ad ascoltare “Lasciarono tutti il villaggio, tutti tranne uno” “e chi è rimasto?” chiese d'impulso Gioele, ma nell'attimo stesso in cui pronunciò la domanda si accorse di conoscere già la risposta, ed un brivido di paura gli fece tremare tutto il corpo. “Ma come chi?”, fece divertito suo padre, “Il vecchio Silvestro no? Lui fu l'unico a non volersene andare, si arrabbiò molto con tutti gli altri abitanti. Disse che non era giusto abbandonare tutto quello che loro, i loro genitori ed i loro nonni, avevano costruito con tanti anni di duro lavoro solo per poche comodità in più, e li avvertì che la sua vendetta sarebbe arrivata presto. Gli abitanti non lo ascoltarono e decisero di andarsene dalle loro case in una notte di Capodanno, così da iniziare l'anno nuovo, e la loro nuova vita, nelle loro nuove case. Silvestro, gridando dalla finestra della sua casa, ancora illuminata dal fuoco della stufa, disse che ogni notte di Capodanno da lì in poi, sarebbe sceso in paese per rapire il primo bambino che avesse trovato sveglio per riportarlo a vivere nel villaggio. Urlò poi una formula magica che fece scendere un incantesimo nel villaggio e lo rese inaccessibile per tutti gli umani all'infuori di lui.” “Sì, è proprio per questo che tu non l'hai mai visto, si riesce a vedere solo il fumo salire dal suo camino” disse Natalina. “Quindi, niente scherzi, e a letto presto stasera se non vuoi cambiare casa ed andare a vivere in mezzo al bosco”. Gioele era rimasto in silenzio per tutta la durata del racconto, la bocca spalancata per lo stupore. Non aveva mai sentito l'intera storia del vecchio Silvestro, ed ora avrebbe preferito non averla sentita. Era pietrificato dalla paura, ma né sua madre, né suo padre se ne accorsero perchè dopo l'ultima raccomandazione sull'andare a letto presto erano ritornati alle loro discussioni su cosa comprare e cosa preparare per la cena, dimenticandosi del figlioletto tremante nel sedile posteriore. 5 Quando la macchina si fermò nel grande parcheggio del centro commerciale, Gioele non si era nemmeno reso conto di essere arrivato. Non aveva più aperto bocca da quando suo padre aveva finito di raccontargli la storia del vecchio Silvestro, nella sua testa continuava a tornare l'immagine del vecchio che dalla finestra di casa gridava l'incantesimo per rendere impenetrabile il villaggio. Sua madre lo fece scendere dalla macchina tirandolo per un braccio: “Ma sei sordo?” gli gridò, “non hai sentito che ti ho detto di scendere già tre volte? Muoviti o non troveremo più niente di quello che ci serve”. Gioele scese riluttante dall'auto e camminando lentamente trascinando i piedi seguì i suoi genitori dentro il centro commerciale. Appena varcato l'ingresso l'aria calda sparata dai condizionatori automatici e le canzoncine di Natale sparate a tutto volume negli altoparlanti lo risvegliarono un pochino, riportandolo alla realtà ed allontanando il pensiero del vecchio che sarebbe sceso al suo paese fra poche ore. Intorno a lui un mare di gente andava da tutte le parti, c'erano molti altri bambini come lui, alcuni erano strattonati dai genitori e tentavano di divincolarsi dalla presa strillando e piangendo, altri invece tiravano il proprio papà o la propria mamma verso il grande negozio di giocattoli vicino all'ingresso del centro commerciale. Gioele si chiese se tutti quei bambini conoscessero la vera storia del vecchio Silvestro. I suoi genitori stavano nuovamente litigando: papà voleva iniziare gli acquisti dal reparto del pesce, “Dobbiamo prendere prima il pesce, altrimenti non avremo più scelta e dovremmo comprare quello che sarà rimasto” stava dicendo. Natalina invece gli gridava contro dicendo: “Ma no, non capisci, non possiamo andare in giro per tutto il centro commerciale con le borse che puzzano di pesce, lo dobbiamo comprare alla fine”. All'improvviso si zittirono guardando entrambi verso un punto opposto all'entrata del centro commerciale, si guardarono in faccia, guardarono tutti e due Gioele e poi si incrociarono nuovamente lo sguardo annuendo. Poi Natalina parlò: “Povero bambino mio, è vero che non vuoi seguirci in tutti i negozi in cui dobbiamo andare? Povero, ti annoierai” “Eh sì, ci metteremo un bel po' di tempo io e tua madre per comprare tutto quello che ci serve” disse Alfonso. Gioele non capiva cosa gli volessero dire i suoi genitori e spostava lo sguardo da sua madre a sua padre senza parlare. Natalina continuò: “Perchè non ci aspetti nell'area gioco dedicata ai bambini? Vedrai quanti nuovi amici ti farai, poi, se sarai stato bravo potremo andare a mangiare un panino nel ristorante qui vicino. Forza andiamo, l'area giochi è proprio lì davanti”. I due genitori si incamminarono spediti verso il loro obbiettivo, ma Gioele rimase fermo immobile dov'era, inchiodato all'ingresso del centro commerciale. Quando sua madre si girò indietro e lo vide, la sua espressione cambiò improvvisamente, tornò indietro con fare minaccioso, lo afferrò per un braccio stringendolo fino a fargli male e sottovoce gli disse: “non vorrai farmi arrabbiare vero? Vieni subito con noi, stai nell'area giochi finchè non torniamo e non fiatare. Mi hai capito bene?”. Poi lo trascinò dietro di sé fino all'area giochi, lo lasciarono lì in mezzo ad un esercito di bambini scalmanati di tutte le età e se ne andarono. Gioele non sapeva cosa fare, bambini con le facce rosse ed accaldate gli sfrecciavano in parte correndo in tutte le direzioni, uno di loro, passandogli troppo vicino, gli urtò lo spalla e lui per poco non cadde a terra. Quel posto non gli piaceva, lo aveva visto altre volte in cui era stato a fare compere con i suoi genitori, ma non lo avevano mai lasciato lì da solo e non riusciva a capire perchè questa volta si fossero comportati così. L'area giochi, come veniva chiamata, era un pezzo di centro commerciale recintato con dei finti pali di legno colorati di verde e marrone; all'interno c'erano uno scivolo, un cavallino a dondolo a due posti, una costruzione in legno simile ad un castello con un ponte di corda, un tubo di plastica verde ed una parete con degli appigli per poterla scalare. C'era anche una piscina di palline, ma nessuno poteva giocarci da molto tempo perchè tutte le palline erano sparite. Non trovando nessun gioco adatto a lui, Gioele si sedette in una piccola sedia di plastica colorata lasciata libera da un bambino appena trascinato via a forza dai sui genitori. Non vedeva l'ora di arrivare a casa per chiudersi in camera e ficcarsi sotto lo coperte, sperando di far passare più velocemente possibile quella notte paurosa. Era seduto lì da circa quindici minuti, guardando per terra con la testa tra la mani quando una bambina poco più grande di lui richiamò la sua attenzione scuotendogli una spalla. Gioele alzò la testa guardandola in faccia: capelli lunghi dritti e biondi ed un paio di occhiali da vista verdi. Avrà avuto circa dieci anni, lui non l'aveva mai vista a scuola, forse veniva da un paese vicino. Le gli parlò: “Ciao! Io sono Gaia, tu come ti chiami?” “Gioele” “Bel nome! Perchè te ne stai lì seduto tutto solo guardando per terra? Hai perso qualcosa forse?” Gaia non gli diede il tempo per rispondere, e girandosi un po' verso il centro dell'area giochi continuò: “Neanche a me piacciono questi giochi, sono troppo grande per giocarci. Sto qui solo per fare un piacere ai miei genitori, loro credono che io mi diverta qui. Che ingenui!” “I tuoi genitori dove sono? I miei sono nel negozio del macellaio a prendere l'arrosto per il cenone di stasera! Io adoro l'arrosto, non vedo l'ora di mangiarlo stasera”. Gioele, ancora un po' confuso da tutti gli avvenimento del pomeriggio rispose: “Anche i miei sono qui per comprare la cena per stasera, ma non so precisamente cosa”. Qualcosa però di quello che aveva detto Gaia non gli tornava, prese un po' di coraggio e chiese: “Ma....quindi...tu....questa sera.....” “Sì?” - incalzò lei “No...dicevo solo....tu, questa sera.....cenerai con i tuoi genitori?”. Dopo un attimo di silenzio che a Gioele parve lunghissimo, Gaia lo guardò come si guarda un bambino piccolo nella culla e rispose: “Certo che mangerò con i miei genitori, che domande fai? È la sera di Capodanno, bisogna festeggiare, non lo sapevi?”. Gioele si sentì imbarazzato, gli occhi di lei continuavano a fissarlo con aria interrogativa e lui diventò tutto rosso ed abbassò lo sguardo ancora verso i suoi piedi. “Certo, lo so che è capodanno e che bisogna festeggiare, cosa credi? Solo che.....pensavo.....Ma tu non hai paura del vecchio Silvestro?” disse tutto d'un fiato. Gaia rise divertita – non proprio la reazione che ci si aspetterebbe dopo aver udito il nome di quel vecchio - e chiese: “Chi scusa? E chi sarebbe questo Silvestro?”. Gioele non voleva crederci, come faceva quella ragazzina a non sapere niente di quella terribile storia? E' vero che lui aveva conosciuto tutti i dettagli solo poco tempo prima in macchina con i suoi genitori, ma almeno sapeva che esisteva questo vecchio mostruoo e sapeva come doveva comportarsi per sfuggirgli. Allora le raccontò tutta la storia. Le parlò di come erano state le sue notti di Capodanno passate, della paura che sopportava nascosto sotto le coperte e della gioia che provava quando finalmente scorgeva la luce filtrare dai balconi di camera sua (segno inequivocabile che anche quell'anno l'aveva passata liscia). Poi passò alla descrizione del vecchio, le disse del cappello, del cappotto e del suo lungo e nodoso bastone. Le raccontò anche la storia del villaggio e di come il vecchio era diventato così cattivo e solo. Alla fine, come per dare ancora più credibilità al suo racconto, le disse anche che alcuni bambini del suo paese scomparvero proprio durante le notti come quella e non furono mai più ritrovati. Gaia lasciò passare qualche minuto dopo che Gioele ebbe terminato il suo racconto, poi iniziò a ridere. Prima fu solo un sorriso, una dolce piega all'insù degli angoli della bocca, poi diventò una risatina silenziosa, quasi timida; infine si trasformò in una risata fragorosa e divertita. Gioele la guardò con gli occhi spalancati dallo stupore, un conto era non conoscere la storia del vecchio Silvestro, anche se era comunque una grave mancanza, ma mettersi a ridere dopo una storia triste e paurosa come quella; non riusciva a capire cosa ci fosse di così divertente. Gaia lo anticipò e ancora tra le risate, gli chiese: “E tu credi ancora ad una storia come questa? Sei un fifone! E’ una storia inventata dai genitori per liberarsi dei figli la sera di Capodanno, così da festeggiare liberamente!”. “Non è vero” protestò Gioele, tutto rosso in viso, “non è una storia inventata, ho visto anche il fumo salire dal suo camino oggi!”. “Ma scusa” lo interrogò allora Gaia, “come fai ad essere sicuro che il fumo che hai visto fosse proprio quello del camino della casa di questo fantomatico vecchio matto?” “Perché me l’ha detto mio padre” disse di getto Gioele, come fosse la cosa più ovvia del mondo. “Piccolo ingenuo” riprese Gaia dopo un sorrisetto ironico, “ti si può proprio raccontare di tutto vero? Scommetto che ti stavi preparando a passare la notte a letto rintanato sotto le coperte, con la porta della camera chiusa a chiave. Ho indovinato?”. “No! Cioè…sì…però non ho mai chiuso la porta a chiave…..Mia mamma non vuole…”. Gaia si lanciò in un'altra delle sue fragorose risate e Gioele sentì che gli stavano salendo le lacrime agli occhi. Non sapeva cosa pensare, era arrabbiato con questa ragazzina spuntata dal nulla solo per prenderlo in giro, ma allo stesso tempo cominciava anche a sospettare qualcosa sulla storia che i suoi genitori gli avevano sempre raccontato; e se fosse stata solo una bugia? Era anche arrabbiato con sé stesso perché non riusciva a non diventare rosso quando finiva al centro dell’attenzione come in questo caso. Non voleva che gli altri lo vedessero così, ma più ci pensava, più il suo viso si colorava, finendo sempre per assomigliare ad un bel pomodoro maturo. “Perché dici così? Come fai a sapere che è una bugia?”, per un attimo Gioele alzò la testa e guardò Gaia dritta negli occhi, come per sfidarla. Lei se ne accorse e cambiò subito tono, indietreggiando di qualche passo: “Scusa” disse con un tono di voce sommesso, “non volevo farti arrabbiare, ho solo detto quello che pensavo”. “Va bene” continuò Gioele, un po' meno arrabbiato, “ma dimmi perchè secondo te la storia del vecchio Silvestro è tutta una bugia”. “Perchè io ci sono stata in quel posto” disse Gaia “Come??” chiese Gioele sgranando gli occhi. “Al vecchio villaggio intendo. Ci sono stata, mi ci hanno portato i miei genitori”. Gioele non poteva credere a quello che aveva appena sentito, non aveva neanche più la forza di stare in piedi e si lasciò cadere seduto su di una seggiola in plastica lì vicino. Gaia prese un'altra sedia libera e la spostò vicino a quella di Gioele, sedendosi al suo fianco. “Deve essere stato circa due anni fa. Devi sapere che entrambi i miei genitori sono appassionati di montagna, sono dei camminatori esperti e mio padre, qualche volta, va anche ad arrampicare. Proprio durante una delle loro camminate si imbatterono in una traccia di sentiero che deviava dal percorso che stavano percorrendo quel giorno, e decisero di seguirla. Dopo un lungo tratto in salita sul pendio sassoso di una montagna sbucarono in un fitto bosco di abeti, lo stesso che hai visto tu dal finestrino dell'auto di tuo padre. Il sentiero a quel punto si era talmente assottigliato da non essere quasi più riconoscibile nel sottobosco, ma loro continuarono a seguirlo fino a quando i pini si fecero più radi e sbucarono in un piccolo spiazzo erboso. Lì, proprio davanti a loro, stavano circa quindici casette di pietra, alcune erano semidistrutte, con le travi di legno del tetto che sbucavano da un finestra o da un cortile, altre ricoperte di erba e muschio, altre ancora sembravano in buono stato, ma le finestre e le porte erano chiuse da pesanti tavole di legno scuro. Tutte le case si affacciavano su due stradine, anch'esse di pietra, che attraversavano il paese salendo e scendendo dolcemente il pendio della montagna, come se lo accarezzassero. Le due stradine si incrociavano una sola volta, formando la piazza del paese...” “dove c'è la statua del fondatore del villaggio!” disse con impeto Gioele, che fino a quel momento era rimasto in silenzio ascoltando rapito il racconto di Gaia. “...sì esatto, proprio così”, fece lei un po’ seccata. “Come ti stavo dicendo, ben presto si fece buio e loro furono costretti ad abbandonare il villaggio per tornare a casa, ma si fecero una promessa: ritornare in quel posto ed esplorare il villaggio con calma. Circa due mesi dopo arrivò l’occasione per mantenere la promessa, e decisero di portare anche me. Ricordo benissimo che fu una giornata stupenda, il sole brillava alto in un cielo azzurrissimo ed in breve tempo arrivammo alla radura dove sorgeva il villaggio. Era tutto molto più bello e affascinante di quello che mi ero immaginata: le case vecchie, le due stradine ondeggianti, gli alberi e le altre piante del bosco che pian piano si stavano riprendendo lo spazio che gli uomini gli avevano tolto. Ricordo che abbiamo passato tutta la giornata gironzolando per il vecchio villaggio, sbirciando dentro le case attraverso i buchi sulle porte sprangate e sulle pareti; siamo anche riusciti a vedere due cerbiatti, comparsi all’improvviso da dietro il muro dell’ultima casa al limitare del bosco. Ci hanno guardato per un lungo momento, immobili nella loro elegante posizione e poi sono spariti nel fitto degli alberi”. Gaia fece una lunga pausa, cercando le parole giuste per chiudere il suo racconto, Gioele era in silenzio assoluto, stava seduto con le braccia tese lungo il corpo e le mani avvinghiate alla seduta, sporgendosi verso Gaia per essere sicuro di non perdere neanche una parola del suo racconto. Lei continuò: “Vedi, ti posso assicurare che quel villaggio non è più abitato da moltissimo tempo. Ti ho raccontato tutta la storia fin nei dettagli proprio perché volevo che tu lo capissi. Non devi avere paura, probabilmente i tuoi genitori si sono si sono inventati tutta la storia solo per non averti tra i piedi la notte di Capodanno e poter festeggiare indisturbati”. Gioele rimase di stucco, anche se aveva pensato al fatto che tutta la storia del vecchio Silvestro potesse essere solo una bugia dei suoi genitori, ascoltarlo da un’altra persona, per giunta una ragazzina poco più grande di lui mai vista prima, lo faceva star male. Sentiva un po’ di rabbia crescergli nel cuore, insieme alla tristezza per essere stato preso in giro da così tanto tempo. Però sentiva che non voleva credere fino in fondo alla storia di Gaia. Era davvero possibile che i suoi genitori fossero così cattivi e senza cuore da giocare con i suoi sentimenti e le sue paure? Non era un bambino cattivo, o almeno così credeva. Faceva i compiti, non dava noie a casa, cercava di aiutare sua madre (anche se lei ultimamente gli chiedeva di aiutarlo sempre mentre era impegnato nei suoi giochi). Gaia notò il suo sguardo dubbioso e lo sorprese nuovamente chiedendogli a bruciapelo: “Se non credi a quello che ti ho raccontato perché non vieni con me a vederlo di persona?”. A Gioele fece lo stesso effetto di uno schiaffo in pieno viso e rimase imbambolato con la bocca aperta. Allora lei continuò: “Dai, andiamoci subito! Abbiamo ancora un paio di ore di luce e c’è un autobus che parte giusto dal piazzale di fronte all’ingresso del centro commerciale e fa una fermata vicino all’imboccatura del sentiero per il villaggio!”. Gaia parlava con tranquillità e con un così bello e gioioso sorriso sulle labbra che per un momento Gioele pensò addirittura di essersi immaginato tutto. “Forza! Dai, muoviti fifone!”. Gaia adesso lo stava tirando per la manica del giubbino, trascinandolo all’uscita dell’area giochi, dritti verso l’uscita del centro commerciale. Gioele allora puntò i piedi e si immobilizzò, e quando Gaia si girò verso di lui per vedere per quale motivo si erano fermati lui le disse: “Tu devi essere completamente pazza! Io non vengo da nessun parte con te. Non mi interessa niente del vecchio, del villaggio e della notte di Capodanno e se devo passarla a letto nascosto lo farò. Ma io non mi muoverò di qui!”. Gaia allora smise di tirarlo per la manica, lo guardò per un po' negli occhi e poi gli disse solo: “Hai paura. Dovevo immaginarlo, sei solo un fifone”. Poi si girò e si incamminò verso i negozi e la folla di gente in continuo viavai. “Ti saluto, buonanotte”, aggiunse con un sorrisetto. Gioele rimase in silenzio, si era sentito così bene un attimo prima quando aveva puntato i piedi ed aveva detto a quella ragazzina so-tutto-io quello che pensava di tutta questa storia. Ora però si sentiva di nuovo arrabbiato perchè non sopportava di sentirsi dare del fifone, anche se in fondo sapeva che in parte era la verità, ma soprattutto non voleva darla vinta a quella piccola smorfiosa. Come se si fosse appena svegliato da un sogno scattò in avanti e la afferrò per il braccio, costringendola a girarsi: “Sentimi bene, io non sono un fifone, non ho paura, solo che non mi andava di allontanarmi da qui, ecco tutto”, disse Gioele cercando di non far tremare la voce, “E se i miei genitori finissero di fare la spesa prima del previsto e non mi trovassero più all'area giochi? Sono sicuro che si preoccuperebbero e comincerebbero a cercarmi e...e magari chiamerebbero anche la polizia, pensa che casino salterebbe fuori. No, non è proprio il caso di muoversi”. L'espressione dubbiosa dipinta sul viso di Gaia si trasformò in leggera seccatura mentre cercava di liberare il braccio dalla presa di Gioele, lui fu costretto allora a pensare velocemente a qualcos'altro da dire. “Ehi, aspetta!”, gli balenò in mente un'idea, “ecco cosa potremmo fare: aspetteremo che i nostri genitori finiscano gli acquisti e poi, quando verranno tutti e quattro all'area giochi a prenderci, gli faremo la stessa domanda a bruciapelo: esiste davvero il vecchio Silvestro? Così saranno obbligati a non mentire e vedremo chi aveva ragione!”. Gioele era raggiante, era riuscito a farsi venire in mente l'idea perfetta, avrebbe saputo la verità salvando la faccia e non correndo nessun rischio. Era così fiero e sicuro della sua idea che non si accorse nemmeno dell'ennesimo cambiamento d'espressione sul volto di Gaia: la seccatura aveva lasciato il posto ad un sorriso ironico, stava preparando la sua risposta e quando Gioele se ne accorse, era ormai troppo tardi. “Sei un fifone. Non c'è proprio speranza con te. Te la fai proprio sotto dalla paura eh?”. Lui provò a ribattere, ma rimase con la bocca semiaperta accorgendosi di non avere niente da dire in sua difesa, allora continuò lei: “Sentiamo un po', signor Gran Pensatore, il tuo piano perfetto per caso prevede anche il fatto che i nostri genitori non finiscano i rispettivi acquisti nello stesso istante? Perchè, in caso contrario, fallirebbe miseramente al primo contrattempo”. “Non è vero che fallirebbe, basterebbe chiedere ai genitori che arrivano per primi di aspettare gli altri! E' semplice” rispose Gioele un po' seccato. “Cosa?” sbottò Gaia, “e che scusa pensi di poter utilizzare per obbligare due adulti isterici, già in ritardo con i preparativi per una festa con minimo dieci invitati, ad aspettare, nell'area giochi di un centro commerciale, altri due genitori isterici che non hanno mai visto prima? Ed ammettendo che tu ci riesca, come pensavi di formulare la fatidica domanda?”. Per la seconda volta da quando aveva conosciuto Gaia, Gioele provò a parlare, ma dalla sua bocca non uscì altro che aria. “Senti”, gli disse Gaia con dolcezza, “non c'è niente di cui aver paura, ci sono io con te, Non possiamo perderci, conosco la strada a memoria. E poi ti assicuro che il villaggio è abbandonato”. Gioele non rispose, diede un'occhiata veloce all'uscita del centro commerciale ed al grande orologio appeso al muro sopra di essa. Erano le undici. Gaia notò il suo sguardo e disse: “Torneremo prima che i nostri genitori finiscano, te lo prometto. E dai! Non vuoi vedere con i tuoi occhi qual'è la verità? Pensa come potrai affrontare i tuoi genitori dopo e sgridarli per le bugie che ti hanno raccontato in questi anni”. Gioele continuò a rimanere in silenzio, ma questa volta non oppose nessuna resistenza quando Gaia riafferrò il suo braccio e cominciò a trascinarlo verso l'uscita. Pochi minuti dopo stavano salendo su un grosso autobus blu e giallo, facendo attenzione a tutta la gente piena di borse e borsette che rischiava di travolgerli. Si sedettero vicini sugli unici due posto rimasti liberi ma, mentre Gaia sembrava tutta contenta dell'avventura che stava iniziando, Gioele era sempre più convinto di aver commesso un grosso errore. 6 Il grosso autobus si fermò con un stridore di freni a lato della strada principale, la stessa che Gioele aveva percorso in senso opposto circa un'ora fa con i suoi genitori. Dopo essere sceso, tirato da Gaia perchè non voleva alzarsi dal suo posto, Gioele notò che erano gli unici due occupanti dell'autobus ad essere scesi a quella fermata. Si guardò un po' intorno e riconobbe subito il luogo: era in piedi, al margine dei pini, giusto di fronte a dove aveva visto il fumo salire dal fitto del bosco. Ora però non si vedeva niente, nessuna colonna grigia si stagliava contro l'azzurro del cielo, eppure era sicuro di trovarsi nel punto esatto. Gaia notò il suo sguardo incerto ed incalzò: “Vedi, niente fumo, non ci vive nessuno qui, ed il villaggio è giusto davanti a noi, in mezzo al bosco”. E si incammino verso un sentiero di terra battuta che si perdeva tra i grossi tronchi di pino. “Forza, vieni! E' per di qua!” disse rivolta a Gioele che non accennava a muoversi. Insieme dunque procedettero lungo il sentiero indicato da Gaia, lei davanti, a fare strada e Gioele dietro a seguirla, cercando di starle dietro per non perderla di vista. Il bosco si faceva sempre più fitto, gli abeti secolari erano così alti che guardando in su, Gioele non riusciva a scorgerne le punte. I raggi del sole, alti nel cielo a quell'ora del mattino, facevano sempre più fatica a penetrare quel verde soffitto naturale e la temperatura si era abbassata di parecchio. Stavano camminando, anche se Gioele era quasi costretto a correre per non rimanere indietro, su di un letto di aghi di pino, un mare di piccolissimi spilli marroni che attutivano ogni loro passo ed ogni rumore. L'aria intorno a loro odorava di umidità, un misto di muffa e funghi e terra bagnata. Ad un certo punto il sentiero che stavano seguendo si restrinse così tanto da impedire il passaggio di due bambini affiancati, una persona adulta avrebbe dovuto passarci camminando di lato, pensò Gioele. Ma quest'ostacolo non fermò Gaia che continuò imperterrita la sua corsa come se niente fosse. Gioele continuò a seguirla, ma quando si accorse che il sentiero stava cominciando a salire vertiginosamente e il fondo morbido di aghi di pino iniziava a lasciare spazio a sassi e rocce sempre più grandi ed appuntiti, si fermò e lasciò che Gaia avanzasse di qualche metro. Da quando erano scesi dall'autobus aveva sempre camminato velocemente per star dietro a lei e non si era mai guardato intorno, occupato com'era a muovere lo sguardo tra il terreno che aveva sotto i piedi per non correre il rischio di inciampare, e davanti a lui per non perdere Gaia di vista. Ora però riusciva a vedere avanti, oltre la schiena della sua compagna d'avventura, ma quello che gli si presentava davanti non gli piaceva per niente: lo striminzito sentiero (o quello che ne restava) si inerpicava lungo il fianco della montagna con una forte inclinazione, necessaria a superare uno sbalzo di roccia alto parecchi metri. C'erano pietre dappertutto, anche se seminascoste dalla neve, che aumentava di spessore via via che il sentiero procedeva verso l'alto; poteva vedere Gaia, che nel frattempo si era fermata a riposare, ad un quarto della salita, con la neve che già le ricopriva mezza caviglia. Fece un passo indietro istintivamente, ma lei lo bloccò subito gridando: “Fermo lì! Dove credi di andare? Dài seguimi, siamo quasi arrivati, forza!”, e continuò a salire con l'agilità di uno stambecco. Gioele non potè far altro che rimettersi a camminare e seguirla. Dopo circa mezz'ora riuscì ad arrivare alla fine della salita, si fermò un attimo piegandosi in avanti e poggiando le mani sulle ginocchia per riposare un pochino. La neve gli arrivava quasi a metà polpaccio, ogni passo affondava nella neve e prima di farne uno doveva liberare la gamba più indietro, restando in equilibrio sull'altra; era caduto già due volte durante la salita. Stava ancora riposando, cercando di calmare il respiro quando sentì un fischio prolungato provenire da qualche punto più avanti di lui. Allora alzò lo sguardo e rimase di stucco: oltre i pochi alberi davanti a lui c'era una radura innevata, i raggi del sole rimbalzavano sulla neve candida e creavano bellissimi giochi di luce con la neve farinosa che cadeva dai rami dei pini. Una decina di vecchie case in pietra giacevano abbarbicate sul fianco della montagna, alcune non avevano più il tetto ed il secondo piano era crollato a terra, ma le altre sembravano in buono stato, anche se e finestre e le porte erano chiuse con assi di legno spesso inchiodate ai muri. Due strette stradine di sassi si incuneavano tra le facciate delle case, incrociandosi in un piccolo spiazzo rotondo con al centro quello che rimaneva di un uomo di pietra. Gioele sentì un altro fischio provenire dalla sua sinistra, si girò ed improvvisamente vide Gaia sbucare in mezzo a due case talmente strette che sembrava non poterci passare nemmeno un foglio di carta. Correva a perdifiato in discesa dal fianco della montagna su una delle due stradine, i lunghi capelli biondi al vento ed un enorme sorriso stampato sulla faccia. In alcuni punti non protetti dalle case, la strada era ricoperta di neve e Gaia ci finiva dentro ben oltre le ginocchia. Quando arrivò di fronte a Gioele aveva i jeans fradici e le guance rosse come un pomodoro. Lo strattonò afferrandogli entrambe le braccia: “Hai visto che bello! Te l’avevo detto che non c’era niente di cui preoccuparsi! Forza, andiamo, vieni, voglio farti vedere tutte le case, una ad una!”. Gioele si lasciò trascinare un po’ controvoglia verso il villaggio, non era ancora sicuro di fare la cosa giusta ed era seriamente preoccupato che i suoi genitori finissero le compere prima che lui e Gaia fossero tornati al centro commerciale. Non voleva neanche pensare a quanto avrebbe urlato suo padre, e sicuramente questa volta sua madre non lo avrebbe salvato da una sonora sculacciata. Pian piano però, si lasciò contagiare dall’euforia e dalla spensieratezza di Gaia; passavano di casa in casa e sbirciando fra le crepe dei muri e le fessure delle assi di legno cercavano di immaginare come fosse la vita in quel villaggio ed inventavano storie sugli abitanti utilizzando le poche cose che avevano lasciato lì: un secchio, una sedia senza una gamba, una vecchia bambola. Stando molto attenti a non farsi male, entravano anche nella case diroccate ed in quelle con il soffitto crollato, a Gioele piaceva molto la sensazione di essere dentro ad una casa ma poter comunque alzare gli occhi e vedere l’azzurro del cielo. Ed intanto il tempo passava. Fu proprio durante una di queste visite però, che accadde qualcosa di imprevisto. Gioele era appena entrato in una piccola casa a due piani e nel soffitto del piano terra c’era un buco, grande più o meno come un pozzo per l’acqua. Sicuramente il tetto era crollato perché giusto sotto il buco, nel pavimento dove stava camminando, si era formata una montagnola di neve, alta quasi come lui. Incuriosito, decise di salirci sopra per vedere meglio il cielo, ma quando, con un piccolo slancio riuscì ad arrivare in cima, restò di sasso: qualcuno aveva spento la luce fuori ed il cielo, da azzurro, era ormai blu scuro con qualche striatura rosso fuoco. Il cuore cominciò a battergli forte in petto e qualche goccia di sudore gli scese dalla fronte. Saltò giù dal cumulo di neve così velocemente che rischiò di finire a faccia in giù sul duro pavimento di legno e corse fuori dalla casa diroccata chiamando Gaia a gran voce. Ma appena mise piede fuori dalla casa, rimase senza fiato e non riuscì più a dire niente: tutto intorno a lui era scuro e buio, come se improvvisamente qualcuno avesse spento il sole. Anche la temperatura era calata improvvisamente, Gioele si accorse che ad ogni respiro si formava una piccola nuvoletta di vapore vicino alla sua bocca, ma al contrario di quelle che aveva visto in camera sua, queste non sparivano subito. Si strinse il giubbino intorno al corpo e tirò su il cappuccio, ma non riusciva a fermare i brividi. Gaia lo raggiunse subito dopo, anche lei aveva un’espressione preoccupata e sembrava avere freddo. “Ehm… abbiamo un problemino. Forse ci siamo fermati troppo a visitare il villaggio ed il sole è calato dietro la montagna” disse indicando un punto in alto alle spalle di Gioele. “Vedi quel punto dove il cielo è ancora chiaro e ci sono quelle righe rosse? Il sole era lì solo un minuto fa, poi è scomparso improvvisamente. Credo sia per via della stagione: quando sono stata qui con i miei genitori era estate e le giornate duravano di più. Forse….” “Come forse??” gridò Gioele, “Avevi detto che non dovevo preoccuparmi, che sarebbe andato tutto bene, che conoscevi la strada e che saremmo tornati prima dei nostri genitori”. “Sapevo che non dovevo fidarmi di te” continuò con le lacrime agli occhi. Lei provò allora a rassicurarlo: “Dai, non fare così. Ti riporterò al centro commerciale in tempo, promesso! Adesso dammi la mano e seguimi, non dovrebbe essere difficile ritrovare la via per uscire, basterà seguire a ritroso le impronte che abbiamo lasciato nella neve e ci troveremo all’imboccatura del sentiero no?”. “Sì, forse hai ragione” grugnì Gioele, sentendosi però un po’ sollevato, non aveva pensato alle loro impronte sulla neve: avevano praticamente lasciato una mappa disegnata lungo le due stradine del vecchio villaggio, bastava seguirla e non ci sarebbe stato più nessun problema. Ma proprio mentre pensava a come sarebbe stato bene di nuovo al caldo dentro l’autobus e pregustava il momento in cui raccontava ai suoi genitori dove era stato obbligandoli a dire la verità, sentì qualcosa di freddo e bagnato toccargli il naso. Istintivamente guardò in alto cercando di capire cosa gli fosse caduto sul naso, ed un'altra puntura ghiacciata lo colpì alla guancia destra, poi due volte sulla guancia sinistra, su entrambe le mani e sugli occhi: stava cominciando a nevicare. Gaia e Gioele si guardarono negli occhi nello stesso momento, avevano entrambi paura: se non fossero riusciti a trovare in fretta la strada verso la fermata dell’autobus, la neve avrebbe ricoperto tutte le loro impronte, costringendoli a rimanere bloccati nel vecchio villaggio. Si lanciarono di corsa giù per la stradina, ma il buio ormai fitto rendeva molto difficile seguire le tracce delle loro scarpe. Scesero un tratto ripido di stradina chiuso fra due case molto alte e si trovarono di fronte ad un bivio: la strada che stavano seguendo continuava a scendere e veniva attraversata dall’altra che proveniva dalla loro destra, girava un po’ e saliva verso sinistra due case più avanti. Gaia, che fino a quel momento non aveva avuto nessun dubbio sul percorso da seguire attraverso il vecchio villaggio ebbe un’esitazione e si fermò. Gioele, dietro di lei, quasi non se ne accorse e finì dritto contro la sua schiena, poi sporse la testa di lato e capì subito perché si erano fermati. Proprio dove le due strade si incrociavano a formare il bivio c’era un enorme insieme di impronte che andavano in ogni direzione possibile: alcune salivano verso la strada da dove erano appena scesi, altre giravano a destra e scomparivano lungo la stradina, altre ancora si continuavano verso la strada che svoltava a sinistra più avanti, ma in entrambe le direzioni. Gioele era disperato, grossi lacrimoni cominciarono a scendergli dalle guance e si mischiarono ai fiocchi di neve sempre più grossi che ora cadevano in abbondanza, iniziando a coprire le impronte. “Andiamo di qua” disse Gaia fingendo di non essere preoccupata e prendendo la stradina che saliva a sinistra, “mi ricordo benissimo questo bivio all’andata, dobbiamo girare qui e fra poco saremo al bosco”. Camminando e correndo praticamente in salita, i due bambini attraversarono case e vecchi cortili, cercando di ricordare qualche particolare che li aiutasse ad orientarsi, ma la neve ed il buio rendevano tutto molto più difficile, modificando il paesaggio ed i contorni delle abitazioni. Circa dieci minuti dopo, la stradina che stavano percorrendo, che avrebbe dovuto condurli al limitare del bosco, prese improvvisamente una piega a sinistra e cominciò a scendere, prima dolcemente, poi sempre più bruscamente, tanto da far rallentare Gaia per paura di scivolare e cadere. Gioele, che seguiva una paio di metri indietro, non si accorse del pericolo e continuò a correre giù per la stradina. Quando superò Gaia, lei cercò di avvisarlo urlandogli di fermarsi, ma fu troppo tardi: il bambino inciampò su di una roccia nascosta da un cumulo di neve e, caduto disteso a faccia in giù, cominciò a scivolare lungo il pendio innevato. Lei allora partì a razzo correndo in discesa per seguirlo ed aiutarlo, ma lui continuava ad aumentare la velocità, “Cerca di aggrapparti a qualcosa, usa le mani per frenare” gli urlava Gaia, ma Gioele era impietrito dalla paura e non riusciva a fermarsi. All’improvviso, la pendenza diminuì fino a fermarsi del tutto e Gioele finì col fermarsi dentro ad un cumulo di neve, finendoci dentro con tutte e due le gambe. Quando Gaia lo raggiunse era già riuscito a liberarsi dalla neve ma tremava dal freddo ed aveva un piccolo taglio sopra l'occhio destro. “Riesci ad alzarti?” gli chiese lei. “Non so, provo” rispose lui a denti stretti trattenendo le lacrime. A fatica riuscì a mettersi in piedi, ma mentre, piegato in avanti, cercava di sbattersi la neve dai pantaloni, sentì Gaia cacciare un urlo disperato. Spaventato, si raddrizzò e la vide fissare un punto preciso dietro di lui, indicando qualcosa con il braccio ed il dito teso e balbettando parole senza senso. Lentamente, come immobilizzato dalla paura, Gioele si girò verso il punto indicato da Gaia e quello che vide fece gridare anche lui. Sul muro di rocce adiacente la stradina dalla quale era appena rotolato giù si era formata un'ombra mostruosa che avanzava lentamente verso di loro. Sembrava enorme, era una specie di ampia schiena curva piegata in avanti verso la stradina in discesa. Nel suo avanzare, ricordava la camminata incerta di alcuni vecchi appoggiati al proprio bastone. Entrambi incapaci di correre via da lì o anche solo di gridare per la paura, i due bambini ora trattenevano quasi il respiro e rimanevano immobili, Gioele sapeva chi si nascondeva dietro a quell'ombra, c'era un’unica persona che a quell'ora poteva essere lì al vecchio villaggio: quell'ombra apparteneva al vecchio Silvestro. L'ombra, alimentata da una fioca luce gialla che comunque brillava in mezzo all'oscurità, aveva quasi raggiunto lo spiazzo dove Gaia e Gioele rimanevano immobili, quando spuntò dall'angolo una figura avvolta da una vecchia coperta marrone dalla testa ai piedi. Reggeva un lungo bastone nodoso ed indossava dei vecchi e logori stivali neri. Alla comparsa di quella figura i due bambini si destarono dalla loro immobilità e si lasciarono scappare entrambi un urlo acutissimo, si girarono e scattarono nella neve alta dalla parte opposta a quella da dove arrivava il vecchio. Dopo pochi metri però, Gioele, indietro di un paio di metri rispetto a Gaia più abile di lui nella corsa, scivolò su una lastra di ghiaccio seminascosta dalla neve fresca appena caduta e battè violentemente la caviglia su di un sasso a lato della strada. Provò a rialzarsi immediatamente stringendo i denti, ma la caviglia non riuscì a sostenerlo e cadde nuovamente disteso sulla pancia. Provò allora a chiamare Gaia con tutto il fiato che gli rimaneva in corpo, ma lei era già corsa via oltre lo spiazzo, giù lungo la strada. Gioele era terrorizzato, non sapeva cosa fare, si girò sulla schiena, poggiando gli avambracci a terra e guardando nella direzione da cui era appena scappato. Sperava che il vecchio non li avesse notati e che se ne andasse nella direzione opposta. Vide invece la luce dondolare ed avanzare verso di lui, illuminando il cappuccio di quella mostruosa figura e mostrando così un largo cappello nero calato sul viso. Gridò ancora, il più forte possibile, cercando di allontanarsi, trascinandosi indietro sulle braccia ma il vecchio non accennava a fermarsi, ormai lo aveva raggiunto, la luce della lampada gli dava fastidio agli occhi, vide la punta del bastone affondare nella neve a lato del suo ginocchio, poi l'ombra nera si allungò su di lui e tutto si fece buio e silenzioso. 7 Gioele aprì lentamente gli occhi e si stiracchiò come faceva sempre quando si svegliava alla mattina, tutto intorno a lui era ancora in penombra, doveva essere ancora mattino presto. Ripensò al brutto sogno che aveva fatto: era rimasto intrappolato in un villaggio abbandonato, in balia del vecchio Silvestro per colpa di una bambina saputella che era scappata lasciandolo solo quando aveva più bisogno di aiuto. Si girò appena su un lato cercando con la mano la luce sul suo comodino, ma non la trovò. A dire il vero mancava anche il comodino, ma non riusciva a capire perché qualcuno avrebbe dovuto toglierlo. Ritornò a distendersi sulla schiena e nel farlo sentì una fitta di dolore alla caviglia. Quasi istantaneamente si accorse anche che non aveva addosso il suo solito pigiama, ma era ancora vestito con i jeans ed il maglione che aveva nell’incubo e la coperte che gli teneva caldo non era di certo la sua morbida trapunta con le immagini degli orsi polari, ma una vecchia coperta di lana che lo pizzicava dappertutto. Un brivido di paura corse lungo tutta la sua schiena, dov’era finito? Faceva parte tutto ancora dell’incubo? Chiudendo gli occhi si diede un pizzicotto sul braccio così forte da lasciarci un segno rosso, ma quando li riaprì tutto era come prima. Di scatto allora provò ad alzarsi e mettersi in piedi, ma una nuova, dolorosissima fitta alla caviglia lo costrinse a ridistendersi. Si guardò in giro terrorizzato, non riconosceva niente di quella stanza: pareti di pietra, un pavimento di vecchie assi di legno, uno sgabello anch’esso di legno sul quale era poggiata una specie di bacinella bianca, ma dalla sua posizione non riusciva a vedere cosa ci fosse dentro. Improvvisamente si bloccò a fissare un punto preciso nella parete opposta a quella dove stava il letto su cui era disteso: appesi ad un chiodo sul muro c’erano una lunga coperta marrone ed un enorme cappellaccio nero. Poco più in là, appoggiato alla parete, un lungo e nodoso bastone di legno scuro faceva compagnia ad un paio di vecchi stivali neri rovinati. Il cuore di Gioele cominciò a battere all’impazzata, capì immediatamente che non c’era stato nessun incubo, che tutto quello che gli era capitato era vero. Era stato dunque catturato dal vecchio Silvestro, che lo aveva rinchiuso nel suo nascondiglio. Cominciò a piangere disperatamente pensando che non avrebbe mai più rivisto i suoi genitori, anche se si comportavano sempre duramente con lui si accorse che gli voleva tanto bene e che avrebbe sopportato qualunque rimprovero pur di tornare a casa da loro. Tra le lacrime continuava a ripetere a voce alta che non doveva ascoltare quella bambina saputella, aveva ragione lui, il vecchio esisteva. Era tutto vero, ma quella non aveva voluto credergli ed adesso, l’unico che ci avrebbe rimesso sarebbe stato lui. Fu così che, tra pianti e lamenti, non sentì il rumore di passi che salivano lenti dal piano di sotto su per la scala di legno. “Ah, ti sei ripreso finalmente piccolino”. Gioele si ammutolì all’istante e solo allora si accorse della figura che era comparsa sull’uscio della porta. Anche se la stanza era buia, riusciva a vedere bene la donna, che doveva essere molto vecchia, ferma in piedi a fissarlo. In mano reggeva un vecchio vassoio in legno con sopra una tazza fumante e qualche biscotto. “Ti ho portato qualcosa con cui scaldarti bambino mio, ed immagino che sarai anche molto affamato vero” disse la vecchia avanzando lentamente verso il letto. Gioele continuava a non parlare, con i grandi occhi sgranati pieni di un misto di paura e diffidenza e quando la vecchina, dopo aver poggiato il vassoio ai piedi del letto allungò la mano callosa verso la sua fronte, lui si tirò indietro con uno scatto sbattendo contro il muro alle sue spalle e provocandosi un’altra fitta di dolore alla caviglia. Un po’ per la paura ed un po’ per il dolore gridò: “Vai via! Lasciami stare! Non ho fatto niente, non ci volevo neanche venire qui!”. L’anziana donna, colta di sorpresa dalla reazione del bambino, indietreggiò di qualche passo. “Calmati piccolo mio. Non devi avere paura qui con me. Devi solo cercare di riposarti per permettere alla caviglia di sgonfiarsi, credo sia solo una leggera distorsione” disse facendo un cenno del capo verso il piede destro di Gioele, che si accorse solo in quel momento della spessa fasciatura bianca che copriva piede e caviglia. “Su, da bravo, bevi un po’ di latte caldo e mangia qualche biscotto” disse ancora la vecchia signora recuperando il vassoio ed appoggiandolo sul letto, “li ho appena sfornati, sentirai che buoni!”. Gioele era ancora molto confuso e non sapeva se fidarsi, ma si rese conto che non mangiava da ieri sera, ed improvvisamente ebbe una gran fame. Prese un biscotto dal vassoio e lentamente ne addentò un pezzettino. Era buonissimo, non aveva mai mangiato un biscotto così buono, sua madre li aveva cucinati solo un paio di volte, ma o li lasciava troppo tempo nel forno e finivano bruciacchiati, o si dimenticava di mettere lo zucchero nell'impasto e finivano per essere immangiabili. Finì voracemente il biscotto che aveva in mano e se ne prese subito un altro, mandandoli giù con un lungo sorso di latte caldo che profumava di miele. “Bravo piccolo, prendi un altro biscotto, hai l'aria affamata” lo esortò la vecchina. Dopo il quinto biscotto ed un'intera scodella di latte, Gioele si sentiva molto meglio. Porse alla signora il vassoio vuoto e si sedette meglio sul letto, lasciando le gambe lunghe distese. Lei gli chiese: “adesso che stai meglio, vuoi raccontarmi come sei finito qui? Non so neanche come ti chiami!”. “Mi chiamo Gioele…” rispose lui timidamente, “…e sono finito qui per colpa del Vecchio Silvestro!”. “Di chi?” chiese stupita la vecchia signora “chi sarebbe questo Silvestro?”. Gioele allora prese coraggio e, come aveva fatto con Gaia, cominciò a raccontare tutta la storia, a partire dalle notti di Capodanno passate a letto con la minaccia di venire rapito e sparire per sempre. Raccontò i dettagli che suo padre gli aveva riferito a proposito del vecchio villaggio e del suo abbandono, parlò di Gaia, di come si erano incontrati e del fatto che lei non avesse mai sentito parlare della storia del vecchio. Spiegò come avevano fatto ad arrivare al villaggio e di come il buio e la neve li avesse sorpresi impedendogli di ritrovare la strada del ritorno. Quando arrivò infine a raccontare del terrore che lo assalì nel momento in cui il vecchio si protese verso di lui, si reso conto che non c’era stato nessun vecchio e la persona di cui aveva avuto così tanta paura era lì di fronte a lui ad ascoltarlo con attenzione. Si sentì subito stupido ed abbassò gli occhi imbarazzato, con il viso che arrossiva per la vergogna. L’anziana signora, che aveva capito l’imbarazzo del piccolo Gioele, fece finta di non aver sentito le sue ultime parole ed invece di arrabbiarsi, rise divertita. “Povero piccolo mio! Credo che i tuoi genitori ti abbiano fatto proprio un brutto scherzo per tutto questo tempo. Vedi, io abito in questo villaggio da sempre, sono nata proprio in questa casa e ci ho vissuto insieme a mio marito ed ai miei figli prima che lui se ne andasse in Cielo e loro a cercar lavoro in un paese lontano.” Gioele rialzò lo sguardo verso la signora, una lacrima gli scorreva lungo la guancia. “Non esiste nessun vecchio malvagio, te lo posso garantire” continuò la signora asciugandosi con la punta del dito la lacrima “avrebbe dovuto fare i conti con me, e ti assicuro che avrebbe avuto la peggio! Parola di Dina!”. “Dina…?” chiese Gioele “Oh sì, scusami piccolo. Non mi sono ancora presentata. Io sono la signora Adelina Corona, ma tu chiamami pure Dina!”. “Quindi, signora Adel…ehm, volevo dire Dina…quindi non c’è proprio niente di vero in tutto quello che mi hanno raccontato i miei genitori?”. “Oh no, caro Gioele, qualcosa c’è! La storia dell’abbandono di questo villaggio è vera. Solo che l’abitante che ha deciso di restare non era il vecchio Silvestro, ma mio marito. Abbiamo deciso di rimanere insieme, con i nostri figli ancora piccoli perché non potevamo abbandonare questo villaggio; qui c’era tutta la nostra storia.” “Ma quindi non c’è mai stato nessun Silvestro?” chiese Gioele. “Certo che c’è stato!” esclamò Dina “solo non era un vecchio cattivo che rapiva i bambini! Anzi era un vero eroe santo!”. “Davvero?” esclamò Gioele stupito. “Certo piccolo! Vuoi che ti racconti la storia?” “Sì! Sì! Ti prego signora Dina, per favore!” “Va bene, caro Gioele, ti racconterò la storia del vero Silvestro, ma non subito, dopo, a cena!” “A cena? Quale cena?” chiese il bambino. “Ma la cena di Capodanno no? Mancano meno di cinque ore alla mezzanotte, e dato che dopo tanto tempo, finalmente, ho un ospite devo andare a preparare qualcosa di speciale”. Gioele non si era reso conto che fosse passato così tanto tempo da quando aveva lasciato il centro commerciale con Gaia. E i suoi genitori? Sicuramente erano preoccupatissimi per la sua sparizione. Chissà dov'erano in quel momento, magari avevano già chiamato la polizia per cercarlo. Chissà poi dov'era finita Gaia, era riuscita a ritrovare la via di casa o si era persa nel bosco? No, doveva cercare di tornare a casa. Provò a mettersi seduto nel letto ed alzarsi in piedi, ma appena caricò il peso sulle gambe, dalla caviglia sinistra partì un dolore acutissimo che lo fece gridare, e cadde seduto nel letto. Gli veniva da piangere e gli colava il naso, un po' per il dolore ed un po' per la paura di non riuscire più a muoversi ed andarsene da lì. Ancora una volta Dina lo calmò: “Non ti sforzare Gioele, la tua caviglia non ha niente che non va, devi solo lasciarla riposare ancora un po'! Non puoi affrontare il sentiero per tornare al paese in queste condizioni. Domani mattina, se ancora non è venuto nessuno a cercarti ti aiuterò io a scendere”. “Ma devo almeno chiamare i miei genitori, devo dirgli che sono qui al sicuro! Dov'è il telefono?” “E' tutto inutile, purtroppo il mio telefono ha smesso di funzionare molti anni fa, e qui in mezzo i cellulari non funzionano. Mi dispiace. Ti prometto però che domani sarai a casa tua! Parola mia! Dai, ora appoggiati a me e scendiamo in cucina!” 8 “Allora, Gioele, ti piace la carne?”, disse la vecchia signora vedendo il bambino mangiare avidamente “Sì signora Dina, è veramente squisita! Anche le patate sono buonissime” rispose lui ancora con la bocca piena. Gioele e Dina erano seduti uno di fronte all'altra nel tavolo di legno della cucina, preparato a festa e pieno di prelibatezze di ogni sorta. La stanza, piccola e anch'essa di pietra, era riscaldata ed illuminata da una piccola stufa a legna che serviva anche per cucinare. Dina aveva sistemato un'altra sedia più vecchia e più piccola, con un cuscino sopra, lungo il lato del tavolo per permettere a Gioele di allungare la gamba ed appoggiarci sopra la caviglia, in modo da non sentire dolore. “Dunque, caro bambino mio” riprese Dina “vuoi che ti racconti la storia del vero Silvestro?” “Sì Sì” rispose Gioele, accomodandosi meglio sulla sedia. “Bene, allora! Cominciamo…C’era una volta, circa millecinquecento anni fa un giovane vescovo di nome Silvestro. Questo giovane, bravo, coraggioso e dal cuore puro, venne presto consacrato Papa, ma dovette subito scontrarsi con l’imperatore, un uomo cattivo, senza pietà e con molto potere. Il nuovo Papa non sapeva proprio come fare a redimere quell’uomo così pieno di sé e così pericoloso per il popolo, fino a quando una rara malattia colpì proprio l’imperatore obbligandolo a passare tutto il giorno a letto, privandolo di tutte le forze. Quando l’uomo, fino a poco tempo prima così potente da sembrare invincibile ed immortale, apprese dai suoi medici che non esisteva nessuna cura per la sua malattia e che sarebbe morto da lì a poco tempo, l’imperatore diede ordine di convocare Silvestro a palazzo. Il Papa si presentò il giorno dopo, vestito con la tunica usata nelle celebrazioni festive, il cappello alto ed il bastone decorato d’oro. Entrò nella stanza da letto dell’imperatore e fece uscire tutti, restando da solo con lui. Pregò Dio e lo implorò di perdonare tutti i peccati commessi da quell’uomo e di guarirlo dalla tremenda malattia. Come per incanto, l’imperatore si sentì subito meglio, in pochi minuti guadagnò tutta la forza persa durante la malattia, si alzò dal letto e si inginocchiò subito davanti al Papa ringraziandolo e promettendogli di diventare una persona migliore, di proteggere il suo popolo e di aiutare i più bisognosi.” La signora Dina fece una pausa, ma vedendo lo sguardo fisso ed implorante di Gioele, riprese il racconto. “Tutto sembrava essersi sistemato: l’imperatore stava mantenendo le sue promesse ed il regno viveva un periodo di pace mai provato prima, quando un giorno, un messaggero dell’imperatore andò a portare un messaggio urgente al Papa. Un perfido drago dall’alito pestifero, che da moltissimo tempo abitava il fondo di un crepaccio sulle montagne, da quando l’imperatore era guarito, seminava morte e distruzione ogni giorno fra la gente del regno. La regina Elena, madre dell’imperatore, pregava ed implorava il Papa perché mettesse fine a questo supplizio. Silvestro, animato dal coraggio e da una salda fede in Dio, decise di affrontare le sue paure e discendere la profonda fossa per sconfiggere questa terribile bestia che seminava terrore e morte. Dopo un giorno di cammino arrivò ai margini della fossa e, dato che ormai il sole era tramontato e faceva molto freddo, decise di fermarsi, accendere un fuoco e passare la notte lì all’aperto, così da affrontare il drago con la luce del mattino. Durante la notte, in sogno, gli apparì San Pietro che gli spiegò come comportarsi e cosa dire al drago una volta sceso nella fossa per sconfiggerlo. L’indomani, riposato per la dormita e rinfrancato dall’apparizione del Santo, cominciò la lunga discesa verso il fondo del crepaccio: 365 gradini intagliati nella roccia, con spigoli talmente affilati da provocare un profondo taglio nella pelle anche appoggiandoci solamente una mano sopra. Alla fine dei gradini apparve il drago accovacciato, la bestia era immobile e dava l’impressione di essere addormentato. Il puzzo era insopportabile, ed il suo respiro lento e caldo usciva dalle narici con un soffio rumoroso. Quando Silvestro fu talmente vicino al muso del drago da poterlo toccare con una mano, quello aprì gli occhi improvvisamente e con un movimento fulmineo lo afferrò con gli artigli della zampa e lo immobilizzò. Sembrava che ormai non ci fosse più nulla da fare, il drago sputava fiamme dalle narici ed era ormai così sicuro di essere riuscito a sconfiggere il Papa che perse tempo e gli chiese se per caso avesse un ultimo desiderio. Silvestro, ricordandosi quello che gli aveva detto San Pietro in sogno la notte precedente, chiese al drago se poteva stringere tra le mani un'ultima volta il suo bastone decorato d'oro. Il drago accettò senza pensare, ma una volta che Silvestro strinse tra le mani il bastone, chiuse gli occhi implorando l'aiuto di Dio, che arrivò immediatamente. Quando riaprì gli occhi, il bastone si era trasformato in una lunga e lucente spada dall'elsa d'oro e Silvestro, con un rapido movimento del braccio, vibrò un tremendo fendente al collo del drago. La sua enorme e terrificante testa ruzzolò a terra e gli artigli che stringevano il Papa si aprirono, liberandolo. Subito dopo, con un'esplosione di luce, il corpo del drago e la sua testa mozzata sparirono e la spada si trasformò nuovamente in bastone. Papa Silvestro si inginocchiò e ringraziò Dio dell'aiuto ricevuto, poi quando fece per riprendere la via di casa e salire i gradini scesi all'andata, si accorse che non esistevano più. Ne era rimasto solo uno a simboleggiare il primo giorno del nuovo anno. Ecco perchè si festeggia il giorno di San Silvestro l'ultimo giorno dell'anno”. “Uao” fece Gioele ammaliato, “è una storia bellissima. Altro che vecchio malvagio! Silvestro era un eroe!”. Proprio in quel momento sentirono una forte esplosione provenire da oltre il bosco, verso il paese. Gioele, per la paura, fece un salto nella sedia e si fece subito bianco in volto. Dina invece si mise a ridere a crepapelle: “Non vorrai dirmi che hai paura di un fuoco d'artificio, vero?” disse. “Come un fuoco d'artificio? Dove?” chiese il bambino. “In paese! Guarda l'orologio, è appena scoccata la mezzanotte, siamo appena entrati nell’anno nuovo! Forza, vieni a farmi gli auguri, non dovresti più sentir male alla caviglia ora!” Goffamente Gioele si alzò dalla sedia e provò a caricare un po' il peso nella caviglia infortunata, ma non sentì quasi più dolore e con una gioia immensa, ma con cautela, girò intorno al tavolo per raggiungere Dina. Quando le fu vicino, abbassò un po' lo sguardo, imbarazzato, “E adesso cosa c'è piccolo mio? Cosa ti preoccupa?” chiese lei, “Niente... è solo che...” “solo cosa? Forza, a me lo puoi dire” lo esortò ancora. Allora con uno slancio Gioele buttò le braccia al collo della signora Dina, stringendola forte e piangendo “Grazie signora Dina, grazie davvero! Questo è il più bel Capodanno che abbia ma passato.” Dina si staccò delicatamente dall'abbraccio per guardarlo in faccia, aveva due grosse righe di lacrime che gli scendevano dagli occhi ed arrivavano fino al collo: “Non piangere piccolo mio, sono io che devo ringraziarti per avermi fatto compagnia. Non festeggiavo il Capodanno con qualcuno da moltissimo tempo, e tu sei stato un ospite perfetto! Non potevo chiedere di meglio!” In quel momento sentirono un rumore insistente provenire dall’esterno della casa, sembrava un enorme sciame di api in avvicinamento. Incuriositi si avvicinarono entrambi alla finestra più vicina e videro dei fasci di luce gialla che, percorrendo il sentiero all’interno del bosco si avvicinavano al villaggio. Rimasero lì in silenzio ad osservare finchè non capirono cosa stesse accadendo: una squadra di cinque motoslitte, grazie all’abbondante nevicata, aveva risalito il sentiero di accesso al villaggio, ed ora si erano appena fermate davanti alla piazza del paese con la vecchia statua. Un decina di uomini vestiti con una divisa rossa scesero dalle potenti moto e si diressero subito verso il centro del villaggio, dividendosi in due gruppi. Uno solo di loro rimase indietro, fermo accanto alle moto. Era vestito diversamente, portava dei jeans ed un vecchio cappotto di lana. Accanto a lui stava una bella bambina dai capelli biondi lunghi e con un paio di occhiali dalla montatura verde. Gioele non riusciva a credere ai suoi occhi: “Papà! Papà! Sono qui! Sono qui! C’è anche Gaia! Si è salvata allora!” gridò strattonando la manica della signora Dina e poi, attraversata la stanza a grandi balzi, aprì la pesante porta di legno e corse fuori in strada nella neve. Con la neve che in certi punti gli arrivava quasi alle ginocchia, arrancò verso la piazza, sempre chiamando a gran voce suo padre. Quando mancavano pochi metri, Alfonso sentì la voce di suo figlio e gridò anche lui: “Gioele! Dove sei piccolo? Vengo a prenderti!”. Ma non riuscì a muovere nemmeno un passo verso la direzione in cui aveva sentito la voce di suo figlio, perché Gioele gli piombò addosso veloce come un treno, abbracciandolo forte e piangendo di felicità. Anche Gaia allora si unì all’abbraccio e, tra le lacrime, disse tutto d’un fiato: “Scusa se ti ho lasciato indietro, ero terrorizzata e non ho sentito le tua urla! Sono arrivata arrivare al limite del bosco e quando mi sono girata indietro tu non c’eri più. Allora sono corsa giù per il sentiero al buio ed ho rischiato di perdermi anche, ma sono riuscita ad arrivare all’autobus che però stava partendo ed allora l’ho rincorso e sono salita. Una volta al centro commerciale ho trovato i miei genitori ed ho raccontato tutto. Loro poi hanno pensato ad avvisare i soccorsi e i tuoi genitori. Oh sapessi, sono così contenta di sapere che stai bene! Ma…tu come hai fatto a scappare dal vecchio Silvestro?” “Beh, direi che non è riuscito a scappare!” udirono una voce alle loro spalle “è stato costretto a passarci insieme il Capodanno!” “Dina!” esclamò Gioele liberandosi dall’abbraccio, “hai visto che mi hanno trovato! Sono venuti a cercarmi e mi hanno trovato!” “Buonasera signore” disse Dina rivolta ad Alfonso porgendogli la mano, “e questa invece deve essere Gaia, la tua migliore amica giusto?” esclamò guardando Gioele che era diventato tutto rosso per la vergogna. “Credevo non vivesse più nessuno qui al vecchio villaggio” disse Alfonso senza riuscire a nascondere lo stupore. “Nessuno escluso il vecchio Silvestro, giusto?” gli rispose Dina con un sorrisetto. L'omone rimase in silenzio, senza sapere cosa rispondere e diventò rosso in viso. Poi, rivolto a suo figlio disse: “Scusami piccolo mio. Tua madre ed io ti abbiamo sempre mentito a proposito del vecchio Silvestro. Ci siamo inventati tutta la storia solo perchè tu andassi a letto presto e noi potessimo festeggiare il Capodanno con gli amici, tra grandi. Mi dispiace di averti spaventato così per tutti questi anni.” “Non importa papà! Ora sono diventato coraggioso e ho imparato come sconfiggere la paura! Proprio come San Silvestro!”. 9 Dopo quella sera, Alfonso e Natalina non raccontarono più bugie al loro Gioele e, i Capodanni seguenti, festeggiarono sempre tutti insieme: loro tre, la signora Dina, Gaia ed i suoi genitori. Gioele e Gaia diventarono amici inseparabili e sebbene vivessero in due paesi diversi e non vicinissimi riuscivano a vedersi spesso ed a passare molto tempo insieme. Circa una volta al mese salivano al vecchio villaggio a trovare la signora Dina, che continuava a vivere nella sua vecchia casa. Le facevano compagnia e la aiutavano nelle faccende domestiche. Quando arrivava l'inverno, ed il sentiero in mezzo al bosco veniva sotterrato dalla neve e non poteva più essere percorso a piedi, Gaia e Gioele salivano al villaggio insieme ai loro genitori con la jeep del papà di Gaia e si fermavano tutti a cena dalla signora Dina. Crescendo, Gioele si interessò sempre di più al disegno ed alla pittura, e, ormai grande divenne un artista famoso in tutto il mondo. I suoi quadri venivano venduti nelle più importanti gallerie d'arte di Londra e New York, esclusi due piccoli quadretti. In uno di questi era raffigurato un piccolo e vecchio paese di montagna immerso nell'inverno. La neve ricopriva le strade, lasciando intravedere qualche pietra solo dove il tetto sporgente di questa o quella casa si protendeva all'esterno coprendo la via. Due stradine percorrevano dolcemente il pendio raggiungendo le entrate di tutte le case e si incontravano in una piccola piazza, dove la statua mezza distrutta di un uomo guardava davanti a sé. Le case in questo dipinto parevano tutte abbandonate. Tutte tranne una, dove dal comignolo sul tetto saliva un pennacchio di fumo grigio. L'altro dipinto, leggermente più grande, raffigurava invece un crepaccio di montagna, una specie di scarpata. Da un lato della scarpata stavano dei gradini intagliati nella pietra. Dall'altro lato, disteso sul fondo del crepaccio un enorme drago giaceva inerme. Il lungo collo terminava con un taglio netto, la testa qualche metro più in là. Vicino al drago un cavaliere, vestito con la sua armatura scintillante, stava in ginocchio con lo sguardo rivolta al cielo. Nella mano stringeva non una spada, bensì un lungo bastone ricurvo decorato d’oro. Gioele non volle mai vendere quei due dipinti anche se molte persone ricche e potenti lo supplicarono, lo avrebbero ricoperto d'oro, ma lui si rifiutò sempre. Quei due quadretti, dipinti ad olio, sono ancora oggi appesi ad un vecchio muro di pietra annerito dalla caligine di una stufa, dentro ad una vecchia casa a due piani in un vecchio villaggio di montagna, abbarbicato su di un pendio ai piedi dei Monti Pallidi.


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