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lavoro pubblicato mercoledì 17 dicembre 2014
ultima lettura giovedì 1 agosto 2019

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Adroanzi

di xenon. Letto 425 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono il Mount Kenya, così grande e importante che la mia nazione mi deve il nome. La mia voce è portata in giro dal vento e i miei occhi sono quelli della mia gente. Ai miei piedi la notte è più nera del nero: nero il cielo,...

Sono il Mount Kenya, così grande e importante che la mia nazione mi deve il nome. La mia voce è portata in giro dal vento e i miei occhi sono quelli della mia gente. Ai miei piedi la notte è più nera del nero: nero il cielo, nera la savana, nero io stesso, così spaventoso da sembrare uno di quei mostri enormi e terrificanti, sempre presenti in tutti i racconti dei vecchi saggi di questa terra. Ma io non mangio bambini, ne rapisco vergini in età da matrimonio: sono il Mount Kenya e semplicemente mi godo il panorama. Ai miei piedi il tempo stesso sembra un bambino che dorme e io osservo da un'eternità gli affanni di questa mia gente, le loro avventure di caccia, di amore e di morte in quel breve battito di ciglia che loro chiamano vita.
Sono il Mount Kenya, e ho tante storie da raccontare.

In quella notte di luna nuova, l'uomo chiamato Jeremiah Makau alimentò il suo falò, unica luce, fatta eccezione per le stelle rade, a rischiarare questo oscuro e silenzioso riquadro di universo tra il Mount Kenya e la Rift Valley. Tra la sua gente, non era usuale che quelli come lui si allontanassero dalla propria mbari, la tribù di provenienza, ne tantomeno viaggiare di notte in una natura ostile anche per il più coraggioso dei guerrieri. Jeremiah tuttavia, come forse avrete potuto intuire dal suo nome cristiano, non era un Kikuyu come tutti gli altri e non era ben visto tra la sua gente. Ma lui non sembrava preoccuparsene troppo in quel momento e seduto su questa terra dura, meditava sul prosieguo del suo viaggio: era diretto a Nakuru, a qualche giorno di marcia da lì. Non sapeva cosa lo aspettasse in quel mondo nuovo e sconosciuto, ma non aveva molto altro ad attenderlo nel mondo che lasciava. Alzò gli occhi al cielo nero come se con quel gesto potesse squarciarne l'oscurità opprimente, lasciando vagare i suoi pensieri fino a un giorno molto lontano.

Era un giorno molto caldo, quando l'adolescente Jeremiah Makau aveva deciso di chiudere una delle sue lunghe camminate solitarie con un tuffo nel lago Turkana. Nuotava lentamente, zigzagando tra le varie isolette che affioravano sul pelo dell'acqua, quando vide Chanya nel gruppo delle ragazze che erano giunte lì per prendere acqua. Nascosto tra alcune mangrovie, osservava quella figura alta e slanciata senza riuscire a distogliere il suo sguardo neanche per un minuto. Quando lei lo vide, lui la stava osservando riempire la sua anfora con dei gesti che a lui sembravano magici e carichi di qualche significato mistico nascosto. Ma Chanya non fuggì: lei non aveva paura di nulla. Ricambiò lo sguardo con un sorriso divertito, ma non di scherno, che fece pensare a Jeremiah di essere nato solo per vivere quel singolo istante. Le chiacchiere, i primi incontri e i primi problemi con la mbari: il ragazzo era infatti figlio di contadini kikuyu di religione cristiana, mentre Chanya era figlia del mondomogo, lo sciamano Aban. Ma ciò che per la tribù era ragione di scandalo, per loro era solo motivo di ulteriore spasso: discutevano ore ed ore sulle differenze tra le loro religioni, senza che qualcuno dei due tentasse di convertire l'altro: mentre la ragazza raccontava a Jeremiah le storie di Ngai e del suo fulmine che incenerisce i malvagi, lui cercava faticosamente di spiegarle il mistero della Trinità. Tra un mito e una storia di santi e di profeti, arrivarono a inscenare scherzosamente il loro matrimonio, con un rito che univa quelli delle due religioni e senza ne preti ne sciamani. Dopo lo scambio di due rozzi anelli di legno, Chanya prese dal fuoco una spalla di montone e la porse a Jeremiah, pronunciando la frase del rito Kikuyu:
"Anche quando non potrai provvedere al tuo stesso cibo, io sarò sempre al tuo fianco."
Quella notte fecero l'amore, come se fosse la cosa più naturale del mondo... sorrise, al pensiero: è sempre così, quando si è felici, giovani e innamorati. Come pegno d'amore, lei gli lasciò il suo braccialetto, che Jeremiah esibiva con orgoglio, incurante delle insinuazioni dei suoi amici sul fatto che lui portasse accessori femminili. Mesi dopo, iniziarono i guai: la ragazza aveva mancato due lune rosse e non serviva certo uno sciamano per capire cosa fosse successo. Furono entrambi portati al cospetto del kiama, l'assemblea degli anziani. La decisione finale fu terribile: la ragazza sarebbe stata lapidata, per lavare l'onta subita dal padre, mentre il ragazzo avrebbe dovuto servire lo sciamano come schiavo per il resto della sua vita, pena la morte sua e dei suoi familiari. Quel giorno stesso, Jeremiah fu costretto ad assistere alla sua lapidazione: gli occhi dei due ragazzi non si staccarono l'uno dall'altro fino alla fine. Dopodichè cominciò la servitù presso lo sciamano. Fu sottoposto ad ogni genere di crudeltà da parte di quell'uomo, che pure era stato il padre della ragazza di cui era innamorato. Ogni sorta di lavoro pesante veniva affidato a lui, senza che gli fosse concessa ne la possibilità di sbagliare ne di potersi ribellare senza mettere a rischio la vita dei suoi genitori. Finchè, una notte, sognò Ndovu, lo spirito dell'elefante. Ndovu lo guidò sulla cima del Kerenyaga, la montagna sacra che gli uomini bianchi chiamano Mount Kenya, e lo presentò alle figlie del dio Ngai, il creatore. Fu un sogno bellissimo, che lo risollevò da tutte le sue fatiche. La mattina stessa, lo sciamano venne da lui, come se anch'egli fosse stato avvisato in sogno che quell ragazzo da lui tanto maltrattato aveva il dono. Per questa ragione, obbedendo a un ordine superiore, lo sollevò dai lavori pesanti e decise di fornirgli l'educazione adeguata. Il suo apprendistato durò quindici anni, in cui Aban lo iniziò ai misteri della terra e del culto di Ngai, per farne un suo successore. In quegli anni, Jeremiah vide cose che credeva non potessero esistere e imparò quello che credeva non fosse più possibile imparare: pratiche antiche quanto il tempo stesso, con le quali poteva vedere cose che sarebbero successe nel futuro ed eventi accaduti secoli prima. Apprese come miscelare erbe in modo da guarire gli infermi, disintossicare dai veleni dei serpenti o alleviare le sofferenze della morte. Era un allievo dotato, tanto che Aban stesso divenne orgoglioso di lui e continuò ad esserlo fino alla morte dei genitori del ragazzo. Qualche giorno dopo la scomparsa di suo padre Selassie, Jeremiah svegliò il suo maestro nel sonno. L'ultima cosa che il maestro vide, prima che una pietra gli fracassasse il cranio, fu l'espressione di rabbia pura di Jeremiah... Rabbia mista a una perversa gioia, la stessa emozione del cacciatore che vede spuntare una preda attesa per troppo tempo. L'ultima cosa che sentì prima di scivolare nell'incoscienza, invece, fu la frase "Ndovu kamwe asahau", "Un elefante non dimentica mai". Consumata la sua vendetta, l'uomo che era diventato Jeremiah Makau sapeva che non sarebbe potuto restare nel suo villaggio senza essere condotto davanti al kiama per subire la punizione degli schiavi che si ribellano al padrone. Ma era anche più che consapevole del fatto che niente lo trattenesse in quel luogo. Caricò sulle spalle tutto ciò che poteva trasportare senza essere rallentato nella marcia e lasciò per sempre quel luogo che aveva chiamato "casa".

Scosse il capo. Di tutto questo ora non restava nulla, a parte gli incubi, la fitta allo stomaco che provava quando gli capitava di pensarci... e il piccolo bracciale dai colori vivaci con un piccolo tao, a ricordare il periodo in cui lui e Chanya erano una cosa sola. Lo strinse nella sua mano, come se da quel gesto potesse dipendere la sua stessa vita. Guardò il fuoco: stimò che avrebbe resistito un altro paio d'ore, dandogli il tempo forse di dormire un altro po' prima di mettersi in viaggio. Jeremiah, però, da buon Kikuyu, sapeva bene che non era consigliabile dormire in un posto come quello, a meno di non voler diventare una facile preda per gli animali notturni della savana, quindi si mise in piedi e cominciò ad esaminare il paesaggio circostante. Il silenzio, interrotto solo dal rumore dei suoi passi e dallo scoppiettio della legna del suo falò, avvolgeva il paesaggio con la sua pesante ed oscura coperta.
Un passo, due passi, tre passi.
Il lieve suono della sua camminata in quella piccola radura si perse nel silenzio circostante. Quattro, cinque, sei.
Solo le musiche tenui e bizzarre del vento, il verso di qualche uccello notturno in lontananza.
Sette, otto, nove... dieci.
Si fermò, come per assaporare il lieve rumore del suo passo felpato sulla prateria, ma la sua espressione si era improvvisamente irrigidita. Qualcosa non quadrava. Portato dal vento, gli giunse un rumore flebile... qualcun altro, non molto lontano, si muoveva tra le erbe alte. Si buttò al suolo, per ascoltare la voce della terra. Giunse al suo orecchio un passo felpato, come quello dei leopardi... che a quell'ora sono già a dormire. Imprecò silenziosamente: era stato davvero troppo imprudente, ad accendere un fuoco in una radura quasi priva di alberi. Balzò in piedi, spense rapidamente il falò e si preparò a ricevere visite. Si accovacciò dietro una roccia, mise mano al suo fucile e riprese ad ascoltare. Portate dalla terra, gli giungevano nuove informazioni sull'ospite indesiderato. Se non fosse stato un Kikuyu, difficilmente avrebbe potuto distinguere un passo così lieve dal rumore dell'erba smossa dal vento. Jeremiah sapeva bene che nemmeno i Masai più agguerriti porterebbero i loro mantelli scarlatti in giro per la savana a quest'ora di notte "e una banda di predoni sa bene che non troverebbe nessuno in giro a quest'ora", pensò tra se e se. O almeno, nessuno che valesse la pena derubare. In più, a giudicare dai rumori che gli giungevano all'orecchio, non doveva trattarsi di più di un uomo. Decisamente strano, pensò Jeremiah, ma mai strano quanto la sua esagerata reazione al pericolo: un uomo solo, per quanto grosso e ben preparato, non poteva certo impensierire uno come lui, abituato a lottare per sopravvivere sin dalla nascita. Quel genere di incontri si risolvevano con quattro chiacchiere, una condivisione di provviste e magari un piccolo scambio di doni... eppure c'era qualcosa, in quell'ospite, che aveva scatenato in Jeremiah il terrore più puro. In quel momento non voleva ammetterlo, ma ciò che lo aveva messo in guardia era quella parte più nascosta e intima di se, quella che gli veniva dagli insegnamenti di Aban, il tanto odiato quanto rispettato maestro. L'uomo che si stava avvicinando "puzzava" di magia lontano un miglio. "Un mondomogo?" si chiese. Impossibile, si rispose. Nessuno sciamano nella zona possedeva tanto potere e se ci fosse stato un altro vagabondo, come lui, ne avrebbe avvertito la presenza molto prima. All'improvviso, quando l'ospite si avvicinò di qualche altro passo, la realtà gli parve chiara come se gli fosse stata scritta nel cervello con lettere di fuoco.
Il suo ospite non era umano.
Più si avvicinava, più non poteva fare a meno di convincersene. Perlopiù, sembrava che spegnere il falò e annullare qualsiasi traccia della sua presenza non fosse servito a nulla. Stava puntando diritto verso di lui e presto gli sarebbe stato addosso. Non rimaneva che prepararsi allo scontro. Strinse istintivamente il suo fucile: sapeva che non gli sarebbe servito a molto contro una creatura del mondo astrale, ma in quel momento aveva paura. Non che fosse un vigliacco: di fronte ai pericoli, la paura è la prima reazione del saggio e Jeremiah di saggezza ne aveva da vendere. In quel momento, aveva solo bisogno di analizzare freddamente la situazione, conoscere il suo nemico e stabilire come prepararsi a scacciarlo. Probabilmente era solo lo spirito inquieto di uno dei tanti morti nella prossimità della Rift Valley. Ma mai aveva sentito uno spirito così potente: sembrava un'anima antica quanto il tempo stesso.
Dopo qualche minuto lo vide. Alto, robusto, gambe agili e scattanti. Camminava verso Jeremiah, coperto fino su la testa da un mantello bianco decorato di insegne sgargianti che fecero impallidire lo sciamano: la creatura che lo inseguiva era Adroanzi, lo spirito dei Lugbara, figlio del dio Adroa. Imprecò. Pensava fosse una leggenda... scosse il capo con forza. "Come se con tutto quello che hai passato, potessi permetterti di non credere alle leggende!" si disse, irato. Lo spirito dei Lugbara non era malvagio: i suoi adoratori tuttora lo invocano, quando devono attraversare una foresta di notte, per essere protetti dagli animali selvatici. Se correttamente evocato, lo spirito camminerà alle spalle del viandante, proteggendolo dalle insidie di un viaggio notturno. In cambio, Adroanzi non richiede sacrifici, ne donazioni ai suoi tanti sacerdoti: l'unico tributo che il figlio di Adroa richiede al suo evocatore è quello di camminare per tutta la notte senza voltarsi indietro e vedere il suo volto, pena la morte. Il suo dominio erano gli specchi d'acqua e il più vicino era il lago Nakuru... dieci giorni di marcia verso ovest. Tuttavia, nonostante quella distanza, il demone era sulle sue tracce e accelerava il passo, puntando deciso verso di lui. Jeremiah decise di stare al suo gioco: senza preoccuparsi di ciò che poteva trasportare, si incamminò nella direzione opposta. Aveva camminato per qualche minuto, quando sorprendentemente lo spirito accelerò il passo. Sembrava che il suo scopo non fosse stargli dietro, ma braccarlo. Quando Adroanzi fu troppo vicino, Jeremiah ruppe gli indugi e iniziò a correre. Corse saltando rocce sparse e cespugli secchi, evitando a malapena di inciampare in qualche ramo secco in quell'oscurità. Corse con tutta l'energia delle sue gambe e il fiato che aveva nei polmoni. Ma non poteva distanziare una creatura del mondo astrale. Corse per un tempo che gli sembrava infinito, spinto solo dalla forza della disperazione. Usò tutta l'esperienza della sua vita solitaria nella savana per cercare di depistare il suo inseguitore, ma lui era sempre lì che avanzava, inesorabile. Jeremiah notò anche qualcosa di strano nel suo incedere: non lo stava semplicemente seguendo, ma sembrava anche che avesse un suo piano preciso. Per la precisione, si muoveva con la maestria dei cacciatori che cercano di spingere una preda verso una trappola. Ne ebbe la conferma qualche tempo dopo, quando si ritrovò esausto sul bordo di un crepaccio. Si guardò intorno alla ricerca di una via di uscita da quella situazione: Impossibile tornare indietro senza finire tra le grinfie di Adroanzi, ancora più improbabile effettuare un salto verso il basso uscendone vivo. Tra l'altro l'oscurità della notte impediva anche di valutare la profondità della caduta, cosa che scoraggiò ulteriormente Jeremiah. Si risolse quindi ad attendere lo spirito, guardando fisso il fondo del crepaccio, senza voltarsi. Adroanzi non si fece aspettare troppo: tempo un paio di minuti e l'uomo riuscì a sentire distintamente il suo respiro pesante, poco distante dalle sue spalle. Il silenzio calò in quell'angolo di universo, come se la natura stessa volesse osservare lo scontro tra i due. Dopo qualche interminabile istante di studio, Jeremiah parlò.
"Figlio di Adroa! cosa vuoi da me?"
Le parole di Jeremiah ritornarono indietro riprodotte dall'eco.
"Voglio salvarti, uomo."
La tagliente e profonda voce dello spirito sembrava venire da molto lontano.
"Salvarmi? Da cosa?"
"Da ciò che sei."
Jeremiah non sembrava capire. Strinse di nuovo il bracciale, in attesa.
"Cosa sai di me, uomo?" chiese lo spirito, con la sua voce solenne.
Jeremiah esitò. "Sei Adroanzi, il figlio del dio Adroa, venerato dai Lugbara. Il tuo dominio sono gli specchi d'acqua e proteggi i viandanti che ti evocano durante i loro viaggi notturni."
Lo spirito si limitò ad ascoltare.
"Non richiedi sacrifici di sangue, ma solo di oggetti a cui il viandante è emozionalmente legato. In più, l'evocatore non deve voltarsi indietro per tutta la durata del suo viaggio notturno. Se lo fa, tu lo uccidi. Giusto?"
"Quasi giusto, si." confermò la voce dello spirito "Con una piccola precisazione: io non uccido mai nessuno."
Jeremiah rimase sorpreso da questa affermazione. Adroanzi sembrò non curarsene.
"Ciò che li uccide non sono io, ma ciò che vedono quando si voltano."
"Non capisco..." chiese Jeremiah, dubbioso, sempre guardando il crepaccio.
"Non mi curo dei viandanti perchè sono buono d'animo" proseguì lo spirito, ignorandolo "quando mi evocano, io mi nutro dei loro dubbi e delle loro incertezze. Mi cibo dei loro "cosa sarebbe successo se..." e delle loro emozioni. Sono uno spirito nato dalle loro paure e dalle loro domande ed è di queste che mi nutro. Niente di personale."
"Ma allora..."
"Quando si voltano" insistette lo spirito, questa volta leggermente seccato dalle interruzioni di Jeremiah "vedono nel mio volto tutto ciò che sarebbero potuti essere: chi ha appena sposato una donna ricca solo per accrescere il suo prestigio sociale si riscopre felice in un'umile casa con l'amore della sua vita che non ha mai incontrato. Chi si allontana per fuggire da se stesso scopre che da se stesso non può scappare. Vedono le infinite possibilità che avevano in passato e alla minima difficoltà pensano che sarebbero stati più felici prendendo strade diverse. Il dubbio li consuma dall'interno e li trasforma in larve. La paura di commettere altri errori li paralizza e li rende incapaci di prendere decisioni, finchè scelgono di non scegliere più nulla. Vanno avanti stancamente, trascinati dalla corrente della vita e spinti verso strade che altri scelgono per loro. Questo li uccide. Non io."
Jeremiah continuava ad essere dubbioso. "E perchè sei venuto da me, Adroanzi?"
"Sono venuto per salvarti, uomo. Sei decisamente famoso nel mondo astrale: molti dicono che hai superato Aban, il tuo maestro, e che lo spirito dell'elefante scorra in te come in nessun altro fino dai tempi in cui gli dei camminavano tra gli uomini. Ma la tua parte umana ti ha tradito due volte. Per la tua impazienza hai commesso un errore che ti è costato caro. Per il tuo orgoglio hai ucciso l'uomo che ha reso di te un mondomogo. Hai tradito il vincolo che impone agli sciamani di trascorrere la loro vita nello stesso villaggio in cui sono nati, diventando un reietto. Ma c'è ancora una possibilità di rimediare a tutto questo." Fece una pausa.
"Io posso riportarti indietro."
Jeremiah sobbalzò: indietro? ricominciare da zero?
"Io ho il potere su tutte le realtà alternative" continuò lo spirito, come se gli avesse letto nel pensiero "posso far si che tu sposi quella ragazza in un matrimonio vero. Cristiano o Kikuyu, a te la scelta. Non apprenderai mai i misteri di Ngai, ma sarai felice, padre di tanti figli e nonno di tanti nipoti. Oppure posso fartela dimenticare. Posso far si che tu non uccida il tuo maestro e che alla fine dei suoi giorni tu prenda il suo posto come mondomogo nella tua mbari, temuto e rispettato come si conviene a un uomo della tua posizione. A te la scelta, uomo."
Jeremiah era dubbioso.
"Perchè mi proponi questo, spirito?"
"Perchè sei una minaccia all'equilibrio. La tua condizione ti forza a viaggiare di villaggio in villaggio, per tutto il continente. Viaggiando, hai appreso cose che un singolo sciamano non dovrebbe conoscere. Sei venuto a contatto con dei e riti dimenticati e li hai fatti tuoi. Non è qualcosa che tu hai chiesto, ma di fatto stai diventando più potente di quanto un uomo dovrebbe essere e questo a noi dei non piace." Si fermò a studiare quell'uomo che continuava a dargli le spalle.
"Ti propongo questo" riprese "perchè forse vuoi soltanto essere felice.".
Jeremiah si fermò a riflettere sulla proposta dello spirito. Smise di guardare il fondo del crepaccio e alzò gli occhi al cielo: una vita con Chanya. Bella come quando la immaginavano insieme. Pensò a come sarebbe stato bello dare la vita a un piccolo Selassie, di come avrebbe reso orgoglioso suo padre. Riflettè poi su come sarebbe stato diventare come Aban. Poter disporre come voleva del kiama degli anziani, essere a tutti gli effetti l'uomo più potente della sua mbari. Decidere della vita e della morte delle persone.
"Che prezzo dai alla mia felicità, Adroanzi?"
"Lo stesso prezzo che chiedo a tutti coloro che si rivolgono a me: un oggetto dal grande valore emotivo. Il bracciale che stringi nel tuo pugno."
Il pegno d'amore che Chanya gli aveva lasciato, nella notte in cui la sua passione l'aveva condannata.
"Come può un bracciale fatto da una ragazzina essere così importante per te, spirito?"
Adroanzi rise.
"Un oggetto simile è più importante di quanto tu creda, uomo. Questi accessori sopravvivono a voi umani. Si impregnano della vostra energia e passano di mano in mano, prendendo su di se parte dell'essenza vitale di chi la possiede. Siete voi che date loro tutto questo potere, ma non ve ne rendete nemmeno conto. Lo prenderò con me, assorbendo le tue esperienze e i sentimenti di quella ragazza, cibandomene. Quando avrò finito di nutrirmi, avrai ciò che richiedi. Devi solo fare la tua scelta, uomo."
Jeremiah ci pensò su. Il potere non gli interessava. Non voleva conoscere più di quanto non conoscesse già. Pensò all'amore che avrebbe potuto avere, alla gioia di essere padre e poi nonno. Insegnare a un piccolo Selassie ad andare a caccia, portarlo con se di villaggio in villaggio, stargli vicino nei momenti più importanti della sua vita, vederlo sposarsi e dargli dei nipoti. Nipoti che, magari, si sarebbero chiamati Jeremiah. Pensò al misero prezzo da pagare.
"Accetto, Adroanzi." annunciò l'uomo con voce solenne "non ho mai voluto essere un mondomogo. Scelgo di dimenticare tutto ciò che ho appreso."
Lo spirito sembrò sogghignare di soddisfazione.
"La scelta migliore, uomo" affermò Adroanzi. "adesso girati e guardami negli occhi."
Jeremiah esitò. Nessuno, secondo le leggende, era sopravvissuto allo sguardo dello spirito. Tuttavia si convinse che non aveva scelta. Si girò e finalmente guardò in faccia lo spirito: un volto giovane, che sembrava fatto di porcellana, su cui però campeggiavano due occhi scuri come la notte stessa. Un'oscurità, però, totalmente priva di stelle con cui orientarsi e trovare la strada. Jeremiah si abbandonò ad essi, fissandoli intensamente. Ora quegli occhi non erano più tanto oscuri: gli sembrava anzi di scorgere qualcosa di luminoso in fondo ad essi. Un fuoco. No, una brace. Una brace in cui arrostivano spalle di montone. Una mano scura e delicata che si tendeva a prendere la più succulenta di tutte e a porgergliela a due centimetri dal suo naso. Un viso scuro e sbarazzino, contorniato da un cespuglio di capelli ricci, illuminato da due occhi scuri. Le labbra piccole e delicate, piegate in un sorriso che avrebbe addomesticato anche un leone affamato.
"Anche quando non potrai provvedere al tuo stesso cibo, sarò sempre al tuo fianco."
Chanya, incantevole come quella notte. Si soffermò sulle sue labbra, sul piccolo neo che risaltava sulla bocca tra il nero della sua pelle. Nero più del nero, ma luminoso più del sole.
"Anche quando non potrai provvedere al tuo stesso cibo..."
La frase risuonò nella sua testa come una dolce melodia.
"Anche quando non potrai provvedere al tuo stesso cibo..."
"Il bracciale, uomo."
Adroanzi lo risvegliò da quel ricordo. Il bracciale era ancora stretto nella sua mano destra. Jeremiah esitò, cercando di assaporare ancora quel ricordo.
"Il bracciale, uomo. ORA.".
L'uomo alzò lentamente la sua mano destra, in cui teneva stretto il monile. La tese verso lo spirito, che sorrideva compiaciuto. Poi lo colpì. Colpì con tutta la forza che aveva in corpo, mandando il suo pugno a scontrarsi contro quella che doveva essere la mascella destra dello spirito. Colpì con la forza della disperazione, come se abbattere lo spirito fosse la sua unica speranza di salvezza. Di solito non è semplice mandare al tappeto una manifestazione di un'entità astrale, ma Adroanzi, colto di sorpresa, non potè fare a meno di barcollare. Arretrando, inciampò a terra, osservando incredulo l'uomo che aveva osato colpirlo. Ripresosi, cercò di accennare una reazione, ma era troppo tardi: Jeremiah aveva già tracciato in aria il segno di Ngai.
"Nel nome di Ndovu, lo spirito dell'elefante, del dio supremo e degli spiriti del Kerenyaga... io ti bandisco da questo piano."
Se lo spirito fosse rimasto nella sua consueta forma, nemmeno uno sciamano potente come Jeremiah avrebbe potuto opporsi a lui, perchè nessun uomo può interferire con il mondo astrale. Ma ora che era stato costretto ad assumere sembianze corporee, in modo da poter afferrare il bracciale ed effettuare il rito con cui avrebbe riportato Jeremiah indietro, scacciarlo da quel piano era decisamente un gioco da ragazzi. Adroanzi tentò di opporsi alla magia dello sciamano, ma era troppo tardi: Jeremiah aveva usato tutte le sue energie per sbarazzarsi di lui e probabilmente sarebbe stato sopraffatto anche se Jeremiah non lo avesse sorpreso.
"Te ne pentirai, uomo!" urlò, dilaniato dalla sofferenza per la magia di Jeremiah "Mi senti? te ne pentirai!" disse, prima di svanire in una nube di fumo. L'uomo si accasciò al suolo, esausto.
"Certo che me ne pentirò" disse, con un filo di voce "è quello che succede quando fai una scelta."

Quando Jeremiah si risvegliò, il sole era già alto nel cielo. La lotta con Adroanzi lo aveva stremato, ma ormai capì che era fuori pericolo. Si rialzò, scuotendosi di dosso qualche manciata di polvere, dopodichè tornò al luogo dove si era accampato la sera prima. Quando arrivò, ritrovò solo le ceneri del falò: qualcuno, passando per di là, aveva preso il suo fucile e tutte le sue provviste, lasciandogli solo la bisaccia con qualche attrezzo utile alle sue magie. Sorrise.
"Anche quando non potrai provvedere al tuo stesso cibo, io sarò sempre al tuo fianco.". Quella frase innocente, detta con la voce di una ragazzina, risuonò ancora nella sua testa, dandogli sollievo. Caricò in spalla la sua bisaccia e riprese il cammino verso Nakuru.



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