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lavoro pubblicato sabato 13 dicembre 2014
ultima lettura domenica 25 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

LE CHIAMAVAMO PIETRUZZE (MAGICHE?)

di CarloNobili. Letto 779 volte. Dallo scaffale Amicizia

Le pietruzze magiche della nostra infanzia tra i profumi della cucina domenicale e i cumuli di calcinacci nella periferia romana degli anni '50.......

M’è venuto da pensarci oggi, non so nemmeno per quale associazione mentale fatta dopo aver visto qualcosa che nemmeno ricordo. Beh, la cosa è questa: fino alla fine degli anni cinquanta nelle case, non solo quelle della periferia romana, tutta l’area delle pareti che delimitavano in verticale l’angolo dove erano sistemati i fornelli era rivestita con piccole tesserine colorate, in pietra. Di solito azzurrine o verdi chiare. Le tesserine venivano applicate a mo’ di mosaico sul muro e la loro utilità consisteva nell’evitare i danni dovuti al calore delle fiamme. È vero aveva anche un suo perché estetico.

Quell’angolo era l’angolo delle donne di casa e loro ne andavano fiere, lo lucidavano e lo mantenevano sempre “lindo e pulito”. Non c’era mai uno schizzo di sugo, di quello buono, uno di quelli che, sobbollendo allegramente per ore nella pentola (rigorosamente “de coccio”), ogni tanto lanciava dispettosamente uno sputo di quel liquido, rosso, denso ed odoroso che poi si sarebbe unito in un abbraccio voluttuoso con le fettuccine della domenica, ovviamente fatte in casa.

Quel mosaico, generalmente sviluppato ad elle ma anche su di un’unica parete, è per me ora una fotografia in bianco e nero. Per le famiglie di allora credo che ad un certo punto probabilmente sia diventato insopportabile. Ricordava tempi grami, la povertà, la guerra e le case vuote di mobilio. Si avvicinava il boom degli anni ‘60, c’erano più possibilità, ma queste di fatto si traducevano in miseri mucchietti di 10 lire in più a famiglia. Le dieci lire della nostra infanzia, quelle con le spighe sul davanti e l’aratro dietro, quelle che ci compravi 10 pescetti in latteria o una cosiddetta “pesca” dal nonnetto davanti a scuola. Ve la ricordate la “pesca”? Era, in pratica, il supporto di cartone del rotolo di carta igienica, leggermente schiacciato e riempito con cose di poco conto, una laccio di liquerizia, un soldatino di plastica e due o tre gettoni colorati, sempre di plastica, con stampigliato un valore virtuale che rimandava a chissà che cosa; il tutto incartato a mo’ di caramella con una carta increspata di ogni colore.

In quegli anni si cominciavano a vedere le prime “cucine americane” e le prime “macchine a gas” (ancora alimentate con la bombola). I moderni frigoriferi, chiamati allora “frigidaire”, andavano a sostituire le vecchie ghiacciaie. Scomparivano le credenze con il piano centrale con gli specchietti. Tutto cambiava, non c’era più spazio per quell’orrore di mosaico. Aveva fatto il suo tempo, non c’era più bisogno di lui in casa. E così in molti se ne liberarono.

Tutti i calcinacci che si producevano a Centocelle finivano su quello che noi di Via dei Virgulti chiamavano “er prato”, altri delle vicine vie “er pratone”, altri, quelli che volevano fare gli chic, “la Tenuta Somaini”. Per noi bambini “er prato” era sterminato, non aveva fine, iniziava con una salita e poi c’erano i “montarozzi”, quindi zone piane dove si realizzavano estenuanti partite che finivano solo quando non c’era più luce del giorno, e poi campi di gramigna infiniti interrotti di tanto in tanto da vecchi casolari abbandonati. In uno di questi aveva abitato, ed intorno ad esso aveva il suo ovile, Bastiano (era il suo vero nome oppure glielo avevamo affibbiato noi?), l’irascibile pastore (“er pecoraro”) sempre pronto a lanciarci qualcosa dietro o ad aizzarci i suoi cani per reazione ai nostri scherzi non sempre di poco conto. “Er prato” finiva al borghetto di Villa Gordiani, ma lì noi non ci arrivavamo, nemmeno i più sfrontati o coraggiosi. Quella zona era “off limits”, quelli del borghetto, si diceva, erano cannibali assetati di sangue, gente primitiva da temere. E noi restavamo lontano. Stavamo più indietro. Stavamo soprattutto tra i “montarozzi”. Questi permettevano di giocare a guerra, anzi erano ottimi ripari, ma soprattutto erano una miniera di munizioni quando si giocava a sassaiola.

Nei “montarozzi” c’era di tutto, c’erano i sassi, c’erano le pietre piatte per il “buriolo”, mattoni con cui tirare su muretti a secco che duravano pochi giorni perché c’era sempre chi te lo buttava prepotentemente giù in segno di dichiarata superiorità. Il bullo o semplicemente quello che aveva qualche anno in più e faceva valere la sua maggiore forza. Quei “montarozzi” diventavano sempre più numerosi, cambiavano persino la loro morfologia, diventavano sempre più alti e ricchi di cose da trovare. Quando le famiglie vollero liberarsi per sempre di quel mosaico antico che campeggiava in cucina, le sue tesserine finirono tutte tra i “montarozzi”. Gli italiani volevano essere “moderni”, volevano una cucina come quella della “moderna” famiglia americana.

Quando vedemmo quelle tesserine la prima volta là sul prato tra i calcinacci e pezzi di mattone, ci colpì la loro brillantezza, ci sembrava di poterle guardare dalla superficie fino alla profondità, scoprendo i suoi punti luminosi. Ci apparvero subito preziose, “sbrilluccicavano” ed erano sicuramente magiche. Una volta raccolte in un certo numero, ci divertivamo a creare nuovi mosaici ma il gioco più attraente che potevamo fare era dar sfogo alla loro magia. Ed allora era sufficiente un pennino (la Bic era di là da venire) e pennini ce ne erano ovunque nelle case, a scuola e persino nelle tasca dei nostri calzoncini. Malgrado la loro punta ci pungesse ad ogni movimento, imperterriti continuavamo a portarlo in tasca perché sfregandolo sulla tesserina di pietra si riuscivano a fare delle grandi scintille che riducevano la loro brillantezza proporzionalmente al consumarsi del pennino. Noi pensavamo che quelle scintille fossero gli “sbrilluccichii” che uscivano dalla sua più intima materia. Come se questa fosse fatta di un materiale siderale caduto, quasi per caso, su uno dei tanti “montarazzi der prato”.



Commenti

pubblicato il domenica 6 marzo 2016
cri52, ha scritto: Mi piacerebbe che i tuoi racconti venissero pubblicati sui libri delle elementari... uno ogni tanto nel reparto "storia". La nostra generazione, custode di immense trasformazioni, sta finendo senza che le nuove generazioni abbiano avuto la possibilità di cogliere l'intensità "leggera" di quegli anni subito dopo la seconda guerra mondiale. Noi abbiamo vissuto e abbiamo ascoltato i racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni, racconti di fatiche e lotte ma anche di pietruzze magiche e scintillanti.... ora sembra che nessuno voglia più ascoltare. GRAZIE!

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