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lavoro pubblicato domenica 7 dicembre 2014
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L’intero valore di quest’oro sarebbe di Lire 182,35

di Sapodilla. Letto 692 volte. Dallo scaffale Storia

Don Carlo, esamina gli oggetti e osserva il marchio con la lente d’ingrandimento. E’ oro a diciotto carati. Posti gli oggetti nel bilancino dopo di averli pesati e ripesati, fatta una moltiplicazione e una addizione presenta l’offerta:

Giulietta fa gli onori di casa ai nuovi arrivati. Per prima fa entrare una vedova vestita tutta di nero che, per malattie sofferte dai figli, si era ridotta nella necessità di pignorare un bracciale d’oro, due paia di orecchini, un anello e un serragola posti in una scatola, rivestita di pelle gialla all’esterno e all’interno di raso in seta color rosso. Don Carlo, esamina gli oggetti e osserva il marchio con la lente d’ingrandimento. E’ oro a diciotto carati. Posti gli oggetti nel bilancino dopo di averli pesati e ripesati, fatta una moltiplicazione e una addizione presenta l’offerta:

— Ho pesato cento quarantasette trapezi a Lire 1,29. L’intero valore di quest’oro sarebbe di Lire 182,35. Non posso darvi per questo pegno più di cento lire, da restituir detta somma dopo sei mesi, oltre agli interessi del trenta per cento.

— Signore, per gli interessi prendetevi quanto volete, ma non posso acconsentire al tempo, ho bisogno almeno di un anno di dilazione, perchè devo avere liquidata la pensione, che mi spetta come vedova di impiegato, e non sarà prima di un anno.

— Un anno! è troppo. Noi viviamo a giorni, e voi domandate un anno di dilazione.

— Ve ne prego, signore, non posso assolutamente restituirvi prima il vostro danaro.

— Ebbene vi accorderò nove mesi, ma devo farvi conoscere le altre condizioni necessarie a sapersi e sono che, passati i nove mesi e non restituendo il danaro con i rispettivi interessi, i vostri oggetti resteranno venduti senza poter pretendere altro dalla cassa; l’accettate questa condizione?

— L’accetto, ma vi prego di darmi un anno di tempo.

— Non posso affatto. Questo è il vostro oro, questo è il mio danaro, siete padrona di ritirare o l’uno o l’altro.

La povera vedova vedutasi alle strette con le lagrime agli occhi ritira il danaro, saluta don Carlo e va via.

Entra un signore dall’età di circa cinquanta anni, intera la barba lunga e grigia da coprirgli il petto, lo accompagna una sua servetta con un pesante fagotto sul capo che, aiutata dal padrone, sulla scrivania di depone, don Carlo. E’ costui un padre di cinque figli, di cui il primo studia il sesto anno di Medicina nell’Università di Napoli e deve fare il deposito per la Laurea. Stretto dall’urgente bisogno, è venuto a pignorare un ricco servizio da tavola e da caffè in argento, costretto dalla crisi agraria e commerciale, che affligge da più anni l’Italia. Oh, i sacrifici che fanno i poveri padri di famiglia per l’educazione dei figli! possano essi rispondere colla meritata gratitudine.

— Come faremo? — chiede don Carlo a quel signore — manca il bilancione. Avrete la bontà di favorire domani?

— Arrivederci, signore.

— Teresa, Teresa — chiama don Carlo. — Nessuno risponde, quale diavolo se l’è presa, dove è andata?

— Eccomi qua, stavo in cucina a frullare il cioccolato.

— Che cioccolata! quando è tempo di lavorare, non si deve pensare a altro. Ieri non badammo a comprare un bilancione per gli oggetti d’argento, devi andare subito tu stessa dallo stesso fabbricante dove comprammo il bilancino, Piazza Municipio 128; comprerai un bilancione della portata di kilogrammi venticinque. Dobbiamo lavorare, perchè gli affari pare che vadano bene.

— Mi vesto e vado subito.

Don Carlo se ne torna in salotto.

— Giulietta, avanti il prossimo.

Ecco entrare una giovane di venti anni, di bello aspetto, linda in tutta la persona avvolta in decente veste, ma con la impronta del dolore sulla fronte. Le si vedevano gli occhi rossi di pianto e le guance solcate da lacrime. Era mesta e afflitta, quella mestizia la rendeva più bella e più interessante. Aveva da sei mesi sposato un capomuratore, lo sventurato dopo tre mesi di matrimonio era caduto dal terzo piano di un palazzo in costruzione e si era fratturata una gamba, che l’aveva reso incapace al lavoro fino a quel giorno. La infelice moglie aveva a uno a uno venduti tutti i mobili di casa per sostentare l’infermo marito, e ora non le resta altro che pignorare l’oro matrimoniale. Quale spada dolorosamente trafigge il cuore di una giovane sposa, quando è costretta a privarsi di quegli oggetti che ricordano il giorno del matrimonio. Quella giovane sposa rassegnata depone sul tavolo di don Carlo gli oggetti a lei tanto cari. E l’ex Capourbano di Santo Stefano la tratta colla sua abituale durezza, come aveva trattato tanti altri disgraziati.

L’uno dopo l’altro, chi per una sciagura e chi per un’altra, venti persone si recarono quel giorno da don Carlo, il quale fece quasi altrettante operazioni di prestito, se non morali vantaggiose, e ne avrebbe fatte altre se l’ora avanzata glielo avesse permesso.

— Giulietta.

— Comandate, don Carlo.

— Vi sono altri in attesa in antisala?

— Un’altra diecina, che attendono di...

— E’ tardi, è tardi, non ne posso più, dite che ritornassero domattina alle nove.

(da La Vittima Sconosciuta ebook di J G Sapodilla)



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