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lavoro pubblicato martedì 25 novembre 2014
ultima lettura venerdì 2 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lacrime Rubino

di Fry. Letto 451 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ripropongo i primi due capitoli del mio racconto "Lacrime Rubino", che potrete scaricare per intero su tutti i siti di ebook, oppure trovarlo su GooglePlay. Codice ISBN: 6050316724


Lacrime Rubino

Un'occhiata al cielo cupo e minaccioso sopra la mia testa dovrebbe esser sufficiente a farmi desistere, spingendomi lontano dalla cima, verso il sentiero dalla quale provengo. Il passo è sempre più stentato e le scarpe affondano nel terreno, come se persino il fango volesse trattenermi dall'andare oltre.
Eppure, incespicando, le mie gambe continuano la loro inesorabile marcia verso la sommità della collina, ai piedi dell'Albero Rosso...


La città di Killorglin è conosciuta nel resto del Paese per una sola attrazione: la "Puck Fair".
La Puck Fair è una stupida festa locale che si celebra ogni anno il dieci agosto, terminando poi la notte del dodici. Prende spunto da una leggenda popolare vecchia di ottocento anni, e Dio solo sa quale mente malata possa averla concepita.
Parafrasando i libri di storia, una limpida notte d'estate gli inglesi tentarono di invaderci.
Non era certo la prima volta, s'intende, ma fino ad allora gli attacchi dell'esercito di Sua Maestà si erano limitati alla costa orientale dell'isola. Con un astuto stratagemma, invece, i sudditi attraccarono sulla costa occidentale, a poche miglia da Killorglin.
L'esercito inglese, tuttavia, non aveva considerato che la nostra amata terra, a differenza della loro, pullula di sagaci animaletti del bosco. Un caprone selvatico, il "Puck" di cui sopra, si mise a belare contro l'invasore, portando l'allarme in tutta la cittadella, che non credette ai propri occhi quando vide un manipolo di soldati bardati di croci rosse avanzare nell'entroterra.
La questione si risolse in poche ore: gli inglesi vennero sconfitti e rispediti al mittente, ed il nostro caro caprone fu eletto Re di Killorglin...
Difficile confutare tutta la faccenda, ne convengo io stesso; ma da quel giorno, ogni anno, viene celebrato l'insano rituale di incoronazione del Re.
Il tutto inizia la notte del nove agosto, quando gli uomini della città, obnubilati dall'alcol, si cimentano nella caccia al caprone selvatico vagando per i boschi circostanti. I baldi cacciatori ritornano poi verso l'alba con l'animale, vivo, legato ed imbavagliato come un vero prigioniero di guerra.
Il poveretto viene quindi scortato nella piazza principale della città, dove il giorno seguente avverrà l'investitura della "Regina", altro guizzo romantico tutto nostro, scelta solitamente tra le ragazze dell'ultimo anno di scuole superiori.
Badate bene, ora, al compito che rivestirà la ragazza: la Regina, infatti, ha un ruolo chiave in tutto questo delirio, perché è colei che pone una corona, a volte di legno, altre in ferro battuto, sul capo dell'animale, eleggendolo a suo Re e consorte.
Celebrato il matrimonio, in barba a qualsiasi legge del buon gusto, i successivi due giorni e tre notti sono dediti all'alcol e ai festeggiamenti, senza particolari restrizioni o fiscalismi da parte della Garde Sìochàna.
La Puck Fair attira migliaia di persone da tutto il Paese, ed è un'ottima occasione di guadagno per chi, come mio padre, gestisce un pub fatiscente.
Alcol, baldoria e matrimoni misti: cosa potrebbe attizzare maggiormente le folle?
Da qualche anno a questa parte, inoltre, la festività richiama a sé decine di giostrai da tutta Europa e persino numerosi clan di pavee; questo ha sì aumentato il flusso di visitatori, ma anche di furti e raggiri.
Zingari e Italiani vanno a nozze con il Diavolo, diceva sempre mia nonna. Un'affermazione un po' razzista, forse, ma assolutamente vera da queste parti.


Esiste però una seconda attrazione a Killorglin, pressoché sconosciuta al di fuori dei confini cittadini fino ad un anno fa; ed è molto più interessante della prima a mio avviso: la collina Morrigan ed il suo Albero Rosso!


La salita si fa impervia, il fango è sempre più viscoso e i pochi ciuffi d'erba che sporgono dal terreno sono umidi e inafferrabili.
Cado sulle ginocchia e sui gomiti diverse volte, ma l'Albero è di fronte a me ormai, ne vedo la chioma spuntare all'orizzonte ed inconsciamente mi sorprendo ad aumentare il passo; non mollerò proprio adesso.
I piedi perdono improvvisamente l'appoggio, seguiti dalla mano destra che graffia il terriccio. L'altra agguanta per un soffio la sporgenza di una roccia, impedendomi di ruzzolare verso il basso.
Il respiro si accorcia in un lampo e l'adrenalina circola nelle vene, finché le punte delle sneakers trovano un appiglio sufficientemente solido per permettermi di continuare la scalata.
Gli ultimi metri li faccio strisciando, ricoperto dalla testa ai piedi di sporcizia e petali di nigella.
Crollo al suolo esausto, con le tempie che pulsano ed il fiatone. Il mio ultimo, immane, sforzo è quello di sdraiarmi a pancia in su, col viso rivolto verso il cielo plumbeo di questo pomeriggio.
« Ehi, che fai lì sdraiato? »
Il sorriso smagliante di Ksenia fa capolino nel mio campo visivo.
« Sono stanco... » borbotto ansimando.
Lei gira attorno alla mia spalla, scavalca il braccio disteso e si siede su di me come nulla fosse. Abbiamo percorso lo stesso sentiero fangoso, ma a differenza del sottoscritto i suoi vestiti sono intonsi, come appena usciti dall'armadio di camera sua. Mi domando come faccia ad avere quell'andatura tanto goffa e non caracollare ad ogni passo!
« Sai, avevi proprio ragione... » dice arrotolandosi le maniche della felpa, « Oggi l'Albero sembra più rosso del solito. »
« Te l'avevo detto, Key. » rispondo con uno sbuffo.
« È l'effetto della pioggia di ieri? »
Punta i gomiti sulle ginocchia e le mani sotto il mento, senza curarsi del petulante divano riccioluto che ha sotto il sedere.
« Può darsi, non lo so... Ora potresti alzarti? Non sei leggera come credi! »
« AH! » esclama divertita, saltellandomi sulla pancia. « Non sono io quella sovrappeso! »
Si rialza schiacciandomi l'addome, per poi porgermi le mani e aiutarmi ad uscire dalla pozzanghera melmosa nella quale mi sono rotolato. Sono contento di averle fatto da seggiolino, dico davvero, ma il fango è penetrato fin dentro le maniche della felpa e i risvolti dei pantaloni, raggiungendo luoghi meno nobili.
Il nostro passo si fa incerto a qualche metro dal nostro obiettivo, e i nostri sguardi vengono rapiti dai suoi colori sovrannaturali.
Ksenia mi precede di qualche metro, ciondolando sino ai piedi delle radici, col naso all'insù e le spalle inarcate.


L'Albero Rosso si staglia contro il cielo, macchiando di punti scarlatti la monocromia delle nuvole; secondo la leggenda, qui risiedono l'anima ed il corpo della dea Morrigan.
Morrigan, o La Morrigan, a seconda delle translitterazioni, è stata madre e carnefice di ogni regno celtico, sin dalla notte dei tempi. Protagonista nei versi del Ciclo di Ulster, era la donna dai capelli di fuoco e le vesti in fiamme, colei che brandiva l'ascia da guerra - per sterminare chi minacciava i figli d'Irlanda - ed al tempo stesso portava la vita: laddove il sangue macchiava la terra, infatti, il suo splendido sguardo smeraldo si posava. I corpi si tramutavano in alberi, le lacrime divenivano pioggia.
La leggenda vuole che Morrigan, dopo aver attraversato un campo di battaglia al culmine dello scontro, aprisse finalmente gli occhi sulla crudeltà e l'odio insiti nel genere umano. Capì che lo stesso sangue versato dal mondo era macchiato della sua impronta di divinità terrena.
Inorridita e sgomenta, scelse di venir meno al proprio destino di Madre delle anime mortali e trovò rifugio sulla sommità di una collina, dove pianse per giorni e giorni; incapace di morire perché immortale, incapace di vivere in quanto prosciugata di ogni sentimento.
Giunta allo stremo delle forze e attanagliata dal dolore, la dea Erìu, sorella maggiore della povera Morrigan e Madre del Tutto, le concesse sì la morte, ma nel modo più cruento possibile: piangere ogni singola goccia di sangue.
Quando il suo corpo ormai stremato cedette fu assorbito dalla terra, e nel luogo in cui si tolse la vita fiorì un albero.
Un albero unico nel suo genere, per aspetto e longevità, con una corteccia pallida e liscia ricoperta di migliaia di macchioline scure simili a lentiggini e radici talmente possenti e voraci da affondare fino al centro dell'altura.
A sormontare il tutto, una rigogliosa e lucente chioma dalle foglie scarlatte risplende di luce propria, visibile da lontano persino di notte, come se le fiamme l'avvolgessero.
L'Albero Rosso non ha mai perso una foglia dacché si ha memoria; nemmeno d'inverno, quando la temperatura scende sotto lo zero ed il gelo è così intenso da spezzare le ossa. Le sue tinte sono sempre ben visibili, anche con la nebbia portata dal fiume Laune.
La chioma scarlatta non sfiorisce...
E quando il vento scuote i rami più alti, è come se Morrigan scuotesse i suoi capelli.


« Ora? » la voce di Ksenia mi riporta alla realtà.
« Come? »
« No, dico... e adesso? » sussurra lei slacciandosi la felpa fino a mostrarmi la curva del seno.
Le passo di fianco, sedendomi sulla radice più sporgente. « E adesso siamo qua... » dico appoggiandomi al tronco.
Ksenia si lascia sfuggire uno sguardo deluso, « Pensavo volessi fare sesso. »
Scoppio a ridere, indicandole i miei vestiti, « Come faccio ad aver voglia di fare sesso con tutto questo fango addosso? Mi hai forse preso per una lottatrice in bikini?! »
Lei mette il broncio, sedendomisi in grembo.
« L'Albero Rosso... » dice con uno sbuffo.
« Così ti sporcherai anche tu! » gracchio, mentre dalla manica gronda acqua sporca.
« ...ed il suo rosso fogliame. » replica indifferente.
La stringo al petto, con rumori sinistri che escono dalle pieghe dei vestiti inzaccherati.
« L'aria quassù ha un profumo diverso... è come se tutti i fiori del Kerry fossero rivolti verso questa collina.» esclama inspirando a fondo.
Un refolo di vento le solletica il viso, facendo scivolare sugli occhi zaffiro una ciocca di capelli color rame; lei ci gioca per un po', prima di passarlo dietro l'orecchio, con tanta grazia da lasciarmi senza fiato.
Non c'è bisogno di parlare.
Rimaniamo in silenzio, cullati dal fruscio delle foglie e dal fischio timido dell'aria, gli occhi rivolti all'orizzonte, dove le collinette più lontane si uniscono a nuvoloni grigi carichi di pioggia.
L'estate è a metà del suo corso, ma le numerose precipitazioni degli ultimi giorni hanno contribuito ad abbassare le temperature. Il risultato è questo pomeriggio dall'aspetto autunnale e lo spirito primaverile, un perfetto pascolo per caproni.
Se i ragazzi saranno fortunati, la caccia non durerà molto.
« Pensi che Maddy ci stia guardando? » chiede Ksenia all'improvviso.
La domanda mi coglie del tutto impreparato; così, prendo qualche secondo per pensare ad una risposta vagamente credibile, mentre lei poggia la testa sulla mia spalla appiccicaticcia e alza lo sguardo verso le foglie più basse. Le scosto i lunghi capelli per non sporcarli ulteriormente e la stringo ancor più forte a me, baciandole una guancia.
« Sì, credo di sì. »
È curioso come la mia voce assuma sfumature più acute quando altero la realtà dei miei pensieri; anche se, in questo caso, si tratta di una falsa verità, detta a fin di bene per giunta.
Ksenia sorride, lasciandosi cullare dal mio abbraccio. « È già trascorso un anno... »
Prendo la sua mano e lei tira la mia verso le labbra, baciando il dorso.
« Il tempo è volato in un attimo. » convengo.
« Già... ti ricordi la nostra ultima festa, proprio qui? Sembrava così felice... »
« Eravamo tutti felici! » esclamo, pronto a cambiare argomento. « Bright si era addormentato a testa in giù sul prato e lo abbiamo portato fino in città a piedi, per poi mollarlo in groppa alla statua del Puck! »
Il mio sorriso va malamente a vuoto, così come il tentativo di cambiare discorso.
« Chissà cosa ha provato in quei momenti. » sussurra appena.
Gli occhi diventano inespressivi e capisco che la sua mente sta tornando a quella fatidica notte.
La scrollo, cingendole le spalle. « Ehi. »
« Avrei dovuto capirlo, no? » dice soffocando l'emozione.
Le bacio il collo, abbandonando la testa sulla sua spalla.
« Non hai colpe. » le rispondo con tono dimesso.
La sua risata è amara, lontana anni luce. « Non l'ho capito... »
Le tremano le mani.
« Ne abbiamo già parlato, piccola. Nessuno di noi poteva aspettarsi una cosa simile. »


Madeline "Maddy" O'Sullivan era una stronza di prima categoria, ci tengo a precisarlo fin da subito!
So che dovrei portare rispetto per una persona che ora non c'è più e altre amenità intellettuali simili, ma non l'ho mai sopportata quand'era in vita e non la sopporto nemmeno adesso da morta!
La sua stupida faccia, i suoi stupidi atteggiamenti da principessina e la sua stupida vocetta stridula mandavano in bestia chiunque avesse la sventura di frequentarla, sempre pronta ad ergersi a paladina di chissà quale legge superiore.
Fanculo!
L'unico motivo di cordoglio, per quanto mi riguarda, era la profonda amicizia che legava Ksenia a quella spocchiosa rompi scatole. Il ché rese anche il sottoscritto una "vittima" del suo drammatico suicidio.
Per sei mesi, dopo la sua dipartita, io e Ksenia fummo costretti dal preside della nostra scuola a frequentare un dannato psicologo dalla parlantina cantilenante, il cui unico scopo era un'insensata e perenne ricerca del vero male che affligge i giovani d'oggi e sciocchezze di ogni genere.
Fanculo!


« Brian mi ha detto che durante la cerimonia d'apertura farà un discorso in suo onore. » dice Ksenia, soffiandosi il naso nel fazzoletto che le ho porto.
La smorfia dipinta sul mio volto parla da sé, ma fortunatamente non può vederla. « Credo sia giusto così... no?! » rispondo ipocritamente.
Una stronzetta di meno, ve lo posso garantire!
« L'Albero non porta più nemmeno i segni della corda... »
Sposto gli occhi verso il ramo più grande, studiandone le venature biancastre e le chiazze imbrunite.
Il dieci agosto dello scorso anno, trovammo "Maddy" impicciona O'Sullivan proprio qui, a pochi metri dall'abbraccio che mi unisce a Ksenia.
Quando in città si sparse la voce della sua scomparsa, io e Key iniziammo a cercarla per tutta la notte. Nessuno la vedeva da quella mattina, poco dopo l'incoronazione, e assecondando i timori di Ksenia allarmammo quanti più conoscenti possibili: Bright, Riley, Sam e Marie furono i primi ad accorrere, seguiti a ruota da Tim Neill, Brian ed altri, che si unirono a noi nella perlustrazione notturna dei boschi.
Sembrava che Madeline si fosse volatilizzata nel nulla, senza lasciare traccia.
Alla ricerca si aggiunsero persino i turisti ed i giostrai: i primi tramortiti dalla birra, i secondi timorosi di perdere la fonte dei loro profitti.
I nostri tentativi di rintracciarla furono un buco nell'acqua colossale, finché il sole spuntò oltre le colline, illuminando le foglie dell'Albero e accendendole come candele. Ricordo che la nebbia si dissolse in pochi minuti, come a volerci spronare ad uscire dalla boscaglia, premendo perché andassimo verso la collina Morrigan.
Quando riuscimmo a superare le ultime fronde, il sole aveva infiammato le tinte dell'Albero. Da un ramo pendeva ciò che andavamo cercando; sul capo portava ancora la corona in ferro battuto di Regina della Puck Fair, mentre dagli occhi semichiusi sgorgavano lacrime a graffiarne gli zigomi.
Lacrime rubino...
Ogni festeggiamento fu cancellato, naturalmente, e la città, con buona pace della tranquilla spensieratezza che da sempre la caratterizza, piombò nel panico.
Le TV di tutto il mondo invasero Killorglin in un paio di giorni, gettando scompiglio e facendo domande sempre più inappropriate, inculcando sospetti e attizzando pregiudizi mal sopiti. La Garde prese di mira tutti quelli che conoscevano Maddy, e date le dimensioni di un piccolo centro come il nostro, anche il capo stesso della Polizia locale fu interrogato...
La faccenda non accennò a sgonfiarsi nelle settimane a seguire, e coinvolsero anche chi, nel periodo della Puck Fair, è di passaggio.
I giostrai e i capi famiglia di quel circo barocco che ogni anno spunta tra le colline di Killorglin ne uscirono definitivamente puliti quando l'autopsia dimostrò che Madeline si era effettivamente suicidata, dissipando ogni dubbio ancora esistente.
Il sindaco Laverty chiese pubblicamente perdono per il trattamento riservato ad ogni sospetto, promettendo in cambio una festività particolarmente vivace l'anno seguente.
Per onorare la memoria di Maddy, le votazioni per eleggere la Regina della Puck Fair di quest'anno sono state sospese. Ne convengo con voi, qualunque persona sana di mente avrebbe annullato in toto l'intera cerimonia, rimandando a tempi migliori il matrimonio annuale tra la bella e la bestia.
Il comitato organizzativo della festa, tuttavia, non ha voluto sentire ragioni, e sotto la sapiente guida del sindaco ha pensato bene di celebrare una festa commemorativa, scegliendo la sposa del caprone tra le migliori amiche di Madeline.
Mi sembra più che doveroso fare una precisazione, giunti a questo punto: Madeline O'Sullivan non aveva nessuna dannata amica, eccetto Ksenia...
Ancora oggi, gli abitanti di Killorglin evitano di puntare lo sguardo verso l'Albero, sostenendo vi sia una qualche tribale maledizione ad impregnare l'area nei pressi della collina Morrigan.
Molti credono che lo stesso spirito della dea abbia scelto la Regina come vittima sacrificale, imbevendo le sue radici nel sangue dell'altra. Ipotesi assecondata da diversi ciarlatani del paranormale e finti pennivendoli da strapazzo. Sono solo fesserie.
Eppure, da sei mesi a questa parte nessuno mette più piede sulla collina, eccetto io e Key, tutti pronti a scommettere che la maledizione esista e sia una una minaccia reale.
Nemmeno i nostri amici vogliono più sentir parlare di questo posto, seppur impossibile da non vedere.
È come quando in una grande città incontri un senzatetto: sai che c'è, ne vedi gli stracci e ne senti la puzza, ma fai finta di nulla.


Devo essermi leggermente assopito nell'abbraccio di Ksenia, perché il suono di un clacson mi coglie di sorpresa. Lei scuote la testa, indicandomi un punto ad ovest, verso la cittadella.
« Stanno arrivando gli ultimi casinisti. »
« Perché devono suonare il clacson? » sputo irritato.
Ksenia scrolla le spalle, « Si vogliono annunciare alla città, credo. »
« Sì, ma prima che i loro trabiccoli siano pronti e funzionanti ci vuole almeno qualche ora... così facendo rompono solo le scatole! »
Lei mi batte la testa sul petto come rimprovero, « Vorrà dire che stanno salutando i loro compagni d'avventura. Che male c'è? »
« Nulla... » rispondo, gettando uno sguardo alla strada asfaltata. « Solo non sopporto che vengano qui a fare tutto quel casino. »
Key inclina la testa per guardarmi negli occhi, « Da quando in qua ti danno così fastidio? »
« Da quando strombazzano per annunciarsi! » grugnisco.
Lei fa finta di nulla, tornando con il mento all'orizzonte.
« Si è fatto tardi. » le dico.
« Ancora dieci minuti... » sospira.
Le spingo il busto in avanti, spronandola a rialzarsi. « Sono di turno al pub stasera. »
Ksenia sembra scender dalle nuvole, « Devo ancora provarmi il vestito. Vieni da me? Ho bisogno di una mano con la chiusura lampo. »
« Non mi stavi ascoltando, vero? »
La sua fronte si corruga in piccole pieghe appena accennate.
« Devo stare al pub questa sera. » ripeto.
« No! » piagnucola, « E come faccio col vestito?! »
Allargo le braccia, non sapendo cosa dire. Sul volto di Ksenia però compare la tipica espressione da bambina offesa alla quale non so resistere. « Vieni da me a dormire. » propongo.
Lei annuisce energicamente, schioccandomi un bacio in grado di tramortire una statua. « Affare fatto! »
Il pensiero di partecipare attivamente alla Puck Fair mi repelle, e non solo per la suddetta edizione della memoria, ma non potrei mai voltare le spalle a Key.
So fin troppo bene quanto tenga alla festività di quest'anno.
« Adesso sarà meglio andare, ho promesso ai ragazzi che avrei offerto loro una pinta di buon augurio per questa notte. Domani è il tuo grande giorno. »
Lei si scosta da me e si rialza, battendo la mano sulla radice. « Già... Domani a quest'ora sarò la Regina della Puck Fair, e dovrò essere la donna di un animale sporco, puzzolente e peloso. »
Colgo al balzo l'ironia della sua frase, « Mi stai dando del caprone?! »
Ksenia scoppia a ridere , prima di fuggire a gambe levate « Aiuto! Sono la ragazza di un animale! Salvatemi! » strilla divertita.

2


Il rintocco della campana scuote il paese, riecheggiando in ogni vicolo addormentato. L'occhio si apre leggermente, incrociando il numeretto a led impresso sulla sveglia: cazzo, sono le 4 e venti di mattina...
Mi metto a sedere, col cervello che fatica a ricostruire lo spazio intorno a sé e le palpebre che si chiudono ad intermittenza. Il primo pensiero è che in camera mia ci sia un caldo continentale, a dispetto della finestra aperta e del fresco venticello che aveva seguito la pioggia nel tardo pomeriggio di ieri.
Ksenia dorme profondamente al mio fianco, ignara del fatto che l'intera Killorglin si stia già animando per la sua incoronazione.
Le passo una mano sulla fronte, scostandole una ciocca di capelli dalla guancia.
La via sulla quale affaccia casa si riempie di grida e schiamazzi d'ogni genere: canti, risate e passi da elefante sembrano provenire da ogni direzione; così, malvolentieri, scendo dal letto e mi avvicino alla finestra.
Trovo le sigarette nella tasca dei jeans, e lasciandomi cadere sulla sporgenza del davanzale ne accendo una, soffiando il fumo verso l'alto.
I ragazzi sono tutti per strada, sudici e provati come di ritorno da una guerra, il fango ad appesantire i vestiti ed ettolitri di birra nello stomaco, a giudicare dalle grida.
E pensare che quando hanno lasciato l'Hanging sembravano sobri!
Brian capeggia la comitiva, reggendo a malapena una torcia da vichingo per illuminare la strada: dovete sapere che durante la Puck Fair ogni aggeggio elettronico viene spento o disattivato, compresa l'illuminazione stradale, riportando l'intera cittadina alla tradizione medievale.
Onestamente, ho sempre avuto il sospetto che se non fosse così di moda il sapone, oggigiorno, per questa stupida festività proibirebbero persino quello...
Dietro a Brian scorgo i volti stralunati di Sammy, Riley, Tim e Connel, che a loro volta reggono sulle spalle un grosso palo di legno dalle estremità piatte, affiancati dalle loro sgraziate e antipatiche fidanzate. Al centro del gruppetto invece, legato come un salame, un caprone dalla pelliccia nera e i riflessi grigiastri bela impazzito, cercando di liberare con tutte le sue forze il corpo e le zampe impacchettate all'asta.
Non ho una grande memoria fotografica, lo ammetto, ma ho la netta sensazione che quel povero animale sia lo stesso caprone dell'anno scorso.
Alle spalle dei ragazzi ci sono un centinaio di persone, per lo più turisti, eccitati dall'idea di celebrare con gozzoviglie ed ulteriori alcolici la tre giorni di festività. Tra di loro noto molte signore e bambini, il ché mi fa presumere che i relativi mariti abbiano approfittato della gita notturna per svignarsela e andare a bere.
Allungo il collo per vedere meglio la massa di persone, ma tra loro non riesco ad individuare Bright e Marie. La loro assenza sospetta darà adito ai pettegolezzi di Ksenia circa una loro relazione clandestina.
Brian starnazza a più non posso una canzone dalle parole incomprensibili, quando per un attimo sembra perdere la Trebisonda, svoltando in un vicolo cieco che termina con un muro agghindato di rampicanti. Rispunta qualche secondo dopo, salutando il resto della compagnia come se non li vedesse da mesi, nell'ilarità generale di tutti i presenti.
Secondo la tradizione popolare, il primogenito del patriarca cittadino deve condurre la caccia; Brian è il figlio del sindaco Laverty, e in quanto tale ogni anno da cinque anni guida i prodi cacciatori nei boschi circostanti, accompagnando il tutto con cori di incitamento e spirito cameratesco. È un ruolo che gli s'addice quello di capetto, devo dire.
La combriccola prosegue verso il centro del paese, dove il caprone verrà messo in gabbia e dove i meno festaioli dormiranno all'aperto in tende di fortuna, assieme al "nostro" futuro Re. I più temerari, quelli con un tasso di spirito ben oltre l'umano raziocinio, passeranno invece il resto della nottata oltre il ponte, dove alcuni zingari hanno allestito già da questo pomeriggio chioschi di ogni genere.
Ora che ci penso, è trascorso esattamente un anno dall'ultima occasione in cui la compagnia si trovò riunita, circa ventiquattr'ore prima che Maddy... beh, avete capito.
Quella volta un gruppo di italiani ci sfidò ad una partita di calcio, proponendo di annaffiare ogni gol incassato con fiumi di "stout".
Il calcio dalle nostre parti non è mai stato lo sport più popolare, anche se ogni irlandese considera Roy Keane come una leggenda vivente; troppo snob per le nostre ruvide abitudini, troppo inglese per essere preso sul serio.
Il match si concluse con un signorile sette a uno per gli spaghetti-boys, con Ksenia e Marie improvvisatesi arbitri e giudici della partita, le quali finirono col lanciare sassi ed insulti vari contro i nostri avversari.
Tutto inutile, quella notte fu un genocidio di Beamish!
Il ricordo di quella serata è impresso nel mio cuore, così come nella memoria di Key e di tutti gli altri, seppur con diversi buchi temporali causati dalla generale condizione etilica. Dopo il fattaccio, e l'inevitabile crollo psicologico di alcuni di noi, prendemmo strade diverse, allontanandoci irrimediabilmente dagli altri.
L'aspetto paradossale di vivere in un piccolo paese in mezzo al nulla però è imbattersi regolarmente con chi non frequenti più. I ragazzi sono sempre al pub, per esempio; e non perché vi sia l'intento comune di ritrovarsi, ma per il loro naturale amore per la birra.
In un certo senso, credo che l'augurio di tutti sia che la Puck Fair di quest'anno possa riunirci, dato che fino a quella fatidica notte la compagnia sembrava solida come roccia, ed era la seconda cosa alla quale tenevo maggiormente nella mia vita.
La prima, voltandomi verso il letto, dorme con le gambe aperte e la canotta al contrario...
Riporto lo sguardo ai ragazzi e aspetto che si allontanino, poi lancio il mozzicone verso la strada ciottolata. Faccio scivolare i piedi sul pavimento tiepido, stiracchiando ogni fibra del mio corpo: alle otto di questa mattina ho promesso a Ksenia che avremmo fatto un giro tra le bancarelle di dolciumi, e la mia dolce metà è riuscita anche a strapparmi la promessa di comprarle un batuffolo di zucchero filato grande quanto la sua testa.
Prima di ributtarmi sul letto, l'occhio incappa in un punto colorato all'orizzonte, oltre i tetti di pietra grezza e mattoni grigio scuro, verso la collinetta più lontana, dove la foschia del fiume Laune non azzarda a distendersi.
Migliaia di scintillanti occhi scarlatti sembrano fissarmi, mossi da un vento impercettibile che ne anima la forma e ne riscalda i colori.


Quando la mia mente decifra ciò che gli occhi vedono, un brivido gelido sembra scorticarmi la schiena: ai piedi dell'Albero Rosso, sotto le frasche più basse, c'è qualcosa. All'inizio non riesco a mettere a fuoco, troppa la distanza che mi separa dalla collina Morrigan, ma quel qualcosa rimane fermo immobile, come se stesse aspettando di essere scoperta, restando impalata nella sua posa statuaria.
Socchiudo le palpebre e aguzzo la vista il più possibile; un altro brivido mi accappona la pelle: quella non è una semplice ombra, ma una sagoma!
Impossibile, nessuno mette piede lassù da un anno, nemmeno chi visita la città per la prima volta. La storia di Maddy ha fatto il giro del mondo, e nessuno oserebbe salire in cima alla collina, soprattutto di notte.
Il cuore sembra implodere nel petto ed un nodo mi stringe la gola; non posso fare a meno di guardare, attonito e smarrito.
Sotto le fronde dell'Albero Rosso c'è una persona. Anzi no, una ragazza dai lunghi capelli ricci.
« Ehi... » biascica Ksenia, « Che fai lì? »
Mi giro di scatto verso di lei, pallido come un lenzuolo.
« C'è qualcuno sulla collina! » dico con un filo di voce.
Lei combatte contro il sonno, pronta a cedere da un momento all'altro.
« Davvero? Chi? » chiede dandomi le spalle.
« Non sto scherzando, Key. C'è qualcuno lassù! » bisbiglio allarmato.
Il mio sguardo torna all'Albero, pronto a rivedere la sagoma femminile di poco prima.
Sulla sommità della collina però non c'è nulla: chiunque fosse sembra essersi dileguata, lasciando le fronde scarlatte danzare nella notte.
Che l'abbia solamente immaginata?
Ksenia scende dal letto e viene verso di me, sbattendo il mento contro la mia spalla.
« Allora? » domanda, ancora con gli occhi chiusi.
« Non c'è più... » rispondo costernato. Nella mia mente il germe del dubbio si scontra con ciò che ho appena visto: l'ho vista, dannazione, l'ho vista!
« Mi hai fatto alzare per nulla... scemo! » gracchia Key caracollando sul materasso.
Rimango alla finestra ancora qualche minuto, fissando vanamente la collina, ai piedi dell'Albero Rosso. Non posso averla sognata, non ad occhi aperti quanto meno!
Ho appena visto Madeline O'Sullivan...


Il resto della nottata la passo con gli occhi sgranati, col terrore persino di sbattere le palpebre.
La visione di quella cosa mi perseguita fino alle prime luci dell'alba, quando un timido raggio di sole si insinua tra le tende, troppo insistente per essere ignorato. Sciolgo delicatamente l'abbraccio di Ksenia, avvinghiata al mio petto come un poppante, e mi rialzo.
L'aria calda che impregna la camera è opprimente, nonostante la pelle d'oca e le braccia ghiacciate facciano pensare a temperature polari. Non so dove sia finito tutto il sangue del mio corpo, ma in questo momento mi sento a dir poco stordito ed un cerchio alla testa sembra volermi comprimere le tempie fino a farle esplodere.
Dalla via si alzano i primi vocii confusi, ma l'inconfondibile suono del chiavistello arrugginito della porta d'ingresso del pub, sotto la mia finestra, rintocca perentorio tra i rumori di fondo. Un suono vecchio e arrugginito quanto le campane del paese.
Il mio vecchio si è alzato di buon ora, a quanto pare.
Impegno la mente, ripensando alle faccende che mi aspettano questa mattinata, come il giro con Ksenia fra le bancarelle di dolci, l'incoronazione di oggi pomeriggio e le ore piccole dopo il tramonto. Ad ogni intervallo dei miei pensieri però, i riccioli di Maddy si ripresentano, gettandomi nel torpore e nell'incredulità.
Perfino la doccia bollente non dissipa quell'inquietante sensazione di viscido gelido, ed inizio a domandarmi se quella visione non fosse solamente il frutto di un abbaglio. Sapete, un riflesso, o un mero trucco del mio cervello.
Ci rifletto per tutto il tempo, restando con la testa appoggiata al braccio che sostiene il soffione della doccia, finché non giungo all'unica conclusione plausibile: ciò che ho visto era irreale.
Dev'essere così... no?!
Tornando nella mia stanza, trovo Ksenia già vestita e truccata, pronta ad uscire.
« Sei ancora nudo? Forza! » strilla infantile, « Ricorda che hai promesso a questa fanciulla dello zucchero filato per colazione! »
La guardo di traverso, e solo adesso sembra accorgersi che qualcosa non quadra.
« Ehi ma... stai bene? » chiede venendomi incontro.
« Credo di sì, perché? » ribatto.
Mi volto verso lo schermo della TV, sopra il cassettone e mi ci specchio. La persona di fronte a me sembra essere appena uscita da una centrifuga, trasandata ed arruffata come un vecchio calzino.
« Sì... sto bene. » dico al riflesso di Key nello schermo, « Ho solo dormito male, tutto qui. »
Lei storce la bocca in una smorfia, come se il vago ricordo di un avvenimento notturno le stesse riaffiorando alla mente. Un istante dopo scrolla la testa, « Va bene, ma sbrigati, ti aspetto giù. Ho voglia di zucchero filato! »
Esce saltellando di tutta fretta, lasciandomi da solo.
Se Ksenia non ricorda nulla della scorsa notte, non le dirò ciò che ho visto; in fondo, penso sia più corretto così.
Oggi è il giorno della sua incoronazione a Regina e non voglio che le mie sciocche allucinazioni la mettano a disagio. Dopotutto, si è trattato proprio di quello: un'allucinazione.
Il motivo per la quale il mio cervello abbia visto quel che ha visto mi sfugge ancora. Per il sottoscritto e mio padre la Puck Fair ha un profondo richiamo affettivo, dovuto al ricordo di mia madre, e non posso escludere che trovandomi a poche ore dalle celebrazioni in onore di Ksenia la sua "ombra" mi abbia emotivamente scombussolato l'inconscio.


L'Hanging è ancora deserto, ad eccezione di mio padre e Ksenia, seduta a cavalcioni su uno sgabello. Il mio vecchio sta prendendo a male parole il piccolo televisore in bianco e nero che tiene all'angolo del bancone: un oggetto anacronistico già nel decennio in cui venne costruito, con due sghembe antennine che nel tempo si sono andate ad ingarbugliare tra loro, migliorando incredibilmente la ricezione.
« Alla buon ora! » strilla Ksenia appena mi vede, « Andiamo? »
Papà alza gli occhi dalla TV, sorridendo al furetto rosso che rimprovera il suo ragazzo.
« Già... alla buon ora! » grida a sua volta, unendosi a lei, « Non si fanno aspettare le signore, non lo sai? »
Ksenia annuisce energicamente, « Ben detto Pat. »
Serro le labbra in un sogghigno satanico, fulminandoli con lo sguardo.
È del tutto inutile. Ksenia mi ignora, perché intenta a rimettere lo sgabello contro il bancone.
Mi dirigo verso la porta, facendo uscire prima la mia dolce metà. « Noi andiamo... » dico rivolto al mio vecchio.
« Ehi, ragazzino. » risponde lui, obbligandomi a rimanere sull'attenti. « Prima della cerimonia devi essere qua, il picco dei turisti arriverà per l'ora di pranzo. »
« Ok, non farò tardi. » prometto.
« E passa dai Duff, mentre torni. Jim ha preparato una corona nuova di zecca per Key. » strilla lui mentre chiudo la porta. Quella dell'anno scorso è stata confiscata dalla polizia, penso tra me.
La mia risposta di assenso si perde nel tremendo baccano del vicolo. Mi guardo attorno, stupito, e scorgo Ksenia dall'altra parte della strada. Non so come abbia fatto ad allontanarsi così in fretta, ma tra di noi si staglia un'affollata combriccola di turisti dall'accento buffo e le barbe scure. Caratteristica che curiosamente unisce uomini e donne.
Per fugare qualunque dubbio: sì, sono scozzesi.
Key sta parlottando concitatamente con qualcuno, ma quando penso di aver capito di chi si tratti, un omone dalle fattezze gargantuesche e la canottiera bisunta si para davanti ai miei piedi.
« Ehi amico... » dice scrollando il mento peloso, « Puoi dirmi come arrivare alla piazza principale? Io e la mia gente vorremmo vedere il palco prima della festa. » esclama allargando le braccia; ed è tutto un altro sapore.
« Sì, è molto semplice: andate dritti fino al prossimo incrocio e girate a destra. Dopodiché svoltate a sinistra e seguite la strada. La piazza si trova poco più avanti. »
L'omone sorride, poi mi prende sotto la sua ala - letteralmente - e strilla compiaciuto, « Grazie di cuore, amico! »
Riesco a sciogliermi dalla morsa solo con una manifesta gomitata al suo pancione, « Non c'è di ché. »
« A che ora sarà la cerimonia? » domanda una donna dal vestitino a tartan azzurro, non dissimile dall'uomo per modi e fattezze.
« Secondo il programma del sindaco, alle quattro in punto. Ma solitamente l'incoronazione vera e propria inizia alle cinque; minuto più, minuto meno... » rispondo.
Ksenia mi guarda con disappunto, pregustando lo zucchero filato che le ho promesso. La mandria di scozzesi ringrazia e si allontana a passo ciondolante, lasciandomi in pace.
« Devi sempre parlare con qualcuno, vero? » chiede lei con aria infantile.
L'espressione della mia faccia parla da sé, « Oh andiamo, stavo scherzando! » gracchia sorridente prendendomi il braccio.
« Con chi eri poco fa? »
« Marie Laverty... » dice Key con malizia, « Lei e Bright sono diventati molto intimi. »
Mi limito ad osservare i passanti, senza ribattere. Normalmente, le chiacchiere di questo tipo non mi interessano.
« Non fare quella faccia. Sono una bella coppia dopotutto. » insiste lei strattonandomi.
« Dici? »
« Che risposta sarebbe "dici"? »
Scrollo il capo, « Non lo so. Cioè... non ho mai pensato a loro due assieme. Tutto qua. » ammetto candidamente.
Ksenia si ferma di colpo, scrutandomi così a fondo da mettermi a disagio.
« Che... che c'è? »
« Sei geloso per caso?! »
Le sue labbra diventano sottili come rasoi, mentre le sopracciglia si alzano ad archetto.
« Io... no, piccola! » replico scioccato con voce da usignolo, « Perché dovrei?! »
« Non me la racconti, sai? » mi rimbecca con l'indice alzato, « Conosco quell'espressione. »
Arretro, commettendo a mia insaputa un errore fatale. È il segnale che Ksenia aspettava per attaccarmi alla gola, « No, ma cosa dici?! Io amo te, lo sai! »
« Ah sì? » schiuma Key.
Alcuni passanti si fermano in mezzo alla strada, bloccando il traffico pur di godersi il siparietto, tra risatine e buffetti d'approvazione nei confronti della mia carnefice.
« Piccola, ci stanno guardando... » le bisbiglio, rispondendo alle risa di sconosciuti con cenni indecifrabili.
Ksenia è ormai fuori di sé, « Me ne frego di quello che fanno gli altri! » grida autoritaria, aizzando gli spettatori al primo applauso di giubilo. « So benissimo che tu e Marie stavate assieme! »
Dal branco di cialtroni si alza un "Oh!" di diniego, come se fossimo una qualche piece teatrale chiamata ad intrattenere il pubblico recitando Shakespeare e i suoi aforismi.
« Lei ti piace ancora, ammettilo! » strilla con occhi di ghiaccio.
« Ma... piccola cosa dici? »
« Ammettilo! »
« Piccola, io e Marie ci siamo scambiati un bacio in quarta elementare! Niente di più, te lo giuro! » rispondo ormai sul precipizio, rassegnato all'idea di esser sbranato in pubblica piazza.
Key invece di affondare il colpo si piega sulle ginocchia, cominciando a ridere a crepapelle.
« Sei proprio uno scemo, tu! » sghignazza tenendosi la pancia, seguita da tutti i presenti, i quali applaudono e ridono di gran gusto.
« Oh, amore mio, sei così ingenuo. Ti amo! » esclama Key venendomi incontro. Senza che possa opporre la benché minima resistenza stringe la mia mano, alzando il nostro pugno verso il cielo, « Signore e signori, grazie per aver partecipato attivamente a questo spettacolino improvvisato. Benvenuti a Killorglin! »
La gente radunatasi in cerchio è totalmente alla sua mercé: batte le mani all'unisono, ride, e c'è persino qualcuno che fischietta. Il mio viso passa da una carnagione rosea alla più rossa delle tinte, mentre ciò che rimaneva del mio amor proprio si è dileguato da un pezzo.
« Ti odio... » le sussurro a denti stretti.
Ksenia ringrazia tutti, trovando anche il tempo per rispondermi, tra fischi ed acclamazioni.
« No, non è vero. »


Ci spostiamo verso la zona vecchia del villagio, aldilà del ponte in pietra costruito tra le rive del fiume Laune. È lì che i pavee e gli Italiani montano il loro circo delle pulci di solito, con tanto di insegne luminose e musichette stile Nintendo.
In fondo alla "Ring", un paio di ragazzi in giacche dismesse si sbracciano con foga, rivolti ai turisti in automobile, costringendoli a parcheggiare oltre il confine della città, di fianco alle roulotte; in questo modo, chiunque arrivi a Killorglin sarà costretto a passare in quella baraccopoli montata ad arte.
Non fraintendetemi, non odio gli zingari. Penso solamente che il pub del mio vecchio vedrà meno grana, se tutti i turisti perderanno tempo ad ubriacarsi oltre fiume.
Ksenia sta ticchettando ormai da un pezzo sulla mia spalla quando mi decido ad assecondarla. Il siparietto di poco fa mi ha turbato.
« Là, guarda! » indica col la mano tremolante.
"Micelli's" recita una scritta nera su sfondo giallo senape, con lampadine fulminate tutt'attorno.
« Zucchero filato! » freme Key tirandomi.
Il caos è già protagonista: i giostrai gridano ed invitano il pubblico verso le proprie bancarelle, mentre i turisti, per la maggior parte famiglie, non si fanno pregare troppo. Il chiasso è così forte da assordarmi, e la furia con la quale Key mi strattona rende tutto piuttosto confuso.
Prima di andare a sbattere contro un tizio, lei mi tira a sé, abbracciandomi.
« Ehi, ma sei sicuro che sia tutto a posto? »
Le rispondo di sì, anche se vorrei andarmene il prima possibile. Le tempie mi comprimono il cervello come una tenaglia. Un penetrante odore di cipolle fritte e hot-dog contamina l'aria in pochi istanti; Santo Cielo, sono le nove del mattino: chi diavolo vorrebbe mangiare quella roba a quest'ora?!
« Ascolta... » dice Ksenia dolcemente, « Se non te la senti di andare da Jimmy Duff ci posso passare io. Tu vai pure a casa a riposarti. »
Scuoto la testa, « Papà mi metterebbe al bancone. Per lui l'emicrania è una di quelle cose che solo gli yuppie possono permettersi. Quell'uomo è un aguzzino. »
Lei sorride, poggiando il palmo della mano sul mio petto. « Non è vero. Pat è una bravissima persona, ed è un padre molto più presente di altri. »
La sua è una velata critica ai propri genitori, e non posso far altro che ricambiare l'abbraccio e baciarle la fronte, coccolandola un po'. Mi sento terribilmente in colpa per la mia uscita.
I signori Doyle sono rappresentanti di una nota società energetica tedesca con appalti in tutta Europa; una delle loro centrali si trova anche qui, nel Kerry. Il lavoro dei genitori di Key tuttavia consiste nell'accalappiare pezzi grossi della politica e imprenditori golosi di quattrini facili; perciò viaggiano continuamente, stando lontani da Killorglin per intere settimane.
Ksenia ha vissuto a Dublino con la nonna materna fino ai sedici anni, ma dopo la dipartita della signora Cloe è tornata qui, dove i genitori avevano casa. Si è sempre arrangiata nel migliori dei modi, devo dire, ma il vuoto affettivo che cova dentro di sé l'ha segnata, ben più di quanto si possa vedere esteriormente.
Con le disavventure di quest'ultimo anno, per di più, il suo mondo è stato rivoltato nuovamente.
« Ehi, piccioncini. Se dovete giocare al malato e all'infermiera, andate in un luogo appartato! »
Una voce alle nostre spalle scioglie l'incantesimo.
Ksenia ed io ci voltiamo esterrefatti, trovandoci a tu per tu con un Brian Laverty in grandissimo spolvero: calzamaglia verde, tunica di raso color panna dai ricami a quadri, anch'essi verdi muschio, ed un cappello ampio di lana che ricade goffamente sulle orecchie.
« Ciao Bra'! » esclama Key saltandogli addosso, « Accidenti il tuo costume è sempre bellissimo. »
Io rimango in disparte, trattenendo a stento una grassa risata. Vada per la tradizione, ma ogni anno Brian diventa sempre più ridicolo!
« Ehi fessacchiotto... » lui sembra leggermi nel pensiero, abbattendo l'ultima parete di buon senso rimastami. Ci stringiamo in un abbraccio fraterno, intervallato dalle mie risate.
« Smettila, scemo! » mi rimbrotta Ksenia, « Ti dona molto questo vestito Brian. »
« Lo so. » risponde lui con pose da modello, « La sua è tutta invidia. »
Il mio sguardo vale più di mille parole, ed è sufficiente a mandarlo su tutte le furie. « Piantala di sogghignare, Jessie. »
« E come? Peter-Pan è tornato dall'isola che non c'è! » esclamo.
Kesnia mi rifila una gomitata alla bocca dello stomaco, « Smettila! Stai benissimo Bra'. »
Lui gonfia i bicipiti, dandosi arie da gran cavaliere.
« Non vedo l'ora di presentarti alla folla. Sei nervosa? »
Key resta sulle sue, « Più o meno. Non sono un'esibizionista. »
« Ma se hai dato spettacolo poco fa?! » dico.
Lei mi colpisce nello stesso punto di prima, dandomi le spalle. « A che ora partiremo con la processione? » chiede indifferente.
Brian si volta verso la città, dando un'occhiata al grosso orologio appeso alla chiesetta. « Dunque... adesso sono le nove e mezza. La processione partirà verso le quattro e mezza, ma alle undici abbiamo programmato un incontro con i lettighieri, per dare alcune istruzioni e fare qualche prova. Se ci fossi anche tu sarebbe il massimo, così faremmo alcune prove di portamento con tutti i partecipanti. »
Sul viso di Ksenia ricompare l'espressione infantile da bimbetta viziata, « Come faccio a restare vestita tutto il giorno? Il mio abito è strettissimo! » piagnucola.
L'altro scuote la mano, tranquillizzandola. « Puoi venire anche così, senza il costume. » risponde, « La lettiga verrà a prenderti a casa questo pomeriggio. Fino ad allora, sei libera di vestirti come vuoi. »
Il ragionamento di Brian non fa una grinza, tanto che Key tira un sospiro di sollievo.
« Meno male... » sbuffa felice.
Lui mi guarda perplesso, trovando manforte nel mio cenno d'assenso.
« Bene, ora è meglio che vada. Devo ancora trovare Sammy e Riley. Quei piccoli bastardi hanno preso la mia torcia da vichingo e sono spariti. » dice Brian congedandosi.
« A dopo! » saluta Key, mentre il sottoscritto allunga un pugno contro il suo braccio teso.

La bancarella Micelli's è circondata da una moltitudine di turisti e bambini urlanti, ma quando le speranze sembrano venir meno, Ksenia ha la brillante idea di rivolgersi direttamente ai due italiani sul retro bancone, saltando la fila come niente fosse. Io le corro appresso, ricevendo occhiatacce ed epiteti da grassi figuri; nel momento in cui un ometto coi baffi ci squadra stralunato, ad ogni modo, lei mette le mani avanti, affermando di essere la Regina della Puck Fair. Gli epiteti svaniscono in un lampo, mentre dal nulla spuntano i primi flash fotografici. Il potere della celebrità!
L'ometto ha un accento buffo e maccheronico, ma quando presenta il conto assume la tipica espressione di chi sa esattamente dove andare a parare.

« Otto Euro?! »
Ksenia si tuffa a bocca aperta nella sua nuvoletta candita, senza degnarmi di uno sguardo.
« Dico... otto Euro! » ripeto.
« Che ci vuoi fare... » mastica lei, « Se ne approfittano per via della Fair. »
Stiamo percorrendo la stradina che conduce alla sua abitazione, una graziosa casetta ad angolo sulla Laune View. Il quartiere, solitamente silenzioso, è tappezzato qua e là da giostre e altre bancarelle da quattro soldi, obbligando chiunque abiti nei paraggi a girare attorno alla propria casa per farvi ritorno.
« Non c'è un minimo di decenza. » dico amaramente guardandomi attorno. Ovunque mi volti, infatti, è pieno di turisti già ubriachi di prima mattina, bottiglie di vetro fracassate contro le staccionate e sporcizia varia.
Sapevamo in partenza che la manifestazione di quest'anno avrebbe attirato un numero spropositato di persone, grazie alla pubblicità involontaria ricevuta negli ultimi dodici mesi, ma tutto questo è semplicemente ridicolo.
« Lo vedi?! E non dirmi che non ho ragione quando me la prendo coi pavee! » sbotto, scavalcando una pozzanghera di Dio solo sa cosa.
A Ksenia sembra non importare un granché. La sua attenzione è focalizzata su ciuffi bluastri e rosa.
« Non lo trovo giusto... » mormoro, strappando una striscia color pesca di zucchero.
« Ma che fai?! » grida sgomenta, fissandomi con i suoi grandi occhioni azzurri.
« Non vorrai mangiartela da sola? » le dico con tono sarcastico, « Quella palla di zucchero ti renderà iperattiva! »
Lei fa il segno della bocca con le dita della mano libera, « Bla bla bla... Questo è solo mio! »
Fruga nella borsa senza togliermi gli occhi di dosso, ed una volta trovate le chiavi di casa me le lancia. Ieri sera ha lasciato il suo costume da Regina della Puck Fair nell'armadio, dimenticandosi di portarlo da me.
« Non mi fido... stammi davanti. »
« Piccola, andiamo... »
« AH! » risponde alzando l'indice, « Non ci provare, sai?! »
La serratura fa qualche capriccio, ma alla fine è costretta a cedere.
Mancano solamente poche ore alla Puck Fair, ma ne ho fin sopra i capelli!



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