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lavoro pubblicato sabato 15 novembre 2014
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Vorrei che gli deste un titolo, io non ce l'ho.

di AnCapone. Letto 699 volte. Dallo scaffale Viaggi

Se avete voglia di trascorrere qualche giorno ad Amsterdam, o ci siete stati poco tempo fa e avete nostalgia di quella meravigliosa città, ecco una storia adatta al caso vostro. Buona lettura. P.S. Commentate numerosi, e spietatamente criticate.

PROLOGO.

Il quartiere a luci rosse di Amsterdam, noto ai più come Red Light District, è il regno della nobile e controversa stirpe delle puttane. La leggenda che abita il quartiere più movimentato della città nasce da una donna d’altri tempi di nome Raab.

Raab, prostituta biblica, era la prostituta che aiutò a rischio della sua vita e di quella della sua famiglia due spie israelite dando loro alloggio nella sua casa ed escogitando la loro fuga.


Gerico era una città della Cisgiordania, rannicchiata in una depressione a un centinaio di metri sotto il livello del Mar Morto. Come il mare, così la Vecchia Signora vegliava su quelle terre, pronta a palesarsi a chi non rispettasse le rigide, ferree regole del re di Gerico. Dio aveva fondato quella città ai primordi della civiltà umana, e le aveva donato una storia che soltanto Damasco o Gerusalemme, forse Roma potevano eguagliare.

Sul far della notte, le due spie israelite, mandate da Giosuè ad esplorare la città cananea prossimamente vittima della conquista da parte del popolo ebreo, erano uscite di casa, o almeno questo era quanto sapevano i soldati del re di Gerico. Nel 1473 a.C. non ci si fidava molto delle prostitute, ma non avendo altra scelta, tali uomini, dal fisico tanto robusto quanto dal cervello ottuso, si diedero a inseguirli per le vie della città, mentre i due compagni, accuratamente nascosti nella terrazza della splendida casa di Raab, fumavano tabacco avvolto con la pergamena strappata da quella che sembrava essere una primordiale forma di giornale.

L’involto di pergamene era lì, al loro fianco, in un angolo della terrazza. La pagina in cima alla pila recitava così, in un improbabile arabo: “Luci rosse sulla città di Gerico. Una puttana vende la nostra amata terra agli ebrei.”

FINE PROLOGO.

Jim Bandini era un poeta. Jim amava la fotografia, le donne, la letteratura e il buon cibo.

Jim era un artista a tutto tondo, un artista tout court, come direbbero gli allenatori nelle conferenze stampa post-partita. Probabilmente Jim era un genio, che non si era ancora accorto di esserlo o che faceva di tutto per non esserlo, un ventenne che credeva talmente poco nelle proprie capacità da non reputarsi all’altezza del proprio indiscusso talento.
Frank era il suo amico più caro.

‘Vecchio mio.

Devo parlarti. Dovrei raccontarti le cose assurde che mi sono capitate nelle ultime due ore.’

‘No, senti, aspetta. Sto cercando di capire cosa cavolo mi sta cercando di dire questo fratello olandese.’

‘Vecchio, ti ripeto che mi devi ascoltare. E’ importante, cazzo.’

‘Ok, dammi un minuto.’

‘Porca troia, forse non ce l’ho un minuto.’

‘Andiamo.’

Frank era scuro in volto, camminava un pò ingobbito, come se i lunghi anni di corsa campestre e maratona si fossero ripresentati un pò irritati, a chiedere il conto. Jim passeggiava in maniera più tranquilla, cercando di scorgere nello sguardo dell’amico qualche indizio di quel particolare pomeriggio. Aveva individuato nel suo sguardo quella particolare stanchezza di chi è appena tornato da un lungo viaggio, e quegli occhi gli ricordavano le letture della prima adolescenza. Frank in quel momento era un vago ritratto di Ulisse che finalmente torna a casa, ma al posto di Penelope ad aspettarlo ci sono una schiera di prostitute, delle splendide sirene da salotto che vogliono null’altro che la sua anima. Beh, se avete viaggiato un pò nella vostra vita, saprete con assoluta certezza che l’impresa più ardua è la preparazione al viaggio. Ma, in realtà, c’è qualcosa di ancora più difficile, di ancora più insidioso in un viaggio lungo, in un viaggio importante: il ritorno a casa.

Jim e Frank decisero di non prendere il volo di ritorno quella sera. Decisero che era più urgente camminare, ragionare, discutere, che si trattasse dell’ultimo libro di Fabio Volo o della teoria del complotto sionista. Poco importava. Dovevano superare l’hangover di un pomeriggio pazzesco, di una giornata che Trainspotting in confronto era un film da pennichella d’apres midì primaverile.

Jim e Frank erano partiti dall’aeroporto di Fiumicino, dopo un’intensa settimana trascorsa in una Roma vestita d’autunno, ed erano atterrati all’aeroporto di Schipol, Amsterdam, verso le 7 e 30 di mattina, dopo aver viaggiato alcune ore nei cieli del bacino mitteleuropeo. Erano riusciti a trovare un’offerta che comprendeva volo e albergo, e finalmente realizzavano il loro desiderio di visitare la città che nel loro immaginario rappresentava il paradiso terrestre dei giovani famelici di esperienza. In realtà Jim così famelico non era, tutt’altro. Era sua abitudine però seguire Frank in tutte le sue avventure, per un atavico masochismo al quale si aggiungeva una curiosità smisurata per le vite degli altri. Aveva inoltre un latente desiderio di regalare al mondo qualcosa che assomigliasse a un diario, un reportage, un romanzo, insomma un souvenir della sua breve permanenza sulla Terra. Allora Jim pazientemente attendeva, ascoltava e talvolta, su di un Moleskine vecchio come il cucco, annotava. Dopo un’abbondante colazione e una dose abbondante di sigarette girate di tabacco - almeno in viaggio si doveva risparmiare - i due amici si erano incamminati per le vie principali della città, cercando tutt’altre strade rispetto al classico coffee shop o all’appetitosa friggitoria di patate olandesi. Cercavano luoghi suggestivi, dove potessero mettere in pratica la loro vera passione: la fotografia. Per loro fotografare le città non era banalmente portarsi a casa un souvenir dei loro viaggi in giro per il mondo, ma era soprattutto ritrarre e mantenere vivo il ricordo delle persone, dei luoghi, delle vite, insomma delle storie incontrate lungo il sentiero.

Presero un taxi che li portò, dopo un veloce tour con tanto di aneddoti simpatici raccontati dal tipico tassista olandese, amante dei motori, delle donne e dell’erba, nei pressi di piazza Dam, dove i due giovani seguirono il flusso di gente che confluiva davanti a un gruppetto di persone con dei volantini e dei maglioni rossi con dei piccoli neon adesivi che illuminavano la scritta “Pray Station”. Si avvicinarono e furono insistentemente invitati, quasi obbligati ad andare alla Oude Kerk, chiesa parrocchiale del quartiere a luci rosse, ad ascoltare la messa, celebrata in via eccezionale dal vescovo di Amsterdam. La Chiesa di Oude Kerk era stracolma di gente. Non si poteva trovare un posto in piedi neanche a pagare il capo-chirichetto, e le panche sembravano le tavolate dello stand che vende la birra artigianale più buona del mondo durante il primo giorno dell’OktoberFest. Una cricca di senegalesi elegantemente vestiti intonava un gospel di rara bellezza e il suono delicato, potente delle loro voci si stagliava contro l’immenso organo che sovrastava l’abside. Il calendario preannunciava il Natale, giorno in cui notoriamente si celebra La Donna, Maria, la madre di Gesù Cristo, interessante comparsa della festività. L’anziano parroco della “vecchia chiesa” sermonava dall’alto del suo piedistallo teologico sull’apparentemente enigmatica presenza delle prostitute nella Bibbia. A quella messa erano riusciti a intrufolarsi Jim e Frank, in tenuta da battaglia, come dei militanti dell’Isis che stavano iniziando a meditare confusamente sulla concorrenza religiosa. Dopo le tipiche preghiere, accalcati a ridosso dell’interminabile fila verso l’uscita, evitando accuratamente l’ancor più lunga coda per ricevere l’ostia, sgattaiolarono in qualche modo verso l’uscita. Cosa poteva essere più auspicabile che trovarsi nella madrepatria delle puttane? Avevano sentito talmente tante parole di lode rivolte a siffatte donne che non andare a far loro visita sembrava uno screzio a Dio, piuttosto che ai proprietari dei vari Club. Il caso volle che quella sera nel quartiere ci fosse il deserto. Non una donna, non uno spacciatore, non un essere vivente. Soltanto luci, abbaglianti luci inequivocabilmente rosse, e un silenzio che neanche Paul Simon e quel suo amico dal nome troppo lungo avrebbero saputo descrivere a parole.

L’unico Club aperto quella notte era il Civico 12, o meglio il “Nummer 12”, locale storico nel quale ogni cosa riportava al suddetto numero. 12 puttane standard, 12 puttane molto, molto costose, 12 chupiti alla goccia, 12 camerieri e via dicendo. E poi, al primo piano, la “Room Twelve”. Ecco, se siete mai stati in un night club saprete benissimo che ci sono delle stanze particolari in cui si può consumare il rapporto con la puttana, dopo averla meticolosamente scelta. Quella stanza era La Stanza Del Sesso, quel particolare tipo di sesso che puoi passare dieci anni a raccontarlo senza masturbarti neanche una fottuta volta, senza avere nè provocare orgasmi, senza mangiare, senza bere e senza andare in bagno, persino senza respirare. Frank decise di testare quella stanza. Frank non era vergine, ma era profondamente deluso dalle sue esperienze sessuali, normali al limite dell’abitudinario, noiose alla stregua dei film d’essai, numerose ma essenzialmente sempre uguali. Frank entrò, carico di entusiasmo e di soldi, e si rivolse al barista per un cocktail. Dopo aver assaporato con calma un Long Island, salì al secondo piano, dove lo accolsero due eleganti signori di mezza età, uno leggermente più importante dell’altro, così a prima vista. Quest’ultimo parlottava a mezza bocca con un accento perfettamente londinese, rivolgendosi più a se stesso che al braccio destro, come se una platea di clienti stesse in ascolto pendendo dalle sue labbra. Frank con discrezione si avvicinò e chiese informazioni. Accordato il prezzo e le caratteristiche fisiche e morali della escort, perché a quei livelli parlare di puttane sembrava alquanto offensivo, entrò nella stanza. Si spogliò con cura, poggiando gli abiti su di una poltrona apposita, e attese nudo, completamente coperto da un piumone di lana rossa, la sua compagna di quella notte. Si presentò una donna che la perfezione artistica più alta non avrebbe potuto descrivere. Era una donna normale, in realtà, e tutta la sua bellezza risiedeva in uno sguardo che mozzava il fiato soltanto ad immaginarlo, ad occhi chiusi. Guardarlo, poi, era uno spettacolo sovrannaturale. Era uno strano incrocio tra Beatrice, la madre di Cristo, la Gioconda e Cleopatra. Aveva la grazia della prima, la purezza della seconda, il sorriso della terza, e il taglio mediorientale della regina d’Egitto. Frank non osò toccarla durante la prima ora, ma semplicemente la contemplò, cercando le parole più adatte per rompere il ghiaccio. Ma invece che rompere il ghiaccio, mandò in frantumi tutta la baracca. “Senti, ma ti andrebbe di iniziare con un pompino?” Nessuna risposta. La porta si spalancò e il boss entrò, nero pece in volto, prendendo di peso Frank e sbattendolo fuori. Poi mormorò qualcosa alla donna, e chiuse la porta alle sue spalle. Nudo, infreddolito, spaventato come una gabbianella al primo volo, Frank iniziò a chiedere convulsamente scusa, senza ricevere alcun cenno. Il boss si calmò, riprese il controllo e iniziò a parlare lentamente, chiaramente, come se non ci fosse una seconda possibilità di capire cosa volesse dire. “Adesso tu te te ne vai immediatamente, ma non solo dal mio club: da Amsterdam.Non permetterti di avvicinarti mai più a questo locale e a questo quartiere, e soprattutto non osare far uscire un suono, un gesto, una parola riguardo a quello che è appena successo. E poi, se vuoi avere una chance di non essere pestato a sangue, scendi al piano di sotto, prendi quei fottuti giornali che trovi vicino al bancone e porta il tuo culo in giro per la città a venderli. Pretendo che tu mi porti centocinquanta euro entro le sette di domani sera. E adesso sparisci dalla mia vista.”

Jim aspettava da poco più di un’ora l’amico, quando la noia fu interrotta da un rumore di passi che si muovono veloci nella sua direzione. D’improvviso, come un tuono scagliato da Odino per impagabile noia, un uomo spuntò all’orizzonte, vestito d’artista, correndo come se avesse alle calcagna Oscar Pistorius con una rivoltella carica. Quest’uomo, accecato dalla furia come un toro al quale è stato tolto il paraocchi proprio al centro della piazza principale del distretto a luci rosse, inseguiva qualcosa. Inseguiva un serpente, modello del quadro con il quale voleva congedarsi per sempre dalla passione che aveva illuminato ogni istante del suo cammino. Aveva in mano un kalashnikov. Lasciò il fucile l’istante dopo averlo caricato. Non poteva decidere di sparare soltanto quando il fucile era carico. Poteva decidere soltanto di non sparare, di non premere mai il grilletto, di buttare il fucile a terra. Poi poteva prendere la macchina, pagare il tipo del casello, ed entrare in autostrada. E viaggiare, a 130, per tutta la vita. Il serpente strisciava a velocità inaudita che se un vigile l’avesse visto gli avrebbe vietato la muta praticamente per sempre. In realtà il pittore non voleva catturarlo, semplicemente voleva fargli due tre domande.

“Ma perché per dormire tranquillo dovevano raccontarmi che altrimenti saresti venuto ad uccidermi di notte?”

“Ma è vero che è colpa tua se Adamo ha mangiato quella cazzo di mela e ha fatto il casino più grosso della storia?”

oppure, semplicemente, “Come ti chiami?” per creare una relazione un pò più intima rispetto a quella professionale.

Si fermò a parlare con Jim, urlandogli addosso incomprensibili frasi in un esperanto di olandese, inglese e tedesco. Si girò, e si accorse che il serpente stava lentamente scomparendo. Un attimo dopo il serpente non c’era più, non esisteva più, come un fantasma appena catturato da una squadra di Ghostbusters. Come un quadro di caravaggio i cui colori vivaci, splendidi, si opacizzano fino ad andarsene, in un luogo più degno della loro bellezza, come la Piramide di Cheope che affonda nel deserto egiziano intrappolata dalla sabbie mobili di Ade, come la spuma dell’ultima onda dell’alta marea che lentamente si ritira donando al bagnasciuga un dolcissimo profumo di Venere dispensatrice di amore. Ormai calmo, ma afflitto da un martello pneumatico di pensieri che navigava a rallentatore nei meandri della mente, ritornò sui propri passi, verso casa. Buttando un occhio alle palazzine e l’altro alla strada, vide una scritta un pò sfocata, marchiata a stampa su di un’etichetta adesiva, stropicciata da chissà quanti passi sul vialone. Era una data, probabilmente la scadenza di un alimento. L’uomo sorrise forte, come non aveva mai fatto prima, sorrise di cuore, sorrise di gioia, sorrise di tutto, sorrise come aveva visto fare soltanto alla madre dopo i sette lunghi, interminabili giorni di clinica psichiatrica. “Non c’è più alcun serpente” ripeteva. “Non ce ne sono mai stati, in verità, non ce ne saranno mai più. Te lo prometto. Te lo giuro.”

Frank uscì nella gelida notte di Amsterdam, con un involto di una cinquantina di “De Teelegraf” sotto l’ascella destra. Trovò il suo amico ad aspettarlo ad un isolato di distanza dal Nummer 12. Non dimenticò mai più quel numero, quel luogo e quella sua linguaccia americana che gli aveva procurato sempre e soltanto grossi guai.

EPILOGO.

Tasti ripetutamente e compulsivamente battuti su un piccolo computer d’avanguardia creavano il sottofondo di quell’incredibile spettacolo che era l’alba della capitale del Mondo. La musica classica aiutava a concentrarsi, a pensare senza perdersi, come una luce guida in un buco nero dal quale non si ritorna, come entrare dalla porta sul retro dell’Inferno e farsi accompagnare dal nipote cieco di Virgilio, che ne sa molto, troppo di più del nonno su quelle nefaste lande. Così Jim pensò l’epilogo della sua storia, che aveva tanto di verosimile quanto di fottutamente inventato, con il fumo della pipetta di pannocchia dell’amico, comprata da un tabaccaio ambulante di Piazza Castello, Torino, che gli aleggiava, oscura essenza, frutto pregiato della Madre Terra, a due dita dal naso, e un pensiero di lode, di sincero, crudo, vero ringraziamento alla gentile Musa che gli aveva permesso di trovare dentro di sè la forza di raccontare. Accanto alla forza, in un angolo remoto delle sue viscere, fermentava silenzioso un libro, un manoscritto medievale, senza titolo, senza autore, senza odore, ma con due chiare scritte in carattere italico, corsivo.

Il viaggio dello scrittore è un viaggio senza meta, senza scopo, senza ambizione; è infinito e semplice desiderio, vera e onesta curiosità, puro e sincero Amore.Pagine di poesie, apostrofi leggeri tra l’esergo e l’epilogo. Jim girò con lentezza, in punta di piedi, preciso, l’ultima pagina, giallastra per l’età, per le dita e per il vento. Scrivere è il mestiere più bello del mondo. Abbiatene cura.

Jim e Frank erano in ritardo. Il loro volo, prenotato poche ore prima, Amsterdam-Los Angeles con doppio scalo a Londra e New York, partirà senza un minuto ritardo, due ore più tardi. Soltanto un’ora per raggiungere l’aeroporto di Schipol, fare il check-in, sedersi sui sedili più lontani possibile dalle ali dell’aereo e ritornare a casa.

Il ritorno a casa fu una passeggiata. Il volo si rivelò una benzodiazepina ad alta quota, uno Xanax low cost per esorcizzare la tachicardia dei giorni precedenti. Il ritorno a casa fu il palesarsi della consapevolezza che di lì in poi avrebbero potuto oziare per tutta la vita. Avrebbero potuto sedersi comodamente su una sdraio a bordo piscina, sulla raggiante costa del Pacifico, fumare una Lucky Strike al mentolo, e cominciare, finalmente, a permettersi di non fare nulla.

FINE.

A.C.



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