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lavoro pubblicato sabato 8 novembre 2014
ultima lettura domenica 28 giugno 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Quattro Giugno

di troytheflash. Letto 540 volte. Dallo scaffale Pensieri

" Quattro Giugno te l'ho detto! È Giugno !"Cammina da solo." è come ti dicevo io e no, no si può... non si può..."La giacca blu vecchia, poca gioia in una giornata senza ombre." e si perché no...

" Quattro Giugno te l'ho detto! È Giugno !"
Cammina da solo.
" è come ti dicevo io e no, no si può... non si può..."
La giacca blu vecchia, poca gioia in una giornata senza ombre.
" e si perché non si può è inutile, inutile! I-NU-TI-LE !"
Le braccia magre e le mani rugose, come un ombrello agitato al vento, si allargavano e chiudevano a scatti , muovendo i rigonfiamenti puntuti delle spalle sotto la stoffa
"Era il primo ottobre del settantuno, era. Te lo dico e sì!"
La voce scocciata, una nota un po' alta, roca da decenni di fumo. Stanca per la chiara ovvietà del ragionamento.
"Oddio" penso. Distolgo lo sguardo. Mi ritiro dallo specchio come da un balcone per non essere visto. Mi nascondo mentre si avvicina.
" ma si vabbè è inutile ma non esiste... è da allora che te lo dico che è inutile "
Faccio finta di non esserci, non voglio esserci. Mi prende la paura che possa avvertirmi, distolgo anche il pensiero. È così ingombrante che lo sentiresti anche fosse muto. Mi passa accanto.
Lui non si sente. È sordo a se stesso ed è rimasto cieco alla sua anima. Dispensa rancori in ordine sparso intorno a sè, riducendolo il mondo a spettatore obbligato. Una platea infinita, senza pari. Mi sento stanco e non voglio fardelli. Mi dico d'istinto che sarebbe giusto. Come quando ti capita di guardare un cane, un cucciolo, che piange per strada e ti immagini lì che lo prendi e lo porti a casa, " è così carino! Tenero!", poi puntualmente non lo fai e ti si " stringe il cuore" per usare un termine logoro che ho sempre trovato un po' ridicolo. Buffonate. Solo senso di colpa. Quello che ti viene quando vedi i bambini in Africa in televisione con la bocca piena a pranzo. Inutilmente ipocrita.
In parte è così. L'altra parte però oggi mi fa fatica perché oggi lo guardo. Giornata strana però. Tutti i pazzi sono in giro. E lo guardo perché sono stanco. La mente fa poco filtro e le barriere dell'anima diventano più sottili e fragili
Sarebbe giusto, penso, ma perché ? Lì per lì faccio finta di non capire cosa ho. Poi mi ascolto e ricordo. L'altra parte, quella che non voglio, è il timore di camminare di nuovo sentieri non miei, strade segnate da alte siepi che si intersecano confondendoti, facendoti perdere l'orientamento, per chiudersi, improvvisamente dopo una svolta, sul ciglio. Rivivo i momenti. Guardo dal bordo verso il basso. Dal bordo di un labirinto infinito dentro una grotta scura, nell'abisso, in vellutate scale di colore tra il nero e grigio scuro. Ritorna nell'ombra, dice. Chissà che c'è dopo il buio, lì dentro, nascosto nel profondo.

In quel buio dove la compagnia degli altri lenisce per poco la solitudine e le voci rompono il silenzio, anche solo per una comprensione fittizia, che offre per poco la luce di una speranza tremula, a tempo limitato. Un esistenza ridotta al mero bisogno di vicinanza di calore umano. Come cani che si ammucchiano uno sopra l'altro. È calore in sé. La qualità non ha importanza.
Ma sarebbe una finzione perché so che all'inizio dell'intangibile ponte che, in una realtà che per mia volontà non si avvererà mai, unisse anche solo per un momento i nostri occhi, già starei pensando a un modo veloce e senza sensi di colpa, per me, di staccarmi, da lui. Perché semplicemente non voglio dovermi vedere andare via.

Ricordi.

Li nel labirinto non c'è luce o salvezza che possa venire da fuori. Li nel pozzo sei solo, ma non sei caduto lì per caso e nessuno ti ci ha buttato. Te lo sei eretto intorno da solo quando cercavi aiuto sapendo di non trovarlo perché sapevi che non lo avresti trovato pretendendolo a modo tuo, sperando talmente forte che le pareti crescevano intorno a te ad ogni respiro, lucide e dure come pietra, potenti e levigate a specchio da fiumi di aspettativa caduta nel vuoto. La prigione del tuo inferno personale, creata con forza su incubi che non esistono, per questo al di là della possibilità dell'aiuto di altri. La tua prigione, unica e insindacabile, senza appello o assoluzione dove purtroppo il Giudice assoluto in un aula senza giurati non ti può più sentire. È chiuso in un pozzo anche lui. Accanto a te.

Li sotto, proprio lì sotto, l'unica luce che ti potresti avere è quella che nasce dalle fiamme di un rogo. Carne che arde insieme a stoffa e vestiti. La luce costa un prezzo che dipende dal Rischio di essere uno sforzo oltre misura. Il rischio il Gioco stesso. Il Gioco non lo vedi perché non vedi il uro di fronte a te. Le parteti, nere di un vuoto infinito, non le vedi perché al buio non fanno riflessi.


Distolgo lo sguardo dai pantaloni neri sotto la giacca blu e i mocassini, neri anche loro. Le nappe. Mi fanno di vecchio. La nostalgia nel ricordo mio padre quando lo guardavo da bambino. I capelli grigi, né corti né lunghi. Dimenticati lì anche loro, in disordine. L'uomo si allontana lungo il marciapiede parlando ancora, sputando i suoi rancori al mondo. Protetto dalla gabbia che si porta intorno, vaga attraverso la sua platea personale, muovendosi di fretta ma camminando con lentezza. Darsi fuoco è sempre una scelta difficile. Evidentemente non ha trovato l'accendino giusto. Magari domani.
Poi, e oggi lo dico, sia lodato Nostro Signore Creatore e Salvatore dello Spirito e dei poveri idioti come me, il telefono suona e mi infastidisco perché è una rottura. Discuto mentre scendo dalla macchina e vado a prendere le bambine.
Ho già dato. Non ho la vocazione e non prenderò mai i voti. E anche volendo non credo proprio che me li darebbero.

Pazienza. C'è di peggio.



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